(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "G.B.Vico, studii critici e comparativi.: studii critici e comparativi"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



a. B. VIGO 



STUDll CRITICI E COMPARATIVI- 



Proprietà Letteraria. 



G. B. VICO 



STUDII CRITICI E COMPARATIVI 



DI 



GARLiO CANTONI 



Professore di Filosofia nel Liceo GaTOur 



TOniKO 

1667. 



/ * 



■ I 



1 



. * » 



A* MIEI ANTICHI PROFESSORI 



intiftflo ijUesie mie pùVéré pagine per compiere 
Dieiiiò Loro un Mvere ìli rietmdMinié. 

H PMKkf nd étude i prhid òmfnoèèmmmtii di 
fiMbfta, ^ in iKn^tà iì^lki ^tJàìé ei àmie U ^ètlta 
eseér ^éi po^o prt>tttm, Èj/ti ì^ippe f^iketa iMìare 
e iniziarmi al suo óUtìèb. Éà "&> ne Lo r6fÈgrazio, 
ogginntorn, perchè in qWt^y nhulgìr^té^ie 9pine 
che U ctreònéMOy pòìèi iromrè alcuna dette più 
nobili soddisfazioni della vUu. 

Io d>&beni poi mótlù al B^ktiNt, se giunto al- 
rUnhfèreiià la mia mM^ jìreife losfio un indi- 
rizzo Uéfterminmo , rH>^endòsi pariiisoiBrmente 
alla slbritt detta fikmfta e i^lk ciòitià. 

Per questi siudii avevamo un'ottima guida itegli 
insegnamenti, che Egli stesso ce ne dava alCUni- 
versila. Egli in essi ci indicava il vero ufficio delle 
cognizimii storiche, che riponeva nelf illustrare 



, i 



la natura dello spirito umano e gli altri oggetti 
della filosofia dottrinale ; e cercava col suo tsempio 
medesimo di renderci esperti a penetrare nel più 
intimo pensiero di uno scrittore, a dominare da 
^esto il corso delle sue idee, a studiarle e inter- 
pretarle secondo l*indak particolare dei tempi e 
delle condizioni individuali. 

Se quindi il lettore troverà gualche buona 
qualità in qitesto mio scritto sappia che ne debbo 
una parte al Bertimi. 

Non pretendo già con questo, che Egli abbia 
eomuni con me tutte le idee qui espresse. Anche 
inspirandomi, per il generale; al suo elevato in- 
segnamento, mantenni queHa piena libertà didee 
e d'opiniùnif oh'JSgli stesso desidera nn sugì 
scolari. 

Torino, 1.° luglio 1867. 

Carlo Cantmii. 



PREFAZIONE 



Qualcuno si meraviglierà che io presenti al 
Pubblico un nuovo lavoro sul Vico, Egli po- 
trebbe rammentarmi, come già altri ed eccel- 
lenti se ne siano stampati in Italia da uomini 
egregi e sia baldanza poco perdonabile ad un 
giovane il voler correggere o compiere la loro 
opera, inutile fatica il tornare sopra un soggetto 
intieramente esaurito. 

A costui dovrei confessare francamente che 
io non sono del suo parere; né il lettore tro- 
verà questa mia dichiarazione più immodesta 
-di quello che sia Y aver composto questo la- 
voro medesimo; giacché se io avessi creduto 
che intorno al Vico non vi fosse più nulla di 
nuovo a dire e più nulla a correggere di 
-quanto s era detto da altri, io non avrei voluto 
uè affaticar me a scriver queste pagine né in- 
comodare il Pubblico, quello almeno che per si- 
mili studi! si può avere in Italia, a leggerle. 

Non credo con questo di scemare per nulla 



vili PREFAZIONE 

i meriti di coloro, che mi precedettero negli 
studii vichiani. Se io avrò mai per ventura con- 
seguito il fine che mi sono proposto, di aggiun- 
gere correggere qualche cosa ai loro scritti, 
non ad altro si 'd^snh attrìlmire hAb all'avere io 
potuto scrivere dopo di loro. Il che mi portò 
due grandi vantaggi ; Fune si è quello, di aver 
potuto trar partito da quanto era stato detto 
da loro, o almeno da quelli , che ho potuto 
studiare prima di scrivere e stampare le due 
prime parti del mio lavoro ; Taltro vantaggio 
mi derivò dai progressi maggiori che venne &- 
cendo in questi ultimi tempi la Filologia e la 
Storia, progressi che illustrarono molte idee e 
dottrine prima oscure del Vico, come si vedrà 
nella mia seconda parte, nella quale ho cercato 
di mettere a paragone le idee del Vico coi più 
importanti risultati della Scienza storica moderna* 
Gli indovinamenti del Vico erano cosi profondi 
che essi non si poterono pienamente capire se 
non per gradi, quando cioè le medesime cose da 
lui come in nube scòrti furono dalF opera lenta 
e faticosa, ma più sicura di molti altri e special- 
mente dei Tedeschi, pienamente schiariti e messi 
in sodo. Cosi quando si notarono in Italia e in 
Germania le analogie grandissime tra le nuove 
idee del Wolf sopra Omero e quelle del Vico, 
nessuno dubitava ancora che di li a poco un al- 
tro grande tedesco avrebbe dovuto scorgere un 
suo predecessore nel Vico per la Storia romana. 



PRBMUONE IX 

e ^e pwi -tardi « tpbvassdro . in lui aecennslle 
k idee di Qltofredo Miiller sulla iBÌtdk%ia« *^ 
Neb pftpk) i^^oéi concètti viòUatH, e^ riguar- 
dalo pj^optiameìJile kt fitosbfitt 'delia ìMilm, 
ferebè questi fiifono i prind ^ i più fiàoiii^ ri- 
tevarà in }ui, quantutaque poi la oritioa in fi- 
verso modo li ^^prezeasse. 

Ora dei due lavori più importanti (>er orìtiba 
seiefttifica &tta mi Vico, ìdioè di qiablii dìst h,* 
stelli e del Tehrart, il primo è anV^ore o ap- 
pena contelapwatìeo alla fondózióKie'deilà seabla 
storica e filologica della Oerinania^ il secondo 
fti scritto ^itònde ìa Italia le idee di qiiella 
non erano ancor molto condsbioté e soii an- 
cora pienamente stabilite e 4iAise nel ano 
stesso pÀese. 

Del resto il lettere troverà nella terib parto 
un'esposiadon!e dei lavori e delle critické prin- 
cipali &itte sul Vico siik) a qui> e redri ih liliali 
pluiti la mia si difeteosti dalle altre, e id Ijuali 
convenga. 

Questa terza parte del taiio llavoro, quan- 
tunque esca ora insieme aUe due pb&ne, venne 
scritta e stampata in Un tèmpo pùstén&ré. Per 
dar ragione al lettore di quésto, e insieiUe di 
alcune imperfeiàoni delle due i^rkne parti debbo 
far cènno di alcuni miei calsi personali ; il die 
fiu^ colla massima brl^vita e discrezione. 

Già siao dal 1864 io mi era pr^)0sto di fere 
un lavoro i^ul Vico ; ma dapprima ije fui distolto 



iX PREPAZIONB 

4a gravissima sventura domestica, posda man- 
cato dal governo, dietro concorso/ a perfezio- 
nare ì miei studii in Germania, non pot^i dAve 
al mio prediletto lavoro sul Vico, che brevissimi 
momenti^ quantunque esso mi stesse sempre 
Sili cuore e ad esso anche ooa altri studii indi- 
rettamente mirassi. Avevo sempre Y intenzione di 
<larmi ad esso più tardi di proposito e di atten- 
dervi con lungo studio; ma tornato in Italia nel 
principio delio scorso anno seppi, che la Facoltà 
-filosofica di Torino, presso la quale io avevo 
compiuto i miei studii, aveva aperto un con- 
<;orso di aggregazione sulla Storia della filosofia 
moderna. Era libero il tema , ma fissato il ter- 
mine per presentare il lavoro. Da diverse ca- 
gioni fili impedito per qualche mese dall' atten- 
dere allo studio nonché dal pensare al concorso. 
Quando potei aver la mia piena libertà e tran- 
quillità non mancava più che poco tempo. Stetti 
in dubbio, ma si trattava di una scienza, allja 
quale avevo dedicato specialmente i miei studii, 
e mi determinai al concorso. Le idee principali 
avevo io già lungamente meditate ; ma per rac- 
cogliere i miei studii sin allora fatti, per com- 
pierli, per ordinarli dovetti assoggettarmi in quel 
breve tempo ad' un' improba fatica , e vivere 
quasi da sonnambulo non pensando che al Vico. 
Era mia intenzione di presentare il lavoro 
completo colle tre parti ; ma essendo mancatio il 
tempo per la terza, presentai solo le due prkne 



FKBFAZfOME AI 

alla Facoltà y coli' intenasione di porger quella 
più tardi al Pubblico unita alle ahre due. Esitai 
per qualche tempo, dopo l'esito del concorso» ad 
eseguire il mio proposito. La maggioranza della 
commissione esaminatrice non mi aveva giù- 
dicato degno di entrare nella Facoltà. Ognuno 
sa quanto tali accidenti turbino un giovane nei 
suoi primi passi; ma attinsi fiirsa parte nel 
mio animo, poiché essendomi dato per irresi- 
stibile inclinazione a questi studii e non per 
ricerca d'onori e guadagni» doveva pur conti- 
nuare , malgrado accidentali ostacoli , la mia 
via, parte nei vivi e generosi incoraggiamenti 
che per la continuazione del lavoro da me pre- 
sentato ebbi da uomini autorevoli , tra i quali 
annoveravo alcuni dei miei giudici stessi, come il 
Gorresio, il Boncompagfni, il Bertini, ohe era il 
professóre stesso della materia, su cui versava 
il concorso^ Più tardi il Ferri, mio antico profes- 
sore, in un sud articolo stampato nella Nuova 
Antologia del gennaio scorso, recava sul mio la- 
voro un giudizio molto &vorevole, non lasciando 
però di indicare francamente un punto importan- 
tissimo, nel quale egli da me divergeva, e che mi 
propongo di trattare più sotto. Il Ferri nell'arti- 
colo suo annunziava e prometteva la terza parte 
del mio lavoro. Io doveva dunque malgrado il 
rovescio subito eompilerla, e cosi feci dandole. arni 
un'ampiezza maggiore di quella che prima mi 
ero proposto. 



Salam^firte voi^rei, cihe i^spétto alle dti^ priine 
imrfi 'si ccmdoRftBse alquanto Ud 'aleuiii 'difeèti, 
'evidratemenfke ddrìvsiti d&Ha fi^slflà, eolia qne^e 
"^bVettBro Venire i^tdse e srtampate. 

i^er la medesima ragióne *si incorse Hnaifmni 
^ravì -drróri HpégtH&ci, 'ernia prega dì i^ettìfieàSpe 
dfligentemente o&0!^ErtakHeórrigie po^iOL in prin- 
cìpio del'voiomé, nelhi quale fm«ò tralasciamino 
quelli fin ié^iem e cb& il lettore potesse da 
sé fflcÀiifente 'Cor Pècore. 

Non vorrei, che quatéuno trovasse boTerohìa- 
Doentè ampia la terisa ^rte dèi mio scritto, e la 
troosìderasse come estranea al soggetto prind- 
pide, mentre io doik èssa bb fnrofMraispeciaimedte 
di illustrat- questa Ose a dò rsei^vàrio ^tutti qaeì 
capitoli nei qdaU trattai détte condnEsom del 
t^upo, in coi viise il Vico, o qt](ègiE ahrt, 'n<^i 
Kpsaii questi vien cdmfipontàto cc^lo svolgtnlento 
po^tevioro della filóso^ cmk e ^olitioa ^e ^cbi 
<sttOì soolari, don crMo niilno lo possa inettere 
in dubbio; perchè tutti sanno, qùaiìto ìmpofti 
conóseei^e gli impulsi e le ooeasioiii estiìnseefae 
m ineszo alle quali uno scril^Tè 'Sprecialiaènte di 
cose moraM è venuto sor^ndó , -per peoetrare 
nello spirito ie iiella gènesi ddle siie dottrine; 
tutti sanno quanto acconcie sdimo le compitra- 
zioiki di diverse ménti, che si travagliarono ià- 
tomo al medemmo so^^tto per ihostrare la 
véra natura, la natura caratteristica e indivi- 
duale di ciascuna. 



PBIIflAZIOII& XUf 

Om è natujr^ie ia iaii Iwati, sembca che ta- 
loffijì^^^^i^ggfìtli» pmjicifiiito oedbi il Iuq^o ihsl ahri; 
11^9^ 9i':^«vi^0ei, pAmnu 4i dkMnticair ^uelb^ 
vmà e Si' eàM ài mira il &r« concneara in- 
sifm#»4iY4^i ai>phd. alf^iisonltoriiitaiìaoi degni 
per ìk I990 y^Ji^re o per aJItotL nigi^pe dfeafifen», 
rìpqnls^tì» nqn oredOi oba perpiò^Uleattatfi^ne di 
qi^yQ im. 9hli^ scapitato. Speno asoi di ayer 
falt^ mwiJBitQdiO 210IÌ dal tulfep pmo di m^ 
TÌt% et a u^Mt& avin^ pur iraggruppato in- 
tofffte aA m^ figttTJ^ peiwipate diverse, aj*re 
iD^r^i; le. qpftti . 4 ilU^^toaj^ recifvrooainettte e 
a quella danno e da e^m riaevoao. maggior 
lucp. Ho pfi^pi^o p9) p^fiifsipne. dal Via) psr fcr 
m^gUq cQijppcftre 1^ dottciiW; di alfimaii&crittQri, 
de,i.q^lÌ,o, i^^no^/è c»d«ijtpi «I QÌoìifì Q .h <^ 

p^e soif^p, div^i^t© .r^i?^ qvwi?Q.tr8^»ur»te, e ai 

qusfctì B^M dotbwjRp «s^go^^ ^n pf^ wlla 

stflifìfh d,?)f^ no$itr<^ p^BSÌi^ypf Nf» vprrei p^ò, olie 
al^i qui mi piglias3^ p^ uà di quelli, che sKino 
domfo^ti della sipania. di spuot^re dpjl ve^obi 
libri la poker?, <^ le ali 4^1. te^po: vi hAnnei 
la§.ciato, cadere, per rioidtfprli QeU$^ iQtlW^ co^ 
nxune. lo, cvedp i^vepe, ch^ Tltal^ \^^ più. bi- 
sogna di cpi>Q;^€|3]7e» che di ricostr^iire il 3U(» 
pacato* Vi spnp. ce^rto alpv^ni fcritt^rì, cbe 
acquistano i^n^. grai>de i^pprtaiuf^ spief^ti^ca 
per un tempo lunghissimo; ma questi sono sem- 
pre pochissimi, ed essi soli debbo^q, rioaanepe 
nella lettura comune di una nazione; meatre 



XIV PRePAZKlNE 

cercaiìdo di rimettervi altri, si corre il rischio di 
far indietreggiare là scienza. Cosi non CTediame 
che dopo i lavori del Gall>ippi, del Rosmini, 
del Gioberti e di altri sulla Morale si possa 
rimandare gli Italiani a studiare quella scienza^ 
sui quattro grosd volumi dello Stellini, mal- 
grado gli stemperati panegirici del Mabil (1). 
Ma per questo né .lo Stellitii né gli altri da me : 
esaminati faebno perduto la loro importanza più 
meno grande per la sioria della scienza ita- 
liana, storia della quale ho voluto* scrivere una 
pagina, ma che aspetta ingegno più potente per 
essere finalmente fatta. 

Ho giJL accennato in parte le ragioni, per le 
quali volli consacrare un apposito capitolo ai 
latori che si sonò fettti sul Vico prima di me : é 
una giustificazione del mio e ad un tempo un ( 
dovuto omaggio reso agli altri autori. Certa- 
mente ho dovuto in questo mio studio superare 
fi*a gli altri un gravksimo ostacolo. Non doveva 
egli apparire grande immodestia Y erigermi a 
giudice di scrittori illustri e che avevano trat- 
tato il mio soggetto medesimo? Ma a questo 
inconveniente credo di aver felicemente ovviato, 
professando verso di quegli scrittori tutto quel 
rispetto, di cui sono degni e che sento per loro, 
ma manifestando ad un tempo francaiìiente la 

(1) É fiutore delle Lettere Stelliniane (Milano. 1811), 
libro molto leggero. 



PKEPAUOIVB XV^". 

ima opinione intomo ai loro gradini sul Vico^ 
sansa prevenzione alcuna e con intiera impar- 
zialità. Mi meraviglio anzi, che non si Ciccia cosi 
più frequentemetnte e che sa tenga cosi iSwcil- 
mente fra noi come un affar di amicizia e di 
rélaidone la lode e il biasimo che hoi diamo ai 
libri altrui. 

Ho accennato più sopra ad una gravissima, 
osservazione fattami dal Ferri nel àuo articc^a 
già citato. 

Il Ferri è appunto di quelli, dai quali puoi 
diissentire, senzacbè Egli ti mninuisca la sua 
stima e il suo affetto. Tanto meno ingrato e- 
dìffictle mi riesce quindi il manifestargli franca- 
mente alcune mie idee contrarie in un punto* 
rilevante aUe sue» 

Nel capo xii del mio scritto io rappresento 
còme una decadenza parziale del pensiero del 
Vico la pretesa, che Egli sollevò nella seconda 
Scienza m^ova di voler stabilire a priori, e «dar 
quindi un valore universale ed assolato a quelle 
leggi dei fatti, òhe Egli aveva scoperto penetrando 
coli' acutissimo sguardo nelle storie del passato^ 
Gli è vero che Egli non ibnda tali leggi sopra 
una necessità metafisica, ma le vuol derivare^ 
dalla natura dello spirito umano. Malgrado ciò* 
Egli esagerò, a mio avviso, il valore delle leggi 
storiche da lui trovate, e cadde in ciò, ch'i> 
chiamai eistematismo, per aver Egli voluto con 
quelle non • solo esprimere il corso e la ragione^ 



Xn PRKEAIiOU 

d9gtf;aMVienuBìeoti passati, ufficio, ppofmo detta 
iUmofin d^tta. stom, ma. eziandio deteraiiiiam 
1q «XPlgWfìixto fiatano délF Umanità, cosa che né 
^ qwiìi né ad altra seàonza può, secondo- tne« 
venir» dato ék fare. 

Secondo il Ferri invece il derivtare dai ftviti 
passati per mezzo dell'induzione quelle gene^ 
raliià, che. danno il concetto di tutta un' epoca 
o <(u0llp^ dell* andamanita generale della cìvikà 
tutt'intiera non è ancora la filosofia della storia; 
aaai per £^ questa nop basta neanco il coar- 
dmfire,€ il ridumw alia mjoggiore possibile uniià 
tvkUe h gsneraliéè rie&vade .dai faitiy è necessaria 
Ufi uUiim fttsso e eolkgMe il principio e il 
firn, d^ir inci^ilimenio com le polenaa delia na^ 
tura e l' ordinameìito cosmoloffieo y e Fimo e 
t QÌJkro cpfft In viia del Tulio, a eoli' Assqbtlo. Or 
il Ferri confe^ad. che a tal compito non si 
può soddisfare senisa le dottrine metc^fistchO) 
^ensa dare alle applicazioni di queste ai fiotti 
storici un oi^anismo di scienza^ senza riesdve 
insomma al sistema. Ora lasciando in disparte 
se il Vico sia riuscito o no a trovare il vero si- 
stema di questa Metafisica applicata alla Storia» 
gU è certo che egli si innalzò a poco a poco, 
dioe il Ferri « dal concetto di una scienza sto- 
« rica ricavata dai fatti a quello di una disci« 
« plina superiore, a cui fosse tipo e regola la 
•« verità eterna e il suo principio; dopo co- 
« strutto il suo edifìcia coli* osserN'azione e 



raiPAsiaNB xvn 

M :oolFinduiiaiie eg^ ha créduto^ di p^l^ehie iat- 
« opròiìire la ciàia còUb oóntsmidanone delie 
^ ^gi idlBtutabiii o deUé> idee mi cui «oonre 
« nti tempo e nello apazio la storia dell' itituri-^ 
« ^nità ^. Ora questo tentativo è lodato dalFterri 
BSitti^alinenté^ arni posto come uà» dei meriti 
piteeipali del Vìèo, perchò oon esso Egli iùdicA 
it f^ndmm9$Uo wèico e mditpewBtUKUi di mio 
Véra /lloiofia ditia storiai 
' Non ena p^stiÀie al Ferri trattare ampiamente 
la <{àeBtio]ie in un articolo bibliografico , ma 
Eg^ la^poiv^ in termim> molto ticrtti e pi^ecèd (fl 
obe è tm glande ajuto alla sua solaaionè^iA^ 
oendomi ì seguenti dilemmi: « è po|»ibil« 
4 di " riAvenim' coir indueione dò ohe T iveii- 
«r vìlimento oontien^ di essenziale e di vni^ 
«f v^fsàhi è allóra dentro certi confini ai9r«4e 
4' k/ parte aésohxta é diiftostrabile della stona;, 
W n^n é pdissiiUlè e alloifa la stoHa> non 
« Inaila inai uiid scienza* Inoltre o' si puè oei^ 
« giungete la parte imiversale e dimostra*- 
« bil«' deU^ stòria eo' pinncipii supremi dell' es^ 
« %et^ e della o^ogniaione- per la medisEÌ<taiè 
M delle vérilà* psicologiche è coemologiéhe ed 
« allóra ò possibile la filosofia della stoi»ia> 
« ahrittieMi la storia non' può fer pakl;^ della 
é filoBòÉaf »• ' 

Sigukrdo alla prima parte di questo ragiona- 
mento rispondo non tèssere possibile che^ la 
BtorilBi cbbie tale abbiaf una parte a^oltm e di* 

II 



XVflI FJtAFAZIONB 

mòstrabiUf e che di essa si possa fÌEim una 
sòiehza ^eome quella dei fatti fisici; Noi rpos* 
siamo prevedere e éet^minare i latti avvecdre 
della natura, perché non solo in escii è seeopre 
costintd il soggètto che li' produpe^ ma.eziandio 
sbnu invariabili e quindi prevedibili e cakoki* 
Wli le eoiidicifmi; sotto le quaii àsti iavvei^goitt)^ 
Net fatti iimam la ^ogna oorre ben diveirsah 
meni e. Gli è vero, che anche in essi vi haiui 
elemento costaivle e semlpre ide&tko a» sé^- che 
é la. natura umana,! ib^ questa ai v« contii^a* 
meni» traafomMmdb ed è diversa^ piresso ogni 
pdpolorogni età, ogni .individup« Gli è vero» 
'ché qufsté divertita sono pistrelte entro certi 
liBBàti; ma tuttavia esse sono pur cosi grandi 
e molteplici, lo apirìto umaaò si mostra cosi 
inesauribile nelle sue manifes4;asioni, gli avvor 
nundnti operano su di lui in modo «nei vario 
ed inaspettato, che s altri n^passe anebe l'esir 
atenza nell* uomo del libero arbitrio, dovrebbe 
considerare come un opera qi^asi impossibile il 
vulèr stabilire delle leggi storiche assolute» che 
determinino e ci facciano quindi prevedere i 
fatti stòrici avvenire. Ma il Ferri è ben lungi» 
aòn certo» dal negare V esistensa della . libertà^ 
Ora ammettendo questa non si può in niun 
modo determinare i fotti avvenire dsU'^Imanità. 
^^ Già r accennava egregiamente il Rosinini 
nella ; sua : Fiìmofia della. pQlùicq. combattendo la 
dottrina che vede nella storia un progr^aso 



FRBFASIOIVB XOL 

eoirtinno e lutale. — La libertà, E^i dke, è 
una e0U8a imnflr$ «tiuva, ed ogni volta che 
essa si inetto in 'asione dà orione ad -ùnà 
serie nuova di cause ed effistti.Oi»^ ila libertà 
è propriamente quèlF elemento; che costittiisee 
ogni uomo coinè un individuo distìnto da tUtlì 
gli afóri, e fe, che ciascuno abbia un modo 
suo proprio, una legge propria di agire, e uns^ 
legge che può ad ogni momento modificitfsi. 
— Gli è vere che imieme a questa forza d^l* 
r arbitrio agiscono continuamente anche nel^ 
l'uomo gli elementi' fEifali del suo essere e del 
mecsu) nel quale vìve* Ma ehi ben osserva vedrày 
conte que^ elemtmti fatali non determinano. il 
conftmuto né il valore morale delle adoni del- 
Tiibmo^ ma porgono solamente a questo i meszi 
sic!uri/gU strumenti e le condizioni necessarie per 
cempierle, impónendo loro certe deterimnater 
foimie e ' ceirti liiqiti. Quindi malgrado le legg^ 
costanti, da cai quegli dementi fiottali sono go* 
vernati, intrecciandosi con una causa libera p^o- 
duocoio anch' essi effetti variabili è non sempre 
determlBiabilié 

Perchè ddnque la conoscenza di quelle ci 
dicesse - pur ' conoscere i csaù»i e le sorti futu^e 
deir Umanità converrebbe , che i fatti starici 
fossero unicmMule da esse . determmati , e si 
dovrebbe quindi negare la libertà o rapi)re- 
sentatrfai nelFuomo come un mero conato, ulfa 
fona impotaiite. E in questa ultima dottrina, 



XX FBBFMIONB 

soQ eOBtrettì a cadane ti^t^ colòm, che pur Am-) 
mettendo so/stonziaimente la iibeKtà in Agni inr 
diTÌduòiafiermano, che pìiì Egli va ailargan;d(K 
ii suo cainpo d*^ azione , e più va scemando la^ 
sua libertà; di tal modó^ che mèotne FuotiK^» 
n^Ua «ba vita privata è quasi diel tutto liberp») 
rimaniti coinpie in maggiore o minor iismp^ 
un corso ^talé. 

Ma quesf opinione, quantunque muova dall' os- 
servazione di un fatto vero, non sì può, come 
viene esposta, in nessun modo sostenere cóntro 
la dottrina della libertà. Certameiite si può, 
come vuole il Ferri, trovare nel corso delFinoiM 
vilimento un elemento essenziale e eostante, Qujesto 
è la steisea natura umana, le cui leggi la stooriai 
viane sempre più mirabilmente illustrando. Ma 
r upmo non acquisterà conoscènza perfetta deUa- 
propria natura, né potrà fare la sintesi camr 
pinta delle sue leggi, se non quando rUmanitJL 
avrà termihatò il suo corso mortale. 

Ma al Ferri non basta ancora (almen secondo 
la dottrina, che Egli mi coifitrappone) sottcrmeti- 
tere la storia a leggi costanti ed universali, e per 
quel che pare, determinatrici dei fatti. Egli ver- 
rebbe ancora congiungere queste leggi cxni 
prìncipii universali dell'essere e della cognizione; 
«^ cioè insomma Egli vuol sovrapporre alku 
storia un disegno metafisico trovato coHa spe^ 
coazione ontologica, e coll'ajuto dalla psidok^ia 
e della cosmologia, ma sempre fondato p priari^ 



PBM^JamHU XKf 

$ui pmcipii supremi deir essere. Qui parBìi che 
ci troviamo in un impegno maggior<e ddi primo. 
I prìncipu suprepiì della cogaizione sono quelli, 
che iù guidano necessariamente nel connettere 
tutte le nostre perceeioni e le nostre idee ; essi 
non hanno quindi che un valore formale; in- 
diipandentemente dai latti e dall' idee , cui si 
riferiscono, essi sono nulla , né mi possono in- 
tarno ad essi dir nulla o solamente alcune 
astratte generalità, che non contengono alcuna 
determinazione reale. Quanto ai supremi prìncipu 
dell' essere si può dire lamediesima cosa, quando 
ai ifitendei parlare dell'essere in astratto; se 
s'intende invece il principio supremo della realtà, 
aUora entriamo in una questione del tutto dif- 
lepenrte. Si chiede cioè se è possibile dedurre m 
priori dall' idea di Dio, e della Provvidenza, cioè 
infine dal concetto morale della creazione la 
legge, colla quale si deve svolgere 1' Umanitài 
— Già il Rosmini rispondeva di no» Ed io crede, 
che Egli non avesse torto. 

La credenza in un Dio giusto e santo, in una 
mente suprema e perfettissima, autrice e r^o-^ 
latrice del mondo è il fondamento dell' ordine 
morale ; ma noi con questo sappiamo solo, che 
il mondo é stato creato per un fine buono ^ e 
«he questo fine tsi deve venir realizzando. Ma 
in qual modo e con qual legge costante debba 
con questo connettersi il corso storico dell' Urna- 
irità hai non lo sappiamo. Sappiam solo ckb 



XXII PREFAZIONE 

la vita dell* Umanità si vien compiendo per 
mezzo di un meraviglioso intreccio di forre 
governate da un meccanismo inesorabile e fe- 
tale, con forze libere, individuali, che in mézzo 
a quello si volteggiano, che alle sue leggi ne- 
cessarie devono assoggettarsi, ma che entro i 
limiti da queste stabiliti vanno sempre aggiun- 
gendo elementi nuovi agli antichi, e operando 
quindi in modo, che a ninno è dato di calco- 
larne a priori con piena sicurezza le loro azioni 
e l'andamento di queste in un prossimo avvenire, 
nonché trovare le leggi costanti ed assolute che 
le governino e determinino per tutta la distesa 
dei tempi. 

Ogni individuo deve su questa terra adope- 
rarsi per il perfezionamento proprio e ad un 
tempo mirare al perfezionamento e ai progressi 
dell'intiera civiltà; ma per far questo Egli non 
ha che a consigliarsi colle circostanze partico- 
lari, nelle quali Egli si trova e coi fini pros- 
simi, che a lui è dato raggiungere. Il corso lon- 
tano dell'umanità gli è ignoto; e questo è un 
bene per lui, giacché Egli può meglio cosi ra<5- 
cogliersi sul presente e con maggior animo ed 
energia provvedere alle sue occorrenze e sod- 
disfare alle sue esigenze. Che se Egli sapesse, 
che r umanità in un tempo più o meno lungo 
è destinata a percorrere necessariamente un 
dato corso, cosi volendo una legge cosmologica, 
cosi volendo la natura delle co^e , perchè non 



PREFAZIONE XXIII 

sarebbe Egli tentato di starsene ozioso spettatore 
del loro andamento senza porvi alcuna mano ? 
La filosofia della storia non partirà dunque 
dai principii supremi dell'essere, ma dallo stu- 
dio deir uomo. Essa studierà i rapporti dell'in- 
dividuo colla società e mostrerà come essi si 
sono effettuati nella storia, mostrerà come il 
passato abbia generato il presente, ci dirà dove 
e come siamo venuti, ma non dove si va, non 
la meta finale della vita terrena dell'Umanità. 
— Ma collo scioglimento de' suoi compiti la Fi- 
losofia della storia presenta a questa uno spec- 
chio, nel qu^le riflettendosi Ella acquisti mag- 
gior coscienza di sé, vegga dove ha progredito, 
e dove caduto, e quindi possa frenare i regressi 
e dei progressi farsi scala per dare alle sue 
idee e a suoi sentimenti un' elevazione e una 
purezza sempre più grande. Cosi la Filosofia 
della storia diventa un ajuto potentissimo della 
Morale. Ma essa ne è anche una riprova. Quando 
il Vico vi mostrerà che ogni civiltà si è fondata 
sulla credenza in un Dio e nell' immortalità de- 
gli spiriti, quando vi mostrerà che ogni civiltà 
comincia colle sepolture, colle nozze solenni, 
colla famiglia, colla coscienza del Diritto e del- 
l' Onesto , Egli avrà ben ragione di esclamare : 
Colui che vuol trarsi fuori di quei principii e 
di quegli elementi della vita sociale veda di non 
trarsi fuori da tutta f Umanità. 



INDICE 



Dedica . • • pag. v 

Prefasìone • vii 



Gm^ I. — Cenni biografici .,•••• pag. 1 

Parte Prima. 

Le dottrine minori del Vico. 

Cavo IL — Princìpii metodid del Vico e sua Po- 
lemica contro quelli del Carte- 
SÌaDÌ3W0 •-«.«:«.< » 23 

Capo III. — Il Libro metafisico e le dottrine 

speeolatiTe del Vieo •.«..«* .'^» 88 

Capo IV. — La filosofia giuridica e la filologu^ 

prima del Vico. — Grozio e la sua 
scuola. — G. V. Gravina » 69 

Capo V. — La filosofia morale e giuridica del 

Vico > 88 

Parte Seeontfa. 

La filosofia storica del Vico. 

Capo IV. — I diversi perìodi della filosofia storica 

del Vioo. — npuntoiKpsrteiisaei 
prìncipii fondamentali. — La Prov- 
videnza secondo il Vico » 99 

Capo VII. — Il metodo e i canoni psicologici della 

filosofia storica del Vico » 114 

Capo VIII. ^ I Principi! dell'incivilimento e lo 

svolgimento pofitico e giuridico del- 
l'Umanità nella Filosofia storica del 
Vico. — Cenno sulle sue teorie 
civili e politiche > 126 



Capo IX. •— L'origine e lo svolgimento delie 

lingue, , delia poesia e della mito- 
logia nella filosofìa st«rica del Vico, pag, 142 

Capo X. — La sapienza volgare o poetica e la 

discoverta del vero Omero .... > 166 

Capo \\, — La Storia romana in Vico. — Pa- 

fiagone collo svolgimento posteriore, "■' 
che ebbero questi studii in Ger- 
mania, specialmente nel Niebuhr^ 
^ Schwegler e Mommsen ,,,',,. » 188 

Capo XII. — - I Cor^i ^ fUcor^i M\^ nazioni e il 

sistema storico generale del Vico. » 225 

Capo XIII. ~ Conclusione e Critica generale della 

Filosó/ìa Slorica d«J Vico .:...» 38B 

• Parte Tersa* 



u 



Vico a' suoi tenkpi e presso i posteri, 
lafluenza delle sue idee suHa Scienza Italiana. 



Capì» XIV. ~ Vico e il suo tempo » 249 

< * 

Capo XV. — Vico e i Politici italiani contempo- 
rànei é posteriori, che con lui si 
conpe^t9jpLO,^^ . . .. -^ » 271 

Capo XVI. — I seguaci dei. Vico nel secolQ passato 

e nel principiò dei presente ... » 80& 

Capo XV IL ~^- Vieo « i «mo» ^p^tori e Critici in 

ÌHxm » 368 

Capo XV III -f .Ui (a/Oa 4ei Vico in Germania e 

. .in Francia , » 899 



t 



' . . . . . . / 



« 



■4- 



ERRATA-GOBRIGE 



Fifiia-LiMa 

9 15 Yaltejo Uggì 

4 35 quale come « 

S9 S9 credenza i* 

36 € di Socrate i* 

37 37 (1) IV, 1« 

4S 31 con quello potesse « 

designare 
47 18 «alvarlo C) 
S2 98 cAe sostiene (1) di n 

esse 
54 28 to 9«a/ mr/ù e^ih* * 

nenie è alto di Dio 
56 14 è proposta 
66 85 Ed eccoci 
80 12-13 ricomincia 
93 16 dianoetica 
109 S4 yizìi, pagani 
124 9-10 e fa uguale 

186 32 cui poi 

187 4 giunto 

188 27 Titier, Lucerer 
219 37 Scbwegler 
254 8 des Traf>aux 
337 19 e concepissero 
400 13 percorse solo non 



« 
fi 
« 
II 
1» 

« 

n 
« 
n 

» 

rt 
n 



Vultejo 

quale 

evidenza 

di Aristotile 

(1) VI, 18 

con quello possiamo disegnare 

Sahare 

che sostiene (1); di esse 

la qual virtù eminente- 
mente è allo in Dio. 
è propria 
E così 
comincia 
dianoetica 
vizii pagagli, 
e fa essa uguale 
che poi 
giusto 

Tities, Luceros 
Schlegel 
de TYétfOux 
ed essi concepissero 
precorse non solo 



(*) Correggerà da sé il lettor* altri pochi errori nmili t qaeite. 



Oi i -t" 



CAPO I. 



CENNI BIOGRAFICI. 



La storia degli uomini di lettere è conse- 
gnata nei loro scritti; questi sono le loro imprese. 
Il che vale particolarmente del Vico , il quale 
né cogli scritti né coli' opera prese parte alcuna 
alle cose publiche e agli avvenimenti politici del 
sua tempo, come il Leibnitz; ma visse appar- 
tato tra le sue pareti domestiche e rinchiuso quasi 
tutta la vita nel suo gabinetto di studio. Gli ò 
tuttavia importante il conoscere le vicende anche 
private, in mezzo alle quali un grande pensa- 
tore fu costretto ad avvolgersi, perchè in esse 
troviamo sovente le occasioni, che furono ecci- 
tamento a' suoi studi e alle sue scoperte. Il Vico 
stesso pubblicò una sua autobiografìa dopo la 
stampa della prima Scienza Nuova, in cui pretese 
far la storia delle sue idee, senza riescirvi, come 
giustamente nota il Ferrari; tuttavia essa ci ser- 
virà di guida per conoscer meglio Tuomo e 
aver notizia d'alcuni fatti importanti della sua vita. 

Nacque G. B. Vico ai 23 di gennaio del 1668 
da parenti poveri, ma i quali , dice egli stesso, 
lasciarono assai buona fama di sé; il padre era 
un meschino libraio. Narra egli che a' sette 
anni si fece una frattura al capo, alla quale 
ascrive la sua natura malinconica ed acre, guai 
dee essere degli uomini ingegiiosi e profondi, che 
per l* ingegno balenino in acutezze, pe7* la rifles-^ 



2 CENNI BIOGRAFICI 

sione non si dilettino delle arguzie e del falso. 
Per questo fatto sino a 10 anni non potè ripren- 
dere i suoi primi studii presso i maestri suoi; 
ma egli presto s'avvide dappoi che con questi 
profittava assai poco e si diede a studiar aa sè« 
Studiò dapprima la logica sull'Ispano e sul Paolo 
Veneto, poscia, dopo "un anno e mezzo di scio- 
pero procuratogli dalla stanchezza di tali studii 
prematuri, si mise a studiare la metafisica dap- 
prima con un Ricci gesuita, quindi sui libri del 
Suarez ; finché recatosi un giorno per caso al- 
l' Università e uditovi il prot di giurisprudenza 
Àquadies s'innamorò tutto di quella scienza 
e diedesi subito a studiarla, secondo il solito 
suo, da sé sul Valtejo e sul Canisio ; perché a 
lui piaceva a differenza del metodo predomi- 
nante nelle scuole tener d'occhio sempre alle 
massime astratte e generali d' equità, e si com- 
piaceva ad un tempo di considerare nel diritto 
romano l'importanza delle parole e delle for- 
molo. Cosi egli riesci da sé a studiarvi l'una e 
r altra ragione, e quantunque non fosse addot- 
torato, potè già a 1 6 anni perorare in favore di 
suo padre e vincerne la causa* 

Ma il Vico sentiva un' inclinazione irresisti- 
bile verso la scienza, e non poteva addattarsi agli 
esercizii del foro. Per sua buona ventura trov6 
un protettore in monsignor G, B. Rocca vescovo 
d'Ischia, che T invitò a recarsi a un suo castello 
sul Cilento, dove avrebbe insegnata la giurispru- 
denza a* suoi nipoti, e dove essendo aria con- 
facevole alla sua' salute e ricca libreria, a- 
vrebbe potuto con maggior lena ed agio atten* 
dere ai suoi studi. E cosi avvenne realmente. — 
Talora nella storia dei grandi uomini si sor- 
passano troppo leggermente certi accidenti e 
certe congiunture, che forse hanno deciso della 



CAPO I 3 

loro vita intiera; e questo facciamo tanto più oggi, 
imbevuti come siamo di certe teorie di necessita 
sociali, di leggi storiche che reggano inflessibil- 
mente i grandi avvenimenti e i grandi uomini. — 
Se il Vico non fosse stato nove anni nel castello 
di VatoUa, sepolto- in una biblioteca, lontano da 
ogni rumore del mondo, colla sola compagnia di 
alcuni ragazzi, colla mente libera da ogni influenza 
estranea, coU'animo non distratto da altra cura 
che quella di erudirsi e di cercare il vero, forse il 
suo pensiero non avrebbe preso appunto quella 
cotal via che prese, ed è certo almeno che là si 
fece un'individualità intellettuale, che si senti e 
si fece atto e franco a rivòlgersi contro tutti i 
vecchi pregiudizi della scienza e del mondo let- 
terario del suo tempo (1). 1 nove anni passati 
colà dovettero quindi essere i più fruttiferi della 
sua vita, è là che pose la base, se non trovò 
i principii delle sue dottrine posteriori tutto im- 
profondandosi negli studi dell'antica filosofia e 
dell'antica storia e giurisprudenza. S. Agostino, 
Cicerone, Platone, Aristotile, Tacito passano suc- 
cessivamente , letti, secondo il costume da lui 
raccomandato per ben tre volte, sotto T esame 
e Tinvestigazione del suo ingegno vivo e pro- 
fondo ad un tempo. 

Tornato a Napoli sua patria egli asserisce d'es- 
servisi subito sentito come straniero : e si può 
ben dire che tale vi rimase durante tutta la 

(1) Egli stesso nel suo modo sempre originale scrive nella 
sua Vita di sé: e Vico benedisse non aver lui avuto mae- 
« stro nelle cui parole avesse egli giuralo; e ringraziò quelle 
• selvei» (del Cilento) «fra le quali, dal buon genio guidato 
u aveva fatto il maggior corso dei suoi studi!, senza niun 
a affetto di setta e non nella città nella quale, come moda 
tt di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lelte- 
«» re ». — È noto come il Vico narra di sé in quell'opera 
in terza persona. 



4 CENNI BIOGRAFICI 

sua vita. Triste è il quadro eh' egli ci fa delle 
condizioni del sapere allora nella sua città : Egli 
vi avea trovato la filosofia di Descartes, e spe- 
cialmente la sua fisica salita in grande rinomanza, 
ma la metafisica avvilita e solo citato qualche 

f)asso di Platone per ostentazione, la logica sco- 
astica condannata, voluti a suo luogo gli Eie* 
menti di Euclide, la giurisprudenza filosofica 
negletta, e solo in fiore l'erudita, le lettere vuote. 
Questo quadro del Vico non si schiari mai, come 
vedremo anche dalle sue lettere. , 

Egli giacque in patria trascurato per qual- 
che tempo: per campare avea perfin concorso 
a un posto di segretario della città che gli era 
stato rifiutato, finché resasi nel 1697 vacante la 
cattedra di rettorica all' Università colla prov- 
visione di poco più di 100 scudi annui, l'ebbe, 
e dopo due anni prese in moglie una Teresa 
Destito, figlia di uno scrivano, la quale non 
sapeva scrivere, e nel contratto si firmò col 
segno della croce : « Donna , dice il De-Rosa, 
dotata di puri ed ingeiiui costumi, ma altret- 
tanto sfornita di quei talenti che anche in una , 
mediocre madre di famiglia si richiedono ; » ep- 
pure il Tommaseo narrato il fatto, dice che que- 
sto mostra nel Vico il senno inspirato delUuomo: 
il che ci parrebbe un'ironia poco garbata. — 
Da essa ebbe il Vico diversi figli, cui amò 
teneramente , e specialmente le figlie, e a una 
di queste insegnò a far versi, dèi quali alcuni 
abbiamo stampati. Con esse usava sollazzarsi per 
ristoro delle sue gravi occupazioni, non altrimenti 
di quello, che la storia ci narra di Lorenzo il Ma- 
gnifico e di Enrico IV e che da molti e dal iMachia- 
velli stesso, vien rappresentato quale come una 
cosa strana, come se gli uomini grandi dovessero 
essere sempre in sussiego, e non piuttosto abbiso- 



CAPO I J> 

gnino più degli altri, di fanciuUeggiare alcune 
ore della vita. — Dei figli uno fu al Vico di gravi 
dispiaceri, perchè riesci discolo e dovette esser 
posto per qualche tempo in prigione; Gennaro 
gli successe nella cattedra di eloquenza, e un 
altro, Filippo, mori impiegato di dogana: mirabile 
riconoscenza della patria verso la discendenza, 
d' un tant' uomo ! 

Divenuto il Vico professore di università e ab- 
bandonata cosi la solitudine, nella quale viveva,, 
il suo spirito costretto a comunicare cogli altri, 
le sue idee urtarsi colle contrarie, esse dovettero 
schiarirsi e fissarsi ; e questo è sempre l'effetto 
buono e cattivo della lotta, che essa ci fa esa- 
gerare, per meglio determinarle, Je nostre idee. 
Fortunatamente il Vico non era uno di quegli 
ingegni torpidi e poco elevati, pei quali la. 
scienza è un mezzo per farsi una nicchia neL 
mondo e giunti a formarsi nel mezzo del cam- 
min di loro vita una dottrina qualunque , in 
quella beatamente si cullano sino alla morte.. 
La mente del Vico noi la vedremo invece in 
continuo moto e in continua trasformazione. 

Le sue vedute si allargano ad ogni lettura 
che fa, ad ogni disputa che sostiene^ Egli stessa 
nella sua Autobiografìa ci narra queste vicende 
della sua mente, anzi pretende in essa « con 
« ingenuità dovuta da isterico narrarci fil filo 
« e con ischiettezza la serie di tutti i suoi studii 
« perchè si conoscano le proprie naturali ca- 
« gioni della sua tale e non altra riescita di let- 
« terato » e altrove ci assicura « averla essa 
« meditata da filosofo; imperocché meditò nelle 
« cagioni cosi naturali come morali e nell* oc- 
« casioni della fortuna; meditò nelle sue che 
« ebbe sin da fanciullo o inclinazioni o avver- 
« sioni più ad alcune specie di studii che ad altre. 



6 CENNI BIOGRAFICI 

« meditò nelle opportunitadi o nelle traversie, 
« onde fece o ritardò i suoi progressi, meditò 
« finalmente in certi suoi sforzi di alcuni suoi 
« sensi di diritti, i quali poi avevangli a frut- 
« tare le riflessioni sulle quali lavorò V ultima 
« sua opera della Scienza Nuova, la qual prò- 
« vasse tale e non altra aver dovuto essere la 
« sua vita letteraria » (1). Ma osserva assai bene 
il Ferrari, che il Vico in questa sua esposizione 
<ìadde nella illusione frequentissima e naturale, 
che ci rappresenta la scoperta come uno scopo 
già conosciuto. I lunghi giri e rigiri, i dubbii, gli 
sforzi d'ogni genere che dovette il Vico fare per 
giungere alla scoperta delle sue idee, il Vico 
non li vede più, non ne ha più coscienza. — 
Le sue opere sono già presagite da lui nei 
tatti e nelle letture della sua giovinezza: nello 
studio dei dogmi, in quello della grazia sul Ri- 
cardo egli dice aver acquistato una disposizione 
a meditare un principio di diritto naturale delle 
genti, e Tommaseo dice sul serio, che Vico ebbe 
dal dogma della grazia la prima idea del suo 
sistema; negli studii giovanili di geometria egli 
impara il metodo, che poi seguirà nelle sue 
opere: nelle orazioni, che come professore di 
eloquenza d* anno in anno recitava all' apertura 
dell'Università egli dice ora, dopo la pubbhca- 
zione di tutte le sue opere principali, vedersi in 
esse apertamente, eh* egli agitava un qualche 
argomento nuovo e grande nell'animo, che in 
un principio unisse egli tutto il sapere umano 
e divino (2). E siccome nella soHtudine di Va- 
toUa avea con particolare compiacenza studiato 

(1) Vico — Opere IV, 402. Cito sempre nella 2.* edizio'ie 
milanese del Ferrari dell'anno 1854. Il num. romano indica 
il volume, Tarabico le pagine. 

(2) IV, 358. 



CAPO I 7 

Platone e Tacito, perchè questi, dice egli, con- 
templa Tuomo quale è e quegli quale deve es- 
sere; ora afferma noOì Autobiografia che « Tam- 
« mirazione con tal aspetto di questi due grandi 
€ autori era nel Vico un abbozzo di quel di- 
c segno sul quale egU poi lavorò una storia 
€ ideale eterna » (1). — E lo svolgimento della 
sua mente concepisce il Vico quasi come con- 
dotto dalla Provvidenza (2) verso le sue sco- 
perte, inconscio dapprincipio lui medesimo : sin 
da giovanetto , quando si mise a studiare Pla- 
tone, « incominciò in lui, » narra egli, e ser^za 
avvertirlo, a destarsi il pensiero di un diritto 
ideale eterno , che celebrassesi in una città uni- 
versale neir idea o disegno della Provvidenza» . 
Quantunque possa parere tal volta puerile nel 
Vico questa smania di vi dere in ogni impres- 
sione dei suoi primi anni di studio uu presagio 

(1) IV, 351. 

(2) A testimonianza di quest'idea del Vico noi non pos- 
siamo ritenerci dal riportare per intero qui a pie' di pagina 
un sonetto da lui composto negli ultimi anni della sua vita: 
è il canto del cigno morente, ed è viva espressione della 
infelicità e ad un tempo dell' altezza e religiosità del suo 
sentire : 

Contro un meschino il fato arfnossi, e in lui 
Sue cieche rabbie, in altrui unqua disperse, 
Unto ; e di venen atro il coperse 
Nel corpo e i sensi egri suggetti sui. 

Ma Provvidenza, che soggette altrui 
Le sue nienti non mai volle o soiTerse, 
Quindi il menò per vie tutte diverse 
A scoprir com'Ell'abbia il regno in nui, 

E i fìn spiò di sue mirabili opre 
Sopra le genti, u' tutta ferve ed arde, 
Ch'entro profondi abissi asconde e copre; 

E per tue laudi andrà, già fatto antico. 
Signor, all'altre età future e tarde 
Chiaro in sua vita rinfclice Vico. 



8 ' CENNI BIOGRAFICI 

\ 
\ 

delle sue idee future e del tutto illusorio il 
credersi di spiegarci con questo tutta la sua 
vita intellettuale, tuttavia non si può negare 
che vha in questo una certa verità. Non parlo 
delle vicende dell'animo nostro, dove la cosa è 
certissima e da tutti ammessa, ma anche nello 
svolgimento della nostra vita intellettuale si ma- 
nifestano idee in forma di sentimenti confusi e 
in opposizione a tutte le altre da noi esplici- 
tamente accettate, e quelle oollandar del tempo 
o scompaiono da noi senza lasciarci traccia, o con 
un lavorio interno continuo distruggono in noi 
le altre idee opposte, sinché finiscono per instal- 
larsi a loro vece nella nostra mente. E questo ci 
spiega le molte contraddizioni ed incongruenze, 
che notiamo sovente nei discorsi o negli scritti an- 
che degli uomini meglio pensanti, e come talora 
possa realmente avvenire che gli sforzi di un 
grande ingegno si dirigano dapprima anche in- 
consciamente a un determinato scopo. Espressione 
intima di tendenze varie e in parte misteriose 
del nostro spirito, quelle idee sono ancìie in 
parte frutto di ciò che il Ferrari chiama le pre- 
disposizioni f le quali a torto rimprovera egli al 
Vico -di avere in ,sè misconosciute, mentre egU 
anzi quasi ne abusa nel fare la storia della sua 
mente. 

Lo studio di Tacito e di Platone non doveva 
bastare al Vico per il compimento delle sue idee ; 
dopo quelli finalmente venne a lui in notizia Fran- 
cesco Bacone signor di Verulamio: e anche quii 
sentimenti che la lettura delle sue opere gli sve- 
glia, prende il Vico come seg7ii delie sue idee fu- 
ture. EgH trova più ingegnoso e dotto che vero il 
suo trattato De sapientia veterum, e il poco compia- 
cimento che prova nelle spiegazioni sue intorno 
alle favole antiche, dove Bacone rintraccia an- 



CAPO I 9 

tica sapienza riposta, sono per il Vico presagio 
dei nuovi principii, ch'egli poi avrà trovato, in* 
torno alla sapienza volgare. 

Ma Bacone non fu solo di un vantai^gio ne- 
gativo per Vico: egli ksse e meditò lungamente 
il suo libro De augumentis scientiaru?n, per il 
quale solo lo mette a pari dei più grandi filo- 
sofi antichi. E come pei due caratteri contrarii 
di Platone e Taqito egli ne vedeva la necessità 
di accordarli, ossia, in altre parole, la necessità 
di accordare la filosofia colla filologia, la lettura 
di Bacone e delle sue innovazioni, e il vedere 
che in queste a quel bisogno non veniva sod- 
disfatto, perchè Bacone non s'innalzò troppo né 
alla scorsa di tutti i tempi né alla distesa di 
tutte le nazioni, gli diede animo e consiglio ad 
un tempo di mettersi egli alla nuova opera e 
tentare una novella scienza. Ma a quest'ufficio 
un altro aiuto ed un altro eccitamento gli do- 
veva venire dallo studio di Grozio, cui prese 
più tardi in mano, cioè appena prima della pub- 
blicazione delle Gesta di A. Caraffa. 

Il Vico ammirò specialmente in Grozio il porre 
che egli fa in sistema di un diritto univer-- 
sale tutta la filosofia e la teologia^ servendosi 
di tutta la storia delle cose e di quella delle 
tre lingue ebraica , greca e latina. E cosi agli 
altri tre maestri della sua vita intellettuale , 
aggiunto per quarto il Grozio, il Vico si sente 
tutto pronto ed in armi per entrare in lizza : 
« Con questi studii, con queste cognizioni » cosi 
Egli scrive « con questi quattro autori che 
« egli ainmirava sopra tuttaltri con desiderio 
« di piegarli in uso della cattolica religione> 
« finalmente il Vico intese non esservi ancora 
« nel mondo delle lettere un sistema, in cui 
« accordasse la miglior filosofia qual è la pia- 



y 



10 CENNI BIOGRAFICI 

« tonica subordinata alla cristiana religione con 
« una lilologia, che portasse necessità eli scienza 
« in entrambe le sue parti, che sono le due' 
€ storie, una delle lingue, l'altra delle cose (!) ». 

Queste idee riporta il Vico al tempo che già 
aveva pubblicato il De ratione siudiorum e il 
De antiquissima Italorum sapientia e si prepa- 
rava a stampare il De universi juris uno prin- 
cipio et fine uno, libro che. appari nel 1720 
e col quale il Vico entrava in un secondo pe- 
riodo della sua speculazione, come mostrerò in 
appresso. E si può dire, che qui anche termini 
nella Autobiografia la storia genetica de* suoi 
pensieri; lo pagine seguenti sono piuttosto con- 
sacrate alle polemiche, che ebbe per i suoi 
scritti^ che di mano in mano venne pubbli- 
cando ; non è qui il luogo che noi ci occupiamo 
di esse : sarà oggetto di una indagine poste- 
riore. 

Appare già abbastanza da quanto fu detto 
in avanti come il Vico non adempì al com- 
pito propostosi di darci la storia della sua 
mente : molte idee, molti presàgi dice egli d'aver 
avuto sin dai primi anni di studio, che non 
ebbe certamente ; ne è da credere che Platone, 
Tacito, Bacone e Grozio influissero tutti sempre 
nel modo eh* egli ci descrive e che tutti gli 
studii da lui fatti cosi mirabilmente collimassero 
a quell'ultima meta della sua Scienza Nuova : 
nonché spiegate le lotte, le contraddizioni mol- 
teplici de'suoi diversi Hbri, non ne è pur men- 
zionato il fatto. E specialmente riguardo le idee 
che dice avergli suscitato le prime letture di 
Platone vedremo come la cosa debba esser 
stata ben diversa. A ragione il Ferrari intese 

(1) IV, 867. 



CAPO I 11 

a soddisfare a queir uflicio colla sua Mente di 
Vico ; ma sino a qual punto vi sia riescito lo 
lasciam per ora in dubbio. 

Un anno dopo la pubblicazione del De uni- 
versi juris uno principio et fine uno , cioè nel 
1721 mandava fuori l'altro libro, il De con- 
stantia jurisprudentis, diviso in due parti, De 
Constantia Philosophice e De Constantia Philo- 
logicB e formanti insiem col primo i due libri 
dell'opera // DenV/c universale (Jus universale), 
alla quale aggiunse più tardi delle importantis- 
sime note. Aveva prima di quest'opera pubblicato 
nel 1708 il De ratione studiorum, nel 1710, il 
De antiquissima Italorum Sapientia. 

Poco tempo dopo la pubblicazione del Diritto 
universale vacò una cattedra, di giurisprudenza, 
con 600 ducati di provvisione : toccava alla stessa 
facoltà la nomina. Il Vico vi concorse, e mal- 
grado dei suoi meriti grandissimi e della splen- 
dida prova da lui data nellesame, non l'ebbe. Il 
De-Eosa dice di aver veduti i nomi di tutti co- 
loro che il Vico ebbe rivali ; nessuno /di essi , 
osserva egli, passò alla posterità , tranne di 
uno che pure fu allora posposto. Il Ferrari trae 
da questo fatto una grande ragione per mostrare 
in qual disprezzo tósse il Vico asuoi tempi; ma 
a torto credo io: fatti simili sono pur troppo, 
molto frequenti in ogni genere di professioni e 
sotto qualunque istituzione. Buona era certa- 
mente (e qui noi non abbiamo progredito) l'u- 
sanza d'allora che i propri professori si sce- 
gliesse l'università stessa, ma a che fruttano le 
buone istituzioni e le buoni leggi, quando non 
sono buoni gli uomini che ad esse dovrebbero 
servire ? 

Del resto la cosa sembra essersi fatta per in- 
trigo, che non riusci, dice il Vico, aìiche in per- 



12 CENNI BIOGRAFICI 

sona (li coloro cK erano immediatamente per tal 
cattedra graduati. Ma senza di questo è naturale 
la disavventura del Vico. Gli spiriti mediocri sona 
raramente tolleranti di idee nuove, e il Vico erasi 
dimostrato troppo ardito innovatore, perchè essi 
gliel perdonassero; se i giovani giuristi si fos- 
sero persuasi delle idee sue, avrebbero dovuto 
disprezzare tutti gli altri professori, che, per 
orgoglio, per naturale pigrizia , per amore al- 
l'antico, al tradizionale, non si sarebbero certo 
piegati alle dottrine dell'ultimo venuto. Il modo 
poi, col quale il Vico avea esposte le sue idee, do* 
ve va consolare qualcuno di loro in buona fede 
di aver salvato i giovani da idee oscure e si 
fuori del comune ed esposte in una maniera 
che dovea parere molto stravagante. 

Non molti anni prima riceveva un simile ri- 
fiuto in un'università tedesca un altro grandis- 
simo ingegno, il Leibnitz ; ma questo la fortuna 
doveva largamente compensare di quella prima 
disavventura; al misero Vico quella non sorrise 
più mai, e cosi rimase per tutta la vita sprov- 
veduto di un grandissimo aiuto alle sue grandi 
strettezze famigliari, e privo (ciò che perla scienza 
fu più importante) di un mezzo potente di com- 
municazione, che avrebbe dato alle sue idee 
maggior chiarezza nella sua mente, maggior 
lustro e maggior voga negli altri. In questa 
la sorte gli fu troppo acerbamente contraria; 
e ciò malgrado Egli non ne fece romorose e 
sconvenienti lagnanzenè maledi la patriasua(l), 
ma si diportò in tutto questo fatto con grande 
fortezza e generosità. 

(1) In un sonetto dice : 

La pietosa mia patria onoro o colo; 

E traggo da mia sorte allo conduolo ; 

Che perch'io giovo altrui, luogo non v'agglo. 



CAPO I .13 

Quando il Vico non fosse già grandissimo 
per le sue idee si dovrebbe celebrare il suo 
nome anche solo per le virtù del suo animo, 
se noi fossimo ugualmente sensibili per quelle 
virtù placide, segreta ed intime, che si manifestano 
nella vita privata ed ordinaria, come per le ro- 
morose della vita pubblica. Appena il Vico s ebbe 
accorto che i professori erano a lui contrari, egli 
pon volle cercar di piegarli in suo favore col- 
Vandar attorno , col pregare e col faro gli altri 
doveri onesti dei pretensori ; pensò meglio, come 
dice egli stesso, andare a professare che si ri- 
traeva dal pretenderla. E il buon Vico, niente 
scoraggiato, si rimette con maggior lena a'suoi 
diletti studii, e quando nel 1725 ebbe pubblicata 
la sua prima Scienza Nuova scrive al P. Giacchi, 
eh' egli la deve tutta ali* Università, perche que- 
sta col rifiutargli la cattedra gli aveva in un 
{acito modo comandato che travagliasse questa 
{la Scienza Nuova) alla quale dovevano menarlo 
tutie le altre opere innanzi della sua vita. E si 
oda quali gentili ed elevati sentimenti nutrisse in 
-cuore ! : « Sia per sempre lodata la Provvidenza, » 
scrive . egli nella medesima lettera (1), « che 
« quando cogli infermi occhi mortali sembra 
■m ella tutta severa giustizia, allora più che mai 
« è impegnata in una somma benignità! Per- 
« che da questa opera io mi sento di aver 
^ vestito iln nuovo uomo e provo rintuzzati 
« quegli stimoli di più lamentarmi della mia 
« avversa fortuna e di più inveire contro la 
« corrotta moda delle lettere, che mi ha fatto 
< tale avversa fortuna ; perchè questa moda , 
•« questa fortuna mi hanno avvalorato e assi- 
« stito a lavorai'e quest'opera. Anzi (non sarà 
:« per avventura egli vero , ma mi piacerebbe 

(1) Vl^ 28. 



14 \ CENNI BIOGRAFICI 

« che fosse vero) quest'opera mi ha informato 
« di uno certo spinto eroico, per lo quale non 
« più mi perturba alcun timore della morte, e 
« sperimento Y animo non più curante di par- 
te lare degli emoli. Finalmante mi ha fermato, 
« come sopra un alta adamantina rocca, il giu- 
« dizio di Dio, il quale fa giustizia alle opere 
« d* ingegno con la stima dei saggi, i quali 
« sempre e dappertutto furono pochissimi. » E 
alla fine della sua Autobiografia, tra le poste- 
riori aggiunte , dopo narrato delle inimicizie 
degli altri contro di lui, chiude quel testamento 
della sua vita con queste venerande parole: 
« Ma egli tutte queste avversità benediceva come 
« occasioni, per le quali esso come a sua alta 
« inespugnabil rocca si ritirava al tavolino per 
m meditare e scrivere altre opere, le quali chia- 
« mava generose vendette de* detrattori : le quali 
« finalmente il condussero a ritrovare la Scienza 
« Nuova, dopo la quale godendo vita, libertà ed 
« onore, si teneva per più fortunato di Socrate, 
« del quale facendo menzione il buon Fedro 
« fece questo magnanimo voto : 

« Cujus non fugio morlem si famam assequar 
€ Et cedo ìnvidige dummodo absolvar civis. n 

Chi ravviserebbe in questi passi lo scrittore 
confuso e contorto della seconda Scienza Nuova? 
E si può egli con maggior nobiltà e delicatezza 
esprimere la coscienza dei propri meriti? La 
quale da lui vivamente e profondamente sentita 
e il tratto più ridente della sua vita e quello 
che più ci fa con lui consolare delle sue sventure. 
Malgrado delle lodi che di qua e di là gli 
venivano pur sentiva bene profondamente che 
i suoi tempi non l' intendevano , che essi non 
eran fatti per lui ; ed anzi in alcune sue lettere 
ne cerca e ne espone con tutta tranquillità. 



CAPO I 15 

come si trattasse d*una indagine scientifica, le 
cagioni; vedeva bene come anche molti, i quali 
nelle sue idee e nei suoi principii trovavano' 
alcunché di grande e di straordinario, pur av- 
volti com* erano in credenze diversissime e in 
vecchi pregiudizii non vedevan che quei prin- 
cipii e quelle idee non eran già sogni d'un al- 
tissimo ingegno, ma che sott'essi v'era un fondo 
di verità e un germe di grandissima fecondazione. 
In mezzo a questa piuttosto misconoscenza, 
che disprezzo universale, è tanto più mirabile la 
piena coscienza ch'egli ha di sé. Il titolo stesso 
della sua ultima opera lo dice. Egli ha trovato 
una Nuova Scienza, egli ha dato un nuovo fon- 
damento a tutti gli studii *morali, ha accordato 
la filosofia colla filologia, ha rinnovato del tutto 
gli studii d antichità , trovato una storia ideale 
eterna j quindi nessun dubbio in lui che il suo 
nome passerà ai pòsteri. Egli stesso nella se- 
conda Scienza Nuova dichiara eh* egli scriveva 
per questi e delle sue cose cercava sempre nella 
sua mente, che n'avrebbero pensato un Platone, 
un Varrone, un Scevola. Egli sa d'essere una 
gloria d'Italia, e lo esprime in questa strana ma 
energica maniera : « Il Vico è nato per la gloria 
della patria e in conseguenza deiritalia, per- 
che quivi nato e non in Marocco esso riusci 
letterato (I) ». E altrove; « con qual opera 
Ha prima Scienza Nuova) il Vico, con onore 
aella cattoUca religione produce il vantaggio 
alla nostra Itaha di non invidiare all'Olanda, 
all' Inghilterra e alla Germania protestante ^ i 
loro tre principi di questa scienza, e che in 
questa nostra età nel grembo della vera Chiesa 
SI scoprissero i principii di tutta l'umana e 
divina erudizione gentilesca ». 
(1) IV, 385. 



16 CENNI BIOGRAFICI 

Parrà strano che il Vico avendo un senti- 
mento si grande di sé fosse tanto corrivo alle 
lodi anche verso i mediocri. Il Letterato Febbroni 
che fiori, nella seconda metà del secolo cosi 
scrive di lui nella sua vita con indecorosa fa- 
migliarità : « Taìn bonus erat laudator Joannes^ 
tf ut ceternùatem immortalitatemque hominibus 
« donare posso putaretur ». Il Ferrari insiste 
anche molto su di questo, esagerando secondo 
il sohto suo. Egli scrive : « Non v ha cura, non 
v*ha mezzo, che Vico abbia risparmiato per acqui- 
starsi un mecenate, un proselito per diffondere le 
sue ideo : esemplari delle sue opere ampiamente 
prodigati ai professori, alle bibhoteche, alle 
università, ai dotti, a*gli stranieri, dediche umi- 
liate ai grandi colle frasi più servili ». Il tono 
delle sue lettere non è solo pel Ferrari abituai-- 
mente rassegnato m^ anche invariabilmente umile» 
— Basta leggere il sesto volume della stessa rac- 
colta del Ferrari per vedere quanto inesatto sia 
il suo giudizio. 

Il Tommaseo che su questo punto avrebbe più 
d' ogni altro diritto d* esser severo pur nota con 
verità: «Gran colpa e dell'uomo e dello scrit- 
« tore fu troppo sovente eccedere nelle lodi : 
« colpa 7nen sua che del tempo. » — E che cosi 
fosse basta leggere le lettere e le poesie che 
sono indirizzate allo stesso Vìcq. Un monsignore 
scrivendogli, cosi si esprime: « Le lettere di V. 
» S. illustr. non meno che la sua gran dot- 
» trina sono insomma come i gran fiumi, che 
» quanto più scorrono tanto per via più si in- 
» grossano e si spandono, eoagnano e fecon- 
» dano e rallegrano più le campagne e le terre » 
E vizio antico dei letterati italiani fra loro di- 
laniarsi incensarsi: una critica imparziale o 
oggettiva, come la direbbero i Tedeschi, npn 



CAPO I 17 

ce la siani fatta ancora al giorno d'oggi. E quanto 
alle adulazioni date ai principi potenti, Qni ora 
ne rimprovera tanto il Vico non pensa, che fra 
noi e lui c'è di mezzo la fiivoluzione francese, 
che su di questo almeno portò un grande pro- 
gresso, distruggendo in Italia lo spagnolismo. 
Del resto noi ci scandalizziamo sovente più. 
del dovere delle adulazioni dei letterati e diamo 
loro un valore morale ben superiore a quello che 
esse hanno in realtà; T adulazione vergognosa^ 
interessata, intrigante non si fa con orazioni ma- 
gniloquenti, cogli innocenti artifizii della rettorica, 
né con sonetti o canzoni. E quella di Vico era poi 
talmente ingenua, che non so se sia troppo il 
dirla adulazione anche nel suo senso più bene- 
volo. Il Vico, malgrado il suo ingegno altissimo 
« la sua immensa dottrina, nato com'era in 
grande povertà, vissuto nella miseria e lontano 
da ogni grandezza mondana, aveva conservato 
una certa semplicità, che noi diremmo quasi &n- 
cìullesca; e se nel suo mondo scientifico non tro- 
vava limiti che frenassero il suo ardimento, nella 
vita reale re, principi, cardinaH e papi dovevano 
apparirgli come esseri di altezza inarrivabile, 
verso i quali male le sue parole potevano espri- 
mere tutta la venerazione. Caratterizzano sin- 
•golarmente il Vico a questo riguardo le seguenti 
parole che egli scrive al duca Laurenzano nei 
1734: « Uomini grandi per signorie o per ca- 
« riche sempre danno opere sostenute dalla re- 
ti ligione e dalla pietà dei libri rimasti in 

M celebrità si troverà che le tre parti sono stati 
« scritti da uomini nati nobili, appena la quarta 
« da nati bassi. » Qui non è tutto né adula- 
tone né leggerezza, é il povero popolano di 
Napoli, che esprime il suo profondo rispetto pel 
«uo re, pei suoi baroni, per tutti i suoi superiori. 

2 



18 CEiNNl BIOORÀFICI 

— Quanto Vico è qui lontano dai nostri tempi! 
Ma non laccusiamo dunque con sentimenti im- 
prestati da questi! 

In molti scritti poi l'esagerazione de* suoi elogi 
non è né effetto di adulazione né di leggerezza, 
ma si solo frutto di quell'esuberanza di grati- 
tudine e di affetto, che doveva naturalmente^ 
egli cosi infelice, risentire verso quei pochi Grandi, 
che gli dimostravano simpatia e protezione. Di 
qui la sua ossequiosità verso i Cimini e il suo 
gentilissimo quadro della Marchesa della Pedrella. 

Mk dove veramente importava che il Vico adu- 
lazione non avesse ei non n ebbe dramma, e si 
fii nella scienza; dove ha luogo l'adulazione più 
ftmesta e più vergognosa, quando uri pensatore, 
per gratificarsi altrui e senza necessità estreme, 
sacrifica le sue opinioni e le sue idee. Egli è certo . 
che le novità sue gli procurarono nemici mag- 
giori che non gli abbiano procurato amici il suo 
abbondar nelle lodi; né per questo, malgrado le 
miserie sue e i danni che ne avea, egli si ritrasse 
mai da (quelle , che per lui la scienza era un 
sacerdozio e il farsi divulgatore di verità cono- 
sciute il primo dovere del pensatore. Ce lo dice 
egli stesso nella sua Vita: « Egli (Vico) nel 
professar la sua facoltà fu interessantissimo del 
profitto dei giovani e per disingannarli o non 
larli cadere negli inganni de'falsi dottori, nulla 
curò di contrarre l'inimicizie de'dotti di profes- 
sione. » 

A* suoi nemici si trovano frequenti accenni 
oltreché néìì'Autobiogì'afia anche nelle sue lettere 
e nelle sue poesie, quantunque egli né li no- 
mini, né li designi mai, conforme alla natura 
sua delicata e generosa. Ma essi dovettero essere 
molti ed accaniti, sicché il povero Vico talora 
se ne trovava profondamente oppresso; il che 



CAPO I 19 

non poteva essere solo effetto della sua ìndole 
timida e malinconica, come ci vuol far credere 
il Predari. Gli è vero che il Vico era facile alle 
doglianze, e ne sono forse troppo pieni i suoi 
scritti; ma non mi pare che fosse proclive ad 
esagerare i suoi mali, che d'altra parte erano molti 
in realtà e n aveva da tutte parti e come scrittore, 
e come professore, e come padre di famiglia. E 
diegli odii che s erano addensati sul suo capo ce 
ne dà in una lettera al Giacchi, piena di tristezza, 
chiara prova (1); essa è improntata di tal carattere 
di verità, che noi dobbiamo crederle: da es^a si 
vede, come in Napoli irritati dalle sue novità a 
molti mezzi si ricorresse per abbassarlo; si ri- 
cordan di me, scriV egli , fin dalla mia prima 
giovinezza e debolezze ed errori; le sue opere 
non vengono lette o vengono disprezzate, perchè 
egli non ha ricchezze né dignità e si gli man- 
cano due potenti mezzi da conciliarsi la stima 
della moltitudine (2) ; si lagna che i dotti cattivi 
sotto pretesto di difendere lautorità dei passati 
e sotto colore di falsa pietà gli concitino contro 
odii mortali. Si capisce guindi la grande gioia 
del Vico di avere le lodi di un religioso quale 
il P. Giacchi : non è improbabile infatti, che le ac- 
cuse di religione lanciate contro i libri di Vico 
fossero molto forti, quantunque Egli non ce lo 
lasci intender mai se non alla lontana. Erano 
allora i tempi, che gli ordini religiosi avevano 
in mano grande parte della scienza italiana , 
e che infierivano le più accanite lotte tra i 

(1) VI, 19. 

(2) Così in un sonetto: 

11 cieco insano vulgo estima uom saggio ^ 

Chi tra la turba sa mirar se solo, 
E sé innalzando da vii stato a volo 
Corre mai di fortuna un gran viaggio. 



20 CENNI BIOGRAFICI 

Gesuiti e gli altri Ordini. Notevole gli è , che 
tra i pili caldi amici del Vico si trovino i PP. 
Concina, i più accaniti avversari dei Gesuiti, e 
che i suoi libri più che altrove trovassero spaccio 
e favore nel Veneto, dove questi era^no più odiati. 
A una inimicizia generale di quest'ordine potente 
non è però a pensare, perchè tra le sue relazioni 
troviam pure Gesuiti. Ma gli è facile il vedere 
come essendo la scienza italiana allora da essi 
e dal clero in generale in parte dominata le 
questioni religiose s'intrecciassero assai facil- 
mente colle scientifiche. 

Con tutto questo non si creda che il Vico non 
fosse un buon credente; egli aveva anzi pre- 
giudizii religiosi, comp il dimostra là dove dice 
che si astenne dal commentar Grozio perchè au- 
tor protestante. Ma nelle sue dottrine fu, come 
vedremo, talvolta molto ardito, e questo doveva 
naturalmente svegliar sospetti. 

Pubblicava il Vico la prima Scienza Nuova nel 
1730 in età di 57 anni, e siccome le condizioni 
librarie in Italia non erano allora, pare, migliori 
delle presenti, e il Vico si trovava in grande mi- 
seria, dovette vendere , narra egli stesso , un 
anello per pagare le spese di stampa. 11 cardi- 
nale Corsini, poi papa Clemente XI, a cui l'opera 
è dedicata, gh aveva promesso di stampargliela a 
proprie spese, ma poi al fatto con lettera poco 
decorosa alla sua condizione gli avea disdetto la 

t)romessa. Dopo cinque anni pubblicava il Vico 
a seconda Scienza Nuova : più che una seconda 
edizione un'intiera rifusione della prima. Intorno 
a quest'ultima andò poi preparando correzioni 
ed aggiunte, che occuparono gli ultimi anpi 
della sua vita, e colle quali si formò poi l'ul- 
tima edizione che usci appunto l'anno stessa 
della sua morte. 



CAPO I 



2l 



Ma già dopo la seconda di quelle pubblicazioni 
lattività intellettuale del Vico s'era di molto in- 
fiacchita: la sua salute era già logora dagli 
anni, dalle fatiche e dalla sventura, ed ora gli 
si aggiungevano gravi dolori e travagli di corpo. 
Beco qualche sollievo alle sue miserie l'av- 
venimento al trono di Napoli di Carlo 111 di 
Borbone, il quale datosi a promuovere alquanto 
la coltura intellettuale del popolo, l'unico fra 
quei Borboni, che ciò abbia fatto, rivolse l'animo 
anche al misero Vico e « en atencion » dice 
il decreto scritto in ispagnuolo « a la doctrina 
« que concurre an su Em., y à los trabayos, que 
« ha tenido en instruir por largo espacio de 
« afios la juventud en està R. Universidad de los 
« estudios » lo nominò suo istoriografo con lo* 
stipendio di dùcati 100: tardo e misero com- 
penso alla triste ingiustizia dell'Università, Ma 
i suoi malori andarono aumentando, e il corpo 
gli si infiacchi talmente che anche lo spirito se 
ne risenti, sicché qualche tempo prima della sua 
morte perdette la memoria e cadde' in uno stato 
si miserando , che a mala pena poteva ancor 
riconoscere i suoi figli. — La morte veniva fi- 
nalmente a liberarlo da' suoi mali il 20 gen- 
naio del 1744. 

L'Italia non pianse allora uno de* suoi mag- 
giori e migliori figli; pochi oltre la famiglia 
e gli amici dovettero pigliar parte a quella 
sventura : ci riserbiamo in altro capitolo a nar- 
rare succintamente le vicende della fama di Vico. 
Altri ci perdonerà se noi in questo ci siam forse 
di troppo dilungati in narrar la vita sua, che è 
già abbastanza conosciuta; ma non ci parve che 
quelli che trattarono sinora di lui, si siano molto 
curati di ricercare e mettere in rilievo il carat- 
tere e le quahtà del suo animo, e solo ne tocchi 



22 CENNI BIOGRAFICI 

insnfScientemente il Tommaseo. Abbiamo lasciato 
parlar lui stesso tutte le volte che abbiàm po- 
tuto, che nessun scrittore si dipinge con tanta 
verità e ingenuità ne* suoi scritti; ma gli era 
necessario scegliere i tratti pii; caratteristici, e 
ravvicinarli e legarli nel modo più opportuno , 
perchè rendessero l'immagine intiera del grande 
Pensatore. 

Or che ci par quasi di aver sciolto un débito 
tributando all'uomo l'ammirazione, di cui noi 
lo trovammo degno, entriamo ad esaminarne 
imparzialmente le dottrine. 

Noi divideremo la nostra trattazione in tre 
parti. La prima comprenderà l'esame delle sue 
dottrine minori,- la sua polemica sul metodo 
cartesiano, la sua metafisica, la sua filosofia 
giuridica e morale : essa corrisponderà in certo 
modo anche a una divisione cronologica, in 

Suantochè comprenderà sipecialmente 1* esame 
elle prime opere stampate dal Vico : il Do Ha- 
tione studiorum (1708), il De antiquissima ha- 
lorum sapientia (1710) e una parte del De uno 
universi juris principio et fine uno ^720). 

La seconda parte tratterà della filosofia sto- 
rica del Vico, quale si contiene nello stesso libro 
ultimo citato, nel 2° libro del Diritto universale 
e nelle due Scienze Nuove. 

Nella terza finalmente si tratterà più breve- 
mente della fama del Vico e dell'efficacia che, 
egli ebbe' sullo svolgimento delle scienze da lui 
studiate. 



PARTE PRIMA 



LE DOTTRINE H13Ì0RI DEL VIGO. 



Capo II. 

Principii metodici del Vico e sua Polemica 
contro quelli del Cartesianismo. 

Il Vieo, come si scorge dalla sua stessa Au^ 
iobiografia studiò molto disordinatamente nei 
suoi primi anni. La giurisprudenza romandi e la 
canonica , la filosofia platonica e l'aristotelica , 
l'epicurea e la stoica, la metafisica e la mate^ 
matica, il sapere antico e il moderno facevano 
una confusione da non dirsi nel suo capo, né 
nelle solitudini del Castello di Vatolla la eoi^ si 
migUorò sotto questo rispetto per lui, e quando 
tordo a Napoli la confusione grandissima che 
qui era nella scienza dovette accrescere la sua. 

É incredibile la bassezza degli studii filosofici 
specialmente in quel tempo in Italia, e il Vico 
se ne lagna giustamente. Il Cartesianismo v'in- 
cominciava a trapelare; esso vi fece alcuni sco- 
lari ma non vi fece alcuna scuola: rotto ogni 
legame di tradizione colla splendida epoca pre- 
cedente, cui se avessimo continuato non avrem- 
mo ora avuto bisogno di Cartesio , che .e' inse- 
gnasse il modo di distruggere la scolastica^ si fi- 



24 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

losofava vagamente, ciascuno per sé come per 
trastullo^ senza grandi ed elevati intendimenti, o 
senza consigliarsi coi bisogni e colle tendenze del 
tempo. Cosi i filosofi italiani non sapevano allora 
né ritenere le idee antiche , né aobracciare le 
nuove : Cartesiani, Platonici, Aristotelici vivevano 
gli uni accanto gli altri poco intendendosi tra 
di loro e molto scaramucciando senza venir mai 
a un risultato e senza {ondar nulla come in 
Francia, in Inghilterra, in Germania, dove, ab- 
battuta la Scolastica, era sorta o veniva sorgendo 
una nuova e ricca speculazione. Rotta col pro- 
prio passato, l'Italia guardava ora solo a quello 
d'altrui, e il buon Zanotti si divertiva a conciliar 
Cartesio con Aristotile. 

Le questioni che più tenevano il campo, dopo 
introdotto il Cartesianismo in Italia, erano spe- 
cialmente le cosmologiche, e tra le più impor- 
tanti era quella del metodo nuovo che esso 
introduceva negli studi. Il Vico vi si gettò in 
mezzo col suo abituale ardore, e frammischian- 
dovi le sue reminiscenze classiche e i risul- 
tati discordanti de' suoi studi fatti, si chiari 
per Tuna o per Taltra opinione trascinato più,, 
com'egli stesso confessa neìY Autobiografia da 
certe inclinazioni e sentimenti naturali, che ^li si 
risvegliavano nello spirito, e ch'egli prese poi per 
voci della Provvidenza, anziché dopo un ma- 
turo esame e uno studio condotto con istretta di- 
sciplina scolastica. Gli é un'osservazione gene- 
rale, che si può fare in tutta la storia intel- 
lettuale del Vico, ch'egli non si rese mai per- 
fetta coscienza delle sue dottrine (1), ma qui in 

(1) DI qni nacquero specialraente nella seconda Scienza 
Nuova \ difetti principali della sua dicitura; ina gli è un 
errore volgare il credere, cbe il Vico non sapesse scriver 
bene: quando pure non si voglia parlare dello stile ener- 



CAPO u 25 

questo primo perìodo de' suoi studi ancor più. 
cne ne'suoi tempi posteriori, essendo ancor in- 
certa la meta di essi, e la mente più cor- 
riva alle affermazioni, e quei sensi interni ^ 
cui egli tanto s'affidava, più oscuri che mai e 
assai poco concordi fra loro. E naturale quindi che 
molte contraddizioni e confusioni nei pensieri vi 
siano^ e riesca per noi lavoro assai difficile il ren- 
derli nella loro verità ed esattezza^ e senza dar 
loro maggiore armonia q discordanza di quello 
che abbiano in Vico. — É necessario che il let- 
tore ci segua qui con qualche pazienza. 

La prima questione^ che il Cartesianismo sol- 
levò nella mente del Vico fa quella del meto- 
do, ed è specialmente per risolver questa che 
egli lesse e fece poi stampare nel 1709 la sua 
orazione De ratione studiorum : come da lui 
trattata è questa una questione importantissima^ 
e che si lega strettamente anche co'suoi lavori 
posteriori. Da questo discorso si vede bene, come 
anche in^ questo periodo egli non perdette mai 
di vista i suoi studii di giurisprudenza romana, 
sulla quale doveva fondare poi in grande parte 
le più belle dottrine della sua filosofìa storica. 
E quantunque tanto in questo come nel Libro 
metafisico, che gli tenne dietro, pochi e vacil- 
lanti accenni vi siano ancora della sua Critica 

gìco, dello frasi 6 parole vive ed efficacissime, che anche 
Degli scritti scientifici vi sono , io non so, se fra i nostri 
letterati molti saprebbero scrivere con tanta naturale ele- 
ganza e proprielh, come il Vico in molti suoi piccoli scritti 
e nelle lettere, ma specialmente nelle due orazioni per la 
morie della contessa d'Àspremont e della marchesa Petrelia* 
Cimioi, la prima motto- notabile per nobiltà ed elevatezza 
di sentimenti , la seconda per una delicata mestizia i e 
una semplicità quasi famigliare ma commovente: amendue 
affatto prive della rettorica consueta in tali argomenti e piene 
invece di tranquilla ma vera e sentita eloquenza. 



26 PO^-EMICA CONTBO IL METODO DI CARTESIO 

posteriore ed anzi in molti rilevantissimi punti 
vi sia assolutamente contrario , tuttavia si può 
dire, che le idee da lui svolte nella detta que- 
stione del metodo gli fu come la necessaria 
propedentica 'al suo grande lavoro,, come lo 
sgombramento del terreno, sul quale doveva poi 
camminare. 

La critica, che Vico fece del metodo carte- 
siano è però talmente intrincata e confusa, spe- 
cialmente per la poca esattezza del linguaggio, 
che essa venne totalmente fraintesa dai due 
migliori , che abbiano espressamente trattato 
del Vico, cioè dal Ferrari e dal Tommaseo. Ci 
convien dunque ricercar la cosa con pazienza 
e confrontare i diversi luoghi, nel quale il 
Vico ne tratta; si vedrà anche in questo modo 
qual coscienza sì faceva il Vico del metodo da 
lui stesso seguito nelle sue speculaaoni. 

Due cose distinte quantunque strettamente 
legate fra loro combattè il Vico nel metodo di 
Cartesio, senza però rendersene perfetta co- 
scienza, voglio dire i principii sui quali il me* 
todo si fonda e il processo stesso dfa lui usato. 
Il Vico comprende tutto questo talvolta sotto il 
nome di Critica, tal' altra di Metodo geometrico, 
tal' altra ancora di Analisi. E siccome sotto 
l'espressione di Metodo geometrico intende talora 
il Vico anche tutt' altra cosa, anzi l'opposta, di 
tal guisa, che spesse volte afferma seguir egli 
ne'suoi libri un metodo geometrico, e nella se- 
conda Scienza Nuova dichiara apertamente che 
la nuova scienza da lui fondata procede ap- 
punto come la geometria, il Tommaseo se la 
districò con dire, che il Vico chiama geometrico 
cosi per modo di dire, quel della Scienza 
Nuova (1), e il Ferrari in più luoghi della sua 

(1) Tommaseo, Studii critici, p. 34. 



CAPO II 27 

Mente afferma, il Vico aver combattuto Cartesio, 
ma poi aver finito di accettailb e seguirne il 
metodo ne'suoi stessi libri. Quantunque il Vico 
non sia andato esente di molte contraddizioni 
non è però credibile che nel medesimo scritto, 
a poche linee di distanza, col medesimo pen- 
siero, condannasse tanto il metodo geometrico 
di Cartesio e sostenesse nello stesso tempo, 
•come fa, che gli antichi si salvavano da' suoi 
inconvenienti, col far studiare ai ianciuUi la 
geometria come logica ; ed egli stesso ne' suoi 
principii pedagogici raccomanda sempre ' ai 
Rovani lo studio della geometria. A risolver 
queste contraddizioni basta V osservazione, non 
mai espressa dal Vico, che la geometria, dopo 
le innovazioni di Cartesio , procede con due 
metodi, paralelli fra di loro, il sintetico > che 
•è r antico, e Y analitico introdotto da Cartesio 
«tesso e perfezionato assai da' suoi successori. 
Questo metodo consiste sempliciemente nel rap- 
presentare con cifre o numeri le forme geo- 
metriche, per il quale artifizio si rese possibile 
Ja risoluzione di moltissimi problemi, che prima 
non era, facendosene felicissime applicazioni a 
tutte le diverse parti della matematica. Quando 
■dunque vediamo il Vico disapprovare il metodo 
geometrico convien intendere questo di Cartesio,- 
il metodo analitico, non l'altro procedente come 
l'antico coi ragionamenti tatti sulle forme geo- 
metriche. Ma è evidente che il Vico combattè 
quel metodo senza molto conoscerlo; altrimenti 
Égli non avrebbe pigliato l'analisi e la sin- 
tesi delta matematica come sinonimi del me- 
todo deduttivo e induttivo della filosofia, coi 
quali quelle hanno ben poco a che fare; non 
avrebbe confuso le forme platoniche colle forme 
geometriche ed affermato nel Libico metafìsico. 



28 POLEMICA CONTEO IL METODO DI CARTESIO 

che la geometria sintetica era tum opere , tuia 
opera certissima^ mentre i analitica 'era solo certd 
opere non opera, (cioè nerisultati non nel pro- 
cedimento) perchè la prima a minimis in infi- 
nitum per sua postulata procediti la seconda 
quia ab infinitos rem repetit, et inde descendit 
ad minima, non avrebbe infine disconosciuti i 
servigi grandissimi resi alle matematiche dal 
nuovo metodo iniziato da Cartesio, e detto che 
esso non avea altro effetto che di renderle più 
facili, mentre nel tempo stesso, specialmente le 
meccaniche, ne erano del tutto rese infeconde; 
trovando egli che ogni grande scoperta meccanica 
si sia fatta appunto prima dell'analisi cartesiana 
o, a dispetto di essa. Scuseremo questi errori 
del Vico quando penseremo che i suoi studii geo- 
metrici egli li fece sopra Euclide e non andò 
più in là della quinta proposizione, confessando 
egli .stesso di non averne capito molto, e tro- 
vando che quello studio poneva in ceppi ed an- 
gvstie la sua mente già avvezza col molto stu^ 
dio di metafisica a^ spaziarsi nell'infinito dei 
generi (1). In una cosa sola nella sua guerra 
contro il metodo analitico delle matematiche» 
ebbe ragione il Vico, a mio parere, ed è nella 
raccomandazione che esso fa, che l'algebra non 
venga di soverchio introdotta nell* educazione 
intellettuale de'giovani, perchè tende a renderne 
gli ingegni troppo meccanici. 

Ma era in un altro ordine che il Vico do- 
veva con maggior efScacia combattere il metodo 
cartesiano, cioè nella filosofia. stessa : è notabile 
l'ardore e la costanza colla quale il Vico lavorò 
intorno a quest'opera. Gli è che appena il Car- 
tesianismo si ebbe sparso in Italia, egli vi scorso 
quasi d'un tratto istintivamente il nemico più 

(i) IV, 336. 



CAPO II 29 

formidabile de' suoi studii, delle sue tendenze, 
delle sue aspirazioni scientifiche. — In questa cri- 
tica del Cartesianismo che fa il Vico, non ci sarà 
però difficile ravvisare due parti, Tuna chiara, 
netta, precisa, che si ripete nelle diverse opere 
coi medesimi sentimenti, quasi colle medesime 
parole , Taltra alquanto incerta e confusa. La 
prima non riguarda il metodo cartesiano in sé 
istesso, ma si nel suo abuso, nella sua applica- 
zione a discipline, cui secondo il Vico non con- 
viene , la seconda invece riguarda il metodo 
considerato in sé e in tutte le sue applicazioni. 
Quanto alla prima parte non poteva esservi 
sopra certi punti componimento tra Vico e il Carte- 
sisJnismo. Ei'a inerente allo spirito di questa dot- 
trina un'avversione e un disprezzo grandissimo 
contro ogni studio di erudizione, contro l'autorità, 
contro le scienze storiche e filologiche. Ogni senso 
storico infatti mancò assolutamente a questa scuola, 
•e il Malebranche, uno dei più insigni di essa si 
meraviglia come mai vi siano uomini che si oc- 
cupino tanto di sapere che abbia pensato Aristotile 
p. e. intorno all'immortalità delVanima ; l'essen- 
ziale é di sapere, dice egli, se l'anima sia o no 
Immortale. Ver il Cartesianismo infatti quelle 
Terità, che propriamente importava sapere, eran 
le verità eterne, quelle verità di cui noi pos- 
siamo acquistarci una percezione chiara e di- 
■Stinta per la loro naturale credenza o colla 
dimostrazione deduttiva. Niente poteva esservi 
•di più contrario alla mente di Vico , che sen- 
tiva tanto profondamente l' importanza degli 
studi storici, e doveva presto sentirsi chiamato 
alla loro riforma. Dall'altra parte poi fornito come 
•egli era di grande senno pratico e da quel' ca- 
rattere di universalità che é proprio dei grandi 
ingegni e fa loro sentire il bisogno di soddisfare 



30 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

a tutte le tendenze dello spìrito, si accorse pre- 
stamente della roanchevolezza di quelU. teoria , 
della impossibilità di usarne nella vita pratica^ 
e del guasto che recava all'esercizio di molta 
facoltà e discipline dell'uomo. 

Egli rivendica vivamente i diritti del verosimile- 
contro la scuola cartesiana, che non vuole.se non 
la verità assoluta e non ammette altra ricerca 
della verità, che quella, che si fa dentro di noi col 
criterio della percezione chiara e distinta. Per 
il Vico invece hanno grande importanza anche 
quelle verità, che ci vengono dal di fuori di 
noi, dall'autorità e dall'esperienza le quali si 
debbono appunto ricercare colla Topica nella 
studio degli oratori, degli storici, dei poeti e 
delle lingue nelle quali essi parlarono. Ma il 
Cartesianismo disprezza tutto questo. « Come se 
« i giovani, » scrive egli nella bellissima lettera al. 
Solla, « dovessero uscire nel mondo degli uo- 
« mini, il quale fessesi composto di linee, di nu- 
« meri e di specie algebraiche empiono loro il 
« capo de' magnifici vocaboli di dimostrazioni, 
« di evidenze, di verità dimostrate e condannano- 
« il verosimile, che è il vero per lo più che 
« ne dà quella regola di giudicare, che è un 
« gran motivo di vero ciò, che sembra vero- 
ne a tutti alla maggior parte degli uomini; 
. « di che non hanno più sicura i politici in 
« prender loro consigU, né i capitani nel gui- 
« aare le loro imprese, ne gli oratori in con- 
« durre le loro cause, né i giudici in giudicarle,. 
« né i medici in curare i malori de' corpi, né i 
« morali teologi in curar quelli delle coscienze,. 
« e finalmente la regola suprema sopra la quale 
€ tutto il mondo si acquieta e riposa in tutte 
« le liti e controversie, in tutti i consigli e prov- 
« vedimenti, in tutte le elezioni, che tutte si de- 



CAPO II 31 

« terminano o con la maggior parte de voti » (!)• 
Come si vede gli è specialmente nolleducazione 
intellettuale che il Vico voleva lasciato in di- 
sparte il metodo cartesiane^. E questo si collega 
con un suo canone pedagogico, ripetuto in 
più luoghi delle sue opere con molta viva- 
cità e che dà prova del suo grande buon 
senso. Nel De natione afferma che la critica 
volendo non solo allontanare i giovani dal falso, 
ma da ogni qualunque sospetto di falsità, ci fa 
abbandonare tutti i veri secondarii e le cose 
verosimili ugualmente che le false; quindi i 
giovani si rendono affatto impotenti alla vita 
pratica, perchè con quel loro metodo critico 
non possono mai far acquisto delia sapienza, 
le cui norme non si deducono da un'idea 
astratta, ma dalla conoscenza della natura e 
delle cose umane, che sono in continua muta- 
bilità; e a differenza della scienza, che di di- 
versi effetti ricerca una causa unica, essa cerca 
di un effetto più cause per venir poi a capo 
della vera, e come la scienza si aggira nello 
cose somme dell'uomo, cosi la sapienza nelle 
minime: cosa ugualmente importante, dice il 
Vico, perchè mentre i dotti non sapienti, che 
conoscono le cose solo ^er le generali; rom- 
pono negli scogli della vita, i dotti sapienti sanno 
pigliar gli uomini come sono e da questo con- 
durli a quel che devono essere. Ed è notabile 
assai questa concordanza di pensiero del Vico 
in tempi cosi lontani , e che dopo si grandi 
trasformazioni della sua mente in questo sia 
sempre stato conseguentissimo a sé (2). 
Nella sua Autobiografia e nelle Scienze Nuove 

(1) VI, 15. 

(2) Scriveva infatti il De Ratione nel 1708 e la lettera 
al Solla Dcl 1729. 



32 POLEMICA CÓNTRO IL METODO DI CARTESIO 

si lagna pure fortemente contro il sfetema pedar 
gogico del suo tempo, e vi nota altri inconve- 
ijienti : egli trova male che i giovani s avezzino 
si prematuramente agli studii di critica meta- 
fisica e d algebra; perchè con questi i giovani 
portati innanzi tempo a giudicare, cioè a giu- 
dicare prima di ben apprendere, contro il corso 
naturale delle idee, che gh uomini • prima ap- 
prendono, poi giudicano, finalmente ragionano^ 
ne diviene la gioventù arida e secca nello 
spiegarsi, incapace di grandi sforzi^ di analisi, 
di lavori di lunga lena^ e tale che senza far 
mai nulla vuol giudicare di ogni cosa (1). 

Non si può abbastanza ammirare il buon 
senso del Vico in questa parte della sua critica 
cartesiana s* anco qualche volta sia stato poco 
esatto nel rappresentar le dottrine che combat- 
teva. Il Vico era perfettamente nella sua ragione: 
quella pretesa di tutto ridurre a scienza, dì rego- 
lare la nostra vita con principii assoluti, trovati 
dal nostro pensiero a priori, astrazion fatta della 
vita stessa, quella pretesa era ridicola. La cri- 
tica del Vico va a colpire anche un altro colosso 
della moderna ammirazione, V Hegel, che guarda 
dall'alto tuttociò che forma il senso comune e 
le opinioni volgari degli uomini : nessuna cosa 
ha vero valore per lui, se non se n'è trovato 
la necessità e assolutezza sua, se non e fatta 
eterna ed assoluta dalla filosofia : tentativi, di 
cui si può ammirare l'ardimento, in cui altri 
può trovare la vera filosofia, ma, che fanno pa- 
rere a molti questa scienza, come un sognare 
all'impazzata senza nessuna utilità (2). 

, (1) IV, 307 ; V, 101. 

(2) Così il Vico rilevava eloqucDtemente i pregi della 
morale pratica pungendo acutamente quella dei nlosofi nella 
sua bellissima orazione per la morte della contessa d'Aspre- 



CAPO II 33 

» 

. Il Vico riprovò anche Tuso del metodo car- 
tesiano nelle fisiche, perchè la natura, die' egli, 
potrebbe esaere ben diversamente formata da 
quella , che i Cartesiaiù col pensiero si son 
iabbricata. Parrebbe dunque che secondo il Vico 
si dovesse sQg^ir^ il metodo sperimentale; ma 
egli mostra di non conoscer questo gran fatto ; 
gii è che tanto nelle fisiche come nelle mate- 
matiche il Vico era assai digìuiK) di 'studia e 
cognizioni moderne; quindi qui trova a ridira 
^1 metodo cartesiano, perchè toglie alle fisiche 
l'eloquenfsaj e loro dà un procedimento astratto 
e severo che loro ,non conviene: vuole ch« 
studiamo la Fisica come filosofi^ nempe ut tmir 
mum componamus ; e quel che è più singolare si 
è che egli cosi contrario a queste teorie fìsiche 
cartesiane, ai sistemi medici ecc. nell'Autobiografia 
accetti poi le definizioni del caldo e del freddo 
quali col suo metodo trovò Cartesio ed anzi ne 
taccia uso per iscoprir la natura delle febbri, e 
pretendesse poi, come vedremo, nel Libro ^me^ 

mont: «Vengano ora a petto di questa filosofìa » (la morale 
pratica della contessa iaformata a principii cristiani) e i 

< SaVj di Grecia, i quali o dentro ì deliziosi orticelli degli 

< Epicurl, per le spaziose e magnifìche logge de' Zenoni 
« dipinte da' divini pennelli, o per li luoghi e verdeggianti 
€ viali delle Accademie piantati di vaghi ed ombrosi pla- 

< tani, e preveduti a dovizia di tutti, i comodi umani, né. 

< nauseati né afflitti o da mogli che infantano o da' figlioli 

< che ne' morbi languiscono, con tumor di parole o con 
« arguzie d' argomenti ragionano deir imperio della virtù 
« sopra il pazzo regno della fortuna; a cui, per giugnere, 
e insegnano o pratiche di vita impossibili alla eondizionf) 
e umana, e con gli Stoici disumanarsi e non sentir passione 
e alcuna ; o pericolose con gli Epicurei, da sette di filosofi 
f a divenire brutte mandre di porci, regolando i doveri 
« della vita col piacere dei sensi; o dar leggi e fondar re- 
« pubbliche nel riposo ed all'ombra, che non ebbero altrove 
«- luogo che nelle menti degli eruditi. » 

3 



34 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

ta/isico, Stabilire una fisica sopra una metafisua 
propria. 

Ma il Vico non volle solo limitare l'uso del 
metodo cartesiano, perchè anche nelle scienze^ 
alle quali esso si può applicare, che il Vico però 
noi^ determina mai^ egli lo trova imperfetto, 
qualche volta an^he falso. 

Talora egli dice come regela generale che i 
due metodi, fl critico e il torneo, si debbono 
contemperare insieme, perchè si possa avere la 
verità, me'ntre il Cartesio si attien solo al primo ; 
e questo, dic'egli, è tanto più erroneo inquantochò 
la Critica deve venire dopo la Topica, come pro- 
cede lo stesso genere umano nel suo svolgi- 
mento intellettuale (1). La Topica in&tti è queUa 
che ci conduce alla ricerca delle idee, la Critica 
quella che ce ne fa esaminare il valore : senza 
la Topica non rimane nessuna cosa alla Critica» 
intorno alle quale esercitarsi, essendo quella 
che apparecchia la materia per ben giudicare, 
poiché non $i giiMiica bene^ se non si è eono^ 
sciuio il tutto della cosa e la topica, è Parte in 
ciascheduna cosa di ritrovare tutto quanto in 
quella è (2). , 

Lo stesso pensiero avea già espresso nel De 
antiquissima italorum sapitntia (3), dove af- 
ferma essere stato ugualmente nel falso gli 
Accademici e gli Stoici, quelli perchè usavano 
solo della Topica e questi della Critica. — E cosi 
il criterio cartesiano della percezione chiara e di- 
stinta può solo aver valore, quando si sono colla 
Topica studiate tutte le relazioni della cosa; 
certamente però studiata colla face critica, per 



(i) V, 288. 

2) IV, 887. 

3) II, 101. 



ì 



CAPO n 35 

il che dice il Vico^ per omnes versasse Topicm 
ipsa Critica eriL 

Da questi passi sembrerebbe, eh* egli non 
condanni che 1* esclusivismo del metodo carte*- 
siano, e lo trovi giusto quando sia contemperato 
col suo metodo topico. Da ahri sembrerebbe 
invece, eh' egli lo voglia addirittura rifiutato dal 
sapere umano, identificandolo col Sorite degli 
Stoici e col Sillogismo aristotelico. Ma il Vico 
s'era fatto talmente idee incerte e confuse 
sopra Platone^ Aristotile, gli Stoici e i Car^ 
tesiani, che immagina tra loro oppositioai o 
somiglianze, che in realtà non esistono (1). 
Facendo nella Scienza Nuova la storia detto 
umane idee, egli trova che prima di Aristo* 
tile, introdotta da Socrate la Dialettica con 
r induzione di più cose certe ch'abbian rapporta 
alla ^osa dubbia, della quale si questiona, ossia 
la via unitiva , ne venne che a suoi tempi e a 
quelli di Platone « sfolgorava Atene di tutte 
« l'arti nelle quaU può essere ammirato Tumano 
« ingegno, cosi di poesia, d'eloquenza, d' istoria, 
« come di musica, di fonderia, di pittura, di 
« scoltura, d* architettura. Ma poi venuto Ari* 
« stotile, che introdusse il Sillogismo, il quale 
« è un metodo che piuttosto spiega gli univer-» 
« salì ne' loro particolari, che unisce partico* 
« lari per raccogliere universaU; e Zenone col 
« Sorite, il quale risponde al metodo de'moderni 
« filosofanti » (i cartesiani), « che assottiglia, 
« non aguzza gì* ingegni : e non fruttarono al- 
€ cuna cosa più di rimarco, a prò del genere 
« umano. Onde a gran ragi(»ie il Verulamio 
« gran filosofo ugualmente e politico, propone, 

(1) La Storia delia filosofìa €ra tra le cognizioni più 
deboli del Vico: per questo non venne mai perfettamente 
in chiaro né del proprio sistema né di quello d'altrni* ' 



36 POLEMICA CONTRO IL METODO DI CARTESIO 

« commenda ed illustra, l'induzione nel suo 
« Organo » (1). — Cosi il Vico confonde il 
metodo induttivo di Bacone col dialettico di 
Platone e colle sue norme del senso comune 
e dell'autorità del genere umano, per farne poi 
un contrapposto col Sillogismo di Socrate e 
col Sorite degli Stoici, tutt'uno per luì col me- 
todo cartesiano. 

Non bisogna però credere che malgrado l'o- 
scurità e la confusione non vi sìa anche in queste 
idee del Vico una parte di vero, che gli apparve 
in modo vago alla mente sin dai primi anni 
delle sue pubblicazioni. E infatti in quel capi- 
tolo del suo libro metafisico, dove si parla delle 
idee e dei generi, distinti gli universali plato- 
nici dagli universali aristoteUci^ per i quali .egU 
intende le generali categorie dell'essere, osserva 
molto giustamente che oltreché essi sono inutili 
alla vita pratica, alle arti, all'oratoria^ ecc., anche 
il ragionare per essi nella scienza confonde, 
com'egli dice^ le forme che sono individue, in- 
troduce significazioni . vaghe e troppo larghe , 
dalle quaU nascono le omonimie, gii equivoci e 
mille pregiudizii filosofici. Egli vuole piuttosto 
ohe la. mente sia libera di forme particolari 
(exempla) e si presenti alla cognizione tn/far- 
mis quodammodo, quo faeilius specierum induat 
formas (2). Non vi son dunque solamente forme 
individue, come egli prima aveva dettò: Egli 
vuol che si ragioni colle forme metafisiche e 
queste come lo dice apertamente nelle Risposte 
al Giornale àei Lellerati sono appunto prive 
d!ogni forma particolare; altrove queste forme 
vengono identificate cogli universali platonici, 
cioè colle sue idee o archeùpi, i quali, se- 

(1) V, 239. 
(2). n, 74. 



CAPO II 37 

condo il Vico, di grado in gfado ci conducono 
sino all'idea ,più perfetta, a quella di Dio ottimo 
massimo. — E inutile notare qui gli errori storici 
e le incoerenze del Vico, le quali sono gran- 
dissime. Ma l'idea principale è giustissima: il 
Sillogismo aristotelico, ragionando per principii 
universali, non conduce in filosofia a trovare 
alcuna verità, perchè suppone già conosciuto 
vero nella premessa quel che si deve dimostrare 
nella conseguenza. 

Non meno seria è Tosservazione che Vico fa 
contro il criterio stesso che Cartesio pone a capo 
della sua filosofia, cioè la percezione chiara e 
distinta « il quale, dice il Vico, è tale che non 
€ definito è più incerto di quel d' Epicuro, che 
« il senso evidente di ciascheduno, il quale ogni 
« passione ci fa parere evidente, conduce di leg* 
« gieri allo scetticismo ■ (1). E il Vico oppone a 
questo criterio cartesiano il senso comune, l'au- 
torità del genere umano. Vedremo più tardi 
qual sia stato il metodo che egli ha creduto di 
tenere e quel che ha tenuto realmente nelle 
sue ricerche storiche, dove si manifesta tanto 
contrario al procedere dei metafisici e dei Car- 
tesiani specialmente. — Noi vogliamo ora trattare 
quella parte del lavoro intellettuale del Vico, che 
riguarda più specialmente la filosofia speculati- 
va, e nella quale egli pure usò il metodo tanto 
da lui condannato dei Cartesiani, cercando di 
fondare una fisica sopra una metafisica propria.. 
Questo egli fece nel De andquissima Italorum 
sapientia^ che il Vico chiamava il Libro meiafi* 
sico. Gli è questo dunque che noi dobbiamo ora 
esaminare còlle dottrine che vi si rannodano. 

La trattazione non sarà molto amena né di 
molto vantaggio scientifico ; ma gli è necessaria 

(1) IV, 16. 



38 METAFISICA DI VICO 

per liberarci dal pregiudizio, che il Vico sia 
stato un grande filosofo speculativo. — S'altri 
non rha né si diletta di tali studil può lasciar 
di leggere il seguente capitolo. 



Capo III. 

Il Léihro niei^ fisico 

e le dottrine speculative del Tioo. 

Questo libro forma una strana anomalia nella 
^oria del pensiero di Vico; esso è contrario 
a tutta la sua vita scientifica, alle sue tenden^ 
ze, ai principi! e al metodo che quasi incon- 
:sciamente applicò poi nelle sue ricerche storiche. 
Il discorso sopra il Metodo degli studh quantun- 
•que composto due anni prima, si rannoda molto 
più con tutie le sue opere posteriori ; colà in- 
iatti son già posti certi principii, e già accen- 
nato il metodo che ritroveremo nel biritto unù 
versale e nelle Scienze Nuove; colà si scorge già 
qualche frutto dei severi e larghi studi che anche 
in mezzo alle preoccupazioni cartesiane faceva 
intomo ai fatti storici, e specialmente intorno alla 
giurisprudenza romana, la cui meditazione do- 
veva essere fondamento principale delle sue sco- 
perte scientifiche. Nei De anttquissima Sapientia 
non troviam quasi nulla di tutto questo. Esso non 
tocca i suoi studi in alcun punto importante, tran* 
ne che in un solo e con tali concetti^ che il Vico do- 
veva poi rigettare con tanto splendore di scienza. — 
Non ò quindi a meravigliare se nelle Bue opere 
posteriori non si trovino che pochissime e.leg- 



CAPO ni S9 

gerì tracee 4ei peosameiiti di questo libro (1). E 
fii fortuna per Vltalm e per la scienza ch'egli abbia 
ingenuaniente creduto di aver in esso fondata 
un compiuto sistema di metafisica, sicché triin- 
^uillo comB di un dovere soddisfatto, più non 
SI occupasse di quelle sue metafisicherie e si 
volgesse a quegli studi , pei quaU egU aveva 
realmente ingegno e vocazione e sui quali do*- 
veva fondare la sua grandezza scientifica. — 
Il Vico compose questo suo libro in quel tempo 
ohe il suo animo era nella sua maggior op- 
posizione contro il Cartesianismo, e quanao 
insieme studiava con ardore la sua diletta giu- 
risprudenza romana^ avendo sempre locchio per 
più addentrarsi nella natura di questa, e secon- 
dando rinclinazione propria, alle formole giuri- 
diche e all'origine delle parole che vi si con- 
nettono, Je quali, come ò noto, hanno una 
parte importantissima nel Diritto romano. Al 
Vico , preoccupato allora di cose metafi^he 
parve di trovarvi là dentro una filosofia di cui 
bastava raccogliere le sparse membra per avere 
un sistema compiuto. A lui parve un gran fatto 
questa scoperta, e della quale dovette aver in 
sulle prime una gioia grandissima. Ed in ve*- 
rità effli avrebbe con essa tolto ogni forza a 
tutte Te opposizioni che i Cartesiani facevano 
agU studi storici, mostrando col fatto come in 

Juesti si trovava la verità meglio che nelle loro 
eduzioni analitiche. 

Egli osserva esservi anche nelle lingue mo- 
derne molte espressioni e parole di senso filo- 
sofico, il cui uso ristretto dapprima fra gli scien- 
ziati e gli eruditi si sparse poi anche nel volgo:, 
nello stesso modo devono essere nate quelle pa- 

(1) Che però non li avesse ma! rigeltiato lo prova una 
lettera al Gaeta che è del 1737 (VI, 106). 



tó METAFISICA 2)1' VICO 

role latine, dalle quali il Vico Vuol trarre la 
sraa filosofìa ; e siccome ì Latini si diedero asssd 
tardi alla filosofia^ cosi egli immagina, che quelle 
parole abbiano essi inav vertentemente accettate 
da quei due popoli, che anticamente in Italia* 
possedevano una sapienza filosefica, cioè gli Joni 
e gli Etruschi, i quali ultimi seeondo Vico fu- 
rono nella geometria e nell'architettura ante- 
riori ai Greci. > 
' Ma il Vico doveva egli stesso distruggere il 
fondamento di questo suo edificio filologico e 
filosofico, quando colle sue grandi critiche poste- 
riori provò, che gli antichi non ebbero e non 
potevano avere alcuna scienza riposta. E in qua- 
lunque caso essi non potevano certamente avere 
la -metafisica, che loro (]^ui attribuisce il Vico, 
metafisica, ch'egli attribuisce agli Italiani antichi 
e che accetta per sé, ma che noi dobbiamo uni- 
camente trattare come sua propria. Nonché trarla 
dalle origini della lingua latina venne Egli for- 
mandosela parte sotto le influenze stesse del 
cartesianismo e più delle dottrine di Leibnitz, 
eh' egli non cita e che deve aver solo conosciuto 
indirettamente, parte co' suoi disordinati studiì 
sulla filosofia antica, e colla meditazione né lunga 
né profonda, che egli fece per accordare questi 
disparati elementi tra di loro e colle stranissime 
etimologie, che andava trovando nelle parole 
latine , e che gli erano per verità eccitamento 
alle sue diverse concezioni. — Certamente vi 
sono qua e là lampi del suo altissimo ingegno, 
ma che vi sia un sistema compiuto o solo anche 
abbozzato nelle sue parti principali non è ne- 
anche a pensarci. 

La prima questione che egli vi tratta gli è 

3 nella importantissima della natura e validità 
el sapere umano, alla quale gli danno occa-. 



CAPO III 41 

sione le parole latine verum e factum. Secondo 
il Vico i Latini tenevano il vero per ciò che. è 
fatto; siccome poi Dio è primo fattore e con- 
tiene in sé tutte le cose, cosi nella sua mente 
è contenuto il primo vero> infinito^ esattissimo: 
la mente umana invece essendo fiiiitaed essendo 
fuori delle cose non ne comprende che la su- 
perfìcie; quindi il Vico paragona il vero divino 
colla figura solida, 1* umano col monogramma o 
colla figura piana e dice che Dio mentre conosce 
disponit et gignit, luomo invece aomponit et facit*^ 
— Nelle sue Risposte al Giornale dei Letterati le 
cose- si oscurano ancor più. Colà dice egli stesso 
che per salvare il dogma cristiano bisogna dire 
« che in Dio il vero si converte ad %ntra col 
< generato ad extra col fatto ^ ch'egli solo è 
« la vera intelligenza^ che egU solo conosce 
« tutto e che la divina sapienza è il perfet- 
ti tissimo verbo, perchè rappresenta tutto, con- 
« tenendo dentro di sé ^li elementi delle^ cose 

• tutte e contenendoli ne dispone le guise ó 

• siano forme all'infinito e disponendole le co- 
« nosco, e in questa cognizione le fa » (1). Per 
il che il Vico modifica la sentenza antica col 
dire, che fatto è il solo vero creato , mentre il 
Vero increato, è il Generato, cioè è il Verbo del- 
l' Evangelio: le quali cose se ad altri parranno 
oscure, risponderò, che io non posso dai le loro 
più chiare di quello che il Vico stesso le abbia 
latte; solo alcune di esse riceveranno schiari- 
mento da quello che segue, mentre altre non 
si possono schiarire senza mutarle, avendovi il 
Vico mescolati elementi cosi disparati, che tra 
di loro non si può più scorgere alcun legame 
logico. 

Una cosa, che chiaramente appare aver vò- 
(1) II, 117. 



iSt METAFISICA DI VICO 

luto dire il Vico da questi ed altri passi, si è, 
che non può aver vera scienza di una cosa» se 
non chi è autore e causa di questa cosa stessa ; 
ora Dio è causa di tutte le cose. Egli quindi 
possiede vera scienza di tutte le cose, possiede 
tutte le verità. E Tuomo? l'uomo non è causa 
di alcuna cosa reale, quindi non può di alcuna 
parte della realtà avere vera scienza; ma vi 
flono cose tuttavia che l'uomo fa, che son opera 
»ua, e son suo faitOy e queste sono le astrazioni 
della nostra jnente. L' astrazione è una facoltà 
umana, che nasce dalla nostra limitatezza, dalla 
imperfezione della mente nostra, ed essa crea 
la scienza umana. — Ma quali sono le cose^ che 
noi acquistiamo coli* astrazione^ e di cui possiam 
quindi avere vera scienza ? — Se il Vico si fosse 
iatta questa domanda e l'avesse meditata seria^ 
mente si sarebbe accorto in qual labirinti 
si poneva con questa sua teoria, giacché egli 
con questa giustifica pienamente il metodo dei 
Cartesiani e tutte le speculazioni di questi filo- 
sofi: se infatti la scienza umana non è possi* 
bile che coir astrazione, e le astrazioni essendo 
opera nostra ci danno scienza certissima, ò ool^ 
l'astrazione unicamente che il sapere umano 
dovrà procedere e con essa edificare la fisica, 
la morale, la metafisica con metodo analitico. 
Ma il Vico non pose mente a questo. — Egli 
dice semplicemente che coH'astrazione noi ci 
formiamo due cose, il pmito e l' uno , in modo 
che con quello potesse designare, con questo 
moltiplicare all'infinito. In questo modo l'uomo 
non potendosi formare un mondo di realtà si 
formò come xm mondo di astrazioni, un mondo 
di forme e di numeri, del quale egli è il Dio, come. 
Dio lo è delle realtà mondiali. Quindi luomo 
può andar soddisfatto di aver due scienze che 



. CAPO HI &3 

9 

pos^edoQO un criterio sicuro, di verità, la geo* 
i^etria é laritmetica. Le altre seienze ^ avvici* 
Qaiìo tallito iBaggiormeDte a questa certezza 
<}uanto più sono astratte, cioè quanto più i loro 
•oggetti sono &tti dall'uomo, perchè il criterio 
del vero è per il Vico laverlo fatto ( veri cri- 
ierium ac regulQm. ip$um ^se fecmé). Ma giunto 
^ questo punto e uelI'assK^gnare i gradi ài oer- 
i;ezza di ciascuna soiema il Vico perde il suo 
<iriterÌQ, confondendolo con idee affatto diverse; 
ifìfi»tti egli dice che la meccanica è meno certa 
<Jella geometria e dellaritmetica ^ perchè con- 
sidera il moto, ma coU'aiuto delle macchine, la 
^sica meuo della meccanica , perchè mentre 

auesta conlempla il moto esterno, essa contempla 
moto interno, la morale meno certa della fi- 
sica perchè questa considera i mioti dei corpi, 
la morale (1), invece quella degli animi, i quali 
moti sono profóndissimi e son prodotti sovente 
•dalla passione che è di varietà infinita (2). 

Come ai vede, il Vico non riesci a condurre 
i suoi principii neanco a metà , che li ruppe : 
aveva visto inr parte giusto che le matematiche 
sono scienze certissime, perchè son fette da noi 
oolla nostra astrazione; ma questo tuttavia non 
hasta a spiegare la loro certezza, essendovi da 
una parte moltissime altre astrazioni che noi 
^ facciamo e che per questo non sono per 
nulla certe, e dall'altra essendovi molte cose cer- 
tissime, e che per questo non sono il frutto 
ddle nostre astrazioni. Gli è vero che il Vico 
qui parla come di sole astrazioni delle geome- 
triche e delle aritmetiche^ ma questa restrizione 
•è evidentemente del tutto arbitraria, e abbatte 

(1) Inorale, psicologia, metaOsica , sono soventissimo per 
ir Vico la meaesima cosa. 

(2) Vedi per tutto questo IT^ 62 e segg. 



44 METAFISICA m VICO 

• 

tutto il sao sistema* E non è vero anche che sia» 
solamente le astrazioni opera o fatto deiruomo, 
come qui nel libro metafisico afferma il Vico: 
son anche fatto di lui j^li esperimenti fisici e 
chimici, coi quali prod/uciamo dei fenonemi, è- 
anche opera nostra il mondo umano, il mondo 
civile y gli stati , le arti, ecc., in tutte le quali 
cose siamo ben lilngi dal poter avere la mede- 
sima certezza che nelle matematiche. Ma il Vico- 
logicamente doveva venire a questa conclusione^ 
la quale in. parte, cioè per le cose fisiche, già 
qui si mostra, mentre per T altra, cioè per it 
mondo morale vi giungerà nella seconda Scienze^ 
Nuova, con aperta contraddizione a ciò che qui 
ne ha detto. — E inoltre tutte le idee in quanta 
idee sono un fatto dell'uomo : il criterio vichiano- 
verrebbe dunque a dire che tutte le idee sono 
vere in quanto sono idee ; al che non possiamo- 
replicare che dicendo sapevamcelo per verità. 

Il criterio vichiano aaunque è del tutto àr» 
bitrario, e non solo non ci fa distinguere il 
vero dal falso, ma come criterio non ha alcun 
senso; nella matematica stessa non basta il 
provare che un concetto vi è fatto da noi per 
dire che è vero: gli ò certo che quando noi 
ci facciamo il concetto di una cosa-, essendo- 
autori di quel concetto > sappiamo veramente 
come ce lo siamo formato ; come anche quando- 
noi coir opera nostra diamo origine oa occa- 
sione a qualche fenomeno nella natura reale,, 
sappiamo bene come abbiam fatto noi per parte 
nostra e qual procedimento abbiamo seguito; 
ma questo principio non basta naturalmente- 
per sé stesso a produrre una qualsiasi cogni- 
zione scientifica in nessuna disciplina umana. 

E qui noi non possiamo che fare le nostre 
granai meraviglie come il Vico sia precisamente 



. CAPO III 45 

per tali speculazioni salito presso taluni in tanta 
iama; questi ammiratori di ciò che v*ba di 
men bello in Vico mostrane bene di non averlo 
capito^, forse l'ammirano (]ui precisamente^ 
perchè è dove meno lo capiscono ; ed infatti 
parlaao di questo Vero e di questo FuUo del 
Vico come di qualche cosa di sublime , di mi* 
sterio8o> che debba contenere in sé non so qual 
soluzione dei più grandi problemi filosofici. Ed 
é tanto più strana 1* ammirazione di costoro in 
quantochè il Vico rigettò, se non espressamente, 
almeno mojlto chiaramente in modo indiretto 
tutta questa sua speculazione e questo suo cri* 
terio, perchè fece le sue storiche ricerche senza 
per nulla aver riguardo a questo^ ed anzi ser* 
vendQsiv come dice egli stesso, del senso comune 
e dell'autorità del genere umano. E quando 
egli nel principio della seconda Scienza Nuova 
dichiara^ dhe la sua scienza è come la geome* 
tria y perchè T oggetto suo è il mondo umano, 
che e fatto dagU uomini, e che quindi ha uguale 
certezza della geometria, ciò non prova che egli 
à. sia servito de} criterio, il vero essere il fatto, 
nella sua Scienza. Queir os3ervazione ìd quanto 
^ rannoda alle sue ricerche posteriori ha il 
. mo lato vero e profondo , ma considerata come 
una derivazione délJe dottrine qui nel Libro me* 
iafisico ìiìsegXiBXey oltre che essere in contrad* 
dizione con esse, come osi^ervammo , è una 
mera mistificazione, un equivoco che ebbe nella 
seconda Scienza Huova, come vedremo, le sue 
Riattivo conseguenze. 

Quando il Vico ebbe creduto d'essersi trovato 
vxi criterio filosofico entrò a confutare quello di 
Cartesio. Npn si può negare che. in questa 
confutazione, il Vico mostri ingegno e acu* 
tezza filc^ofica.- I dogmatici del nostro tempo 



46 METAFISICA M VICO 

(i Cartesiani), die egli, per salvarsi dallo scettici^ 
smo pongono come principio inconcusso; evi- 
dentissimo, dal quale deve partire tutta la scienza^ 
il principio, che poiché io penso esisto, cogif& 
ergo sum. £ per verità» dicono i Cartesiani, del 
nostro pensare e quindi del nostro essere non 
possiamo dubitare, perchè ne abbiamo una co- 
scienza incontestabile. — Ma gli scettici, osserva il 
Vico> non negano mica d'averne anch'essi co- 
scienza e di credervi^ ma negano che se n'ab* 
bia e se ne possa cavar scienza, perchè del pen«^ 
siero noi non cono^iamo la causa, esso ci è^ 
dato, noi non ce lo facciamo, noi non sappiamo 
come esso si produca. — Che se il dogmatico' 
insistesse dicendo, che siccome dalla cosdenza^ 
del pensiero nasce la certezza dell'essere^ cosi 
si acquista la scienza di questo, perchè nes^ 
suno può essere sicuro di essere se il suo es-^ 
sere non forma di una cosa» di cui è certis* 
simo, lo scettico negherà che pensando acquisti 
la scienza dell' essere ; perchè questo fosse vera 
sarebbe necessario che il pensiero fosse causa, 
del nostro essere, essendo la scienza di una cosa- 
conoscerne le cause, dalle quali essa vien pro- 
dotta, e quindi esser causa non solo del mio* 
spirito, ma anche del mio corpo ; ma i corpi non 
pensano , né pensano i puri spiriti ; nam si eg0 
solum corpus essem non cogitar em; sin sola 
mens intelligerem ; io penso dunque, perchè* 
son composto di anima e di corpo, non ^ià che* 
il pensiero sia la causa dell' una e deli* altro^ 
Tutta la forza di questo ragionamento ti poggia, 
sul principio che non si possa aver scienza di> 
una cosa> se non se ne conosce la causa; ma 
secondo gli altri principii sopra stabiliti noi 
non possiamo secondo il Vico aver sciensa. 
di una cosa se non la facciamo; aver scienza. 



CAPO ni 9 47 

di una cosa, conoscerne la causa , esserne la 
causa avrebbero dovuto quindi per Vico esser» 
una sola» e medesima cosa; egli avrebbe quindi: 
dovuto confutare il principio cartesiano cqn dire 
semplicemente e voi non potete avere scienza del 
vostro essere^ perchè Quest'essere voi non lo 
&te: e siccome anche il Vico ammette, che noi non 
siamo autori di noi medesimi, cosi doveva con- 
chiudere che in nessun modo noi possiamo aver 
scienza del. nostro essere. — Ma l'aver il Vico 
mutato il suo procedimento e taciuto qui il 
suo princìpio, che non possiamo aver scienza 
di una cosa senza farla, trasformandolo in queK 
. l'altro, che non possiamo averne scienza se non 
ne conosciamo la causa, mostra che il Vico nou 
vide la solidarietà, per cosi dire, che teneva uniti 
tutti quei suoi prlndpai; il che lo potè, contro 
alla logica, salvarlo dallo scetticismo. 

la, crjlica vichiana del principio di Cartesio sì 
risolve dunque in un equivoco. Egli non osa ri* 
volgere contro di esso in tutta la sua assolutezza 
il suo princìpio che il vero è il fatto per timore 
dello scetticismo, e la. mezza via che tiene non 
lo conduce a fare alcuna breccia nel prin* 
cipio cartesiano. Carteao infatti gli poteva sem* 
phcemente rispondere che la questione non era 
sulla scienza o non scienza del principio , che 
l'essenziale era di esserne certi della verità, 
perchè esso doveva essere princìpio di scienza 
non scienza per sé» 

Si vede dunque che il Vico non fu qui contro 
Cartesio cosi gagliardo oppositore come quando 
si trattava degli abusi del suo metodo : altra 
prova della faisiik dei ffiudizii, coi quali primo il 
sostro Gioberti fece del Vico un grande metafi- 
sico e un possente avversario del soggettivismo 
di Cartesio. 



48 METAFISICA DI VICO 

Ma per mostrare quanto invalido dovesse 
essere p^r Vico stesso il suo criterio, basta 
vedere il modo col quale crede> secondo le ddf- 
ficoltà, ch'egli stesso con quello si pose tra i piedi^ 
sfuggire alio scetticismo. Se il vero è il fatto 
e la scienza è la cognizione delle, cause, e noi 
non facciamo che le astrazioni matematieh» e^ 
non conosciamo quindi che la causa di qu^s^e^ 
come avrejsio noi la scienza delle altre cose? 
e specialmente la scienza delluomo? Non avvi 
secondo il Vico altro mezzo che di ragguagliar 
la scienza umana colla scienza divina, là quale 
comprende la «cognizione di tutte le cause. Ma 
come conosciamo noi questa scienza divina? Se 
noi potessimo far questo ragguaglio, l'uomo 
avrebbe finito da lungo tempo di disputare. Ma 
al Vico parve di sfuggire alla difficoltà dicendo, 
che il Vero infinito è appunto il Dio cha noi 
Cristiani professiaiao e che quindi conosciamo. 
Vuol forse dire con questo il Vico, che noi do- 
vremo aspettare la soluzione di tutti i problemi 
scientifici dalla religione cristiana? Il Vico non 
intese mai certamente di sostenere un tale as* 
surdo; ma gli è certo chela conseguenza logica 
de'suoi principìi sarebbe quella, e allora sarebbe 
stato meglio comincmre di dove ha finito e non 
far un inutile sfoggio di metafisica (1). 
. Trovato che ebbS il Vico il suo criterio e cre- 
duto fermarlo contro Cartesio, entra nel capo IV 
del suo libro a formare la sua, cosmologia; 
quanto quel principio vi sia applicato noi Io ve- 
dremo. Secondo quello che si è detto, per Vico 
scienza non v*ha dunqiie se non di ciò che noi 
&cciamo e di cui solo possiamo conoscere la 
causa* Secondo questo principio ancor nel ca-*- 
pò III che tratta delle cause in genere, aveva 

(1) V. per tutto questo II, 68 e segg. 



fc 



CAPO m 49 

affermato che vere scienze non sono che la geo- 
metrìa e l'aritmetica, che non possiamo avere 
delle cose reali alcuna dimostrazione, quindi 
nessuna scienza, che è impossibile provar l'esi- 
stenza di Dio a priori, che altrimenti lo fareoimo* 
Né la fisica né la metafisica sarebbero dunque 
vere scienze nel senso yichiano. Ora tutto questo 
si capovolge nel capo seguente, che tratta delle 
essenze : queste sono per il Vico le virtù (ener- 
ie) eterne, individue, ed infinite di tutte le cose, 
quali , secondo la dottrina platonica qui accet- 
tata dal Vico, sono vero oggetto della scienza ; 
ma secondo il Vico la scienza che tratta di esse 
e la metafisica; questa é dunque la più vera 
di tutte le scienze ; e dice in diversi luoghi della 
sua trattazione, che essa é fonte di verità per 
tutte le altre^ che distri'buisce a ciascuna l'oggetto, 
ì principii e il metodo, ch'essa è la scienza, che 
più si avvicina alla divina; e le matematiche che 
prima erano le uniche vere scienze, ora debbono 
pigliare il loro punto è il loro ujio dalla metafi- 
sica ed ^ esser solo le più vere fra le subal- 
terne (1). Ma v'ha di più ; la metafisica è scienza 
delle cagioni e delle cagioni intime di tutto il 
reale (2). Dovremmo ounque vedere il Vico 
nonché creare un nuovo sistema metafisico, 
elevare la pretesa di Fichte, dall'Io creare 
il mondo non escluso Dio e dir con lui: Wtr 
werden Gott schaffen. Ma egli non trasse sin li 
le sue conseguenze, anzi se ne tenne molto 
indietro e si contentò di cercar solo la spiega- 
zione del mondo. Siccome però, quantunque 
egli non n'abbia pur avuto il sentore, pur il 
suo criterio, il doveva proprio o condurre al 
sistema di Fichte, o fargli tenere impossibile 

(1) II, 79 e nelle risposte passim. 

(2) II, 122. 



;$0 METAFISICA DI VICO 

qualunque metafisica, dovette avvolgersi in cu- 
riose contraddizioni, per isfuggire a quelle due 
conseguenze e salvare ad un tempo quel suo 
criterio, cui esplicitamente non abbandona mai. 
Secondo quel criterio le matematiche son le 
uniche vere scienze. Il Vico non lo può affatto 
dimenticare, quindi quantunque subordinate alle 
metafisiche j esse son pur quelle che danno alla 
metafisica la possibilità di spiegare il mondo, 
son esse, che, insegnando come l'uomo si crei 
il suo mondo di astrazioni, c'insegnano come 
Iddio abbia creato il mondo dei realU Ei ea 
ratione geometria a metaphisica suum verum 
accipU, et acceptum in ipsam metaphisieam re- 
fundit: hoc est ad scientiae divinae instar hu- 
manam expfimit, et ab humana divinam rur^ 
sus confirmat (1). Quantunque quindi la meta- 
fisica sia la scienza delle cagioni, i cui effetti 
sono oggetto della fisica, tuttavia sarà neces- 
sario della matematica, come dice egli stesso, 
per passare dalla metafisica alla fisica, e il pas- 
saggio si fa semplicemente immaginando, che 
come Yuno genera neiraritmetica i numeri senza 
esser numero e il punto le estensioni senza 
essere esteso, cosi le virtù delle cose, delle 
quali tratta la metafisica, siano punti reali, ge- 
neranti i corpi senza esser corpi, ed abbiano 
reali tutte le qualità, che quelli hanno solo 
©ella nostra mente. — Ma il Vico con questo 
non potrà sostenere dì aver dato mag^or cer- 
tezza alla metafisica, perchè forma le virtù reali 
di questa, sull'analogia dei principii geometrici; 
giacché questi punti metafisici o son fatti da 
noi non lo sono : se Io soja fatti, la sua fisica 
non avrà maggior realtà delle astrazioni geome- 
triche ; se non son fatti da noi allora non pos- 
ai II, 84. 



cAFo m 91 

siamo averne alcuna seiP^nia,. Io realtà poi i 
punti metafìsici del Vico iK>n baano a che far 
Bulla lìè col punto geometrico né eoU* u£u> 
aritmetico. 

IL Vico in (]^uesta sua teoria dei punti meta- 
fisici oscillò tra due diversi estremi» mettendosi 
or neir ono^ or nell' altro, sensa sapersi appi- 
gliare ad un partito di mezzo ben determinato, 
voglia dire il panteismo- e il monadismo. Gli è 
difficile tuttavia dar di quella teorìa una gienesì 
nella, mente di Vico, percbè vera genesi non 
ci fu. Il Vico non si senti tratto a queste asfera^ 
zioni metafisiebe per un vero e sentito bisogno 
dello spirito, quindi non sì possono ravvisare in 
lui né quelle tendenze intime^ né quelle idee, ma- 
dri dalle quali nella mente di un filosofo si va 
generando un sistema. Il Vico fece insomma que^ 
ste speculazioni più per farie»^ cbe percbè vi fosse 
naturalmente tratto da uno svolgimento del ano 

Pensiero. Ha non si può esser metafisico se non si 
a una certa inspirazione particolare più di quello 
che si possa essere poeta. L' idea stessa di Vico 
di voler trarre una filosofia da certe parole qua 
e là spigolate in una lingua è essenzialmente 
antifiiosofica. Non è quindi a meravigliarsi se 
grandi incoerenze troviamo in questo libro e 
più cbe altrove in questa teoria dei punti^ dove 
più che con una meditazione propria e profonda 
si lascia dominare dalle varie reminiscenze, le 
quali partendo da diverse fonti, antiche e mo- 
derne gli s intrecciano in modo vago e confuso 
nella mente. 

Il problema, cbe egli cosi oscuramente mirò 
a risolvere fu quello stesso della filosofia greca, 
cioè in che consista il vero essere^ e come da 
questo possano nascere i corpi e il moto, ossia 
come si accordino i fenomeni da noi percepiti 



1)2 METAFISICA DI VICO 

coir essere che nói intendiamo come la causa 
o sostanza; problema che il Vico si propone nella 
forma: come si passò dalla metafisica alla fisica* 
Ebbene il Vico nel rispóndervi confase in- 
sieme parecchie delle risposte che vi diedero 
antiche e moderne filosofie , senza risolvere le 
diflBcoltà di alcuna. — Egli per verf attribuisce 
la teoria dei punti a Zenone lo stoico, confon- 
dendolo coireleate. Ma questi non aveva mai 
parlato di punti metafisici. Egli sosteneva solo 
che il vero essere è Tuno, e che questo non 
poteva avere grandezza, perchè allora sarebbe 
istato divisibile e quindi non più uno. — Certa- 
mente questo concetto ebbe influenza sulla teo- 
ria del Vico, ma non ne fu il progenitore. Gli 
è molto probabile eh* egli avesse verso questo 
tempo presa conoscenza, forse indirettamente, 
della filosofia monodologica di Leibnitz, e che- 
questa congiunta all'Eleatismo, al Platonismo e 
anche al Cartesianismo, gli fruttassero quei pen- 
sieri. — Egli è d'accordo col Leibnitz nello sta- 
bilire che l'essenza e la sostanza delle cose non 
istanno neirestensione, ma in punti metafisici, per 
•Leibnitz monadi, che senza essere estesi hanno 
mrtù d'estensione : questi punti sono Vefflcacia 
per cui le cose sono, ne sono 1* essenza, la so- 
stanza che sta sotto e le sostiene, indivisibile in 
sé, divisa dalle cose che sostiene (1) di esse, 
é proprio il conato: conatus dos puncti: con 
questo essi muovono i corpi, i quali possono 
solo aver moto non mai conato, quantunque il 
Vico dica in un luogo che il conato è la stessa 
cosa che il moto e altrove che conato non è 
«altro che sostanza (punto metafisico), moto non 
altro che corpo. — Ma v'ha di più: i punti 
sono detti anche da Vico la materia metafisica 
* (1) li, IGO. 



CAPO ifi SS 

pura delle cose, essi si dovrebbero quindi 
identificare colle idee o forme platoniche e po« 
tersi come queste definire : le guise colle quali 
ciascheduna cosa particolare è portata all'attuai 
suo essere da* suoi principii (1). Ma che sono 
questi principii, se non i punti stessi? 

Ma vi sono contraddizioni ben più rilevanti. 
Dalle cose sopradette parrebbe che il Vico ab- 
bracciasse il monadismo leibniziano; da altri 
si vedrà quanto invece si avvicini al panteismo.- 
In molti luoghi parla del punto metafisico^ che 
nei corpi sta sotto ugualmente a distesi disu- 
guali ; ma jse alcuni di essi accennano ' a una 
molteplicità di punti, altri lasciano sfuggire . il 
pensiero, il punto come il conato esser uno nel 
mondo; cosi vi dirà in un luogo che vi è in 
natura una sostànsu indivisibile, che ugualmente 
sta sotto a saldi stesi inuguali (2); proposi^ 
zione stranissima che nega e afferma ad un 
tempo r un ita di sostanza, almen nel mondo fi«^ 
sico ; ma più chiaramente già nel capo III par* 
landò del ' vero metafisico, che son certamente 
per Vico le essenze delle cose, cosi dice : Verum 
metaphisicum illustre est, nulla fine conclu^*' 
ditur, nulla forma discernitur, quia est infinitum 
omnium formarum principium. Ma questo prìn» 
cipio ora è il mondo, ì universo intiero, ora si 
identifica con Dìo : in un luogo il conato non 
è più dei punti molteplici ma appartieqe- alla 
natura ; Natura cariando coepit existere, e altrove: 
« Uno è lo sforzo nelluniverso, perchè deiruni-^ 
« verso ed è X Indivisibile, centro che non è le» 
« cito trovare nell' universo e che dentro le linee 
« della sua direzione tutti i disuguali pesi so»' 
« stenendo con égual forza, tutte le particolari 

(1) ir, 118. 

(2) II, 120. 



S4 BIETAPISICA DI VICO 

< cose sostiene insiememente ed aggira. Questa 
« è la sostanza che si sforza mandar fuori le cose 
€ per le de più convenevoli alla sua somma po- 
€ tenza * (1 ). — Ma questo conato, che nel pen- 
siero del Vico abbandona talora ì suoi punti per 
diventar uno, dove si concretizzerà? Nella ma- 
teria metafisica , dice egli , che sta fra Dio e i 
corpi 4 oome il conato tra la quiete e il moto. 
Ma questa materia metafisica che non ha àie 
conato ^ che non è che virtù e potenzialità , 
non può stare da sé, e cpando il Vico non la 
sparpaglierà nelle monadi leibniziane o ne do«> 
vri fare un Dio egheiiano, o negarla addirittu- 
ra, distruggere la sua &ticosa teoria dei punti 
6 ammettere che Dio come è il movente del 
tutto direttamente, e quindi egli stesso i punti, 
l'efEaenea di ciascun corpo. — A queste conse- 
guenza doveva venire quando scrìveva : t L' es- 
jeoflca consiste in una sostanza indivisibSe, che 
aitro iibon è che un'indefinita virtù o uno eforzo 
deir universo a mandar fuori e sostener le cose 
partioolari tutte; talché T essenza del corpo sia 
un'indefinita virtù di mantenerlo disteso, la 
quale a eosoi distese, quantunque disugualissi- 
ase vi stia sotto ugualmente ; e questa istessa 
sia indefinita virtù di muovere che ugualmente 
sta sotto ai moti quanto si voglia ineguali ; la 
^ual virtù emnenie è atto di Dio (2; • e al- 
trove più chiaramente, dopò aver mostrato, oome 
in un granello di sabbài vi sia potenzialmente la 
mole .deiruniverso, cosi concfaiude : « Questo io 
e medito esser lo sforzo dell' universo, che so- 
« stiene ogni piccoUssìmo corpicciuolo, il quale 
« non è né l'estensione del corpicciuolo né 
f r estensicme dell' universo. Onesta é la mente 



(1) II, 126. 
(2} U, 119. 



CAPO III SS 

« di Dio pura d' ogni -corpulenza, che agita e 
« move il tutto » (1). — Gli è vero che nelle 
stesse pagine si troverà invece detto, che la 
materia è potenza^ e sforzo i corpi, perchè con- 
stano di materia che in ogni punto e in conse- 
guenza in ogni istante si sforza. 

Ma quel panteismo, che trahice nelle linee 
sovracitate gli fu rimi)roverató nella 2/ critica del 
Giornale dei Letterati Italiani, per il che il Vico, 
che cercò difendersene nella sua Risposta vi si 
conftise vieppiù. Quel conato che è dote del 
punto, ed e ancora uno nel tutto e sempre' 
urlale a sé stesso, dote propria e sola delru- 
mverso ^il mondo), diventa in una pagina se* 
guente dote dell* universo del corpo, ingenuo ri- 
piego; e contrariamente a ciò che avea detto 
nella prima Risposta sostiene che il conato non 
può essere delle parti del corpo, perchè dar 
«cuna di esse si avrebbe allora^ a rivoltare cotitro' 
sé medesima, ^anto a Dio e al panteismo crede 
trarsi dimpaccio dicendo, che Dio è sostan2ra pef 
essenza, mentre le sostanze create lo sono pef 
partecipazione; ma non vide, che il punto più 
scabroso stava in quel conato unico* £ pof 
ancor qui, che gli sta tanto a cuore difender- 
sene, fa capolino ancora il panteismo; quelle 
essenze iniatti, che sono individue ma infinite 
ed eterne tutte « sono particolari divise viittù 
« eterne di Dio, die i Romani dissero Dìi hn- 
« mortali, le quali prese tutte insieme atto 
« intendemmo e venerammo un solo Dio po- 
« tonte il tutto. » 

Che il Vico volesse essere panteista è un so- 
no, che gh altri o egli stesso gli abbiano messi 
dubbi sulla ortodossia della sua dottrina gli è 
certo ; egli stesso si credette in ilovere dì chiu- 

(1) n, 125. 



S6 



METAFISICA PI VICO 



dere le sue poleo^iche con questa dichiarazione^, 

che I^ostra meglio dogni ragionamento da qual 

parte si sentisse debole il Vico : 

« Perchè in questi miei libricciuoli di meta- 
fìsica alcuno non possa con mente men che 
benigna niun mio detto sinceramente inter- 
pretare, metto qui insieme le seguenti dot-' 
trine sparsevi, dalle quali si raccoglie ciò che 
professo : che le sostanze non solo in quanto 
all'esistenza^ ma anche in quanto allessenza. 
sono distinte e diverse dalla sostenza di Dio*. 
Nel capo IV della metafisica p. 78 dico V es- 
senza essere le virtù delle cose ; nella prinaa 
risposta p. 127 dico che Tessenza è proposta 
della sostanza; nella seconda risposta pag. 1S6 
dico che Tessere è proprio di Dio, 1* esserci è 
delle creature ; e che ciò con molta proprietà 
dicesi nelle scuole : Dio essere sostanza per^ 
essenza, le cose create per partecipazione. Tal- 
ché essendo Dio altrimente sostanza, altrimente 
le creature e la ragion d* essere o Y essenza 
essendo propria della sostanza, si dichiara che ^ 
le sostanze create» anche iu quanto all'essenza 

n sono diverse e distinte dalla sostanza di Dio. » 
Tali dichiarazioni vengono solitamente fatte 

Ì)er motivi estranei alla filosofia, "e il Vico in- 
atti, che era buon credente primachè filosofo ,^ 
dichiara che scrivendosi da cittadino di repubblica^ 
cristiana le materie si trattino acconciamente alla,, 
cristiana religione. 

Poche cose rimangono ad aggiungere suUa^ 
filosofia metafisica di Vico : se si entra xiei par-, 
ticolari le contraddizioni diventano sempre più 
^andi; accettò alcune idee del Cartesio» disse, 
che non ci son vacui in natura, che il moto è, 
nei singoli corpi, non nell'universo intiero.; che, 
non si dà corpo in quiete, e che gli impulsi 



CAPO III 57 

mutano, non producono il moto, che ogni moto 
nasce per Paria, che è la macchina imiverkale 
dei movimenti, che i moti non si comunicana 
da corpo a corpo, ecc. — In capi successivi 
tratta il Vico aelF anima e della mente; ma 
non v'è nulla di importante a notare. 

Quanto si è detto basta a far vedere qua! 
fosse il valore, metafisico del Vico , tanto messo 
in voga dal Gioberti e da altri; gli è incre- 
dibile quali giudizii falsi e stravolti si diedera 
e si danno tuttora a questo riguardo del Vico, 
Come abbiamo già notato per il vero e il fatto^ 
cosi questi punti vichiani sono diventati per ta- 
luni una scienza occulta^ nella quale è da at- 
tingere una miniera di filosofia • Un professore 
napoletano entusiastico di lui giunse a scrivere, 
che tutto lo stupendo svolgimento dell* ultima 
filosofia . tedesca nacque da idee mal capite del 
Vico. Malgrado di . tutto il nostro italianismo 
dobbiamo vergognarci quando si possono scri- 
vere simili stranezze. I Tedeschi potrebbero in- 
vece con più ragione vantarsi che Vico abbia 
tolto ad imprestito dal loro Leibnitz moltissime 
delle sue idee cosmologiche, se il sistema cosmo- 
logico del Vico fosse tale che potesse formare 
il vanto per una nazione. 

Ed è già troppo il dirlo un sistema, tanti sono 
i malintesi, le contraddizioni e le incoerenze che 
s'incontrano ad ogni pie sospinto; in una me-, 
desima pagina lo vediamo porre e negare uno. 
stesso principio, scambiare i termini, mutare, 
continuamente i sensi delle parole e delle frasi 
che usa. — Non è esagerazione il dire che quanta 
alle cose metafisiche qui trattate, ben poco capi il 
Vico stesso di quello che scriveva. Parte da un 
principio assurdo e comincia dal porre un criterio 
che lo doveva gettare nello scetticismo o nel sog- 



58 METAFISICA DI VICO 

gettjvismo assoluto, ed egli ne fa uscire una teoria 
cosmologica; combatte in questo stesso libro il 
ragionar per gli universali aristotelici, il Sorite 
degli Stoici (voleva dire degli Eleati), il metodo 
di Cartesio, ed egli si serve di tutte queste còse 
nel suo speculare ; e con tutto questo nulla v'ìilai 
di più mutevole che que'suoi punti. Questi, ora 
sono molteplici e stanno ora nel corpo, or nelle 
singole parti, or né nel corpo né nelle parti, di- 
ventano uno, sono parti, virtù di Dio; e il co- 
nato ne segue le vicende: ora è dote del punto 
e si sparpaglia con esso nei corpi, poi sidenti- 
fica con quello e si contrappone a questi ed al 
moto, pure tra loro identificati; ora invece il 
éonato è lo stesso che moto, è molteplice, ma 
diventa anch'esso uno col punto, vien tóìtxt ai 
corpi, è dato solo all'universo, è una creazione 
di Dio^ ma é anche un suo atto^ una virtù che 
in lui si concreta. 

A testimoniar che sia Vico Tautore, qualche 
idea bella e giusta sul metodo, il profondo 
sguardo sulla natura delle matematiche ecc., 
appaiono qua e là come lampi nel buio. 

Avrò annoiato parecchi lettori esponendo cose 
tanto aride e con si poco frutto scientifico ; ma 
gli era prezzo dell'opera il distruggere un pre- 
giudizio, perchè con ciò si prepara la \àa ud 
una verità; ed è per vero da non dirsi il danno 
che si ebbero da quello la stessa gloria del Vico 
e gli studii che egli avrebbe potuto promuovere, 
quando fosse stato studiato a dovere. 

Il Vico infatti ehbe la strana sorte di essere 
portato a cielo da quelli che meno il dovevano 
m quelle scienze dove il suo merito era mi- 
nore; esaltato come un erande metafisico , co- 
loro ì anali si vogliono, leggendo, rendersi ra- 
gione ai quel che. leggono, accostandosi a Itti' 



CAPO ni 59 

per aTarae mia filosofia metafisica ne rimasaro 
<iÌ8ÌDsaniia1à, « i pia tacquero per non contrad- 
<iin© all'opiiDioDa quasi u-mversak; i filologlii in- 
vece, ohe il doveano Gftudiare, insieme ai filosofi 
d^la storia, simfteiidok) tanto encomiare come 
metafisieo Txm ne vollero saper di lui e lo di- 
spreszareoo o lo iraBoararono senza conoscerlo. 
I filosofi della i*tOTÌa poi , che lapperò in ge- 
nerale meglio appressarlo, non ne esaminarono 
•che àkosne ^neralìlà, e non «quelle precisamente 
die sono le pìÀ v>ec% e le più feconde per la 
4M9&nza , e tra questi anco il Ferrari , che pur 
.giudica rel^tasoente la sua metafisica. 

Quando il Ferrari, chiuso il suo riassunto 
èsile opene^ che noi pure abbiamo or ap- 
peena aobandonato, si chiede che si poteva 
presagire di Vico che aveva, quando le com- 
pese, già 44) anmf «dà queste ragioni della sua 
:ftitura grandezza : % S'osservi , dic'egii , il suo 
-m etrane andamento. Egli sdegna i piccoli pro- 
« 'blemi , gii sviluppi le annoiano, egli non ab- 
41 braccia, non ismuove che i grandi princJpii...,. 
« «Sorchè un'idea lo sjnnge a distruggere t)gni 
« opposizione, egli è ardito senza smarrirsi 
« lì^eUe ardh^e; se crea un'autorità sa forzare 
« le parole di una lingua a riflettere il suo 
« pensiero: 9i vede evidentemente ch'egli è 
m ncao per eambiar gli oelaeoli in problemi ». — 
lo fHm se die si possa aspettare di buono e 
•di >grQude da uno «lr«f»e andamento, e da Uno 
che si -arnioia degli sviluppi: mi pare che spe- 
cialmente da^i alti prinoipii del liero ^metafisico 
ci eia poco da aspettare, mentre il Ferrari stesso 
]à xdiiama eempliei varianti leibniziane. Per me 
B» c'ò qoakhe ^cosa che mi prometta il futuro 
Vico nei due libri precedenti è il suo buon 
4Ȏnso, che gii fa ^oi^battere i sogni metafisici; 



60 METAFISICA DI VICO 

benché ne faccia egli stesso uno, la larghezza 
del suo pensiero , attinta a uii grande senti- 
mento della realtà e della vita pratica, la giu- 
stezza della sua mente, che gli fa rendere la 
sua ragione a tutte le diverse parti delmond(>* 
spirituale umano^ e finalmepte i suoi studii di 
filosofia morale e giuridica e dei fatti storici che^ 
ad essa si rapportano, e che sono necessaria pre- 
parazione e fondamento alla filosofia della storia» 
— Verso quelli lo trascinava veramente il suo» 
genio, anche frammezzo ad altre distrazioni. Egli 
stesso ce lo dice nella sua ^Autobiografia , cJbe 
sin dal principio attendeva principalmente allo^ 
studio delle leggi romane, « i cui principali fon- 
« damenti sono la filosofia degli umani costumi 
« e la scienza della lingua e del governo romano^ 
« che unicamente si apprende sui latini scrittori * • 
Che anche In mezzo alle sue speculazioni filo- 
sofiche non dimenticasse questi studii si vede- 
spedalmente dal suo disgcorso Ik Ratione siu^ 
diorum, dove vengono già esposte alcune ide^ 
sulla giurisprudenza romana. » 

Tuttavia ci vollero dieci anni di studii perchè 
Vico si mettesse sulla nuova strada , che taato 
tempo corse dalla stampa del hbro metafisico 
a quella del De uno universi juris princi^ioi. col 
quale entrava in un nuovo periodo,. ripigliando 
con altro spirito, con mente più nudrita e in« 
gegno più maturo e gagliardo i lavori già tocT 
cat> nel De Ratione , dando loro uno svolgi- 
mento affatto nuovo e ordinandoli alla, solu- 
zione di un grande proUema» lo stabilimento 
dei rapporti fra il vero ed il certo, fra la ra- 
gione e r autorità , la filosofia e la filologia» 
Se anche il Vico non fosse giunto a dare un& 
soluzione vera a questo problema, il $olo averno 
concepito la necessità in quei teoipi e stabilir 



CAPO III 61 

tine i terinini con tanta chiarezza e piena con- 
sapevolezza basterebbe a circondare il suo nome 
nella storia delle scienze di una gloria immor- 
tale. Tutte le idee, che oggi son divenute af- 
fatto comuni intorno all' importanza degli studi! 
storici, al modo e al • senso, col quale bisogna 
«saminaro il corso degli avvenimenti umani, lo 
svolgimento delle istituzioni^ delle idee e delle dot« 
Irine umane, il nesso, che lega tutte queste cose 
insieme, all'interpretazione nuova che a tutte le 
vicende del pensiero e dei fatti umani da esso 
ne deriva, tutte oneste idee sono affatto scono- 
sciute prima di Vico^ e lo rimasero anche molti 
anni dopo la morte di lui, specialmente fra noi 
Italiani, che abbiamo avuto il primo che le ha 
-concepite. 

Parrebbe da questo che io accattassi l'opi- 
Bione di coloro, che ftinno del Vico un genio 
intieramente isolato nel suo tempo e per que- 
sto naturalmente incompreso. Ma cosi non è. 
io penso, che non solo il Vico, ma tutti gli uo- 
mini di genio sono innovatori e cominciano o 
-almeno indicano, sia per gli studii o per fatti 
pohtici p sociali una nuova, via, per la quale i 
suoi contemporanei si mettono o no, secondo 
le molteplici condizioni, in cui questi e quello 
si trovano e le diverse relazioni nelle quali, 
«essi stanno tra di loro. 

• Noi esamineremo più tardi le ragioni perchè 
il Vico non ebbe l' influenza, che da lui doveva 
■derivare nelle scienze. Noi vogliamo ora piut- 
tosto mostrare come egli, malgrado le sue 
^andi innovazioni si rannoda col sapere de' 
suoi contemporanei e de'suoi predecessori. — 
Ohe relazioni vi dovevano essere gli è chiaro : 
il suo tempo gli doveva almeno presentare il 
problema sul quale rivolgere i suoi studi scien- 



62 FILOSOFIA GIURIDICA-FILOLOGICA PRIMA DEL VICO 

tifici, e da esso «doveva egli trarre ragioni e fisitti 
e punti comuni di credeiaiza scientìfica^ i quali 
gli dessero la possibilità di &rsi intendere dai 
suoi contemporanei e di convincerli oo'suoi ra- 
gionamenti. Questi limiti sono posti naiuralment» 
al genio in tutti i tempi. Noi faceoda una. ra- 
pida analisi del sapere^ prima e ai tempi di Vico^ 
vedremo come neanche egH sii sottrasse a questa 
legge, e da essa meglio si vedrà dove si attenne 
e dove si scostò dai suoi predecessori 



Cafo IV. 

La filosofia giuridica e la filologia prima del Tico^ 
— Grozio e la aua scuola — G. T. (%ra^iaa» 

Due principali movimenti intellettuali osser- 
viamo noi in Europa ned secolo xvfi> uno che 
parte da Cartesio e produce un. grande svolgi- 
mento metafisico; un altro da Gròzio che pro*- 
duee un grado svolgimento di. filosofia politica e 
giuridica. Dietro loro di molti passi atanno gli studi 
filologici e storici, però non cosi deboli, che 
verso il principio del secolo xvm per opera, spe- 
cialmente prima dei Francasi e degli Olandesi, 
poscia degli Inglesi, la. filologia non. pigliasse 
un certo aspetto di scienza. 

Il movimento giuridico stette dapprima se- 
parato dal filosofico proprian&ente detto in CRPOsie 
staesso» nel suo. oppositore Seldeno, nelL* Hobhes^ 
nel Milton, nel Puffendorf; ina più tardi i filo- 
sofi stesai Spinosa, Leibnits, Locke,^ sa ne ìiar- 
padronirono,. accordandolo ed asssoffgettttodolo 
ai loro sistemi, nel tempo stesso che il Vice 



CAPO IV 63 

tentava in Italia di ricongiungerlo organica- 
mente colla filologia,. Egli però^ se noi dob- 
biamo giudicare dalle sue opere > pare abbia 
assai debolmente o quasi punto conosciuto le 
teorie giuridiche e politicbe dei filosofi su men- 
tovati, come in generale fuori di Leibnitz e pro- 
babilmente di seconda mano le teorie filosofiche. 
Quelli cui egli più direttamente si rannoda e 
cm nx)mina ancne più sovente nelle sue opere 
sono Grozio e Puffendorf, conobbe anche le.teorie 
del Seldeno, e dell' Hobbes, ma pare solo nei loro 
principii generalL — Di tutti questi però queelì 
che studiò maggiormente e da cui tolse molte delle 
sue idee giundiche e morali^ mescolandole colle 
ane reminiscenze classiche, fa naturalmente il 
loro suo caposcuola cioè il Grozio* 

Al Grozio non si può negare il vanto di es- 
sere stato il creatore del diritto internazionale 
e del diritto naturale, come scienza separata dalla 
morale, quantunque altri e specialmente il nostro 
italiano Alberto Gentile in alcune parti lo ab- 
biano preceduto. L'innovazione introdotta da 
Grozio nel sapere, doveva avere grandissime con- 
seguenze, e dare un indirizzo a£ia.tto nuovo agli 
studii di filosofia giuridica e morale, diverso da 
quello dellantichità e del medio evo. 

E di vero ai Greci mancavano affatto alcuni 
concetti fondamentali perchè essi potessero for- 
mare un diritto naturale nel nostro senso. Tanto 
Platone che Aristotile convengono in ciò» che 
r individuo debba trovare nello stato la sua più 
grande felicità» vivendo p^ esso e ad esso ser- 
vendo; esso non ha per suo proprio ed imm^* 
diato ometto la tutela dei diritti preesistenti nei 
cittadim, ma questi diritti non esistono che in 
esso e per esso, e l'uso di questi è subordinato 
al fine morale, che esso ha come suo oggetto 



€4 FILOSOFIA GIURIDICA RKIMA DEL VICO 

proprio da realizzare. — Con tali idee gli è as- 
solutamente impossibile di distinguere la morale 
dal diritto e dalla politica; impossibile di for- 
mare una teoria di diritti che in modo neces- 
sario competano all'individuo come a lui con- 
naturati e per qualunque ragione intangibili, 
impossibile di ammettere diritti comuni a tutti 
gli uomini, di cui sconoscevano se non sempre 
luniversale fratellanza, certo l'universale ugua- 
glianza di natura. 

Il sentimento del diritto, della giustizia di 
ciò, che a ciascun cittadino si debba è molto 
più grande presso i Romani che presso i Greci; 
tuttavia neanco quelli ci poterono dare un di- 
ritto naturale; mancava ad essi lo spirito spe- 
culativo e generalizzatore; i loro aforismi giu- 
ridici non erano il prodotto di un lavorio scien- 
tifico ma del loro senno, del loro profondo sen- 
timento del giusto giuridico, e della particolare 
capacità, che caratterizza gli ingegni pratici di 
considerare le cose in tutte le loro minutezze 
e differenze e giudicarne conforme all'idea che 
da quest'analisi ne esce, non per principii ge- 
nerali, che ad esse applichiamo, dopo averne 
come, si dice, considerata l'essenza, la cui ricerca 
suole traviare ben sovente il pensiero umano. 
— In questo modo il diritto romano venne for- 
mandosi precisamente per un processo opposto 
allo scientifico. Era dunque per questo solo ri- 
spetto assai difìicile a quel popolo il risalire a 
un diritto naturale, ma era poi anche a loro 
reso impossibile dalla mancanza dei concetti, 
che gli servono di base, mancanza che hanno 
comune coi Greci : anche ad essi mancò il sen- 
timento di una natura essenzialmente uniforme 
e di ^un* uguaglianza naturale giuridica fra gli 
uomini , anch' essi concepirono . il diritto come 



CAPO jv 68 

una creazione dello stato, e se soli fra gli an- 
tichi giunsero ad accomunarlo cogli altri popoli 
lo fecero per un particolare svolgimento storico, 
del quale il Vico ci darà le ragioni. 

Stabilitosi il Cristianesimo fra i popoli, la mo- 
rale e il diritto dovevano trasformarsi profon- 
damente : siccome esso veiuva ad annunziare un 
nuovo regno agli uomini, un regno divino, di 
cui la Chiesa era immagine in terra, ad annun- 
ziare che il fine dell'uomo non è quaggiù ma 
nell' altra vita, esso s* indirizzò naturalmente al- 
l' individuo, distrusse il concetto antico della su- 
bordinazione di questo allo stato^ e sottomise 
la politica e la morale alla religione, nella quale 
si doveva trovare la vera morale e la vera po- 
litica. Questi principii che avrebbero dovuto ren- 
dere logicamente impossibile ogni filosofia, quan- 
tunque il fatto sia stato diverso, rendevano già 
per sé impossibile una filosofia civile secondo 
il suo concetto moderno; essi non potevano di- 
stinguere la morale dalla religione rivelata: am- 
mettevano bensi, che v'era in noi una legge 
naturale, partecipazione della legge eterna di 
Dio, ma questa dicevano poi offuscatasi in noi dal 
peccato originale, sicché la legge positiva di 
Dio era quella, a cui si doveva ricorrere per 
avere le regole della buona vita : a questa legge 
naturale e alla legge positiva divina contrappo- 
nevano le leggi positive umane, temporanee, 
accidentali. Dicevano che queste non dovevano 
contraddire alle leggi divine e alla legge natu- 
rale, ma non vi trovarono mai un fondamento 
razionale, esse valevano perché valevano, o al 
più tutta la forza loro richiamavano all'autorità 
dell'imperatore o del papa. 

Del resto durante il dominio della Scolastica 
i giuristi^ tenevano come infallibile il Corpus 



66 GROZIO 

Ji^m. quasi colla stessa venerazione che i Fedeli 
nutrivano verso il Vangelo, e i filosofi verso il 
loro Aristotile, 

Con questo non è a negarsi che anche prima 
di Grozio nel medio evo, per es. in S. Tommaso, 
e già nei primi tempi della Riforma non si ma- 
nifestassero principii sparsi di diritto naturale, 
specialmente fra gli scrittori protestanti, Olden- 
dorp , Hemming , Winkler , Alberigo Gentile 
possono in questo valere come precursori del 
Grozio , e rultimo specialmente nel Diritto in- 
ternazionale. In questi si trovano già gli ele- 
menti sparsi che bastava raccogliere e razional- 
mente ordinare, perchè se ne facesse la teoria 
del diritto naturale. Noi vediamo già infetti in 
quegli autori la natura umana riconosciuta chia- 
ramente come fonte del diritto , la sociabilità, 
la derivazione del diritto da questa, ecc. Se, 
come già Winkler sostiene, la natura umana è 
non meno della divina fonte del diritto , gli è 
conseguente il concludere che questa lo può 
essere anche senza Dio ; se inoltre la sociabilità 
è tendenza naturale neiruomo, anche la natura 
sociale dell'uomo deve valere come principio 
del diritto. Ed eccoci la morale e il diritto si 
fondano sulla natura socievole dell* uomo; essi 
sono indipendenti dal dogma dell'esistenza di 
Dio : ecco il principio che proclama sin dalle 
prime pagine il Grozio, e in quella sola frase 
stava la distruzione delle teorie moyali giuridi- 
che del medio evo e delle nuove teorie politiche 
del Machiavelli (1). — Non esaminiamo dottri- 

(1) Il Grozio pubblicava per la prima volta la sua grande 
opera De Jure oelliet pacis nel 1625; il libro levò subito 
un grandissimo romore di so ; si sparse d'un tratto in tutte 
le parti d'Curopa, e dappertutto, ma specialmente in Fran- 
cia, in Germania e in Inghilterra , sorsero critiche acerbe 



CAPO IV 67 

nalmente quel principio : si disputò e si disputa 
ancor oggi su' di esso, io credo sia falso: ma 
ricordiamoci che nella storia delle umane idee 
raramente un uomo può presentare una nuova 
verità scevra d'errore, e che malgrado questo 
essa non è meno potente a far progredire le 
scienze e il bene del genere umano, tutto dipen- 
dendo dalla natura delle nuove idee e dal tempo 
in cui sono proclamate. N'abbiamo una pi*ova nel 
Grozio : egli creò con quel principio una nuova 
dottrina, per l'Europa allora molto benefica. 

Leggendo al giorno d' oggi il suo libro si 
rimane meravigliati com'egli potesse innal- 
zare tanto grido di sé , sicché pochi uomini 
si possono in ciò paragonare a lui. Gli é che 
nessun libro usci in tempo più opportuno e 
più utile, — L* Europa era allora tutta straziata 
da guerre d'ogni fatta, mosse per priacipii re- 
ligiosi, o almieno da questi mascherati; ma tanto 
le une quanto le altre condotte con tutta la 

!)ertinacia ed il furore solito alle guerre di re- 
igione. Scomposta colla Riforma quelFunità reli- 
giosa che costituiva sotto l'alta sovranità del 
Papa e dell'Imperatore la morale comunanza 
dei popoli cristiani di Europa, e nella quale erano 
strettamente subordinati alla religione tutti i 
diritti degli stati e degli individui, i popoli eu- 
ropei si trovarono d'un tratto nelle loro reciproche 
relazioni come privi di un diritto comune. Si può 
facilmente immaginare quanta dovesse essere la 
confusione nelle idee giuridiche e nella poh- 
tica, e quali pessime conseguenze dovesse avere 
una tale condizione di cose; il libro del Grozio 

lodi smisurate, edizioni nuove e commenti d'ogni genere. 
Solamente nel nostro infelice paese, dove una vita polìtica 
indipendante era ormai del tutto spenta , l'accoglienza do- 
veva esservi piti fredda. ^ 



68 GROZIO 

dovendo cadere in mezzo a queste, non j^oteva 
uscire più opportunamente e meglio corrispon- 
dere alla coscienza e all'aspettazione universale. 
Badate, disse egli col suo libro ai popoli o meglio 
ai re d'Europa, voi non siete sciolti da ogni dovere 
e diritti reciproci, perchè adorate Dio in diverso 
modo^ anche non ne adoraste alcuno voi non ne 
sareste sciolti per questo; voi avreste sempre doveri 
e diritti; questi mfatti si fondano sulla nostra 
natura stessa intelligente^ costante ed uniforme 
in tutti gli uomini, in quanto si manifesta nella 
comune tendenza alla società; ma se l'uomo ha 
ristinto naturale della socievolezza, vi devono 
essere nella natura sua gli elementi necessarii 
perchè una società debba sussistere e da questi 
potersi comporre un diritto , perchè non v ha 
società che senza questo possa formarsi. II di- 
ritto quindi è inerente ed essenziale alla stessa 
natura socievole degh uomini , ed è comune e 
costante per tutti, quindi egli definisce nega- 
tivamente il diritto col dire ingiusto quod na- 
turcB societatis ratione utentium repugnaL Ma 
secondo il Grozio non vi sono solo diritti na- 
turali fra gli individui; per la stessa ragione vi 
sono anche fra i popoli, fra i quah non è lo 
stato di guerra che sia naturale, ma bensì 
quello della pace ; cosi Grozio estende il diritto 
naturale dalle relazioni individuali alle politiche, 
e fonda il Diritto internazionale. A questo di- 
ritto naturale fondato sulla natura umana cor- 
risponde il diritto positivo che è il diritto civile 
quando riguarda Tin terno di uno staXo, jus gen- 
tium quando riguarda le relazioni estrinsiche 
fra stato e stato. 

Oltre queste norme che regolano la vita so- 
ciale il Grozio ammette un altro diritto naturale, 
un diritto naturale in senso largo, che è la mo- 



CAPO IV 69 

rale, la quale limita e mitiga ciò che è di stretto 
diritto positivo e naturale (1). Cosi il Grozio al 
contrario della scolastica, distingueva non solo 
la morale e il diritto dalla religione, ma ancora 
quelli fra loro, e il diritto naturale dal diritto 
positivo. " • 

Se non che il Grozio, fatte queste distinzioni 
fu ben lontano dal saper determinare la natura 
di ciascun elemento, le loro reciproche relazioni, 
e con metodo sicuro e filosofico tener saldi e 
proseguire i suoi principii nello svolgimento e 
nell'applicazione delle sue dottrine, Grozio non 
era per nulla filosofo, egli era un diplomatico, 
un uomo d'affari, un uomo di senno e che mirò 
col suo libro ad un fine pratico. Egli stesso 
colle sue frequenti e ostentate citazioni, che al 
suo tempo nelle cose giuridiche facevano gran- 
de effetto, col suo discendere ad ogni minutezza, 
dà a divedere com'egli pensasse veramente più 
a fare un codice internazionale, che a dare un 
trattato di filosofia giuridica. 

Dice egli bene, che il diritto naturale, siccome 
fondato nella nostra natura intelligente e so- 
ciale, cosi si debba da essa venire esplicando più 
con ragioni che con autorità. Secondo questo 
suo proposito dovea il Grozio darci un trattato 
razionale dei diritti naturali; ma di questo non 
v'ha pur traccia nel suo libro; egli risolve più 
sovente le questioni coli' autorità messe le une 
a fascio delle altre che con ragioni; e nell' asse- 
gnare a ciascuna delle norme sociali, che noi 
abbiamo superiormente enumerate, la parte che 
esse hanno in queste soluzioni, raramente pro- 
cede con metodo e principii razionali; il più 
sovente è del tutto arbitrario ed empirico. — 

(1) lì medesimo ufficio attribaìsce alla religione cristiana. 



70 GROZIO 

Uno dei difetti suoi principali gli è di non 
essersi fatto un chiaro concetto del diritto na- 
turale. Egli dice, che la legge civile nihil potest 
prcecipere quodjus naturce prohibet aut prohibere 
quod prcecipù, potest tamen libertatem naturalem 
circumseribere e altrove humana jura multa 
constituere possunt proster naturam, cantra na- 
turam nihil, ma eguale sia il criterio per cono- 
scere ciò che è di diritto naturale, per stabi- 
lirlo, per derivarlo, egli non lo vide; dice 
che è di diritto naturale ciò che è consen- 
taneo alla natura intelligente e sociale del- 
l' uomo; ma V intelligenza e la socievolezza 
stanno T una accanto all' altra, senzachè se ne 
determinino i rapporti. Se egli avesse saputo far 
questo, se egli si fosse fatto un compiuto con- 
cetto della personalità umana, e questa congiun- 
tala colla sociabilità, avrebbe trovato il vero fon- 
damento e ad un tempo il criterio del diritto 
naturale. Ma a lui nlancava del tutto Tingegno 
speculativo, e d'altra parte gli era fer questo 
necessario, che egli distinguesse solo, non già se- 
parasse il diritto dalla morale, nella quale quello 
trova il suo fondamento. 

Egli non avrebbe allora distinto un diritto 
naturale largo da un diritto naturale stretto, 
e trovato permesso dal diritto naturale ciò che è 
riprovato dalla morale e insieme dal diritto pò • 
sitivo, come contrario appunto ai diritti asso- 
luti dell'uomo. Cosi secondo lui il diritto na- 
turale permette la schiavitù, permette che un 
padre venda, impegni, ammazzi i suoi figli, 
permette la poligamia, permette in tempo di 
guerra, che si abbia a fare quanto più male 
si può al nemico, e che quindi si abbiano da 
usare anche armi avvelenate ecc. Gli è natu- 
rale: il Grozio avea fondato il diritto di na- 



CAPO IV 71 

tura sopra un istinto , una tendenza ; tutti 
gli istinti e tendenze umane, quando si ven- 
gono ad incontrare coli* istinto sociale, dovreb- 
bero dunque essere altrettante fonti di diritto; 
quindi se esplicitamente lo rigetta, talora pure 
nelle applicazioni tratta del diritto naturale come 
di tuttociò che è consentaneo ai nostri ingeniti 
istinti, ai prima naturca degli Stoici, ciò che 
è consentaneo alluso naturale quantunque non 
morale delle nostre facoltà. Cosi il Grozio di- 
struggeva nelle applicazioni il vero diritto na- 
turale, che pure si era cosi confusamente pro- 
posto di fondare. — La confusione poi cresce , 
quando si vede in Grozio quel diritto naturale 
moltiplicarsi ad ogni tratto: v'ha un diritto na- 
turale simpliciter, e un altro prò cerio rerum 
statu, un diritto naturale anteriore alle leggi 
civili e un altro posteriore, — r Egli conduce, è 
vero, il diritto naturale come un filo, che si 
svolge in tutte le particolarità giuridiche e proi- 
bisce comanda o se ne sta indifferente: ma 
questo è un concetto falsissimo del diritto na- 
turale, e che ancor oggi si trova in molti li- 
bri : il diritto positivo deve sempre essere un' 
applicazione del diritto naturale, questo ci dà 
i fondamenti e i criterii costanti del diritto, e 
in quanto si accomoda alle circostanze dei tempi, 
dei luoghi e dei popoli diventa diritto posi- 
tivo. Il Grozio invece immagina un certo pa- 
rallelismo tra il diritto naturale e il positivo, 
in cui quello non ha verso di questo che un 
uflBcio negativo; sicché talora prova la legittimità 
del diritto positivo col diritto di natura, tal' al- 
tra invece stabilisce un diritto positivo contrario 
a questo né si cura di conciliare la contraddizione. 
Le inconseguenze sono ancor più grandi, se 
noi passiamo dal diritto privato al diritto pub- 



72 GROZIO 

blico: anche qui egli dà al popolo un diritto 
naturale e poi glielo toglie. Prima di lui già i 
Gesuiti e fra gli altri esplicitamente il Bellar- 
mino aveano posta la sovranità del popolo 
come fondamento della potestà politica, ma sot- 
toponendo questa alla potestà ecclesiastica; il 
Grozio conformemente a*suoi principii fu il primo 
a dare ad essa un fondamento naturale e indi- 

J)endente; per lui originariamente la potestà po- 
itica risiede in tutto il popolo cui egli chiama 
quindi il subjectum commune della somma po- 
testà. Parlando delle origini della proprietà il Gro- 
zio immagina come THobbes, Vico, Rousseau, ecc. 
vi sia stato un secolo di nomadi, quo sensum 
naturalis societatis, quce est inier homines, mores 
exsurdaverant, e del quale rimasero reliquie nello 
stato posteriore. Da questa condizione dovettero 
gli uomini a poco a poco condursi al vivere civile. 
ÌEgli definisce quindi in un luogo geneticamente 
lo stato : consociano, qua multi familiarum patres 
in unum populum 'ac civitatem coeunt , dando 
cosi a quello quasi la base di un contratto. 

Da questo concetto, che posteriormente ebbe 
uno svolgimento si grande nella filosofia poli- 
tica, e produsse due dottrine fra loro si diffe- 
renti, quali sono quella dell' Hobbes e del Rous- 
seau, il Grozio non trasse alcuna conseguenza, se- 
condo il solito suo ; anzi malgrado di quel prin- 
~ cipio egli ammette, che un popolo possa alienare 
tutta la sua libertà e tutti i suoi diritti politici, nei 
quali sta pure la guarentigia dei diritti civili, am- 
mette governi fatti non per l'utilità dei gover- 
nati ma dei governanti, tien come legittimò il 
diritto di conquista ed altre cagioni di dominio, 
le quali danno al sovrano un diritto assoluto 
sui sudditi e fondano gli stali patrimoniali, cui il 
Grozio non trova per nulla contrarii al diritto di 



CAPO IV 73 

natura. In tali stati il sovrano è padrone di tutto, 
anche delle proprieià private * dei sudditi , le 
quali egli può alienare a suo beneplacito. Essi 
sono quelli che il Grozio dice avere la sum- 
mitas e la plenitudo fiwjoem nello stesso tempo, 
e che dal sovrano sono posseduti in pieno 
jure proprietatis. Altri governi vi sono di di- 
ritto pieno e non sommo e viceversa. Il Grozio 
combatte fortemente il diritto di resistenza dei 
sudditi contro i sovrani, malgrado le sue teorie; 
potestates publicos, dice egli, eo loco nobis ha- 
bendw sunty quasi ab ipso Deo esserti constitulce. 
Secondo il diritto naturale la resistenza non è 
lecita se non in caso di estremissima necessità, 
cioè quando si venga inisidiato nella vita; ma 
essa è poi contraria anche in questo caso ai 
precetti dell' Evangelio. Che se questo, in ar- 
monia col diritto naturale, ci ingiunge di non 
ubbidire ai comandi ingiusti dei sovrani, dob- 
biamo però rassegnarci poi a soffrire da questi 
tutte le pene che essi vorranno infliggerci per 
la nostra disubbidienza, perchè indigna digna 
habenda sunl rex quce facit. E queste teorie 
non erano per quei tempi troppo dispotiche! 
Ma quel che ci fa più maravigliare è l'udirle da 
uno che vuole fondare il diritto naturale e fa 
questa complice di teorie cosi insane. — Ma 
noi rileveremo altri vizi dottrinali del Grozio 
quando ne faremo il paragone con Vico (l). 

(1) Del Grozio trattano molto ì Tedeschi : fra i migliori sono 
Io Stahl nella sua Geschichte der Rechtsphilosophie pur 
tradotta in italiano, il Mohl nella sua grande ed eruditissima 
opera Die Geschichte und Litteratur der Staatswissen- 
schafften, Erlangen 1855, e più a lungo l' Hinrichs Geschi- 
chie der Rechls und Staalspricipien seit der Reformation 
bis auf die Gegenwart, Leipzig, 1849. 

Io trovo però che essi sono in generale troppo parziali 
per il Grozio , e gli suppongono talora una vera deduzione 



74 SELD£NO 

Fra i più grandi oppositori che ebbe il Grozio 
al suo tempo è da porsi Y inglese Giovanni 
Seldeno, il quale si fece esplicamente difen- 
sore del concetto giuridico del medio evo, 
esponendo le sue idee nel suo libro De jure 
naturali et gentium juxta disciplinam ebrceo- 
rum, pubblicato per la prima volta nel 1640. 

Secondo il Seldeno, il diritto naturale si fonda 
sulla volontà dì Dio, non sulla natura umana. 
Ksso viene da lui manifestato all'uomo o im- 
mediatamente con una rivelazione naturale o 
mediatamente con una rivelazione positiva. Esso 
si dovrebbe dunque poter studiare anche colla 
ragione, nella quale secondo il Seldeno stesso 
ci vien scolpito da Dio ; ma questo egli concede 
solo teoreticamente. Secondo lui la ragione e 
la filosofia sono inette a darci un vero sistema 
di diritto naturale ; questo si deve invece studiare 
e ricercare nelle leggi degli Ebrei. E cosi fa egli 
in tutto il suo libro, distinguendo ciò che è di di- 
ritto puramente politico e si rapporta solo alla 
costituzione dello stato ebraico da quello, che 
secondo lui ha un fondamento universale, e fu 
rivelato da Dio àgh Ebrei, perchè valesse per 
tutti i popoli. — Il Seldeno fa consistere quindi 
principalmente tutti i precetti della giustizia in 
q^uei sette comandamenti, che secondo la tradi- 
zione furono rivelati da Dio ai figli di Noè. 

La polemica del Seldeno contro la ragione 
natursde non ebbe alcun seguito né alcuna in - 
iiuenza sullo svolgimento posteriore della scienza, 

« 

filosofica di principii, mentre basti leggere qualche pagina 
del suo libro per accorgersi dell'erroneità di tal giudizio. 
V. pure la beiropera postema del Carmignani, Storia 
dell'origine e dei progressi della Filosofia del Diritto,. 
Lucca, 1851, libro talora alquanto superficiale ma mollo 
<'oscienzioso ed eredito. 



CAPO IV 75 

\ 

\ 
\ 

essa fu rultima voce dei concetti medievali^ e nello 
stesso suo paese l' Hobbes doveva dai principii di 
Grozio trarre una nuova e particolare dottrina. 
L' Hobbes pubblicava le sue teorie giuridico- 
politiche dapprima nel De Cive nel 1647, poscia 
nel Leviathan nel 1670. — Grozio avea negato un 
ordine superiore ali* uomo, sul anale si fondasse 
il diritto, o almeno posto quello accanto a un 
ordine unicamente fondato sulla natura umana, 
senza subordinare l'uno all'altro. Da questa 
umana natura egli scegb'e un istinto, cn egli 
dice esisenziale ad essa, quello di socievolezza, 
e su esso vuole teoreticamente, fatta astrazione 
dei fatti particolari, fondare tutti i precetti del 
diritto naturale, — L'Hobbes accetta che il diritto 
si abbia a fondare sulla natura umana e sopra 
le tendenze esseoaali di questa, nega però che 
queste tendenze siano la socievolezza; l'uomo non 
cerca essenzialmente il vivere socievole, ma il pro- 
prio particolare benessere ; la tendenza origi- 
naria essenziale dell'uomo è dunque l'egoismo. 
— L' Hobbes. accetta e svolge il concetto del 
Grozio, che vi sia stato avanti il vivere civile 
uno stato cosi detto di natura, e piglia questo 
come punto di partenza per la genesi del suo 
diritto: per l'istinto sovradetto essenziale agli 
uomini quello stato naturale era per Hobbes 
una guerra di ciascuno contro tutti, perchè non 
v erano diritti , o meglio perchè ognuno avea 
diritto uguale a tutte . le cose. Gli uomini a- 
vrebbero quindi fipito di distruggersi tutti 1 un 
coir altro ; mossi allora dalla legge naturale della 
propria conservazione furono condotti a fondare 
gli stati e dare origine all'umana società. Cosi 
Diretto, Politica, Virtù non hanno secondo Hobbes 
per ultimo fondamento, che il proprio interesse. 
Lo stato presuppone per base sua due conven- 



76 HOBBES 

« - » 

zioni, una di ciascuno con ciascuno, l'altra di 
ciascuno col' dominante: in forza di queste si deve 
supporre che ogni individuo abbia rinunciato a 
tutti i suoi diritti per investirne il sovrano, con 
rinuncia ad ogni diritto di resistenza. — Cesi 
il sovrano dell' Hobbes non può mai avere la po- 
testà comune secondo il senso di Grozio, ma ha 
sempre essenzialmente una potestà piena, anche 
con tutti i diritti annessi alla potestà somma, 
perchè egli è assoluto padrone dei suoi sudditi, 
dispone liberamente di loro e delle loro cose, 
è fonte unico della morale colle leggi, che esso 
dà, ed ha facoltà di regolare il culto e le cre- 
denze cristiane come gli piace. 

A combattere un sistema che si poggiava su 
principii cosi immorali e giungeva a si mostruose 
conseguenze, sorsero molti rtinnodandosi pure 
a Grozio; il che mostra quanto valga la logica 
per la ricerca della verità nelle cose morali. Fra. 
i più grandi oppositori di lui sono da annove- 
rarsi il Cumberland, il Puffendorf, il Locke : noi 
non parleremo che del Puffendorf (1), perchè noi 
non ci proponiamo di fare una storia del diritto 
della politica, ma si solo di dare gli elemeiiti 
necessarii ad un giusto apprezzamento delle 
opere del Vico. 

Il Puffendorf si fonda sugli stessi principii del 
Grozio, e si risente molto, pur volendo com- 
batterlo, dell'influenza deirHoobes; anch'eglivuol 
fondare il diritto naturale sulla natura umana 
e combatte non meno fortemente del Cumber- 
land la dottrina teologica del fondamento del 
diritto. Il Puffendorf distingue tre fonti del di- 
ritto: il Diritto naturale fondato nella ragione 

(1) L'opera capitale del Puffendorf sul Diritto Naturale 
è il De iure naturcB et gentium pubblicato per la prima 
volta nel 1672. 



CAPO IV 77 

umana, il Diritto civile fondato sulle leggi civili, 
e la Teologia morale fondata sulla rivelazione 
divina^ e non parla della morale filosofica cui con- 
fondeva, a differenza di Grozio, con questa e col 
diritto naturale. — Anche per lui l'istinto della 
socievolezza è fondamento della società ; ma per 
trarne il diritto naturale dobbiamo consultare 
la nostra ragione^ che ci guida a conoscere la 
vera natura delle cose. — Egli fonda però, come 
THobbes^ la sua dottrina partendo dallo stato di 
natura ; ma il Puffendorf lo concepisce ben di- 
versamente da quest ultimo, Seconao lui un vero 
stato di natura, in cui ciascun uomo sia isolato 
completamente, o in relazioni casuali con tutti 
gli altri, non è che una mera supposizione. Il 
Puffendorf concepisce piuttosto lo stato di na- 
tura come quella condizione dellumanità ante- 
riore alla fondazione degli stati, allo stabilimento 
delle leggi civili: in tale condizione non sono 
gli uomini, come vuole THobbes, in continuo 
stato di guerra tra di loro : in essi vige il di- 
ritto naturale, e gli istinti di benevolenza e di 
filantropia si fanno valere non meno di quelli 
di malevolenza e di avversione. L'uomo ama ve- 
ramente sé stesso sopra tutti gli altri, ma si 
ama ragionevolmente , cioè ama sé cogli altri 
suoi simili ; l'amore di sé e degli altri deve tem- 
perarsi in modo che ne sorga un amore comune 
e su di questo si fonda il diritto naturale. — 
Secondo Puffendorf il principio stesso della pro- 
pria conservazione é quello che ci spinge alla 
società. Egli fa una descrizione di ciò che sa- 
rebbe, l'uomo gettato nel mondo isolatamente, 
mostra come esso nasca naturalmente bisognoso 
d'aiuto, corno non vi sia nulla di più infelice 
che un uomo abbandonato a sé solo, e come 
tutti gli agi e i beni della vita vengano dalla 



78 l'LFFENDORF 

società; ma quelli sono tanto maggiori guanto più 
questa è ordinata , quindi i padri di famiglia 
aovettero fondare gli stati non per un'assoluta 
necessità naturale o perchè l'uomo sia essen- 
zialmente un essere politico, come dice Aristo- 
tile, ma perchè in quella loro condizione di na- 
turale libertà, regolandosi ciascuno secondo il 
proprio giudizio, molti mali ne dovevano de- 
rivare a tutti. Gli stati si fondarono dunque 
per l'unione, in certo modo libera, dei padri di 
famiglia, i quali ad ovviare i mali della foro con- 
dizione di vita, rinunziarono alla loro naturale 
libertà, assoggettandosi a un potere sovrano, che 
regolasse le diverse volontà e tendenze degli in-' 
dividui e airuopo reprimesse quelle che offende- 
vano il bene comune. Cosi lo stato viene dal Puf- 
fendorf considerato come una persona morale 
collettiva, avente diritti e beni proprii ; esso è il 
noterò più elevato, il quale rappresenta il vo- 
lere di tutti e può usare dei beni e delle forze 
di ciascuno per la sicurezza e pace sociale. 
Anche per Puffendorf quindi la sovranità è as- 
soluta, i sudditi non hanno nessun diritto po- 
litico e devono fare tutto quello che stabilisce 
il potere sociale; ma questo è, contrariamente 
a quanto il Grozio ammette ne' suoi regni pa- 
trimoniali e r Hobbes nel suo Stato, limitato dal 
proprio fine e dal diritto naturale : esso non 
deve comandar nulla contro di questo e deve 
mirare essenzialmente nelle sue disposizioni . 
al bene di tutti; limitazioni però, che nel si- 
stema di Puffendorf non hanno che un valore 
teorico, perchè egli toglie ai sudditi ogni diritto 
di resistenza, come il Grozio, anzi va più avanti 
di questo e non ammette sovrani, che possano 
esser legati da leggi, perchè il sovrano è esso 
stesso la legge suprema e ogni altra legge ha 



CAPO IV 79 

valore da lui. I sudditi debbono, dice il Puf- 
fendorf , condursi verso i sovrani, e sopportarne 
i difetti come buoni figli fanno verso i loro ge- 
nitori. — Anche il Puflfendorf poi ammette certi 
regni patrimoniali simili a quelli di Grozio, quelli 
cioè, dove il sovrano ha acquistato non solo il 
potere politico ma anche la pubblica proprietà, 
cioè le proprietà di tutti i cittadini. 

Ma mentre il Puffendorf da una parte fonda 
il diritto sulla natura umana , dall'altra gli dà 
un altro fondamento in Dio. Dio è per Puf- 
fendorf autore del diritto naturale , perchè gli 
è col riconoscere Dio come autore del mondo, 
che noi diamo un valore morale e giuridico 
airistinto sociale e alla necessità del bene uni- 
versale. Dio quindi è per Puffendorf quegli 
che dà forza al diritto naturale da lui imposto 
all'uomo, e da cui devesi considerare come de- 
rivanti le sovranità preposte agli stati» — Ma 
non per questo egli ritorna alle idee scolastiche. 
Il Puffendorf deduce il diritto dal pensiero di 
Dio, non già dalla Fede sovrannaturale che noi 
abbiamo in lui e cerca anzi di dare un ionda- 
mento razionale alla stessa religione; cosi egli 
fa la ricognizione del diritto, a differenza di 
tutti i suoi predecessori, chiaramente indipen- 
dente dalla rivelazione : cessa così in lui ogni 
relazione tra il diritto e la fede. 

11 Puffendorf ebbe non piccola influenza su 
Vico, ma più in cose accidentali al suo sistema 
che nella sua idea principale; non pare del 
resto che egli ne avesse pi-esa una cognizione 
molto profonda ; ma avea studiato molto Grozio, 
e indovinò, come vedremo, tutto il manchevole 
di questa scuola. 

In tutto questo movimento giuridico-filosofico 
l'Italia non ha alcun nome da presentare ; lino a 



80 FILOLOGIA PRIMA DEL VICO 

Vico essa rimane estranea o almeno non fa che 
ricevere passivamente le teorie che le vengono 
d*oItremonte, La servitù politica pare avesse ina- 
ridito tutte le fonti del sapere nelle cose mo- 
rah; gU ultimi rappresentanti . del grande mo- 
vimento filosofico del secolo xvi, Vanini e Cam- 
panella, morivano quegli sul rogo, e questi in 
esigìio e l'Italia pareva vendicarsi della sua de- 
cadenza politica e filosofica cogU studi mate- 
matici, fisici e medicali, nei quali tenne per 
qualche tempo il primato, come lo manteneva 
ancora nelle belle arti, di cui una nuova ri- 
comincia ad avere ampio svolgimento in questo 
tempo, cioè la musica. 

Ma abbiam detto che il Vico non si rannoda' 
solo al movimento filosofico-giuridico dei suoi 
tempi, ma anche essenzialmente al movimento 
degli studi storicO'filologici suir antichità. Di 
questo assai meno è a dirsi che non deiraltro. 
— La filologia non avea ancora trovata la sua 
via, e non poteva dirsi una vera scienza; la 
storia antica non andava che raccogliendo i fatti 
quali erano stati tramandati, anziché proporsi 
per ufficio di fondare una critica di quelU ba- 
sata da una parte su principii razionali, dal- 
l'altra sullo studio delle fonti. La critica e 
interpretazione di queste, presa ciascuna stac- 
catamente, senza studio di comparazione, era 
l'unico compito che si proponeva allora il filologo, 
e anziché essa dovesse servire all'erudizione e 
quindi alla conoscenza della storia, l'erudizione 
e la storia servivano piuttosto a quella critica 
priva di veri principii. Tuttavia si tanno in quel 
secolo buoni studii di dettaglio specialmente 
sulla storia romana e sugli autori latini. Basti 
per quelli citare il Perizonio, che fiori tra il 
secolo XVII e xviii, e insegnò nelle università 



CAPO IV 81 

tedesche ed olandesi. Ed anche in questi studii 
noi che eravamo stati i maestri delle altre na- 
zioni con tutti i nostri grandi eruditi dei secoli xv 
e XVI, coi Valla, coi Nizzoli, coi Sigonio, coi Vet- 
tori, ora non abbiamo più qui alcun nome 
celebre da mentovare. Passati invece tali studii 
in Francia, e promossivi specialmente dall' ita- 
liano Scaligero, vi produssero molti uomini pe- 
lebri^ il figlio stesso di quello, il Casaubuono, TEn- 
rico Stetiano, ecc. finche verso la metà del secolo 
XVII e il principio del xvin ebbero grandi e 
felici cultori in Olanda prima, poscia in Inghil- 
terra col grande Bentley e finalmente in Ger- 
mania, ove posero loro sede, e vi tengono ancor 
oggi il campo, insegnamento in questo all'Eu- 
ropa intiera. 

Più fecondi erano ancora gli studii sulla giu- 
risprudenza romana , e in questi Y Italia che 
die vie a loro nascita e per qualche secolo vi 
tenne il primato su tutte le altre nazioni , non 
istà neanco in questi tempi al di sotto' delle, 
altre. Centro di tali studi era specialmente Na- 
poli, che diede verso la fine del secolo xvii e 
il prìncii>io del xvm un numero grandissimo 
di cultori del diritto romano, per grande parte 
ora dimenticati, ma di cui vien mentovata la 
grande fecondità nelle riviste del tempo, e che 
erano pur conosciuti all'estero. Cosi un giornale 
di Upsia del i732 scriveva che i NapoUtani in- 
gombravano l'Europa allora coi loro libri giuri- 
dici, atti più a confondere che a chiarire le idee^ 
e cita fra gli altri Gravina e Vico. Il giudizio 
è molto ingiusto. — Il Villari in un suo recente 
scritto sul Filangieri ci espone mplto bene le , 
ragioni perule quali si era venuto svegliando 
in Napoli uo si grande ardore per gli studi giu- 
ridici. Dopo aver narrato la miseria grandissima 

6 . 



82 I GIURISTI NAPOLETANI 

del paese, gli abusi e la confusione che regnava 
in tutte le relazioiìi private e pubbliche, cosi scrive: 

« Una sola professione era sorta vigorosa e 
« numerosa dal disordine stesso del paese, e 
« questa era quella degli avvocati. Fra quella. 
« moltitudine di leggi le liti moltiplicavano al- 
« r infinito ; alcune divenivano eterne, si tra- 
« smettevano in eredità di famiglia in famiglia» 
« se ne parlava per tutto il regno. E quando 
« alla moltiplicità delle leggi s' univano le con- 
« tese fra le curie diverse, allóra si richiedeva 
« a discuterle una vasta conoscenza del diritto 
« canonico, feudale, romano ecc.; bisognava del 
« pari essere abile ed accorto nella interpetra- 
« zione storica, e nel paragone delle leggi. 
«' Quella professione, però, era la sola che of- 
« ferisse grossi guadagni, e desse qualche con- 
« siderazione; quindi i migliori ingegni e ])iù 
« ambiziosi la intraprendevano. » Dal che ne 
venne « che il medio ceto, il quale altrove s'era 
« formato di tutte quante le professioni libere, 
« in Napoli si compose unicamente di avvocati. 
« Essi crebbero e moltiplicarono a dismisura; 
w furono superbi, avidi, loquaci e riottosi; ma 
« pure acquistarono un acume ed una pratica 
« maravigliosa nell* interpretare e conoscere 
« r infinito numero di legislazioni che avevano 
« vigore nel regno. In sul principio fu un sem- 
« phce empirismo d' uomini nati e consumati 
« fra le liti; ma poi alcuni di più eletto iri- 
« gegno sollevarono a grado di scienza quel- 
« r empirismo, e sorse in Napoli una scuola di 
« valenti giurisperiti* che va posta ira le po- 
« chissime glorie che illustrarono il paese sotto 
« il dominio vice-reale. 

« In sulla fine del secolo decimo settimo, di 
« fatto, vennero in Napoli alla luce vaste com- 



CAPO IV tH3 

« pìlazìooi di leggi, lunghi trattati, nei quali 
« già cominciava la interpretazione storica a fio- 
« rire; ma erano lavori che dimostravano piut- 
« , tosto pazienza e perseveranza, che ingegno ; 
« raccoglievano preziosi materiali alla, scienza , 
« ma ancora non !a cominciavano. Si deve a 
« Francesco d* Andrea il raro merito d' aver 
« concepito V idea di sollevare a più alta dignità 
« la dottrina dei curiali napoletani. Egli era un 
« uomo di molto ingegno e di vasta dottrina; 
« scrisse pochissimo, ma per la fermezza e bontà 
« del suo carattere acquistò tanta ajitorità nel 
« foro e nella magistratura, che , ne fu come il 
« centro. Colla sua parola, coi suoi incoraggia- 
« menti sollevò a più nobile ambiziocfe l'animo 
« dei curiali; e cosi incominciò fra di essi una 
d gara di studi ed una vita scientifica che non 
« v'era stata da gran tempo. Se non che, fu 
« raggiunto un fine diverso da quello eh' egli 
« s* era proposto. Alla sua morte si \'ide che la 
« scienza disertava rapidamente il foro , per 
« salire nelle cattedre della Università. Coloro 
€ che amavano il vero, abbandonavano le liti e 
« i guadagni della curia, nella quale restavano 
« solo quelli in cui poteva più F amore dell'oro. 
« E cosi si formava una nobile scuola di veri 
« scienziati; ma i tribunali ricadevano nel vec- 
« chio empirismo.» 

Ora da questa scuola, che il Villari ci fa co- 
noscere, uscirono appunto insieme ad altri mi- 
nori, il Mariano, l'Aùlisio e fi Capasso, e i due 
più grandi. Gravina e Vico. Gli è necessario che 
noi ci fermiamo alquanto sul primo, perchè il 
suo libro De origine Juris si può considerare 
come il prospetto delle cognizioni del diritto 
romano avanti il Vico (1). 

(1) Il Gravina nacque nel 1664 e mori nel i7l8. Sodo 



84 GRAVINA 

Il Gravina non merita il disprezzo che sopra 
di lui ^etta il Ferrari. Egli fu uomo di molto 
senfio e di grandissima dottrina; studioso di 
Grozio e Puffendorf e ad un tempo grande am- 
miratore della filosofia antica e specialmente 
entuàasta del diritto romano, egli mescolò i di- 
versi concetti che da queste tre fonti gli veni- 
vano, nello stabilire i principii del diritto natu- 
rale. Come gli antichi confonde egli la morale 
col diritto naturale, come gli antichi egli parte 
dalla ricerca del sommo bene e lo trova nella 
virtù congiunta colla felicità e acquistata colla 
scienza, seguendo in questo specialmente gli 
Epicurei eclettici del ii secolo dell' era volgare : 
viriutes per scientiam adipiscentes et perturba- 
tiones immoderatarum effuffientes ctipiditatem , 
sola emendatione mentis ad verticem felidtatis 
evadimus. Questo è per Gravina il iremmo fine 
umano, e quantunque Ciccia le sue riserve per 
quello che mvece veniva proposto a noi dalla re- 
ligione cristiana, egli non dà a questo valore 
dottrinale, mostrandosi egli nelle oottrine scien- 
tifiche del tutto informato alle idee antiche del 
Paganesimo. — La ragione, da lui intesa nel 
modo degli Stoici, come ci fa operare conforme 
alla nostra vera natura, cosi ci accomuna anche 
cogli altri uomini, e come essa domina nell'in- 
dividuo, cosi deve dominare nella &miglia, nello 

abbastanza conosciute le sue opere leltararie e specialmaBte 
Ja sua Ragione poetica, dove se non possiamo amnairare 
per i nostri lempi una grande peregrinità di dottrine « vi 
si trovano pure molte giuste' considerazioni, ed è d'altra 
parte un vero modello di stile scientifico elegante senza 
iioriture. Più celebre si rase egli per il libro che aoi ab- 
biamo mentovato sul diritto^ ch'egli pubblicò per la prima 
volta nel 1701, e che lo fece conoscere prestameoii in 
tntta l'Europa. — Egli era professore di diritto romano a 
Rema. 



CAPO IV 85 

stato, nell'umanità; essa è in qaedto caso nna 
ragione accomunata, sopra la qìiale si fonda la 
giustizia , cosi descritta dal Gravina : JMtitia 
est ratio communis commodi et norma univer^ce 
utilitatis publicceque tutela salutis , commercio^ 
rum altrix, prceses atque custos humanarum so- 
cietatum. 

Nello spiegare però le origini di fatto della 
società il Gravina trova, che ad essa furono gli 
uomini condotti da utili e vantaggi materiali , 
e che la giustizia ha avuto origine come meezo 
necessario a procurarci quelli. In questa dot- 
trina si vede ancora l'influenza degli antichi; ma 
a questa si viene ad aggiungere l'influenza delle 
recenti teorie giuridiche del sdo tempo. Egli 
ammette nell'uomo due facoltà originarie, di cui 
una lo trarrebbe alla vita isolata, l'altra alk 
vita civile : ma seguendo quella ogni uomo ve- 
dendosi uguale agli altri cade nello stato de^ 
scritto da Hobbes, per salvarsi dal quale stabi- 
liscono un governo civile , cioè quello del do- 
mìnio della ragione, investendo uno o pochi 
dell'autorità suprema. Questa quindi ha il suo 
fondamento nella volontà del popolo, nel che si 
accorda col Grozio, PufFendorff, Hobbes, e gli 
altri di Quella scuola. Nel descrivere però la 
natura ai tal potere egli è ben lontano dalle 
loro idee assolutistiche : egli segue in questo 
specialmente gli antichi, e le sue idee sono in- 
formate a quello spirito , che con un moderno 
vocabolo diremmo liberalismo (1). Secondo lui 

(1) Il suo liberalismo si estendeva anche alle cose dì 
religione: egli fu acerrimo nemico dei Gesuiti e Jella Ca- 
sìstica : rivolgendosi a un pontefice ebbe il coraggio dì'scri- 
vere the prò libero agii quisque rationi paret ei prò 
servo qnisquis ob temperai auclorilatù Quid imporlunius 
quam eunlesultro machinis tollere àc raplim abslrahero 
eiintes via? 



86 GRAVINA 

infatti non è mai consentaneo al diritto naturale 
un governo assoluto o patrimoniale : esso deve 
attenersi alla giustizia, e il popolo ha diritto di 
rivolgersi contro di chi opprima la sua Ubertà, 
che è cosa divina; affermando Egli che senza 
il consenso del popolo nullum ratum est etjustum 
impermm. Tali, idee à lui professore in Boma 
e a quei tempi non gli potevano venire se non 
dal soffio della classica antichità. — Talora però 
par contraddire a quelle sue opinioni democra- 
tiche e dare un certo diritto assoluto di coman- 
do al sapiente, quantunque sempre secondo 
ragione e per l'utilità vera dei governati ; cosi in 
un luogo àì(^QJmest principibus legum vim armis 
restituere^ si justam libertatem effusiori licentia 
multitudo corrumpuerit. Il Gravina non notò la 
contraddizione la quale è però più apparente che 
reale ; se egli avesse meglio riiSettuto e non 
avesse mancato come il Grozio d'ingegno filoso- 
fico sarebbe giunto a una vera teoria razionale 
dello stato. Cosi egli non fece che dare intorno 
a questo delle idee staccate, parte suggeritegli 
dal suo buon senso, parte dagh studi antichi 
e dai recenti sistemi ; ma una vera teoria pro- 
pria non seppe formare. — Del tutto schiavo 
degli antichi è poi nella spiegazione dei moti civili 
e delle rivoluzioni sociali, nelle quali nulla in- 
travede delle idee nuove di Vico, distingue le 
diverse forme di governo, ne determina la na- 
tura e ne descrive i passaggi nell* identico modo 
(^he Platone nel suo Stato. 

Mail merito principale del Gravina sta nella 
sua esposizione storica e dottrinale del diritto 
romano la quale per i suoi tempi dovette es- 
sere la meglio fatta, sicché del suo libro si fe- 
cero edizioni anche in Gerniania e in Olanda. 

In essa però la critica non vi si mostra che 



CAPO iV • : 87 

a rari passi. Essa procede incerta, senza prin- 
cipii, senza metodo come tutta la critica filolo- 
gica e storica di quel tempo: i fatti non ven- 
gono considerati nel loro complesso né ricon- 
dotti e rannodati alle loro cagioni col proposito 
di trovarvi la vera realtà storica. Ciò malgrado 
non si può negare che qualche idea staccata qua 
e là si trova, che dovette mettere il Vico alla 
traccia delle sue scoperte. Cosi il Gravina già 
osserva che il popolo era originariamente di 
soli nobili, e che solamente essi godevano dap- 
prima diritti politici ; ed altre idee vi sono, che 
dal Vico ebbero si ampio svolgimento: la san- 
ctitas delle formolo legali, la segretezza e l'inac- 
cessibilità del diritto depositato nelle mani dei 
sacerdoti, l'idea che le formolo e le cerimonie 
che si usavano in alcuni atti legali erano rap- 
presentazione di atti reali ex jure naturace ; 
quindi anche il Gravina descrive il primo svol- 
gersi del diritto, come un rapimento dal sa- 
crario sacerdotale ; e questo è per lui come per 
il Vico un passo verso l'equità, dicendosi pur 
da lui l'antica giurisprudenza non lam in ae- 
quitate' quam in verborum supersiitione fundata ; 
riguardo alle leggi delle xii tavole non nega 
recisamente come il Vico, che non siano state 
importate dalla Grecia, ma afferma, che a quelle 
venute di là si fecero molte modificazioni, e di 
nuove se ne introdussero, essendo uno de'suoi 
più tenaci concetti, che il diritto romano sia di 
molto superiore al greco e si sia svolto sponta- 
neamente come un* applicazione della ragione 
naturale. 

Il Gravina fu poi talmente ammiratore dei 
Romani e cosi pieno dei concetti giuridici , che 
scrisse un opuscolo De Romano imperio, nel 
quale si piglia l' assunto di provare , che lal 



88 LÀ FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

popolo romano e all' impero su di esso fondato 
e suoi legittimi rappresentanti si apparteneva 
di diritto ai suoi tempi ancora il governo del 
mondo; e come S. Agostino e Dante avean già 
fondato l'impero romano uuiversale sul volere 
della Provvidenza divina, Gravina lo fonda sulla 
natura stessa del popolo o meglio sopra finzioni 
legali. Dice, che il popolo romano m il popolo 
più giusto della terra, e che avendo esteso a 
tutti gli altri popoli il suo diritto, la sua lingua, 
la sua civiltà, si deve supporre, cqme se essi in 
imperio romano suam singuii libertatem in per* 
petuo deposuerinL 



La filosofia morale e giuridica del Vico. 

Il Gravina è runico scrittore ragguardevole 
Italiano che noi possiamo mettere ira i prede- 
cessori del Vico, eppure questi fu ingiusto verso 
di lui e non lo cita mai una volta, forse per 
una delle sue frequenti distrazioni. 

Del resto l'influenza degli scienziati era mag^ 
giore allora che non adesso fra i diversi popoli, 
perchè quelli si servivano generalmente ancora 
della lingua latina, si stampavano giornali let^ 
terari e scientifici in latino, e Y Europa formava 
per le scienze un* vera repubblica unita più che 
non lo sia al presente almen nelle scienze morali. 
Non é quindi a meravigUarsi, che il Vico po- 
tesse senza esser molto conoscente di lingue stra- 
niere, partecipare, come partecipò realmente, al 
movimento scientifico di tutta Europa. Noi lo 
vedremo esaminando la sua filosofia giuridica 
e storica, alla quale è oramai tempo che tor- 



CAPO V ' 89 

niamo, dopochà abbiamo acquistato gli elementi 
principali atti a farci un giudizio del posto che 
gli compete nella storia della scienza. 

La filosofia morale e giuridica del Vico è per 
la massima parte contenuta nel primo libro del 
Diritto universale. — Quest'opera si divide» come 
già abbiamo detto, in due libri : il primo, che porta 
per titolo De uno et universi juris principio et 
fine unoy ha per oggetto di provare 1^ che i prin- 
cipìì d'ogni scienza vengono da Dio, e questa 
emama il Vico la questione De origine ; 2° che 
ogni scienza si rivolge a Dio e questa é la que^ 
stione De circulo. Nel 2^ libro invece, che com* 
prende le due parti. De constantia philosophice 
e De constantia philologiw sotto il titolo comune 
di De constantia jurisprudentis, si propone di pro- 
vare che ogni cosa ed ogni scienza si collega in 
Dio. — Questa è almeno la sua divisione, la quale è 
ben lungi però dal dare la vera idea dell'opera. — 
Noi diremo invece che in questi libri si contiene da 
una parte il sistema morale e giuridico dell'autore, 
il quale vien esposto per un buon tratto del De 
uno e nelle poche pagine del De constantia philoso^ 
phi(B({), dall'altra la sua nuova scienza filologica 
di cui pone i principii suj3Ìto al cominciar del 
De unOy ma di cui non si trova l'esposizione che 
alla fine di esso e nel De constantia philologice. 
Noi tratteremo separatamente queste due parti 
della dottrina vichiana , fecendo rientrare la se- 
conda nella seconda parte del nostro lavoro. 

I principii teoretici, morali e giuridici del Vico 

(1) Qaesto però non ha alcuna importanza scientifica, 
mostra solamente alcune convenienze della fìlosufia antica 
e specialmente della platonica colla religione cristiana, e 
combatte le idee fatalistiche, di cui si parlerà trattando della 
filosofia storica; sarà quindi inutile che noi su di esso ci 
tratteniamo. 



90 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

non sono né molto profondi né molto originala 
— Se noi non vi troviamo la confiisione e i 
malintesi del suo Libro metafisico non possiamo 
neanco nell'esposizione di quelli vedere un or- 
dine scientifico ; il Vico non ci manifesta sempre 
i fondamenti delle sue idee, né posto un princi- 
pio sempre in esse lo segue; ma, senza puntò farne 
avvertiti i lettori, né accorgersene egli stesso, 
lo abbandona, sicché più cose dice e stabilisce 
senza prova, e molti de' suoi teoremi giuridici 
e morali sono slegati gli uni dagli altri. Vo- 
lendo trovarne la fonte bisogna ricorrere a prin- 
cipii e teorie diverse, ora a quelle dell'anti- 
chità, ora a quelle della scolastica, ora, quantun- 
que in più piccola parto qui , a quelle de'suoi 
tempi. 

Per fare le sue dimostrazioni, seguendo a suo 
modo il metodo geometrico , egli stabilisce in 
principio alcuni lemmi: che vi son due sommi 
generi d'esseri, spirito e materia, e che l'uomo 
è composto d'entrambi, ed ha quindi mente e 
senso; che le occasioni non sono causa delle cose ; 
che vi ha un solo modo di consentire alle cose 
dimostrate; che tutto quanto ci viene chiara- 
mente pòrto dall'idea chiara di un oggetto, deve 
in questo trovarsi. Nel che si vede l'avversario di 
Cartesio accettarne i principii; e li accettò ancor 
più quando, posti quei lemmi, entra brevemente a 
provare il suo primo assunto, cioè che tutti i prin- 
cipii delle scienze seno da Dio. Gli uomini, egli 
dice, non sono tra loro accumunati dal senso : 
de sensibilibus rebus tot opiniones quot homines, 
ma invece per riguardo alla mente hanno prin- 
cipii supremi di ragione, eterni, assoluti, comuni 
a tutti gli uomini e certissimi, i quali tutti hanno 
il loro fondamento nell'idea dell'ordine. Questa 
idea deve quindi esser comune a tutti gli uo- 



CxXPO V 91 

mini, ed esser idea d'un ordine eterno come i 
principii che vi si fondano; ma una tale idea 
non può venirci dalle nostre menti, che sono 
finite, quella invece tutte le menti finite unisce, 
essa ci viene dunque da una mente infinita, da 
Dio. — Dal che il Vico ne trae i corollari, che 
v'ha un Dio, che questo è inente unica infinita, 
che esso è autore degji eterni veri. Tutto que- 
sto, è evidentemente cartesiano. 

E molto . più lunga la parte , dove il Vico 
cerca di provare il secondo suo assunto, cioè 
che tutte le scienze hanno Dio per loro fine. 
Gli è qui che si Contengono propriamente i 
principii morali e giuridici del Vico. 

Già sin dal principio del suo hbro, esponendo 
i dubbii, che presso gli antichi e i moderni da 
alcuni si sollevarono, non vi sia forse alcun giu- 
sto naturale, o questo non sia altro che Futile, 
avea creduto senz'altro troncare la questione 
collo stabilire per principio : Jus mternum verum 
ac proinde inter omnes et semper et ubiquejm. 
Ma questo principio oltre che proposto senza 
prove è del tutto indeterminato. Che il diritto 
sia proprio il vero eterno è un equivoco, nel 
quale il Vico stesso non poteva rimanere ; con 
quell'espressione si verrebbe nella dottrina di 
Vico a dire, che il diritto è Dio; ma una tale 
proposizione, come molt altre che le somigliano, 
j\on ha alcun senso ; Dio non può essere 
né il vero, ne il buono, né il bello, né il giu^ 
sto ecc. come tanto sovente si dice, perchè 
quelle sono idee di rapporto, e Dio è un es- 
sere realmente esistente in sé e per sé. Ma il 
Vico non notò'quosto, quindi potè scrivere quella 
sentenza, tanto ammirata senza ragione da ta- 
lurji , che Dio è Posse, Nosse, Velie infinUum, 
e queir altra compagna che Tuomo è nosse, 



92 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEI VICO 

velie, posse finitum, quod- tendit ad in/initum. 
Con questo fraseggiare filosofico noi avremo 
sempre miti e ed equivoci nelle scienze filosofiche. 
— Ma Vico potrebbe rispondere, che se il giusto e 
il vero sono idee di rapporto nell' uomo^ esse si 
rendono concrete e sostanziali in Dio e quindi 
potrà dirci che Dio è il giusto, e il vero, come 
si dice che è la santità^ la bellezza, la bontà 
infinita ecc. Ma a queste frasi noi non possiamo 
che dare due sensi ragionevoli, cioè: riguardo 
a Dio stesso, ch'Egli conosce tutto il vero, che 
egli è sommamente giusto ecc.; riguardo a noi 
che egli è autore della verità, della giustizia ecc. 
il che è giustissimo, perché Dio essendo autore 
di tutte le cose, ò autore di esse come son 
fatte e di lutti i rapporti loro. Cosi il Vico 
non verrà a dir altro colla sua sentenza, che 
Dio è fondamento della verità e del diritto, ma 
con ciò non ci dice ancor nulla; bisogna de- 
terminare in che consista il vero, in che il di- 
ritto, Q quali siano i criterii per conoscerlo. *— Il 
vero vien definito da Vico mentis cum rerum 
ordine conformatio ; ma l'ordine delle cose è 
stabilito da Dio; se questi è il fondamento del 
diritto, il diritto sarà la conformazione della vo- 
lontà a quell'ordine, com'egli infatti definisce 
l'onestà; ma il perchè quest'ordine sia per noi 
obbligatorio non si rileva dal semplice concetto 
dell'ordine, bisogna anche ammettere, che que* 
st'ordine sia voluto da Dio; il diritto non si fonda 
dunque solo nel vero o nel conoscere di Dio, 
ma si anche nel suo volere. — Ma il Vico non 
seppe determinare bene questi rapporti né in 
Dio né nell'uomo. 

Vico come Gravina, tendeva cogli antichi a ri- 
durre il volere al conoscere, e com'essi egli tronca 
in questo l'essenza dell'uomo. Come gli antichi la 



CAPO V 93 

sapienza, co6Ì il Vico descrive lo stato dell'uomo 
integro, prima del peccato originale^ quale il su- 
premo dominio della ragione sulla volontà e le 
altre fiàcoltà minori, e trova che la sua attività 
consisteva principalmente nella contemplatone 
del sommo vero, mentre lo stato corrotto consiste 
appunto nelFassoggettamento della ragione alla 
volontà e al senso. Ma il Vico non vede, che la 
ragione, in quanto domina, è appunto volontà^ 
e che quella per sé medesima non può esser 
fonte di moralità; egli trova invece, che oel- 
Tuomo corrotto il germe ancor rimasto di ria- 
bilitazione è la vis veri, da cui deriva ogni virtù, 
cioè, secondo il linguaggio vichiano, ogni attività ; 
cosi da questa vis veri fa nascere insiem colla 
scienza (virtus dianmticaj l'arte, k sapienza e 
la virtù morale, che è per il Vico vis veri quce 
affèctus refraencU (t). Mon si può disconoscere 
in €[aesta dottrina una grande influenza del Pla- 
tonismo. 

Una grande msmcanza della dottrina del Vico 
è, eh' egli non sa distinguere il Diritto dalla Mo- 
rale. Egli pretende di fondare il principio delle 
scienze in Dio e in noi nello stesso tempo ; nella 
derivazione ch'egli fa del diritto da Dio, questo 
appare sempre nel significato di giusto morale^ 
non già come giusto giuridico ; nella derivazione 
che ne fa invece dalla natura umana appare 
confusamente nell'uno e nell'altro senso, sen- 
zachè si vegga, il Vico averne rilevato chiara- 
mente la diversa natura. — ^ In un luogo 
ccmtrappone la virtù alla giustizia, richiaman- 
dole amendue a quella forza del vero, di cui 
ui detto: Vis vgri seu ratio humana virtus 
est qumitum cum cupiditate pugnata eadem ipsa 

(1) III, 25. 



94 LA FILOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

est jmtitia quantum uiilitates dirigit et exm- 
qicat (1), e trova poi che queste utilità si pos- 
sono, come corporee, misurare colla proporzione 
aritmetica o geometrica e quindi guod est 
oequum, die' egli , dum metiris, idem est jmtum 
quum eligis ; ma siccome il rapporto d'ugua- 
glianza anche fra utilità passeggiare è eterna, 
cosi egli definisce il diritto nella natura essere 
\ utile uguagliato con eterna misura (jt) e altrove 
Jus naturale est ex electione boni, quod cequale 
cognoveris ; e questo egli dice essere l' equum 
bonum. Ma tutto questo non può appropriarsi al 
concetto della giustizia cosi detta esterna , al 
Diritto come noi* diciamo, perchè questo non ri- 
guarda tutte le utilità, ma si solo quelle che 
cadono sotto una sanzione estrinseca. Cosi al- 
trove, enumerando i precetti del diritto, pone 
per primo, il vivere onestamente, gli altri 
due alterum non Icedere, suum cuiqus tribus- 
re (3), e questi due ultimi dice egli derivarsi 
dalla naturale parentela degli uomini ; nel che 
seguiva le dottrine del suo tempo, senza però 
rendersi chiaro il concetto e metterlo in connes- 
sione cogli altri suoi. — Come Grozio stabilisce egli 
pure che la società è naturale fra gli uomini. 
Questi, dice egli, sono congiunti tra loro dalle 
medesime idee eterne, che splendono ugual- 
mente alla loro mente e cui possono parteci- 
pare tra loro per mezzo del linguaggio ; essi 
sono anche congiunti coi sensi del corpo e 
godono delle medesime cose materiali; gli uo- 
mini sono dunque destinati ad una comunione 
del vero e della ragione e, subordinatamente a 
questa, a una comunione delle utilità, AeUequ^ 

(1) ni, 28, 

(2) III, 29- 

(3) in, 34. 



CAPO V 9'> 

• 

buono. — Dal che si vede, come il Vico desse 
alla socievolezza un' importanza ben più grande 
che non i filosofi giuridici del suo tempo e ne 
facesse un concetto ben più elevato del loro. 
Per questi la società era fondamento del Di- 
ritto, in essa doveva attuarsi la prosperità, il 
bene universale; ma per il Vico la soéietà è^ 
una comunione non solo di utilità, ma del vero 
e della ragione; anzi questa è il suo fine prin- 
cipale e come tale la società è vero, fondamento 
di moralità. Facendo egli la teoria delle pene 
e parlando di quelle naturali date ai colpevoh, 
di quelle cioè, che Dio stesso, Y(Bterna Ratio in- 
fligge, dice che la maggiore è quella di porsi che 
fa il colpevole colla sua azione fuori della società 
del vero e della ragione, nella quale eli uomini 
convivono tra loro e con Dio. Per il Vico quindi la 
colpa è un atto, che ci disgrega dagli altri uo- 
mini e ci getta nell' isolamento. Per questo, come 
vedremo in seguito, ha tanta importanza anche 
nella filosofia storica del Vioo quest'idea, che 
elemento essenziale della natura umana è la 
sociabilità. — Son queste tra le vedute più 
profonde e più grandi, che il Vico o altri ab- 
biano avute intorno alla natura morale dell'uomo. 
Egli quindi combatte tutti i sistemi del suo 
tempo, che fanno dell* utilità la causa della so- 
cietà e del Diritto, mentre secondo il Vico quella 
non ne è che T occasione , la causa essendone 
l'onestà. 

Dalle due comunioni dette del vero e delie 
utilità (Lejwo biùono) nascono tutti precetti re- 
golatori della società. In essi il Vico confonde 
del tutto il Diritto e la Morale ponendo la loro 
sanzione unicamente nel pudore, uno dei grandi 
concetti della filosofia storica del Vico; ma 
nulla dice dello stato e della sanzione giuridica. 



1)6 LÀ IlLOSOFIA MORALE E GIURIDICA DEL VICO 

-^ Quantunque però ^li non manifesti espli- 
citamente (guasto concetto non è a credersi 
che egli lo ignorasse ; egli non se ne rese per- 
fetta coscienza, ma poi nella trattazione delle 
sue dottrine talora lo viene inconsciamente ap- 
plicando. Cosi dividendo egli la giustizia in 
rettrice ed uguagliatrice , e quella dicendo ap- 
plicarsi a una società diseguale, questa all'u- 
guale, fatta quella fondamento al diritto pub- 
blico, questa al privato, attribuisce ali* ultima 
una sanzione estrinseca, la chiama jus mqìia- 
torium, giustizia commutativa^ ratio aliquid juste 
agendif la fa fonte di tutte le vindicationes et 
conditiones ; le quali cose tutte sono appunto 
doti del Diritto nel nostro senso ; senoncne non 
vi son tutti i suoi elementi contenuti, molti altri 
di questi attribuendo il Vico poi alla giustizia 
rettrice, inquantochò questa riguarda bensì le 
relazioni tra l' uomo e Dio, ma riguarda anche 
quelle tra i genitori e i figli, tra il governo e 
i sudditi; nei quali due ultimi rapporti vi sono 
molti elementi, che cadono sotto il Diritto. Egli 
stesso par si accorga della confusione, quando 
attribuendo alla giustizia rettrice le ricompense 
e le pene, divide queste in naturali o date da 
Dio, e in quelle, clie sono date dalla società 
dell'equo buono^ cioè, come qui intende certa- 
mente, dair ordine giuridico. 

Il difetto principale del Vico è sempre quello 
di non determinarsi bene il significato delie pa- 
role da lui usate e di scambiarle quindi &a loro 
ad ogni passo; in tutta questa trattazione Te- 
spressione che più va soggetta a queste vicende 
è quella adequo buono. Questo ora è tutto il di"^ 
ritto naturale, ora è semplicemente Tequamento 
delle utilità corporee, ora è anzi il contrapposto 
di questo, cioè la società del. vero e della ra- 



CAPO V 97 

^ione (1). E il vero ora è semplicemente un 
soggetto giuridico, come là dorè deriva da 
«880 il precetto di non fraudare , e si con- 
fonde quindi collo stesso eq^uo buono nel suo 
senso stretto ordinario, ora invece è il fonda- 
mento della moralità, della società, del diritto; 
e come tale è il diritto naturale secondario, 
cioè quello, a cui propriamente ci conduce la 
nostra natura conoscente e che costituisce la 
ragione di tutte le leggi umane, che si rivolgono 
intorno al diritto naturale primitivo, intorno ai- 
Tessere nostro, alle nostre utilità, cioè quindi 
intorno all'equo buono ; il primo di questi di- 
ritti è assoluto ed immutabile , e riguarda le 
-cose precettive, il secondo riguarda le cose le- 
cite e riceve la sua immutabilità da questo, in 
auanto la lecitezza d*un'azione è cosa pur eterna; 
primo definisce il Vico per la conformazione 
della legge al fatto, il secondo per la mente ossia 
r intenzione, la volontà del legislatore ; il primo 
insomma è il Vero , il secondo il Certo delle 
lesrgi. Si trovano qui certamente accennate le 
relazioni tra il Diritto naturale e il Diritto po- 
sitivo nel senso ^roziano ; ma giunta a questo la 
Suestione si trastorma nel Vico e piglia un aspetto 
iflferente. Non si tratta propriamente per questo 
delle applicazioni dottrinali del diritto necessario 
al diritto positivo, ma si delle trasformazioni sto- 
riche che quello va in questo facendo. Ma questa 
questione rientra e vien dal Vico confusa neU'^ltra 

(1)V. su questo anche la Sinapsi del Diritto univer- 
saky opuscolo del Vico, che si teneva perduto e veane po- 
chi anni SODO rinvenuto in Napoli e pubblicato dapprima negli 
Annali di Diritto teorico pratico, poscia anche stampato 
a parte. — Esso non si trova nella Raccolta del Ferrari. — 
L'esemplare che posseggo è senza data. 



^3 LA FILOSOFIA MORALE £ GIURIDICA DEL VICO 

Ì)iù generale delle relazioni tra la verità asso- 
uta e ì fatti umani, che vi soggìaciono: noi 
siamo dunque qui giunti alla nuova e grande 
teoria propria del Vico, allo stabilimento dei 
rapporti tra il Vero e il Certo, tra la ragione 
e lautorità, tra la filosofia e la filologia, siamo 
giunti cioè finalmente alla sua filosofia storica, 
che noi dobbiamo trattare nella seconda parte 
del nostro lavoro. 



PARTE SECONDA 



LA FILOSOFIA STORICA DEL VICO. 



Capo ¥1. 

I diversi periodi della filosofia storica del Vico. 
— Il punto di partenza e i prindpii fonda- 
mentali — La Provvidenza secondo il Vico. 

A voler essere molto minuti ed esatti quattro 
distinti periodi si dovrebbero notare nella filo- 
sofia storica del Vico, il primo dei quali si ma- 
nifesta nella seconda, parte del Ve uno, il 
secondo nel De constantia philologice , il terzo 
nella prima Scienza Nuova, il quarto nella se- 
conda edizione di questa stessa opera. — Nel 
primo di questi periodi il problema del Vero e 
del Certo si applica in modo particolare al Diritto 
e quasi esclusivamente alla Storia romana , è 
questo il periodo nel quale Vico fu più asse- 
gnato e meno sistematico; il bisogno invece di 
affermare va crescendo notabilmente nel se- 
condo e nel terzo periodo : nel secondo il Vico 
comincia ad aver chiara coscienza che la sua è 
una disciplina particolare , che non è né la filo- 
sofia né la filologia, ma un accordo di entrambe; 
tuttavia la filologia vi prevale ancora alla filo* 
sofia ^ il sistematico non vi si mostra ^ che per 



100 PERIODI DELLA FILOSOFIA STOBICA DEL VICO 

ordinare i &tti, non per sottometterli a un'idea 
preconcepita; ma già tutte le questioni filolo- 
giche e storiche del Vico sono messe in campo 
in quel secondo libro del Diritto universale: 
diritto, politica, lingua, poesia, religione, mito- 
logia, arti, commercio, tutto il mondo storico 
umano dell' Antichità passa sotto la sua rassegna, 
e dappertutto egli vi porta concetti nuovi, dap- 
pertutTO rovescia con ardimento incredibile le 
idee inveterate del suo tempo sull'antichità, 
e tutto questo fa cdU un disordine grandissimo, 
non scevro del tutto dalle sue solite confusioni 
e contraddizioni. Nella prima Scienza Nuova il 
\ko tónta d'ordinare i suoi pensieri , non è più 
uDia !^iie stsuscata di idee su diversi soggetti , che 
noi vi abbiamo; il Vico tenta di ridurre quelle idee 
sotto un ordine scientifico, cerca le leggi gene- 
rali dei fatti, i principii e le cagioni produttrici 
della civiltà; distingue coti maggior pi^ecisione 
le età istoriche, gli elementi e la graduazione 
di ciascheduna di esse. Tuttavia neanco qui il 
sistematico non regna ancora, e quantunque si 
moàtri in uno o due capitoli, la prima Scienza 
Nuova conserva ancora quel carattere di ricéi'ca 
che è comune a tutti e tre i primi perìodi. Il si- 
stematico invece si manifesta m tutta la sua forza 
nella seconda Scienza Nuova; colà il problema 
principale dei tre primi periodi ha perduto il 3uo 
valore, Vico lo rigetta ingratamente da sé; non 
son più i fatti, che gli debbono manifestare le 
leggi, secondo le quali l'umanità procede, le sue 
idee steàse soh divenute la legge dei fatti; ciò 
che egli ha trovato vero in un popolo lo diventa 
anche per un altro, ciò che gli insegna la sto- 
ria positiva di un elemento sociale deve essere 
pure la storia di tutti gli altri elementi; ogni 
cosa viene ordinata sistematicamente, e con 



CAPO VI 101 

perfetta simmetria, — Noi vedremo come il Vico 
sia venuto a tale procedimento e quali siano le 
idee ch'egli venne con esso esponendo. 

I periodi da noi notati si distinguono quindi 
per }e tendenze diverse che vi si manifestano 
riguardo al metodo, i principii e le materie trat- 
tat©, -— - Non sarebbe però giusto il credere, 
che eiascuDQ di essi contenga una tendenza 
sola' 9 determinata; queste tendente anzi si tro** 
vano più 9 meno in tutti e quattro i periodi ; gli 
è solo dal predominio dell' una suU* altra, che 
noi le abbiamo giudicate. — Riflettendo poi su 
di ossi, si vedrà come da una parte li detti pe- 
riodi formano secondo il tempo loro una naturale 
successione d'idee, dall'altra come la loro re- 
ciproca distanza non sia ugualmente grande 
Eer tutti. Abbiam già notato come i tre primi 
anno comune la prevalenza dello studio dei fatti, 
per questo rispetto il quarto peri odo sta quasi 
da sé, dico quasi, perchè nel terzo si yeoùm 
già i germi, che svolti doveaoQ condurlo ap^ 
punto al sistematismo della seconda ' Scienz a 
Nmvaf — Gli è importantissimo tener d'occhio 
a questa contrapposizione, perchè essa ci mostra ' 
dove sta il vero fondamento e il concetto ori- 
ginario della filosofia storica del Vico. Vi sono 
molti , i quali o per biasimo o per lode affer- 
mano, che il Vico ha voluto mr della storia 
una scienza a priori, subordinare i iìs^tti alle 
idee del suo pensiero: or questo non è vero 
che della seconda Scienza ìfiMva e anche qui 
si debbono fare le debite restrizioni ; giacche le 
leggi storiche in quella esposte non sono in 
grande parte che un'esagerazione e un sover- 
chio estendiojento sistematico di quelle che già 
aveva scoperte coU'osservazione psicologica eoU" 
giuota ali esame storico dei fatti ; e fu per 



102 PUNTO DI PARTENZA 

un'illusione singolare, eh' Egli poi credette di 
poterle dedurre dalle sole leggi dello spirito 
umano. 

Noi consideriamo quindi il tempo che com- 
prende i primi tre periodi del pensiero vichìano 
come il più fecondo e quello in cui le sue idee 
sono più giuste e vere. Il problema di que- 
sti periodi è d'importanza capitale per tutte le 
scienze filosofiche e storiche , di cui moltis- 
sime questioni si raggruppano intorno ad esso, 
e la cui soluzione spetta appunto alla filosofia 
storica. 

Quantunque il Vico solo abbia avuto il genio 
di scorgerlo, pure un tal problema scaturiva 
naturalmente dalle difiìcoltà, nelle quali si tro- 
vavano ne'loro rapportile scienze teoretiche eie 
storiche a*suoi tempi. La mancanza della loro de- 
terminazione si faceva specialmente sentire nella 
scuola filosofico-giuridica di Grozio. E di vero 
qual confusione d'idee, qual oscurità di concetti 
non vi ha in questo specialmente e nel PuflFen- 
dorf per la mancanza dell'idea storica! Noi ab- 
biamo veduto esaminando le loro teorie, qual è 
il loro metodo : per essi v ha un diritto natu- 
rale che si fonda sulla socievolezza e ci vien 
fatto conoscere dalla nostra ragione ; questo di- 
ritto naturale non è, come per il Vico, la forma 
del diritto positivo, che le leggi, le consuetudini, 
i fatti umani vanno attuando, è un'idea astratta, 
che pretendono concretizzare indipendentemente 
dai fatti e dalle condizioni storiche, il quale per- 
ciò ha per tutti i casi determinati una sua dispo- 
sizione fondata unicamente, sulla natura e sulla 
ragione umana, mentre il diritto positivo , se- 
condo la definizione d'Ulpiano, accettata in un 
luogo per distrazione dal Vico, neque in totum 
a jure naturali recedit nee per omnia ei servii 



CAPO VI 103 

sed partim addit partim detrahit a questo di- 
ritto. Il diritto positivo di natura sua potrebbe 
dunque essere contrario al diritto naturale. Noi 
abbiamo già condannato questo parallelismo dei 
due diritti. Il Vico capi pienamente tutta la de- 
bolezza di questi prmcipii groziani. Egli capi 
che posto un diritto naturale asi^oluto^ immu- 
tabile, egli deve dominare completamente tutto 
il diritto positivo, esserne cioè la ragione, la 
forma fin nelle sue ultime particolarità. Si ^u- 
stifica in&tti, dice egli, una legge positiva^ 
mostrandola sotto la sua ragione universale ; che 
se quella, anche quando è giusta, pur talvolta 
^ questa par contraddire^ gli è in forza di un' altra 
ragione più universale ancora ; e non istà con- 
tro a ciò il dettato generalibiùs per specialia de- 
rogariy perchè nel diritto civile o volontario le 
specialità (privilegia) sono appunto le genera- 
lità del diritto necessario^ le quali sono più lar- 
ghe delle generalità civili. 

Ma giunto a questo punto il Vico si chiese : av- 
viene egli sempre cosi ? nella realtà è egli sempre 
come dovrebbe, il diritto positivo una mera ap- 
plicazione del diritto naturale alle diverse con- 
dizioni dei fatti t e questo diritto naturale stesso 
come nasce ? qual è il criterio che ce lo £st co- 
noscere? Proseguendo in questa idea il Vico 
giunse a toccare la questione nella sua parte 
più profonda, sorpassando di gran lunga nonché 
i predecessori e il suo tempo, ma i posteriori 
ancora sino al principio del nostro secolo. 

Il diritto naturale assoluto, immutabile, dice 
egli, non si trova mica subito in principio dell'u- 
manità, quello è un diritto che si svolge dappoi. 
prima naturalmente, poscia schiarito dalla scienza 
dei filosofi. Come potrà dunque il .diritto posi- 
tivo essere • un' applicazione sua, quando anzi 



104 PRINCIPII fOMDAMENTALI 

troviamo celle sue Ticendd storiche mille cose 
di questo a qtiello contraddire ? — Gli è vero, dice 
il vico, Ti furono età, nelle quali il diritto po- 
sitivo non fu perfettamente l* applicazione del 
diritto naturai^, anche, s intende, fatta astra* 
zione degli errori e delle colpe particolari degli 
uomini. Pure il diritto naturale è necessario ed 
eterno. Qual sarà dunque stato nel &tto, néìle 
vicende storiche la relazione tra esso e il diritto 
positivo? e siccome quel che si dice del diritto 
naturale e del diritto positivo si applica a tutti 
gli elementi morali dell' umanità, qual sarà la 
relazione tra la loro idealità e il loro fatto ? 

La mente del Vico era cosi formata che nelle 
questioni parziali non poteva rimanere, essa ten- 
deva sempre a consiaerare le cose nella loro 
totalità : ecco perchè quantunque, a mio credete, 
egli partisse realmente dai concetti giuridici e 
questi siano stati quelli , cui ebbe più o meno 
sempre principalmente di mira, pur sin dal priad" 
pio del De uno pone la questione generale della 
relazione tra la filosofia e la filologa» — Queste 
due scienze comprendono secondo il pensiero del 
Vico tutto il sapere umano sotto due forme dif'- 
ferenti ; la j^ima è la scienza dell'assoluto, del- 
l' immutabile, la scienza del vero; la seconda 
del mutabile, del relativo, del certo umano; la 
prima riguarda le idee, che ^ono oggetto della 
ragione, la seconda i fatti, che sono prodotti dal«- 
l'umano arbitrio. 

É questo il problema, che essenzialmente do- 
mina nei primi tre periodi della filosofia storica 
del Vico. Postolo cosi nel suo modo più ge- 
nerale e comprensivo, egli lo risolve nel modo 
seguente ; I iatti, egli dice, cioè le leggi e le con- 
suetudini civili e morali degli uomini non possono 
essere un'applicazione delle idee filosofiche, fin- 



CAPO VI 105 

che queste non sono trovate, non sono vedute 
dagli uomini; or questo avvenne bene in principio 
del mondo, quando Iddio creò l'uomo perfetto; 
ma quando questo si corruppe, le idee da Dio 
rivelategli si offuscarono, Tuomo si inselvaggi 
(][iiaj3Ì del tutto, non rimanendogli, che una facoltà 
ingenita, una vis verù una potenza di giungere 
di nuovo per una via natuiale alla civiltà. Si 
vede come con quest' ipotesi il Vico scartò un 
punto di vista non scientifico dalla sua dottrina 
e potè rendersi possibile la storia d'uno svolgi^ 
mento naturale dell' umanità. Lo stesso sen- 
timento lo guida ad escludere dalla sua tratta- 
zione il popofo ebreo; perchè questo, secondo 
il Vico, fa condotto all'umanità e retto nelle 
sue vicende da un disegno particolare da Dio, per 
vie sovrannaturali. Gli altri uomini invece, 
sorgono naturalmente, di per sé, rebus ipsU 
dictantibus (è V espressione sacramentale del 
Vico) da quello stato rozzo, selvaggio, inumano, 
ferino alla civiltà, o come, la chiama il Vico, al* 
l'umanità. — Il concetto di quello stato origina^- 
rio di natura è, come vedemmo, comune a 
tutta la scuola di Grozio ; il Vico lo tolse di là. 
Ma in Grozio quella è un'ipotesi, che non ha 
alcuna influenza sullo svolgimento della sua dot^ 
trina, in Hobbes diventa cagione stessa del diritto, 
in Puffendorf il diritto esiste già anche in quello 
stato; ma né l'uno né l'altro lo fanno, come il 
Vico, punto di partenza per uno svolgimento sto*- 
rico e graduale della civiltà, e de'suoi elemen^ 
ti (l); ora gli è appunto per mezzo di questo 
svolgimento, che gli uomini si vanno sempre 

(1) L' Hobbes e il Puffendorf non descrivono che un grado 
solo di questo svolginoento, cioè il passaggio dello stato di 
natura alla società ciyile, e qui si ferma la loro storia giu- 
ridica dell'Umanità. 



106 PRINXIPII FONDAMENTALI 

più avvicinando nei loro tatti alle idee assolate 
ed immutabili, alle leggi naturali dell'uomo; 
non son dunque propriamente queste che si 
applicano a quelli, ma son gli stessi uomini, 
che inconsciamente tratti e spinti da diversi bi- 
sogni, da diversi stimoli fisici e morali, vengono 
nei loro fatti attuando le idee, da auel che 
sono vengono diventando quel che debbono es- 
sere, dallo stato ferino e isolato vengono a ce- 
lebrare la loro natura sociale^ secondo Tespres- 
sione del Vico e X elevata sua significazione. 
Cosi avviene delle idee secondo il Vico nello 
svolgimento storico, come dei fini nel sistema 
aristotelico, che teleologicamente e per i rap- 
porti logici sono i primi delle cose, e per tempo 
sono gli ultimi a presentarsi; e come 1* attua- 
zione di quelle idee è per il Vico lo stato più 
proprio dell'uomo, così si vede in lui • quella 
importantissima e profonda opposizione contro 
i sistemi del suo tempo e quello posteriore di 
Rousseau e de suoi seguaci, che per lui è pre- 
cisamente stato anti-umano, innaturale quello, 
che questi chiamano naturale o stato di natura, 
e limano invece/ naturale lo stato di civiltà 
e le leggi che lo governano. — I gradi per i 
quali l'uomo giunse a questo stato, gU stimoli 
e i sentimenti, che ve lo guidarono sono lo stu- 
dio quasi esclusivo del Vico nei primi tre pe- 
riodi della sua filosofia storica e in parte an- 
che dell'ultimo. Noi lo vedremo in seguito. 
Or dobbiamo toccare due altri punti impor- 
tantissimi, perchè si abbia un concetto com- 
piuto dello svolgimento storico dell'umanità se- 
condo il Vico. 

Gli uomini, dice questo, son condotti natural- 
mente da quel che sono a quel che debbon essere. 
Ma chi sarà la causa di questa maravigliosa ar- 



CAPO VI 107 

iiionia se non Dio medesimo , la Provvidenza? 
Che la Provvidenza disponesse e regolasse le 
cose umane era concetto per verità non nuovo 
ai tempi del Vico , esso è anzi nel fondo 
della dottrina cristiana fin da' suoi primi tempi; 
ma è del tutto nuovo il modo, col quale egli 
introduce quel concetto nella storia e diverso 
specialmente da quello, che adoperò il Bossuet 
nel suo tanto celebrato Discorso sulla Storia, uni- 
versale^ per il quale funne detto falsamente il 
padre della filosofia della storia ; ma se questo 
potesse esser vero, al medesimo titolo avrebbe 
diritto prima di lui il S. Agostino, quantunque 
certamente le dottrine di questo intorno alla 
storia si trovino più sviluppate in Bossuet, Ma que- 
ste sono tali, che rendono impossibile del tutto 
una filosofia storica nel senso moderno della pa- 
rola; non V ha né -filosofia né ragionamento 
quando noi ci troviamo dinanzi ad un mistero , 
cne viene arbitrariamente imposto alla ragione 
umana; e tale è appunto la Provvidenza di 
S, Agostino e di Bossuet Dio, dice in un luogo 
della Città di Dio Sant'Agostino, distribuisce i beni 
della terra ai buoni e ai malvagi secondo V ordine 
dei tempi e delle cose, chegli solo conosce; e in un 
capo seguente: Dio goverrta e regge tutti gli avve- 
nimenti del mondo, e 5 egli tiene nascosti i suoi mo- 
tivi, chi oserebbe supporli ingiusti? — Ma se Dio 
solo conosce lordine delle cose e dei tempi, s*egli 
governa il mondo con motivi a noi ignoti, e 
che a noi non è dato di giudicare, come possiamo 
pretendere noi di giungere alla conoscenza 
delle cagioni storiche ? Ma spenta questa che ri- 
man possibile nella storia altro che le cronache 
e le descrizioni ? 

Il Bossuet nonché temperare, esagerò le dot- 
trine di S. Agostino : non parlo del disegno 



i08 LA PROVVIDENZA IN BOSSUET 

sovrannaturale della Provvidenza, ch'egli crede 
di scorgere nella storia del popolo ebreo e nella 
origine e dififusione del Cristianesimo; ad esso 
non avrebbe contraddetto neppure il Vico; ma 
questi ben vide , che in tal inodo Funa e Y al* 
tra cosa non erano più materia di scienza, 
e non li fece oggetto della sua trattazione. -^^ 
Ma secondo il Bossuet anche tutti gli altri aV'^ 
venimentì sono soggetti a un disegno sovrana 
naturale di Dio: il suo sistema è un vero fa- 
talismo mistico : la catena di tutte le cause 
che ianno e disfanno gh imperi dipende dagli 
ordini segreti della Provvidenza; Dio rattiene 
e scioglie le passioni, egli & vincere o sconfig^ 
gera i soldati con un'influenza propria e staor.* 
dinaria, regola e conduce a suo piacimento la 
sapienza umana. Cest ainsi, die' egli , que Dieu 
règne sur le peuple, cioè : il h* y a point de puis- 
sance humaine^ qui ne serve malgrè elle à dUau^ 
tres desseins que les siens. -^ V umanità avanza 
dove ella non sa, ella non ha occhi per vedere. 
Dio solo vede e la conduce dove egli vuole e 
dove noi non sappiamo né sapremo mai se non 
fin là dove da lui ci vien rivelato ; cosi, dic'egli, 
noi non avremmo conosciuto mai la missione^ che 
nei disegni di Dio avefVa il popolo romano se 
S. Giovanni non ce lo avesse per rivelazione 
divina dichiarato. Come per la Ragione assoluta 
dell'Hegel i grandi individui, cosi per la Prov- 
videnza del Bossuet i grandi conqmstatori e gli 
imperi pagani ugualmente sono meri strumenti 
in mano sua; 1 primi son da Dio ordinati a casti'- 
gare i popoU per venir poi anch'essi da lui puniti 
della loro prepotenza, i secondi da essa formali e 
distribuiti a suo talento sono strumenti in mano 
sua per il popolo ebreo : Elle sait les (aire servir 
dans les temps et dans tordre^ qu*il a résolu, aux 
desseins qu* il a sur son peuple Q! ebreo), e questi 



CAPO VI 109 

disegni fiono tali^ clie quegli imperi cesi orgo- 
gliosi non se ne debbono trovare molto soddi- 
sfatti; secondo il Bossuet^ che ha il privilegio 
di conoscere questi disegni, quegli imperi do- 
veano servire in mano di Dio pour chàtier , 
au pour exercer^ cu pour étendre^ ou pour prò- 
tiger son peuple. Nò basta al Dio di Bossaet 
di essere sola e misteriosa cagione dell'ordine delle 
co<se umane; parrebbe c^uasi che come a un re gè* 
loso e dispotico, a lui prema di annunciarlo 
agli uomini con avvenimenti meravigliosi. « Si 
« pour se &ire connaitre, dice egli, dans le 
« temps, oue la plupart des hommes Tavaient 
« oublié, Dieu a ialt des miracles étonnants et 
« a force la nature à sortir des ses loix les 
t plus constantes, il a continue par là à mon- 
« trer, qu'il en était le maitre absoiu e que 
« sa volente est le seul lien , qui entretient 
« Tordre du monde. » 

Lascio altri concetti particolari, che sono pure 
indizio di una completa mancanza di senso sto- 
rico : r idolatria intesa come un mero edifiaio 
della corruzione umana, una giustificazione dei 
vizìi, pagani tutte le vicende morali deirantichità 
spiegate come un traviamento necessario, per- 
chè il genere umano conoscesse per una lunga 
esperienza il bisogno , eh' Egli avea del Reden- 
tore ecc. qua e là parla bene delle cause dei 
fatti, della necessità di studiarle ; ma quelle sono 
possibili a rinvenirsi solo pei fatti ordinarii, 
non per i grandi avvenimenti dove Dio vo- 
leva, que sa main parùt ioute seule. 

Queste teorie al giorno d'oggi basta esporle 
per combatterle; eppure si trova ancora chi si 
ostina a far del Bossuet un filosofo storico/ La 
cosa è appena perdonabile ai Francesi, cui l'or- 
goglio nazionale fa forse più che gli altri po- 
poli traviare nei loro giudizii. 



HO LA PROVVIDENZA IN VICO 

Se noi ci volgiamo dal Bossuet al Vico, noi 
vedremo facilmente qaal grandissima distanza 
li separa; noi siamo dal mistero venuti alla 
scienza, da un Dio che domina dispoticamente 
gli uomini, a un Dio , che li trae al bene per 
vie naturali; tra i due- il sistema del nostro 
Vico è preferibile per ogni lato. — 'Come Questi 
ha per il prim^o trovato il concetto della filoso- 
fia storica, per il primo ha saputo anche accor- 
darla colla fede nella Provvidenza, e togliere 
a questa il suo carattere anti-scientifico che 
S. Agostino, Bossuet e i filosofi teologici loro 
seguaci le avevano dato, — La dottrina della 
Provvidenza nel Vico è sotto certi rispetti uni- 
forme in tutte le sue opere, ma essa trovasi 
maggiormeilte sviluppata nelle due Scienze Nuove. 
Gli è vero, che nell' ultima di queste s incontra 
qualche espressione, che potrebbe far credere, 
la Provvidenza entrare arbitrariamente nei fatti 
particolari degli uomini^ ma esse son rare e 
contraddicono allo spirito intiero della sua dot- 
trina e ad altre numerosissime ed esplicite di- 
chiarazioni. 

Come il Vico intendesse la Provvidenza, si 
vede chiaramente sin dalle prime pagine della 
seconda Scienza Nuova, quando dice ch'egli vuol 
contemplarla nel mondo delle nazioni, come i 
filosofi fino a lui la avevano solo contemplata 
nel mondo naturale. — La Provvidenza opera dun- 
que per il Vico sulla storia, come sulla natura 
per mezzo delle cause seconde; è Dio stesso 
infatti che è l'autore di queste. Égli le ha create 
colla natura loro propria e colle proprie leggi, 
e lascia che liberamente in conseguenza di queste 
esse agiscano e svolgano la natura loro ; la sua 
Provvidenza consiste appunto nel mantenerle 
continuamente in questo loro essere. La meta* 



CAPO VI m 

fìsica e il sentimento religioso non ci debbono 
far andare più in là, essi debbono trovare in 
quel dogma posto in termini generali la soddisfa* 
zione delle loro esigenze. Quanto alle scienze 
della natura e della storia la IVovvidenza non 
ìstày per cosi dire, a capo, ma in fine di esse; 
se noi con essa vogliamo spiegare ì fatti par- 
ticolari, noi le distruggiamo completamente; gli 
è nei fattij come si sono naturalmente svolti, 
che noi la riconosciamo. — Che il Vico profes- 
sasse apertamente questa dottrina non lo si,può 
dire con esattezza, ma gli è certo che essa 
stava in fondo del suo pensiero. Nel De con- 
stantia philologice non parla mai delle ordi- 
nazioni provvidenziali, senza porvi accanto la sua 
sacramentale espressione rebus ipsis dictantibus, 
e già nel Principio e fine unico del Diritto dice, 
che Dio regge il mondo con vie semplicissime, 
perchè gli dà una direzione unica, mcilissime, 
perchè fa che ogni cosa si disponga da sè^ per 
suo proprio impulso, ottime^ perchè in ogni cosa 
pope attitudine a conservarsi e dalla distruzione 
stessa fa che naturalmente sorga la conserva- 
zione (1). Dio ha bensi per iscopo di condurre 
l'umanità a secondare la sua natura sociale, ma 
non la forza da tiranno con leggi, bensi da re 
con le costumanze, le quali, dice il Vico, sono 
tanto libere d'ogni forza, quanto lo è agli uomini 
celebrare la loro natura, Eg\i i dice altrove il 
Vico, ha cosi disposte e ordinate le cose che gli 
uomini per le loro stesse utilità, naturali bisogni 
ed impulsi, senzachè il volessero, si conducessero 
agli ordini civili, cioè ad osservar la giustizia (2^. 
Altrove narrando tutto il procedimento per il 
quale gli uomini vengono a civiltà, attribuisce 

(1) III, 22. 

(2) V, 14. ^ 



112 l'attività' umana 

il tutto alla Provvidenza, ma ne ammira la somma 
semplicità e naturalezza (1). 

Cosi non è mai Dio direttamente^ che è causa 
dei fatti umani, lo siamo noi come cause se* 
conde. Quindi l'altro principio del Vico, nel 
quale egli non è meno esplicito che riguardo 
alla Provvidenza e col quale bisogna temperare 
le espressioni talora alquanto esagerate intorno 
a questa , voglio dire il principio dell* attività 
umana, che nella filosofia storica del Vico e nella 
sua Critica dell'antichità rappresenta una parte 
diversa ma non meno larga ed importante che 
il principio provvidenziale. Se la Provvidenza 
è l'architetta delle nazioni, dice egli, il libero 
arbitrio he è il fabbro (2) e se il mondo civile 
fu disposto dalla Provvidenza, apparisce pur 
questo lume eterno, che non tramonta, di questo, 
verità, la quale non si può a patto alcuno chia- 
9nare in dubbio, che questo mondo civile bgu 

CERTAMENTE È STATO FATTO DAGLI UOMINl/S). AltrOVO, 

descritta la pianta eterna delle repubbliche, dice 
che essa è fondata sopra i due principii eterni 
di questo mondo di nazioni, che sono la mente 
e il' corpo degli uomini, che le compongono, e 
la Provvidenza divina, che ordinò talmente le 
cose umane con quest'ordine eterno, che nelle 
repubbliche quelli, che usano la mente vi co- 
mandino e quelli, ch'usano il corpo v'ubbidi- 
scano (4). In tal modo le vie della P^ov^idenza 
essendo fisse, consentanee a natura, ci possono 
ad un tempo ed esser conosciute e formar ma- 
teria di scienza. 
Kè la Provvidenza di Vico è inconciliabile 

(1) V, 33:?. 

(2) IV, 42. 

(3) V, 136. 

(4) V, 27. ' . 



CAPO VI .113 

coir umano, arbitrio. Se Dio ha cosi disposto le 
cose che gli uomini naturalmente dai loro stessi 
vantaggi fossero condotti al vivere civile, ciò 
non vuol dire, che necessariamente e nel me- 
desimo modo in qualsiasi modo determinato 
vi giungessero. La nostra attività non è del tutto 
hbera né del tutto necessaria; se ci sentiamo 
liberi in una determinata azione, non per questo 
possiamo poi derogare a certe leggi necessarie 
che governano il nostro spirito e la natura; le 
condizioni stesse sociali, nelle quali noi nasciamo, 
ci porgono come una tela, entro la quale so- 
lamente a noi è dato di tesservi nuove fila; le 
nostre azioni stesse anche fatte liberamente hanno 
naturalmente per noi come per gli altri le loro 
conseguenze necessarie, che noi non possiamo ta- 
lora prevedere, e che anzi talvolta sono affatto 
diverse da quello, che noi ci aspettavamo; e 
questo è vero tanto degli individui come dei 
popoli. Gli è cosi che nel mondo noi vediamo 
sovente nascere dal male il bene, dalla corru- 
zione, dalla barbarie sorgere la civiltà, senza- 
chè gli uomini dapprima sei propongano, gli è 
cosi che dai loro fini particolari essi giungono 
al bene generale, cui non cercano. Voi potete in 
tutto questo starvi contento di esaminare il na- 
turale meccanismo dei fatti o trovarvi un caso, 
una fatalità; il Vico e tutti gli spiriti filosofici e 
religiosi con lui vi troveranno una Mente su- 
prema, che ha ordinato preventivamente il tutto 
e regola per tali vie naturali il mondo. 

Non bisogna però confondere in Vico la Prov- 
videnza, come n' abbiamo parlato fin qui, col- 
r idea di essa, la quale ha pur un' importantis- 
sima parte nel sistema storico vichiano e spe- 
cialmente nella prima Scienza Nuova, dove però 
sovente viene in parole confusa colla sua realtà 

8 



ili METODO E CANONI PSICOLOGICI 

corrispondente. — Come tale però la Provvi- 
denza fa parte dei fattori o principii operatori 
deir incivilimento, e noi ne tratteremo insieme 
a questi in uno dei capitoli, che seguono. 



Capo ¥11. 

Il metodo e i canoni psicologici della filosofia 

storica del Vico. 

Dal modo stesso, col quale nella filosofia sto- 
rica del Vico i due principii della Provvidenza 
e dell'attività o natura umana si contrappon- 
gono, senza escludersi, si vede chiaramente che 
fondamento e oggetto proprio delle sue ricerche 
scientifiche non poteva essere che quest* ultimo ; 
egli infatti dice in più luoghi che non tiene 
possibile la sua scienza se non per questo, che 
il mondo c«m7e, che è suo oggetto,, egli è certa- 
mente stato fatto dagli uomini; quindi ne fa il 
suo punto di partenza, giacché ne trae la con- 
seguenza, che cosi essendo se ne debbono tro- 
vare i 'principii dentro le modificazioni della 
nostra medesima mente umana (1); e tanto più 
si deve applicare questa nórma al mondo anti- 
chissimo, del quale la filologia non sapendoci 
dir nulla di preciso e di accettabile, convien trat- 
tarlo come res nulliics, delle quali è quella re-- 
gola di ragione, dice il Vico, che occupanti con- 
ceduntur (9). 1 medesimi concetti, quantunque 
non così recisi, manifesta egli anche belle opere 
anteriori alla seconda Scienza Nuova. Se noi do- 
vessimo ad essi attenerci, ci converrebbe con- 
cludere che il Vico volle fare una filosofia sto- 

(1) V, 186. 

(2) V, 93. 



CAPO VII li5 

rioa a priori, in questo senso, che tutta la fon- 
dasse sulla nostra osservazione interna. — Che 
egli cosi intendesse di £aire nella sua seconda 
iSciensaiVie/om nessun dubbio; che egli realmente 
non lo facesse né qui dove espressamente lo vo- 
leva, né nelle altre opere, ove almeno cosi 
esplicitamente non se lo propone , gli è pure 
ugualmente certo. — Ricordiamoci bene, che 
non v' ha cosa, della quale il Vico siasi |*eso cosi 
poca consapevolezza^ come del suo procedimento 
e del suo metodo, per riguardo al quale gli è 
troppo facile il cadere in errore, se noi pigliamo 
alla lettera le sue parole senza interpretarle. Ma 
v'ha un mezzo sicuro per conoscerlo, gli è quello 
di osservarlo come fa, non come dice egli di 
veder fare. 

Ora^ se questo noi tacciamo, sarà facile accor- 
gerci , come certamente V osservazione interna 
$ia di grande aiuto alle ricerche storiche del 
Vico, ma che quella non fu . certamente il solo 
mezzo da lui adoperato. L'osservazione interna 
individuale è uno stromento, che quanto è utile 
e necessario nelle scienze storiche e filologiche, 
altrettanto trascurato e disprezzato viene al di 
d oggi da una certa scuola filologica, che ha le 
sue radici in Germania e stende i suoi rami 
anche in Italia, fortunatamente non fra i nostri 
migliori. Certamente non si deve fare di quella 
un abuso, né dimenticarci, che per se sola essa 
è nella storia del tutto sterile; mentre usata 
sapientemente per due rispetti vi diventa uti- 
lissima , prima come principio di ricerca , poi 
come cagione, per la quale meglio intendiamo 
e ravviviamo ciò, che abbiamo già trovato. E 
questo è naturale: l'umanità è composta di al- 
trettanti individui, è dunque in questi che dob- 
biamo ricercare il fondamento e la causa ultima 



116 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

de* suoi avvenìmenfì e del suo svolgimento sto- 
rico, e se egli è vero che la natura è in molte 
parti costantemente uniforme, vi debb' essere 
nello svolgimento suo qualche cosa di analogo 
a ciò che succede a lai individualmente ; dì qui 
i paragoni temperati e giusti nel Vico, smodati 
e falsi nel Janelli, tra le diverse età dell'uomo e 
quelle deirumanità,e i prìncipii fecondi che quegli 
ne trae. I fatti storici inoltre si presenterebbero 
a noi come incompresi, se noi nel nostro interno 
non potessimo risvegliare e risentire le mede- 
sime passioni, i medesimi impulsi e le mede- 
sime idee che dominano in quelli , come fa mi- 
rabilmente il Vico. 

Ma se Tosservazione interna ci dà i principii 
particolari dei fatti, se ci' fa entrare in essi toì 
nostro sentimento e colla nostra intelligenza, essa 
non ci dà e non ci può dare la realtà storica, 
la quale ci viene dal di fuori di noi, dalFautorità. 
Qualunque psicologo^ per acuto che sia, non 
giungerà mai colla semplice osservazione di sé 
ad arguire quali sarebbero i fenomeni, che si 
produrrebbero in una moltitndine di esseri as- 
sociati simili a lui ; la nostra stessa osservazione 
psicologica ci conduce d altra parte all'osserva- 
zione sociale, perchè nella società- stessa tro- 
viamo la spiegazione di molti fenomeni indivi- 
duali, che senza di quella rimangono ìnespUca- 
bili. 

Ma quest'osservazione sociale deve necessa- 
riamente accoppiarsi collo studio dei fatti storici: 
gli è impossìbile farsi colla sola osservazione 
de'proprii tempi, e coi principii che da essi po- 
tremmo cavare una tale conoscenza dell' uma- 
nità, che di essa si possa a priori descriverne 
lo svolgimento storico. Vi ha tra queste cose 
una corrispondenza tale che se il presente ci 



CAPO VII 117 

aiuta a conoscere il passato, questo a sua volta 
ci aiuta a conoscer quello; la conoscenza, il com- 
mercio coU'umanità presente ci è necessario^ per 
lo studio della passata, per le stesse ragioni che 
è necessaria la conoscenza dell'indivìduo per 
conoscer la società, cioè per risentirla, per ri- 
viverla, mentre la passata serve alla presente 
di spiegazione. Cosi dallo studio dell'una e del- 
l'altra noi possiamo trarre i principi! generali, 
secondo i quali l'umanità si è governata insino 
a noi; ma questi non sono tali che alla loro 
volta ci permettano di arguire quale sarà il corso 
di essa nell'avvenire, né tali che senz'altro ci 
diano di conoscere e descrivere età, delle quali 
ci manchi ogni notizia positiva^ ogni tradi- 
zione leggenda : ci vogliono insomma almen 
rottami di quel tempo, per servirmi dell' espres- 
sione di Vico, perchè appoggiandosi da una parte 
sull'attento esame di questi, dall'altra sui prin- 
cipii dell'umanità trovati nell'esame delle altre 
storie, sull'osservazione psicologica e sopra un 
cei-to senso storico che è una facoltà naturale 
non a tutti concessa, si possa da quei rottami 
argomentare, indovinare in parte, rialzare l'e- 
dificio abbattuto, per poi da questo lavoro far 
uscire nuove idee, nuovi principii. 

Si vede da tutto questo che la filosofia sto- 
rica s'intreccia necessariamente colla Crìtica sto- 
rica, e che l'una serve all'altra, e che tanto nel- 
l'una come nell'altra non una sola facoltà, non 
un sol metodo, non un sol strumento sono in 
movimento per raggiungere lo scopo ; e questa 

;)armi dimentichino al giorno d'oggi alcuni fi- 
osofi storici e alcuni filologi, quelli esagerando 
da una parte e questi dall'altra. 

Il Vico doveva esser guidato dai principii 
stessi coi quali era mosso alla filosofia storica 



118 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

a tenere quel metodo comprensivo che noi ab- 
biamo descritto. Come vi si attenne egli? La (jue- 
stione è molto complicata e non si può risol- 
vere con un semplice motto ; bisogna anche qui 
distinguere il ritrovamento dei principii dalla 
loro applicazione, la filosofia dalla critica. — 
Quanto al primo egli tenne certamente il giusto 
metodo, quantunque in qualche luogo e spe- 
cialmente nella seconda Scienza Ntwva egli pre- 
tenda di averne seguito un altro ; ma ritrovati 
che ebbe quei principii, quelle leggi generali 
dell'umanità, égli non pensò che oltre queste 
da lui scoperte .ve ne potevano essere altre che 
senza contraddire a quelle, tuttavia involte con 
esse nella vita reale, avrebbero dato effetti al 
tutto diversi da quelli, che egli dalle sole prime 
potesse conoscere. Egli non pose mente a questo, 
dimenticò anzi quanto aveva detto contro il 
metodo Cartesiano, anch'egli volle procedere colle 
generalità , colle astrazioni , e applicò quei 
principii a molte cose, a cui applicate non do- 
vesLtÈO essere. Questa tendenza si mostra già 
nel terzo periodo della sua filosofia storica, ma 
è grandissima nel quarto. — Tuttavia, a parte 

3ueste false applicazioni, a parte i prìndpii che 
a esse in seguito trasse, ciò, ch'egli fece col 
buon metodo è per grande parte, e raggua- 
gliate le condizioni della scienza, di mirabile 
giustezza. Molti dei principii generali, ch'egli 
trovò, sono ancor oggi fondamento d'ogni buona 
filosofia storica, molte felici appHcazioni egli 
seppe £sire, e di esse si può dire ciò che lo 
Schweg}er dice delle scoperte del Niebuhr, che 
esse paiono false a prima vista perchè mal pro- 
vate, ma che poi esaminate si trovano vere, e 
si provano meglio di quelle, che egli stesso ab- 
bia fatto o potesse fare; cosi vedremo come 



CAPO VII H9 

ì lavori pazienti, positivi dei Tedeschi abbiano 
confermato molte vedute del Vico, che in lui 
sembravano so^ni. — Certo molti possono con- 
sumare anni ed anni a sfogliar libri, a racco- 
glier fatti, senza da essi mai saper salire ad 
un'idea; tuttavia neanche il genio non presa- 
gisce tatti leggi, che son pur fatti esse stesse, 
senza un fondamento positivo. E cosi non fu 
neppure del Vico. 

Gli è qui dunque venuto il luogo per iscolparlo 
dellappunto, che alcuni gli ascrivono ad elogio, 
di aver fatta una filosofia della storia a priori : 
cosi non é assolutamente; non son condotte 
con metodo aprioristico se non le sue esa^e* 
razioni, quelle che ogni uomo ragionevole ora 
T'i^etta^ ma non la parte soda, la parte che di 
lui è rimasta e rimarrà nella scienza. Chi non 
si lascia illudere dalle sue stesse dichiarazioni, 
chi \niol passare oltre la scorza delle parole 
e delle forme estrinseche vedrà facilmente come 
il metodo del Vico sia essenzialmente sperimen- 
tale. — Gli stessi principii psicologici-socialì , 
ch'egli dà come trovati a priori, sono frutto in 

Sarte, è vero^ del suo squisito e finissimo senso 
'osservazione psicologica, ma per l'altra e in« 
sìeme di studii profondi eh' egU fece soli' an- 
tichità e del grande e affatto straordinario 
senso, ch'egli avea della realtà storica, e che in 
(quelli studii si veniva svolgendo. Ci sono molti 
i quali hanno messo in dubbio la sodezza del- 
l' erudizione del Vico : lo si accusò di citare 
spesso falsamente gli autori, di non averli intesi. 
— L'una e l'altra cosa è vera, ma solo entro 
limiti molto ristretti. 

Il Weber, che nel 1 822 traduceva la Scienza 
Nuova del Vico, si diede la fatica veramente te- 
desca di andare a ricercare tutti i luoghi dal 



j20 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

Vico citati; il Weber non era certo, quantunque 
traduttore, uno dei più grandi ammiratori ne 
de' più giusti apprezzatori di lui, come gli è fa- 
cile di vedere dalla prefazione sua, tuttavia do- 
vette riconoscere col fatto, che la maggior parte 
delle citazioni del Vico sono giuste ed esatte, 
come si può del resto or che abbiamo il la- 
voro del Weber, convincersene (1). — Il Vico 
avea, come già si è visto, letto moltissimo degli 
autori antichi, conosceva pure quanto di più 
importante in Italia e in Europa si era venuto 
scrivendo intorno alla giurisprudenza romana, alla 
filologia e alla storia dell' antichità ; e quantun- 
que i suoi studii, come è indole degli autodi- 
dattici, fossero disordinati, tuttavia quando in 
mezzo ad essi gli balenarono le prime idee della 
sua filosofia storica, tutto quell'ammasso di fatti, 

(1) Il Predar! è di parere contrario. Egli afferma che 
tutta Terudizione del Vico si poggia sopra un Lessico, quello 
deiroilman. — Non ho potuto vedere né rOIlman, né le 
prove del Predarì. Mi pare però incredibile, che il Vica 
potesse trarre dallo studio di un Lessico le sue mirabili 
scoperte sulle cose antiche, scoperte che necessariamente 
presuppongono in lui un profondo, foss' anche disordinato, 
studio di esse e quindi delle loro fonti. — Non vale la ra- 
gione del Preda ri, che Egli trova nel Vico gli stessi errori, 
che si rinvengono neirOliman, talvolta le parole di questo 
confuse colle sue citazioni; giacché potrebbe essere be- 
nissimo che il Vico si servisse dell' Ollman non già per 
istudiare Tantichità, ma sì per consultarlo e trarne le ci- 
tazioni quando compóneva. Noi sappiamo infatti che il 
Vico meditava dapprima, poscia si poneva a scrivere le sue 
opere con un certo furore poetico, com'Egli stesso ci fa 
credere; ed é noto come la seconda Scienza nuova venisse 
così da lui scritta in meno di quattro mesi. — Gli è sola- 
mente in questi momenti, ch'Egli doveva per risparmio di 
tempo servirsi dell'Ollman o d'altro Lessico. Del resto il 
Vico non si sazia in molte lettere di ripetere il suo disprezzo 
per i Lessici e per i Ritretti^ tra i quali nomina appunto 
quello deiroilman, e la condanna de'suoi tempi per la voga 
di studiare in quelli la scienza. 



CAPO VII 121 

che gli ingombravano la mente, vennero illumi-' 
nati come di una nuova luce e si ordinarono 
sotto quelle leggi e quei principii generali/ che 
e^li avea in questi stessi scoperto. Allora gli 
diventò possibile una scienza dintorno alla co- 
mune natura delle nazioni, una scienza d'una 
certa Meme generale dell'umanità, una Vòlker 
Psycologie (Psicologia dei popoli) insomma, come 
la direbbero certi Tedeschi, e della quale que- 
sti si vantano come primi inventori, mentre l'i- 
dea e la parola si trovano già chiarissimamente 
espresse nel Vico più d'un secolo prima di loro. 
Quest'idea che la sua scienza sia la psico- 
logia dell'umanità predomina specialmente nel 
terzo periodo della sua filosofia storica, cioè nella 

5 rima Scienza Nuova. Gli è in questa che Egli 
ice voler contemplare colla sua scienza il 
senso comune come una certa mente umana 
delle nazioni; e il senso comune definisce egli 
nella seconda Scienza Nuova un giudizio senz al- 
cuna riflessione, comunemente sentito da tutto un 
ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione ^ 
da tutto il genere umano; e più largamente ' 
nel Diritto universale lo dice essere, communem 
tuoi civitatis vel nationis prudentiam, qua id se- 
quaris aut fiùgias, quod omnes tui cives vel gen- 
tici sentiunt sequendum vel fugiendum. Altrove 
dice il senso comune fondamento della sapienza 
volgare. Il Vico dunque con quella definizione 
della sua scienza la designava come si dovesse 
occupare dei fatti e su questi poggiarsi : son 
questi, che doveano dirgli quali erano le opi- 
nioni dei diversi popoli per risalire alla cono- 
scenza di ciò, che questi avevano di comune. Né 
Questo gli bastava, perchè egli voleva anche ve- 
ere come queste diverse opinioni, oggetto del 
senso comune, i sentimenti, le leggi, gli istituti 



122 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

h le costumanze che ne dipendono siano nate, 
come si siano svolte, qual fondamento^ qual ca- 
gione ebbero, quali avvertenze e norme dob- 
biamo seguire per conoscervi la verità ; e que- 
sto, checché egli ne dica, doveva pur essergli 
dato« nella parte almeno che noi abbiamo detto^' 
dai fatti. — Gli è cosi che egli pervenne a sta- 
bilire quei canoni, che a quelle ricerche si ri- 
feriscono, e che si trovano enumerali sotto il 
titolo di Elementi nella seconda Scienza Nuova. 
— Di essi alcuni sono mirabilissimi : noi ne 
diamo, riassumendoli i principali, perchè in es^ 
consiste e sovr essi si fonda grande parte della 
scienza nuova vichiana. 

L'uomo per l'indefinita natura della mente 
umana ove questa si rovesci neirignoranza, egli 
fa se regola dell* universo. 

É altra proprietà della mente umana, che ove 
gli uomini delle cose lontane e non conosciute 
non possono fare niuna idea, le stimano dalle 
cose loro conosciute e presenti. 

E naturai propria bona delle nazioni di vo- 
'ler ciascuna esser più antica dell'altre nella 
civiltà. 

É naturai boria dei dotti di volere, che ciò 
che essi sanno sia antico quanto il mondo. 

Le cose fuori del loro stato naturale né vi si 
adagiano né vi durano. 

Gli uomini, che non sanno il Vero delle cose 
procurano di attenersi al Cerio, perché non 
potendo riposare l'intelletto con la Scienza, al- 
meno la volontà riposi sulla coscienza. 

L'umano arbitrio di sua natura incertissimo 
si accerta e determina col senso comune degli 
uomini dintorno l'umane necessità o utilità, che 
sono i due fonti del Diritto naturai delle Genti. 

Idee uniformi nate appo intieri popoli tra 



CAPO VII 



123 



esso loro non conosciuti debbono avere avuto 
un motivo comune di vero. 

Le Tradizioni volgari debbono avere avuto 
pubblici motivi di vero, onde nacquero e si con- 
servarono da intieri popoli per lunghi spazii 
di tempi. 

I parlari volgari debbono essere i testimonii 
più gravi degli antichi costumi de popoli, che si 
celebrarono nel tempo, che si formar onole lingue. 

Ne' fanciulli è vigorosissima la^memoria, t]uindi 
vinda all'eccesso la fantasia, ch'altro non è che 
memoria o dilatata o composta. 

Gli uomini prima sentono senza avvertire, 
poi avvertiscono con animo perturbato e com- 
mosso, finalmente riflettono eoa mente pura. 

Gli uomini sfogano le loro grandi passioni 
dando nel canto> come si sperimenta ne' som- 
mamente addolorati ed allegri. 

La mente umana è inchinata naturalmente 
co sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta 
difficoltà per mezzo della riflessione a intendere 
sé mede^ma. 

Gli uomini prima sentono il necessario, poi 
badano sii' utile, appresso avvertiscono il eom- 
modo, più innanzi si dilettano del piacere ; quindi 
si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano 
nétìUstrapazzar le sostanze. 

I Governi debbono essere conformi alla ùa* 
tura degU uomini governati. 

I nostri costumi non si cangiano tutto d'un 
tratto ma per gradi e con lungo tempo. 

I deboli vogliono le leggi, i potenti le ricu- 
sano ; gli ambiziosi per farsi seguito le promo- 
vono, i principi per uguagliar i potenti coi de- 
boli le proteggono. 

Gli uomini prima amano di uscir di sugge - 
zione e desiderano ugualità; di poi si sforzano 



124 METODO E CANONI PSICOLOGICI 

superare gli ngtiali, finalmente sì vogliono met- 
ter sot^o le leggi. 

Le consuetudini sono più naturali quindi più 
forti delle leggi (!)• 

Le dottrine debbono cominciare da quando 
cominciano le materie che ne trattano. 

Gli nomini di corte idee stimano diritto quanto 
si è spiegato con le parole, gli intelligenti in- 
vece stimano diritto tuttociò, che detta e fa 
vignale utilità delle cause. 

Sono questi i canoni principali coi quali il 
Vico intraprese a descrivere il corso storico di 
quella tal mente umana delle nazioni. Il Vico non 
ci darà a credere, che egli U abbia trovati uni- 
camente nelle modificazioni del nostro animo; 
il loro fondamento è certamente tutto una pro- 
fondissima psicologia, ma una psicologia osser- 
vata nella storia con geniale acutezza. — La 
maggior parte dì quei canoni erano per la scienza 
dei tempi del Vico del tutto nuovi, molti di essi 
sono per alcuni nuovi ancora al giorno d' oggì^ 
né sono esauriti tutti i vantaggi^ che dalla loro 
retta applicazione alle scienze storiche se ne 
possono cavare* — Quel che in esso più è da 
ammirare è auel senso della verità, della realtà 
storica, nel cne come già notammo consiste la 
grandezza maggiore del Vico, e la quale fa un 
grandissimo contrasto colle idee de' suoi tempi 
e che per alcuni corj-ono oggi ancora, spe- 
cialmente presso dì noi. — Tu vedrai in 
qualcuno di quei principii la sagacità del Ma* 

(1) Nel Principio e fine unico del Diritto così spiega molto 
sagacemente questa sentenza: « Et mores et leges sunt In- 
vi ris Naturae interpretatio ; sed mores sunt interpreta tia 
« fìrmior: nam factis ipsis probantur et diuturnitate tem- 
« poris abeunt in natufam : leges sunt inlerprelatio quan- 
« doqne melior, at semper infìrmlor, utpote quae a mutabili 
« voluntate dictatatsB ». 



CAPO VII 125 

chiavelli , ma non il concetto meccanico , col 
quale questi si rappresentava V umanità e la 
storia : molte leggi aello spirito umano vi sono 
felicemente scoperte, ma egli non vi mostrerà, 
come per esse possa altri farsi strumento del- 
1 uomo e dei popoli, ma bensì come con quelle 
leggi la Provvidenza trae l'uomo alla civiltà, a 
celebrare la sua vera natura socievole. 

L'antichità rischiarata da quelle leggi non 
apparirà più come a suoi contemporanei e sino 
a noi, quale un ammassa di iatti arbitrarii, che 
s' intendevano diversamente dalla loro vera 
realità, senzachè si &cesse lo sforzo di rappor- 
tarsi a quei tempi, riedificarli nella nostra imma- 
ginazione, soffiar in essi quella vita che ce li fa 
presenti, come Tetà in cui viviamo, collegare i &tti 
mtimamente tra di loro, cercar la verità sotto le 
apparenze strane e discordanti^ connettere i fatti 
politici coi fatti sociali, questi colle necessità, coi 
bisogni, colle tendenze originarie dell'uomo. — 
Questo seppe proporsi il Vico colla sua filosofia 
storica, e i canoni da noi annoverati ce ne danno 
la prova. Tuttavia essi per sé, quantunque tratti 
dai fatti, sono generalità ed astrazioni che nella 
realtà vanno inconti^o ad applicazioni diversissime 
talora anche in apparenza fra loro contraddi- 
torie; quindi se il Vico avesse proceduto sol- 
tanto con esse, come pretese fare nella seconda 
Scienza Nuova, non avrebbe nulla scoperto sulla 
natura positiva dei fatti particolari. Quando nella 
seconda Scienza Nuova, descrivendo il suo me- 
todo, dice che coi suoi principii egli saprà in- 
dipendentemente dai fatti particolari, trovare la 
storia deirumanità, considerarla nella sua idea 
er poi solo confermarla colle prove filologiche, 
e quali , dice egli , vengono ultime dopo le 
logiche e le teologiche, cioè, dopo le filosofiche, 



f. 



126 I PRINCIPII DELL INCIVILIMENTO 

Egli capovolge perfettamente in parole il me- 
todo che di fatto tenne in quelle parti della sua 
dottrina dove trovò o intravvide il vero corso sto- 
rico delle nazioni nellantichità oscura. — Queste 
prove filologiche che poterono condurre il Vico 
a tante grandi scoperte in quel periodo dell' u- 
manità che non ci è fatto conoscere con si- 
curezza dagli storici, cosi vengono da lui stesso 
con molta esattezza annoverate, il quale le ri- 
duce alle mitologie, alle frasi eroiche, alle eti- 
' mologie delle lingue natie , alle volgari tradi- 
zioni, ai frantumi deirantichità^ alla connessione 
colle cose posteriori, la quale è per verità tra 
le più importanti. Come egli abbia saputo trar 

Srofitto di tutto questo materiale storico, lo ve- 
remo nei capitoli seguenti, nei quali si trat- 
terà del corso storico delle nazioni, e dei prin- 
cipii dell* incivilimento. 



Capo \m. 

I Priucipii deir incivilimento e lo svolgimento 
politico e giuridico dell' Umanità nella Filosofia 

• 

storica del Vico. — Cenno sulle sue teorie 
civili e politiche. 

Abbiamo già veduto da qual punto il Vico 
incominci la storia dello svolgimento umano; 
egli non vi mostra grande sagacità abbando- 
nandosi anch' egli alle fantasie e ai sogni del 
Puflfendorf, dell' Hobbes, del Rousseau quan- 
tunque ne tragga conseguenze del tutto di- 
verse. — Tra le diverse descrizioni , che di 
quello stato cosi detto di natura si erano date 



CAPO Vili 127 

il Vico si accostò a quella dell' Hobbes. An- 
che per il Vico esso è uno stato del tutto fe- 
rino e selvaggio, uno stato di guerra continua 
degli uni contro gli altri; gli uomini vi sono 
rappresentati come nomadi viventi bestialmente 
senza legge né sentimento alcuno di società e 
parentela, dati alla vaga Venere, viventi nelle 
spelonche> avvolgentisi nel fango, e per questo 
cresciuti a forme atletiche e detti Giganti, della 
cui esistenza, dice il Vico, tutte le storie com- 
presa la sacra ci fanno testimonianza/ ma di 
cui egli solo si vanta di aver dato colla sua 
bizzarra descnizione un'adequata ragione e spie- 
gazione. — Ma fra tali uomini eslegi ed empi, 
che il Vico chiama sovente bestioni, egli am- 
mette tuttavia che ve ne fossero alcuni di mi- 
glior indole, che non gli altri, e che questi ap- 
pena udirono il fulmine, il quale per molti 
anni dopo il diluvio non dovette farsi sentire, 
del tutto spaventati alzarono gli occhi, dice il 
Vico, ed avvertirono il cielo e secondo la na- 
tura loro lo credettero un gran corpo animato, 
a loro superiore, e che con quel fischio volesse 
loro comandare qualche cosa. Dal che nata 
loro la prima idea d'un Dio, atterriti si ricovera- 
rono nelle loro spelonche, vi si stabilirono con 
una sola donna dando cosi origine alle fa- 
miglie , e incominciarono a seppellire i loro 
morti, il che da humare si disse nel latino Am- 
manitas. In questo modo il Vico giunge col suo 
romanzo ai tre principii supremi, sui quali egU 
dice fondarsi la civiltà, e dai quali essa ebbe 
i primi incominciamenti. La conclusione è cer- 
tamente migliore delle cose premessevi. 

La dottrina dei principii della civiltà viene 
meglio che altrove spiegata nella prima Scienza 
Nuova, in parte anche nel De constantia philo^ 



128 I PRINCIPII D£LL INCIVILIMENTO 

logioe, dove non vien loro dato sempre ^uel 
fondamento avventuroso che abbiamo descritto^ 
ma secondo V ìndole di quelle due opere e spe- 
cialmente della prima, dove le spiegazioni psi- 
cologiche prevalgono a tutte le altre, vien &to 
a quei prìncipii una torma e una connessione 
più razionale. Certamente una teorica compiuta 
e logicamente dedotta di essi noi non ve la tro- 
veremo in alcun luogo. 

Siccome egli con metodo scientifico non pro- 
cede mai, così viene generalmente introducendo 
gli elementi più essenziali 1* uno dopo V altro^ 
secondochè l' andamento del suo, discorso e i 
fatti storici e morali, che si presentano da spie-* 
gare, ve lo conducono. Anche l'estensione e Y im- 
portanza dei concetti va variando sotto le stesse 
espressioni. Cosi al pudore vien fatto nel Diruto 
universale una parte più larga che non nei libri 
successivi: già nel Principio e fine unico trat- 
tando del diritto naturale dice che esso viene 
dal pudore custodito, e nel De conslantia philo^ 
logice esso vien posto come primo principio di 
civiltà e si definisce per la coscienza del mal- 
fatto, per la quale il colpevole trova in se la 
sua naturale punizione. Cosi il pudore diventa 
in quel libro eccitamento e fonte della religione 
dopo la corruzione dell' uomo, fonte deli' onestà 
dei contratti, del timore dell'infamia^ di tutte 
le vil*tù insomma, che tengono in piedi la so- 
cietà. — Anche qui il pudore è quello, che ri- 
dusse i primi forti in società, che trasse gli uo- 
mini ad abbandonare la vaga venere, a insti*- 
tuire le famiglie. L'altro principio della civiltà, 
dopo il pudore, vien qui detta la libertà umana^ 
la quale sì manifesta nelle sue due parti della 
proprietà e della difesa. Ma evidentemente que- 
ste son piuttosto conseguenza, che fondamento 



CAPO Vili 129 

della società; il Vico invece ha perfettamente 
ragione di presentarci il pudore come la forma 
più originaria, sotto la quale nasce e si svolge il 
sentimento morale, e quindi di dirlo uno dei 
primi fondamenti della società; ma non doveva 
restringerlo, come fa in tanti luoghi, e farlo 
unicamente fondamento della famiglia e dei 
connubii stabili. — La credenza in Dio e nella 
Provvidenza non viene espressamente detta prin- 
cipio di civiltà nel Diruto universale, ma vi si 
trova di fatto introdotta come tale, finché il 
Vico lo dichiara apertamente nel principio 
della prima Scienza Nuova, anzi ne fa il con- 
<»tto predominante di tutta V opera. — La 
credenza in un Dio, in un Dio provvidente, 
in una Mente suprema è giustamente, secondo 
il Vico, uno dei sentimenti più originari e più 
naturali delluomo ; essa è, come egli lo chiama, 
uno de* sensi comuni dell' umanità. Quel che ci 
muove a concepirla è variamente designato dal 
Vico : ora è un serftimento del tutto materiale 
^ome il timore allo scoppiar del fulmine, ora 
invece è un sentimento intimo della nostra pic- 
colezza, l'aspirazione naturale ad una vita su- 
periore, il sentimento deir immortalità dell'anima^ 
dal quale vien pure spiegato T altro senso co- 
mune del geaere u»ano, cioè che si debbano 
seppellire i morti. Il pudore, che Stbbiam j^rima 
v4^uto in un luogo esser eccitamento della re- 
ligione, diventa qui anzi più giustamente come 
un effetto di essa, cioè della credenza naturale 
in un Dio inteUigente e provvido. Quindi anche 
r istituzione delle famiglie, il diritto, le virtù 
tutte poggiano in ultimo sulla credenza di Dio, 
sulla religione. Per questo egh denomina la sua 
scienza una teologia civile ragionata. Nessuna 
società sarebbe possibile senza la credenza in 



130 I PRiNcipii dell'incivilimento 

Dio, dic^ il Vico, perché fondandosi essa sopra 
vicendevoli promesse e~ reciproca fede, queste 
non hanno altra sanzione che la credenza in 
una Mente eterna ed infinita, che penetra tutte 
le menti degli uomini, è onnisciente /3 onni- 
possente ; per questo sogliono gli uomini sin 
dai primissimi tempi chiamar Dio in testimo- 
nianza della verità di quanto dicono. Del resta 
la credenza in Lui si manifesta già sin nelle 

5 rime guerre degli uomini, nei duelli, nei così 
etti giudizii di Dio dei tempi barbari ritornati. 
In questi gli uomini dichiarano tacitamente la 
loro comune sottomissione a un Ente suprema, 
dinanzi al quale essi sono uguali, che opera 
per tutti giustamente, si piglia cura della giu- 
stizia degli uomini e manifesta la sua volontà 
colla vittoria. 

Un altro fatto nel quale si mostra luminosa- 
mente la credenza in Dio e nella Provvidenza 
gli è la Divinazione, la quale ha nella filosofia 
storica del Vico una grande importanza. Nata 
l'idea di un Dio supremo che governa il monda, 
gli uomini se lo rappresentano naturalmente 
come un re potente e misterioso, del quale bisa-^ 

Sna interpretare i cenni (da nutics numen secondo 
Vicoì per conoscerne i comandi. — Questi 
cenni ai Dio sono il suo linguaggio ; egli parla 
naturalmente^ nel fulmine, e manifesta la sua 
volontà negli avvenimenti straordinarii del cielo, 
nel canto e nel volo degli uccelli, nelle viscere 
degli animali, in tutto ciò insomma che è ter- 
ribile e misterioso (!)• La sua volontà cosi ma- 
nifestata è il fondamento primo del diritto : fas 

(1) Gli animali e specialmente gli uccelli dovevano avere 
qualche cosa di misterioso per l'uomo primitivo, il quale 
ne riceveva grandi benefizii o danni, ma non ne compren- 
deva molti istinti ed il loro linguaggio. 



CAPO VII! 131 

quod fatur a Deo. È egli che impone agH uo- 
mini di vivere in società fra loro, di celebrare 
la giustizia; tale almeno è il comando cbe essi 
credono riceverne. Il Vico confonde la Provvi- 
denza coU'idea di essa , e in molti luoghi ne 
parla in modo che non gli è facile capire se 
a quella o a questa attribuisca la civiltà : cosi 
quando ripete si frequentemente: Ab Jove prin^ 
cipium MuscB, Jovis omnia piena, intende cert- 
amente la credenza degli uomini in Dio; ma 
si riman sospesi quando sulla £ne della sua 
prima Scienza Nuova dice: « Senza un Dio 
» provvedente non sarebbe altro stato al mondo 
» che errore, bestialità, bruttezza, violenza, fie- 
» -rezza, marciume e sangue, e forse e senza 
» forse per la gran selva della terra orrida e 
» muta oggi non sarebbe genere umano (1). 
Ma il Vico nel confondere la Provvidenza colla 
credenza in essa non è per iìuUa in contrad- 
dizione con sé medesimo. Nelle Scienze Nuove 
non v*ha più traccia alcuna delle metafisicherie 
del De antiquissima sapientia, il criterio della 
verità, è qui per lui divenuto il senso comune 
e il consentimento universale degli uomini; 
nella seconda Scienza Nuova cosi esprime questo 
concetto con singolare eflBcacia, mettendolo ap- 
punto in relazione coi suoi principi! dell' incivili- 
mento. « Conchitifliamo tuttociò, che generalmente 
« si è divisato dintorno allo stabilimento de' prin- 
« cipii di questa scienza : che poiché i di lei prin- 
« cipii sono Provvidenza divina^ moderazione di 
« passioni co' matrimonii ed immortalità delFa- 
« nime umane cplle sepolture ; e il .criterio che 
« usa é, che ciò che si sente giusto da tutti ó 
« la maggior parte degli uomini debba essere 

(1) IV, 288. 



1S2 SYOLGIHBNTO DELL'uMANITA' 

« la regola della vita socievole; ne' quali prin- 
« cipii e criterio conviene la scienza volgare di 
« tutti i legislatori e la sapienza riposta dei più 
e riputati filosofi ; questi devono essere i confini 
« dell' umana ragione, e chiunque se ne voglia 
« trar fuori, egli veda di non trwrsi fuori da 
« tutta V umanità (1). La credenza universale 
nella Provvidenza è dunque per il Vico una 
prova della sua realtà, e VeflScacia grandissima 
diie quella ha nel mondo delle nazioni dimostra 
pure la potenza reale di questa e la sua volontà, 
perchè la credenza degli uomini in Lei mede- 
sima è il mezzo principale, di cui la Provvidenza 
dispone per trarne gli uomini a civiltà. Lesser 

Sundi fondamento di questa nell'ordine d^e 
ee gli è lo stesso per il Vico che esserlo nel- 
l'ordine delle cose. Per questo chiama egli la 
sua scienza, fra le moltissime denominazioni, una 
perpetua dimostrazione di Dio o della Prov- 
videnza, . 

Guidati cosi gli uomini dalla credenza in Dio 
e mossi dal pudore fondarono l' umana società; 
gli è quindi da certi sensi naturali, che questo 
ebbe origine, sensi naturali, che si vennero ne- 
gU uomini svolgendo inconsciamente, senzachè 
l'avvertissero; ed è assolutamente erroneo^ dice 
il Vico, il credere, che essa invece venisse fondata 
da sapienti legislatori per opef& di riflessione : 
concetto giusto e profondissimo e che solo la 
scienza modernissima ha reso volgare. 

Tuttavia all' umanità non si venne d'un tratto 
ma per gradi lenti e diversi, come la natura 
stessa richiedeva. TaH gradi sono quelli^ che il 
Vico chiama le epoche diverse, le età del genere 
umano. La teoria di esse è molto confusa nel 

(1) V, 150. 



CAPO Vili 133 

• 

de Constaniia Philologiae, dove ne distingue cin* 
que e le dico tutte epoche del tempo oscuro men* 
tre la quinta cade invece nei tempii che egli 
dice umani, dove sorgono gli scrittori riflèssi,, 
gli storici, i filosofi. — Ma già nello stesso li- 
bro egli accetta la divisione egiziana delle tre 
età degli dei^ degli eroi e degli uomini^ e se 
ne serve esclusivamente poi nelle due Scienze 
Nuove. 

Nel trattare di queste diverse età però non sarà 
difficile il riconoscere che se nel porre quello stato 
selvaggio come punto di partenza della sua teoria, 
imitò la filosofia giuridica del suo tempo, nell u- 
scire da essa e nel descrivere lo svolgimento pò- 
steriore dellumanità la mente sua è quasi esclu- 
sivamente preoccupata, per riguardo al diritto, la 
politica e la morale^ dalla storia e giurisprudenza 
romana. E mentre egli concepisce e delio ea 
^[uello in modo, che esso gli abbia a servire per 
ispiegare le cose romane e risolverne i problemi, 
la Storia e la Giurisprudenza romana alla loro 
volta cosi rifatte e trasformate gli servono poi 
a delineare il eorso storico di tutte le nazioni* 
Questa confusione delle cose generali colle par- 
ticolarità romane è uno dei difetti principali 
delle dottrine del Vico, una delle prime cause 
de* suoi traviamenti ed errori. Guastò con esso la 
sua storia romana da una parte e dall'altra la 
sua filosofia storica. Tuttavia egli seppe nei fatti 
di quella penetrare con uno sguardo si giusta 
e potente, che molte delle sue migliori idee 
rimasero intatte dal suo cattivo sistema e an- 
cor oggi sono accettate dalla scienza, dopo i gran- 
dissimi progressi in essa fatti dalla critica storica 
dei Tedeschi. 

Una delle questioni più importanti della Sto- 
ria romana gli è quella delle relazionr tra i 



134 SVOLGIMENTO DELL* UMANITÀ* 

Patrizii e i Plebei, la anale si rannoda coiraltra 
intorno alForigine e alla natura delle clientele. 
Ai tempi del Vico si accettavano ciecamente i 
racconti tramandati dagli storici antichi , né al- 
tri si rendeva conto del come i fatti narrati 
avessero potuto avvenire. Il Vico trasforma la 
questione in un problema generale : egli trova 
cne tutti i popoli ebbero patriziato e plebe, pa- 
troni e clienti; si tratta quindi di spiegare un 
fatto umanitario. — Per vedere qua! soluzione 
vi dia il Vico è necessario che noi torniamo 
alquanto indietro e rammentarci di quella parte 
dei Bestioni o Giganti, che più pii degli altri 
vengono scossi dal fulmine, e danno origine 
alla civiltà. Sarebbero questi primi principii per 
il Vico letà degli Dei o lo stato delle famiglie, 
in cui regna Tautorità monastica. — Il Vico vede 
e descrive quest'età colle idee della giurispru- 
denza romana intorno alla famiglia. In quello 
stato gli uomini non errano più per le selve, 
ma non sono ancora fra loro associati, fondano 
le famiglie, nelle quali il padre ha una potestà 
assoluta, e vi è ad un tempo re, sacerdote e giu- 
dice. Ha in questo tèmpo origine la proprietà : i 
campi coltivati sono gli altari naturali innalzati 
al culto degli Dei e i loro confini vengono con- 
sacrati dalle sepolture degli estinti. In questo 
stato i Forti pii, come li chiama il Vico , fs^nno 
uso del diritto naturale di difesa contro i vio- 
lenti che vengono a insultare le loro are o 
campi coltivati, e consacrano il loro sangue agli 
dei ; ma tra quei selvaggi empii oltre i violenti 
(il Vico non trova fatica a far ipotesi per iscio- 
gliere le difficoltà) vi sono dei deboli che ven- 
gono da essi perseguitati ; (questi allora si ri- 
parano alle are dei Porti pii, i quali li accolgono 
sotto la loro protezione, ma ponendoli sotto la 



CAPO Vili 135 

loro potestà monastica e tenendoli come famuli, 
da cui venne il nome di familia. — In questa 
condizione di cose vede il Vico un fatto natu- 
rale ma provvidenziale nella severità delle pene 
e nell'assoluta autorità del padre di famiglia , per- 
ché i figli e i clienti avessero cosi a far acquisto 
di quelle virtù di docilità e sottomissione, che sono 
necessarie per gli stati , di cui segue la fonda- 
zione nella seconda età detta degli eroi; perchè 
i clienti cresciuti più tardi in numero e perduto 
col tempo e colla sicurezza acquistata lo spavento 
degli empii violenti, dimentichi dei benefizii ri- 
cevuti dai Forti per le più recenti vessazioni, colle 
quali venivano da loro trattati come schiavi, tu- 
multuarono contro di essi per averne diritti e 
guarentigie; ma i Forti volendo resister loro si 
strinsero seco in ordini e scelsero tra loro un 
capo che li sapesse guidare contro quelU ammu- 
tinati. — Cosi ebbero la loro prima origine 
dalla necessità gli stati, e da questa fondazione 
comincia Tetà degli eroi; che come tali sono 
da considerarsi i forti. 

Gli stati cosi fondati, dice il Vico, non sono 
monarchici, come parrebbe e come credevasi ai 
suoi tempi, ma strettamente e severamente aris- 
tocratici. Il re non è che il primo fra uguali; 
il supremo potere risiede sempre presso i padri 
associati, i quali col metter insieme ciascuno la 
loro propria potestà famigliare danno origine 
al potere civile ; col rinunziare al diritto di- 
vino della violenza privata, cioè di farsi ra- 
gione ciascuno da sé, danno origine al sommo 
imperio; coll'assoggettare i loro beni e le loro 
sostanze alle necessità dello stato creano in 
esso il diritto eminente su quelle, e fondano cosi 
il pubblico erario. Tal complesso di cose pub- 
bliche dicono patria cioè res patrum. 



136 SVOLGIBIENTO DELL'uMàNITA' 

In questo primo periodo politico della società 
la tendenza predominante dello stato è quella 
di tener severamente custoditi nella forma loro 
stabilita gli ordini, la religione, la famiglia, il 
diritto. Lo stato quindi è cosi costituito^ che ri- 
guardo agli ordini solo i patrizii (1) vi abbiano 
il governo, solo essi gli àuspicii, essi soli siano 
giudici, essi soli vi abbiano nozze solenni; ri- 
guardo dia famiglia, vi sia conservata la po« 
testa domestica colla medesima severità come 
nell'età divina; riguardo alla religione ninna 
cosa si faccia se prima non si è consultato il 
volere degli Dei, come si manifesta negli au- 
spici!; e poiché quegli eroi riponevano il diWWo 
nella forza cosi riconoscessero il volere della di- 
vinità nella fortuna, e l'intervento di quella fosse 
necessaria sempre, per dare con questo solo 
consacrazione o valore giuridico alle azioni della 
vita, sia per rispetto agli individui, che alla fa- 
miglia e allo stato ; riguardo al diritto, che poi- 
ché gli uomini non potevano ancora governarsi 
secondo il vero, e le passioni erano fortissime, 
cosi si governassero secondo un diritto severo 
e stabiUio con fbrmole sacre e inalterabili, per 
il quale s>' avesse dagli uomini naturalmente tale 
opinione del giusto, che tanto e tale fosse lora 
diritto, qicanto e quale si fosse spiegato con so- 
tenni formule di parole (2), le quali formule 
poiché tenevano esprimessero il volere di Dio, 
fossero conservate gelosamente e segretamente 
dai sacerdoti; e finalmente riguardo alle pene 
che esse vi fossero severissime e date per l'esem- 
plarità e per incutere spavento. 

(1) Patrizii son tutti questi forti, perchè godendo essi 
soli il diritto del connubio solenne, solo essi patrem ciere 
possunt, secondo l'etimologia del Vico. 

(2) V, 186. 



CAPO vni 137 

Ma i nobili non poterono per lungo tempo 
resistere alle forze ognor crescenti dei Clienti 
o Pamoli Soci (delle loro imprese eroiche) 
come promiscuamente li chiama il Vico, senza 
&r loro qualche concessione. Siccome essi erano 
specialmente deputati a coltivare le terre dei no* 
bili unicamente per vantaggio di questi, cosi essi 
chiedettero per prima cosa di aver ne il possesso ; 
il che venne dopo molti sforzi loro concesso 
mediante un tributo annuo che perciò dovettero 

f)agare ai nobili; e questo avvenne colla prima 
egge - agraria che si trova essere stata per tutti 
i popoli come quella data da Servio Tullio in 
Roma. — Ma i plebei non se ne stettero con- 
tenti : avendo essi ottenxito delle terre il solo pos- 
sesso, questo era per loro un precario che poteva 
venir loro tolto ad arbitrio dei nobili; vollero 
quindi averne anche la proprietà; ed infine avu- 
tala, i plebei non potendo però trasmetterla ai 
loro per via d'eredità, perchè mancavano della 
comunione degli alispicii e quindi del diritto di 
connubio solenne e dei dintti politici , usaro- 
no d'ogni loro potere per l'acquisto di questi di- 
ritti, e per rendersi cosi del tutto uguali ai nobili. 
Il che quand'ebbero raggiunto, ebbe del tutto 
fine Tetà eroica, o cominciò l'età degli uomini, 
della quale son proprii governi il popolare e il 
monarchico-civile , avendo tanto l'uno che l'al- 
tro per loro fondamento non più la custodia 
degh ordini e la amministrazione della giuS' 
tizia per mezzo delle formule giuridiche con- 
servate con religiosa segretezza e appUcate 
nella loro rigidità letterale, ma l'equità na- 
turale, il diritta comune degli uomini rico- 
nosciuti uguali, il regno delle leggi e delle con- 
suetudini adattate ai diversi casi della vita, e 
secondo questi modificate dalla Giustizia ,r fon- 



138 TEORIE CIVILI E POLITICHE 

data sulla natura e ragione deiruomo. Biguardo 
poi alla successione storica delle due forme qui 
descritte essa è tale, che se a un governo ari- 
stocratico non succede subito la monarchia ci- 
vile, tuttavia a questa conduce poi una legge 
regia naturale lo stesso governo popolare. 

Cosi il Vico, diversamente da Platone e da 
tutti i suoi predecessori e ancora del suo po- 
steriore Montesquieu, non ispiega già le forme 
di governo secondo un certo tipo fattosi nella 
mente e attuato arbitrariamente fra gli uomini ; 
egli ne ricerca il carattere, la natura e i fe- 
nomeni che vi appariscono nella stessa con- 
dizione storica nella quale sorgono. — Quindi 
vediamo anche nelle teorie politiche del Vico 
manifestarsi quel profondo senso storico, che 
nessuno forse anche in questo secolo, nel quale 
questo ebbe un si grande perfezionamento, pos- 
sedette al par di lui. — Ma quantunque lo 
spirito del suo sistema sia del tutto contrario alle 
(lottrine di Machiavelli e di 'Montesquieu, tut- 
tavia lo vediamo fare sul meccanismo degli stati 
considerazioni cosi acute e profonde, che non 
ci parrebbe credibile vengano da un uomo come 
il Vico, che mai, si può dire, non conobbe gli 
affari del mondo se non attraverso i suoi libri. 
Gli è vero che tali considerazioni sono in parte 
contrarie al sistematismo della seconda Scienza 
Nuova y quindi noi le troviamo più particolar- 
mente e quasi solo sviluppate nelle opere an- 
teriori. ^ 

Quand* egli non avea ancora strettamente 
uniformizzato il corso di tutte le nazioni , 
cioè nel Principio unico del Diritto, egli sa 
dirci ancora come tutte le forme degli stati si 
adattino naturalmente al carattere dei popoli , 
perchè ciascuna di essa richiede diverse virtù 



CAPO vin 139 

e diverse qualità per sostenersi. — Cosi i popoli 
molli e rozzi, die' egli, come l'Asiatico, cadono 
facilmente sotto la tirannide , i forti e acuti , 
come i Greci si fondano sulle leggi e sulla de- 
mocrazia, i popoli forti invece ma non molto 
acuti durano più lungamente sotto la primitiva 
aristocrazia, come i Romani. Nel De uno etc», 
non è ancora la sua Storia ideale eterna che 
regge il corso delle nazioni, e quindi ammette 
che i diversi governi si possano sostenere nelle 
loro forme, purché si conservino sempre su 
quel principio per cui sono nate: quindi la 
corruzione è quella che li rovina, non una ne- 
4jessaria legge storica. — Ogni forma di go- 
verno potrebbe dunque, secondo il Vico, gene- 
rare la prosperità e la felicità di un popolo; 
ma avviene assai raramente che nella vita di 
esso non si succedano frequenti mutazioni. 

Le aristocrazie potrebbero lungamente con- 
servarsi, perchè in esse si svolge un grande 
amor di patria, essendo lo stato d'interesse più 
vicino ai pochi, che solilo governano e ne trag- 
gono profitto, se sapessero tener sempre contenta 
nelle sue condizioni sociali, la classe inferiore. 
Ma fatti prepotenti e vessatori contro di questa, 
essa naturalmente si solleva e formansi le re- 
pubbliche popolari, nelle quali l'interesse allo 
stato diminuisce, perchè tanti vi pigliano parte, 
ma appunto per questo tutti vi si ranno promo** 
tori del diritto, dell'uguaglianza, del bene comune; 
perchè dove altri non può trarre utile per sé 
solo, dice il Vico, vuole almeno, che le utilità 
siano fra tutti distribuite equamente. Esse dun- 
que si terrebbero lungamente in piede per que- 
sta giustizia comune, se dandosi i più alla sola 
cura dei privati interessi, non lasciassero sorgere 
ambiziosi, i quali assoggettando al loro potere 



140 TEORIE CIVILI E POLITICHE 

la pubblica libertà di quelli, e suscitando di- 
scordie, fazioni e guerre civili nella repubblica, 
{xer la voglia di ciascheduno di trarre questa a 
oro privata utilità e sotto il suo imperio non la 
mandassero tutta a rovina. Del che i popoli a£&ti- 
cati si .vanno a ricoverare sotto la Monarchia di un 
solo, il quale, essendo superiore a tutti gli altri 
e non avendo nulla più a desiderare d'imperio e di 
ricchezze, naturalmente cerca di governare con 
giustizia e popolarmente (1), « prima con le leggi, 
» colle quali i monarchi vogliono i soggetti tutti 
» uguagliati, dipoi per quella proprietà menar- 
» chica, che i sovrani con umiliar i potenti ten- 
» gono libera e sicura la moltitudine dalle loro 
* oppressioni; appresso per quell'altra di mp.n- 
» tenerla soddisfatta e contenta circa il sosten- 
» tamento che bisogna alla vita e circa gli usi 
» biella libertà naturale; e finalmente coi pri- 
» vilegi che i monarchi concedono o ad intieri 
» ordini , che si chiamano privilegi di libertà^, 
» o a particolari persone con promovere fuori 
» d'ordine uomini di straordinario merito agli 
» onori civili, che sono leggi singolari dettate dalla 
» naturai equità, » Dal che conchiude il Vico, 
- le monarchie essere le più conformi air umana 
natura della più spiegata ragione (2). Cosi il Vico 
si mostrava anch' egli, conformemente a' suoi 
tempi, proclive al governo monarchico; ma egli è 
ben lontano, d'accordo in questo col Gravina, di 
ammettere colla scuola giurìdica di Grozio un re- 
gno assoluto, che possa governare gU uomini per 

(1) Il Vico delineò qui senza saperlo le origini e le vi- 
cende delle monarchie naoderoe verso la fine del medio evo, 
il fondamento e le cagioni della loro potenza nei loro prin- 
cipi, quando esse aveano a lottare contro il feudalismo e per 
innalzarsi contro di questo sostenevano la borghesia o il 
medio ceto. 

(2) V, 516. 



CAPO Vili 14 1 

i soli propri vantaggi. — La sua monarchia chia-^ 
ma il Vico monarchia civile^ né è necessario che 
egli dica, che essa debba governare per lutile 
dei più, poiché in questo stesso consiste natu- 
ralmente la sua missione storica e il suo carat- 
tere. Le corruzioni delle diverse forme non sono 
f^er lui tanto veri governi, quanto passaggi dal- 
'una all'altra forma. 

Gli è facile scorgere da tutto questo, che se 
il Vico non cadde nel meccanismo politico del 
Machiavelli e del Montesquieu^ se fece delle 
forme degli stati uno svolgimento naturale dei 
bisogni sociali e politici dei cittadini, tuttavia 
egli cadde nel dogmatismo storico, e prendendo 
per norma le forme di governo come si ven- 
nero una volta attuando, pretende, che questo 
modo ne costituisca la vera essenza, e che tali 
quindi esse abbiano ad essere in eterno. Si vede 
bene infatti come tanto nel descrivere lo svol- 
gimento storico di quelle forme di governo, 
come nel determinarne la natura e Te leggi, 
egli non avesse quasi di mira che la storia ro- 
mana; e siccome gli é appunto dagli studi parti- 
colari su di questa, ch'egli arrivò a'suoi prìncipii 
generaU intorno allo svolgimento politico e giu- 
ridico delle nazioni e che in essi specialmente 
risplendette il suo genio storico, cosi ci propo- 
niamo in uno dei capitoli seguenti trattar al- 
(juanto distesamente delle sue idee principali 
intorno alla storia romana, paragonandole cogli 
ulteriori progressi della scienza, come si vennero 
facendo particolarmente dalla critica storica dei 
Tedeschi. — Per ora un altro compito ci si 
presenta dinanzi." il diritto e la politica non 
sono i soli elementi della* civiltà; essi si con- 
nettono strettamente colla lingua, coi concetti 
. e le rappresentazioni rehgiose, colla letteratura. 



142 LINGUE, POBSIE E .MITOLOGIE 

colla arti. — Gli è questa la parte, che nella 
sua prima Scienza Nuova il Vico comprende 
sotto il nome di principii di essa dintorno alle 
lingue. Gli è questa parte, che noi vogliamo 
esaminare nei primi capitoli che seguono. 



Capo IX. 

L'origine e lo svolgimento delle lingue, della 
poesia e della mitologia nella filosofia storica 
del Vico. 

Gli è stato certamente un' idea profonda nel 
Vico quella, che ogni cosa si corrisponda in una 
data epoca, diritto, lingua, politica^ religione, 
arte; tutti gli elementi vi hanno rapporto e con- 
nessione tra di loro. Ch*egli poi esagerasse 
stranamente questo principio nella seconda 
Scienza Nuova ciò non toglie, che parecchie 
delle applicazioni da lui fattene non siano vere 
e giuste. 

La linguistica era cosi poco sviluppata ai 
tempi del Vico, e d*altra parte era questi tal- 
mente ignaro delle lingue come della storia 
dell'Oriente, che gU mancavano quasi affatto 
gli elementi e i materiali necessarii per poter 
anche solo abbozzare un princìpio di scienza; 
sicché noi non ci dobbiamo tanto meravigUare 
deUe molte stranezze che sull'origine del lin- 
guaggio, sul suo svolgimento ci viene nar- 
rando , quanto anche qui ammirare il suo 
genio e il suo retto senso del vero , che mal- 
grado tanti ostacoli lo conduce a trovar principii 
ed esporre dottrine che sono accettate o per lo 
meno discusse ancor oggi dalla scienza delle lin- 



CAPO IX 143 

gue, la quale ha fatto dopo d'allora progressi 
si grandi e straordinarii. Egli fu certamente il 

))rìmo a notare l'importanza grandissima che le 
ingue hanno per farci conoscere col loro stesso 
organismo, colle loro radici ed etimologie lo 
stato di civiltà, il carattere dei sentimenti e delle 
idee di un popolo ; perchè, secondo il Vico, le 
lingue non sono un prodotto artifìziale o con- 
venzionale di questo, ma si vengono in esso 
naturalmente formando e sviluppando), sicché 
il popolo v'imprime il suo spirito. Egli imma- 
ginò si potesse fare un Etimologico universale, 
che comprendesse le lingue di tutti i popoli e 
mostrasse come una cosa medesima fosse da 
essi per diversi aspetti veduta, secondo la pa- 
rola colla quale la designano. Quindi volendo 
fer la stona dello svolgimento delle lingue, 
dice che di esse ve ne furono tre, conforme- 
mente alle tre età da lui stabilite nella storia, 
cioè quindi una lingua divina, una eroica e una 
umana, le quali sono naturalmente in armonia 
ciascuna col loro tempo, col carattere di que- 
sto, i costumi e le idee in esso prevalenti. 

Nei tempi divini, cioè anteriori alla fonda- 
zione degli stati egli nota , come le relazioni 
dovevano esservi cosi poche , le idee anche 
cosi povere e le difficoltà di parlare cosi 
grande, che gli uomini dovevano per comu- 
nicare fra di loro, più servirsi di cenni o atti 
e di corpi, che avessero relazione colle idee 
e i sentimenti, che volevano esprimere, anzi- 
ché con parole. — Ma a riguardo di questa teoria 
il Vico SI avvolge in molte contraddizioni : talora 
questa lingua divina è del tutto mutola, non 
vi son parole, non articolazioni di sorta, gli uo- 
mini per esprimere un anno presentano una 
spiga, per esprimere il mietere ne fanno ì atto. 



144 LE LINGUE 

Talora invece essa è solo quasi del tutto muta* 
e pochissimo articolata, e in altri luoghi parrebbe 
che anche la lingua divina avesse pur essa tutto 
un sistema di suoni e voci articolate , perchè 
;ifFerma che nei tempi divini tutte le cose erano 
denominate come Dei, dei quali Varrone ne 
conta ben trentamila. — Il cne per verità si 

{potrebbe accordare con quel che dice in un 
uogo della seconda Scienza Nuova, che cioè 
tutte e t|e le lingue non nascessero Tuna dopo 
Taltra, « ma si come dallo stesso tempo comin- 
« ciarono gli Dei, gli Eroi e gli Uomini, perchè 
« eran pur upmini quelli che fantasticarono gli 
« Dei e credevano la loro natura eroica mesco- 
le lata di quella degli Dei e di quella degli 
« uomini, cosi nello stesso tempo cominciarono 
« tali tre Ungue (intendendo sempre andar loro 
« del pari le lettere) (1) » il qual passo se si 
dovesse accettare come la vera dottrina del Vico, 
rovescierebbe in tutte le sue parti la sua teoria 
più comune e generale, e fino a un certo punto 
costante che intorno alle lingue e il corso sto- 
rico dell'umanità in generale, va svolgendo nelle 
due Scienze Nuove, e specialmente nella seconda. 
Noi dobbiamo quindi attenerci a questa e con- 
siderare i pochi passi divergenti, come le solite 
contraddizioni o meglio distrazioni del Vico, che 
come notammo già in altre cose, non gli sono 
molto rare; quantunque non sia a dimenti- 
carsi, che in queste trovasi talora la verità me- 
gUo, che nella sua teoria più costante, come an- 
che in seguito si vedrà. 

Alla lingua divina succedette la lingua eroica 
al cominciar dell'età, che le corrisponde; in essa" 
ebbero, secondo il Vico, propriamente origine le 
lingue articolate, quindi il parlar figurato, sim- 

a) V, 212. 



CAPO )x 143 

bolico e poetico, espressione propria della sa- 
pienza eroica. Egli nota qui con grande sagacità 
e pe'suoi tempi con grande originalità, che, come 
le parole esprimenti le idee, i sentimenti e gli 
usi primitivi dell'umanità sono specialmente 
nelle lingue più originarie o che meglio n'ab- 
biano conservata la natura, come la latina e la 
tedesca, monosillàbiche, cosi tutti i popoli deb- 
bono aver cominciato a parlare per monosillabi; 
al che il Vico dà poi ancora un altro fondamento, 
con idea pur felicissima osservando, che le radi- 
cali delle lingue, come almeno erano a lui note, 
t^ono tutte monosillabiche. La formazione dei suoni 
non avvenne dunque arbitrariamente^ dice il Vico, 
come ai suoi tempi si teneva. Quindi egli tenta 
colla sua solita grande arditezza, che qui si può 
chiamare temerità, perchè a ciò gli mancavano 
quasi del tutto gli elementi necessarii, di de- 
scrivere lo svolgimento della grammatica umana. 
Dovettero secondo il Vico significarsi per suoni 
dapprima le cose, che potevano rendersi col- 
r onomatopea ; seguitarono le voci umane a for- 
marsi coli interiezioni eccitate in noi, come ve- 
diamo ancor oggi , naturalmente dall' empito 
della passione; si formarono quindi i pronomi^ 
dappoi le preposizioni, quindi tratto tratto i nomi, 
infine i verbi, di molti dei quali furono natural- 
mente radice le interiezioni : e tra le torme ver- 
bali egli pone primo l' imperativo. — Da questo 
dice il Vico conoscersi naturalmente l'ordine col 
quale nacquero le parti del discorso, e in conse- 
guenza le naturali cagioni della sintassi. — Le 
ragioni e gli esempi che il Vico arreca a prova 
di questa sua teoria sono curiosissime e mo- 
strano quanto malgrado il suo buon senso fosse 
talora si avventuroso nelle sue ipotesi (1). 
(1) V, 213 e segg. 

iO 



146 LE LINGUE 

Coi tempi umani successe alla lingua eroica 
la lingua volgare, la quale ù del tutto articolata; 
non vi sono più simboli, non caratteri poetici; 
essa è la lingua della prosa, del parlar proprio^ 
la lingua della riflessione e della scienza, e 
sorge naturalmente negli uomini col progresso 
storico deir umanità ; ma siccome il Vico si com- 
piace talora, specialmente nella seconda Scienza 
jNuova, di ridurre lo svolgimento storico a un siste- 
ma sempre più stretto e simmetrico, cosi vi affer- 
ma^ che come la lingua eroica fu la lingua degli 
eroi nacque tra di loro, cosi la volgare venne sor- 
gendo fra i plebei ; dal che si verrebbe a questa 
conclusione singolare, che gli uomini più riflessivi 
si trovassero fra i meno colti* — A tali e mag- 
giori assurdi lo condusse, come vedremo ancora, 
il sistematismo della seconda Scienza Nuova,. 

In questa non gli basta che a ciascuna età 
corrisponda la propria lingua, ma sostiene an- 
cora che a ciascuna lingua corrisponde una 
specie particolare di caratteri ossia segni grafici; 
cosi vuole che nei tempi divini si scrivesse coi 
geroglifici, negli eroici colle impi^ese^ stemmi, inse- 
gne gentilizie ecc, negli umani colle lettere alfabe-^ 
tiche. Ma non si capisce, come nei tempi divini 
si avesse a scrivere e quali occasioni si presen- 
tassero per ;questo, né che necessariamente gli 
uomini, poiché aveano cominciato a parlar con 
voci articolate, dovessero nello stesso tempo dap- 
prima scriver per imprese e stemmi^ finché du- 
rava la Ungua eroica, poi, cominciando la lingua 
volgare, con lettere tonetiche. — La scrittura 
dovette cominciar dopo della hngua parlata e 
quindi aver vicende del tutto diverse. 

È inutile del resto ai nostri tempi combattere 
le teorie linguistiche del Vico, bastando esporle, 
perclié si vegga la grandissima distanza, che le 



CAPO IX 147 

separa dalla scienza laoderna* Nonché le solu- 
zioni dei problemi linguistici, ma la maggior 
parte di questi gli sono completamente ignoti. 
Le grandi ricerche sul nesso e sulla parentela 
delle lingue, che occupano per la più grande 

Ì)arte i linguisti nioderni, egli uè le previde né 
e potè anco sospettare. Esse sono del resto 
del tutto contrarie alle sue dottrine. È uno 
dei capitali principii del Vico^ che ogni po- 
polo sorga naturalmente da sé alla civiltà e la 
svolga indipendentemente da ogni altro, for- 
mandosi una sua civiltà propria e particolare, 
la quale se trovasi tuttavia avere una certa uni- 
formità in tutti, questo non nasce da altro, che 
dalla essenziale e costante identità della natura 
umana; mentre le differenze derivano natural- 
mente dal clima e dalle condizioni particolari 
del paese, fra le quali il popolo viene sorgen- 
do e per le quali esso viene pigliando natura 
e costume particolare e riguardando sotto un 

f>roprio e diverso aspetto i medesimi bisogni e 
e medesime utilità della vita. — Ora quantunque 
questa dottrina, che il Vico sostenne con mag- 
gior costanza e applicò con maggior frequenza, 
abbia la sua parte di vero, e lo conducesse 
a rettificare molte idee sulla storia antica, in- 
quantoché seppe dimostrar false molte imita- 
zioni e trasmissioni di istituti, di arti, di scienze 
da un popolo all' altro, mentre dapprinoa (e si 
manifesta ancora la stessa tendenza in qualche 
grande critico tedesco) si cercava di spiegare 
con quelle tutta la civiltà di un popolo; tut- 
tavia egli cadde neir eccesso contrario e negò 
sino ai tempi più avanzati della civiltà ogni e 
qualunque comunicazione ed influenza tra po- 
polo e popolo. Con questo egli si precluse la 
strada a spiegare ragionevolmente molti fatti 



148 LE LINGUE 

deir antichità, costringendosi invece a molte stra- 
nissime ipotesi, sovente apertamente discordanti 
coi principii stessi, per sostenere i quali egli 
le immagmava. E lasciando per ora di parlare 
delle influenze che avvennero, nel diritto, nelle 
arti, nelle industrie ecc., dopoché i popoli si eb- 
bero già stabilite in sedi fisse, gli è certo, che 
il principio del Vico è del tutto falso applicato 
alle origini dell' umanità. — Conformandosi ad 
esso il Vico sostiene, che tutti i popoli ebbero 
ciascuno una lingua propria e natia, indipen- 
dente e slegata da ogni altra, come indipendente- 
mente da ogni altra cominciarono e svolsero la 
loro civiltà. — La scienza moderna rovesciò del 
tutto questa dottrina, e quantunque essa non abbia 
ancora, da quel, che è a mia notizia, potuto con 
certezza stabilire né fisiologicamente né filologi- 
camente l'unità originaria del genere umano, 
non ha pur potuto negarla, ed anzi è riescita 
a stabilire con certezza l'unità di alcune razze; 

Quantunque disperse in una moltitudine gran- 
issima di famiglie la linguistica ha saputo se- 
guire con una costanza meravigHosa il filo di 
ciascuna e trovare il ceppo, a cui si ricongiuge. 
Ma un tale ricongiungimento non può essere 
solamente di linguaggio, secondo le teorie stesse 
del Vico : gli è tutta una civiltà che malgrado le 
sue grandi e svariatissime differenze conserva il 
segno di un origine comune, un certo tipo co- 
stante, e molti elementi essenziali, che tutti si 
rapportano all'identità di razza. Con queste sco- 
perte k dottrina linguistica del Vico rovina dalle 
fondamenta, come pure rovinano tutti i suoi 
sogni di uno stato ferino che abbia preceduto 
l'incivilimento di ciascun popolo e sia stata la 
condizione di molti fatti, che nella sua storia 
si vennero poi svolgendo ; e quantunque alcune 



CAPO IX ih9 

sue idee non cessino per questo di esser vere, 
tuttavia esse nella scienza moderna si connettonb 
con principii ed argomenti diversi, acoiiistano un 

{>osto, per cosi dire, differente da quello che egli 
oro diede, e si vanno ad intrecciare con altri 
fatti> con altre conseguenze. 

Assai più felice che nelle sue teorie intorno 
alla linguistica è il Vico nei suoi principii in- 
torno all'origine, alla natura e allo svolgimento 
della poesia e della mitologia, che da lui ven- 
gono però intimamente legate coli* origine e la 
formazione delle lingue. Le sue idee intorno a 
quegli elementi dell'antica civiltà non sono meno 
profonde di quelle che vedremo svolgersi da lui 
mtorno alla storia romana. Anche in esse il 
Vico è grande innovatore e si mostra vero pre- 
cursore della scienza moderna; e anche qui come 
al solito noi dovremo notare ch*egli è più grande 
là dove è meno sistematico, e qui anzi più che 
altrove. Le sue idee infatti sulla poesia e sulla 
mitologia si trovano già compiutamente esposte 
nel De constantia philologioe, e ciò che ne disse poi 
nelle due Scienze Nuove o è un semplice svolgi- 
mento, ne è un* esagerazione , un peggiora- 
mento. Le teorie del Vico nella poesia e nella 
mitologia sono pure il frutto di Quella tendenza, 
che notammo sempre come predominante nella 
sua filosofia storica, e come quella che tutta l'in- 
spira, la tendenza cioè di trovare la spiegazione 
dei fatti primitivi dell* umanità non già nel ca- 
priccio di un individuo, o nel volere di legislatori, 
nella riposta sapienza di alcuni pochi, ma 
nello svolgimento naturale dello spirito umano 
popolare. La poesia , le sue locuzioni , il suo 
stile non sono cose artifiziali : esse sono il lin- 
guaggio primitivo dell'umanità : ecco il grande 
principio del Vico. — Conviene però riguardo 



150 LA POESIA 

alla poesia distinguere T origine del verso da 
quella del parlar poetico. Non è vero,, come dice il 
Janelli, che il Vico confonda sempre queste due 
cose, quantunque esplicitamente non le distingua 
mai: gli è si poco vero che egli spiega in modo 
diverso Torigine dell'una e dell'altra cosa, (juan- 
tunque naturalmente le faccia sorgere insieme. 
Egli non poteva ammettere, né rafferma in alcun 
luogo, che gli uomini primitivi parlassero tra di 
loro in verso, ma si' che parlavano poeticamen- 
te; ma siccome trova che le leggi antichissime 
si erano scritte in versi, volendo secondo il solito 
suo trovar di questo una ragione naturale, né 
soddisfacendolo quella che nella Sinapsi aveva 
enunciato, che cioè gli uomini ciò avessero fiitto 
per meglio ricordarsi le- loro leggi, si sforza di 
connettere questo verseggiare con una tendenza 
naturale degli uomini primitivi- al canto, loro 
eccitata dal bisogno e dalla necessità di espri- 
mersi; perchè il Vico osserva, che gli uomini 
primitivi, avendo una grande difficoltà di pro- 
nunciare le parole, dovevano come i balbuzienti 
dare facilmente in una certa cantilena, nella 
quale la lingua si snoda più liberamente; nella 
seconda Scienza nuova nota , che il cantare gli 
é tendenza naturale dell'uomo rozzo, quando è 
agitato da forti passioni. Ma questo canto pri- 
mitivo è per il Vico stesso aritmico e immo- 
dulato, né si può in nessun modo paragonare 
col verso dei poeti, che certo ebbe però in quel 
canto la sua origine. — Quando perciò il vico 
dice, che tutti quegli uomini primitivi erano 
poeti e parlavano poeticamente non convien in- 
tendere tanto la forma quanto piuttosto il ca- 
rattere e la. natura stessa del loro linguaggio. 
Quegli uomini ci vengono dal Vico rappresen - 
tati come ingegnosi fanciulli, i quali, avendo poco 



CAPO IX tot 

valida la ragione e quasi punto sviluppate le 
facoltà riflessive dello spirito, perchè erano quasi 
del tutto rivolti alle cose sensibili per le condi- 
zioni particolari della società e della natura, che 
li costringevano a, dirigere tutta la loro attività 
esteriore alla difesa e alla conservazione della 
vita, ne dovettero acquistare sensi acutissimi, 
facoltà di avvertire anche le più piccole impres- 
sioni e di sentirle tutte maggiormente, una 
gagliardissima fantasia , che. tutto ingrandiva 
ai loro occhi , una naturale tendenza a dare 
alle cose insensate e brute senso moto e ra* 
gione, a dare a tutti gli esseri insomma la 
nostra stessa natura; il che, dice il Vico, à 
il lavoro più grande e più proprio della poe^ 
sia ( 1 ). Da questa tendenza dell' uomo ad 
animare tutte le cose accoppiata colla povertà 
delle lingue e le necessità che ne seguivano, 
spiega il Vico lorigine di tutti i tropi, mostri 
e trasformazioni poetiche. Di qui la Metafora^ 
che trasporta non solo le qualità del nostro 
animo nei corpi insensati, ma che anche le 
parte di questi denomina da quelle del nostro 
corpo ; di qui le frequentissime comparazioni 
dei poeti; di qui la Metonimia e la Sinnedoche 
che danno i nomi alle cose dalle idee più par- 
ticolari e sensibili, ed esprimono gli effetti per 
le cause e viceversa; di qui le Metamorfosi poe- 
tiche y nate da che gli uomini non potevano 
concepire, che una cosa si trasiormasse restando 
la medesima, perchè non sapevano astrarre le 
qualità dai loro subjetti ; di qui gli episodii 
nati « dalla grossezza delle menti eroiche , che 
non sapevano ricercare il proprio delle cose, 
che facesse al lóro proposito, come vediamo 

(1) IV, 163. 



Iri2 LA POESIA 

usarli naturalmente gli idioti e sopratutti le 
donne » ; di qui i Torni nati dalla diflBcoltà di 
dare i verbi al sermone, ecc. (1). Molte altre 
cose ingegnosissime seppe vedere il Vico in tale 
parte della rettorica, cui però molti dei nostri 
maestri di questa vogliono ignorare ancor 
oggi completamente , quantunque sieno ormai 
state dette già da un secolo^ e non da un Te- 
desco, ma da un Italiano ora celebratissimo. 

La facoltà poetica, di cui sono dotati gli uo- 
mini primitivi, informa tutte le parti della loro 
civiltà: leggi, costumi, religioni, diritto, politica 
ecc. tuttociò insomma, che il Vico chiama con 
un sol vocabolo la Sapienza volgare, la* quale è, 
appunto secondo il Vico, il complesso di tutte le 
idee, sentimenti e istituzioni umane, in quella 
misura e in quel modo, che si vennero mani- 
festando fra gli uomini nelle, due prime età da 
lui descritte, cioè degli dei e degli eroi. — Per 
questo egli chiama anche la sapienza volgare 
sapienza poetica, la quale scorrendo per due età 
si distingue pur essa in due parti, cioè nella 
divina e nelF eroica. Come però vi possa essere 
una poesia in un tempo nel quale la lingua era 
mutola abbiam già veduto. Il Vico si avvolse a 
questo riguardo in molte confusioni ed oscurità; 
quel che è certo si è, che la sua poesia divina 
rientra sovente nell* eroica, dalla quale del resto 
per se medesima in nessun modo la potè distin- 
guere mai ; quindi se talora cerca di diversificare 
i poeti divini dai poeti eroici, la sapienza divina 
dalla sapienza eroica, il più frequentemente 
sapienza eroica e poesia eroica vengono prese 
come sinonimo di sapienza volgare e di poesia 
semplicemente, e a loro attribuiti il carattere e le 

(1) III, 265 e segg.; IV passim; V, 183, 219; 



CAPO IX 183 

qualità deiruna o dell'altra di queste in sènso 
generico. E per vero è la stessa facoltà, che 
genera tanto nell'una che nell'altra età il me* 
aesimD modo di concepire e di esprimersi. 

Colle teorie poetiche del Vico si connette stret- 
tamente quella che tratta dei caratteri poetici; 
ma questa alla, sua volta non si può intendere 
senzachè noi non entriamo a parlare di un'al- 
tra parte importa.ntissima della filosofia storica 
del Vico, cioè della mitologia, nella quale di- 
cemmo aver egli, avute idee cosi profonde, che 
non comprese a'suoi tempi, poterono esser chia- 
mate alla luce solamente a' nostri giorni dai 
grandissimi studii della filologia moderna. — Men- 
tre prima di lui e ancor dopo sino all'Heyne e 
ad óttofredo Miiller (1) la mitologia o veniva in- 
terpretata come solo frutto della corruzione umana 
e della voglia di ammantare con quella i propri 
vizii, come invenzione di sagaci e accorti legis- 
latori per tener in freno il popolo , o come un tra- 
vestimento di fatti particolari realmente avvenuti o 
infine come un complesso di simboli che nascondes- 
sero una scienza profonda e riflessa nata in paese 
o tramandata da lontano, per solito dall'Oriente, 
il Vico ebbe il merito certamente superiore ad 
ogni altro, che venne dopo di lui, di aver ve- 
duto in quel tempo e con si poco aiuto di scienm 
e senza alcuno, che pur ne presentisse le idee, 
e in modo anche lontano gli indicasse la vera 
strada, che il mito è l'espressione naturale dei 
concetti primitivi dell' uomo e quindi particolare 
mente dei concetti religiosi, i quali sono i primi 

(1) Gii è questi che veramente stabilì i veri principii mi* 
tologici in Germania, mentre l'Heyne ^ non fece che intrav- 
vederii, sicché dopo di questo vi potè ancor prender voga 
verso il principio del secolo il simbolismo di Greuzer e di 
Gorres. 



154 LA MITOLOGIA 

e più spontanei a sorgere neirumanità. Però il 
mito per sè„ fatta astrazione dell'oggetto, che 
rappresenta e del sentimento che ci muove a 
formarlo, è un puro effetto della povertà del lin- 
guaggio, della mancanza di riflessione ed astra- 
zione e di quella stessa facoltà poetica, che noi 
abbiamo veduto spingere i primi uomini a dar 
vita, senso e ragione a tutte le cose, che ve- 
devano, che sentivano e si rappresentavano nella 
mente. Ogni idea umana si può rappresentare 
miticamente, inquantochè si può congiungere con 
un* espressione, un feitto, un qualunque oggetto 
simbolico. I miti quindi entrano nella neli- 
gione non meno che nella morale, nella storia 
e nella politica. Intesi in questo senso i miii si 
confondono pienamente coi caratteri poetici. Però 
gli è uso tanto del Vico, quanto di molti filo- 
logi tedeschi moderni, colle cui dottrine egli si 
trova a questo riguardo in mirabile concordanza, 
di intenaere per mito semplicemente quel ca- 
rattere poetico, che si venne formando dietro 
r impulso del sentimento religioso. 

Però il Vico chiama anche talora carattere poe- 
tico divino il mito religioso mentre egli agU altri 
miti dà il nome di caratteri eroici, più general- 
mente di caratteri poetici. Ma egli non può met- 
tere tale divisione in armonia, come pur tenta 
indarno di fare talvolta, con quella deliretà 
divina e delUetà eroica, alla prima delle quali 
dovrebbero corrispondere i caratteri divini , 
alla seconda gli eroici; perchè se può esser 
vero nel sistema del Vico, che nella prima età 
gli uomini non concepissero che miti religiosi, 
è assolutamente falso, secondo le stesse sue dot- 
trine, che nella seconda non vi avessero che miti 
o caratteri eroici; giacché nel descrivere ch'egli 
fa lo svolgimento storico di quest'epoca , spe- 



CAPO rx 15ì> 

cìalmente nella lotta tra i patrìziì ed i plebei; 
molti sono i miti religiosi, eh egli introduce come 
inventati dagli uomini a simboleggiarne le diverse 
vicende. Cosi a suo dispetto stesso il Vico cor- 
re^e nelle applicazioni il soverchio sistematismo 
de'suoi principii» e io svolgimento storico del 
mito religioso come del mito eroico vien fiatto 
più naturalmente, indipendentemente dalle età, 
in cui voleva rinchiudere Tu no e l'altro ; e pur 
rimanendo amendue nella loro forma una crea- 
zione della facoltà poetica, non ne vien fatto 
l'uno una necessaria derivazione o un* esplica- 
zione dell'altro, come logicamente i suoi prin- 
cipii sistematici avrebbero voluto. Però questi 
non furono del tutto innocui alle sue teorie mi- 
tologiche: più egli andò a quelli assoggettando 
là sua mente, e più queste si peggiorarono ; per 
il che noi le troviamo in queiropera esser mi- 
gliori, più vere e più profonde, dove meno si 
mostra il sistematismo dei principii e ancor do- 
mina il metodo della ricerca positiva, cioè nel 
De constantia philologice e più propriamente in 
una lunga nota fra quelle, che vi aggiunse un 
anno dopo la sua pubblicazione. 

La fu opera d'ingegno veramente straordi- 
nario il formarsi idee si rette intorno al mito 
con tanta scarsità di elementi necessarii al suo 
studio ; e quantunque le abbia alquanto dap- 
poi guastate , e sia stato lo scriverle quasi 
un lampo passeggiero, un felicissimo momento 
della sua vita intellettuale, questo non iscema 
punto il suo merito. — In quella nota dun- 
que che porta il titolo : Ad historiam temporis 
obseuri ampUficandam eanones mythologici (1) 
afferma- che i miti passarono per quattro signifì- 

(3) III, 450. 



1o6 LÀ MITOLOGIA 

cazìoni diverse ; se queste si siano pure succedute 
cronologicamente il Vico non lo dice, ma lo lascia 
intendere ; e si vede bene poi dal modo con cui 
ne tratta, ch'egli le fa successivamente scorrere 
per tutte e due le prime età. Le prime con- 
cezioni mitologiche intorno agli Dei sono qui 
fatte naturalistiche, quindi Giove fu primitiva- 
mente il cielo, Diana lacqua perenne, Nettuno 
il mare ecc. ; gli dei invece nella seconda signi- 
ficazione nel secondo periodo simboleggiano 
le cose umane naturali, come Vulcano il fuoco 
usato dagli uomini, Cerere il frumento ecc.; 
nella terza esprimono le cose naturali civili, 
quindi Giove re degli Dei e degli uomini fatto 
carattere dei re eroici, Minerva carattere degli 
eroi armati in consiglio, Mercurio carattere dei 
primi portatori della legge agraria ecc.; nella 
quarta, <5ominciati gli uomini a rendere iti 
certo modo le cose loro indipendenti dagli Dei, 
fecero di questi altrettanti uomini, li fecero di- 
scendere in terra a conversar con loro, come 
sono gli dei omerici. 

Questa teoria mitologica del Vico non è com- 
piuta e non la poteva essere, ma nelle sue idee 
principali è giusta e vera. Gli è universal- 
mente accettato oggi dai filologi che le prime 
concezioni mitiche furono naturalistiche; ma il 
Vico poi non cadde nell' esagerazione di molti 
Tedeschi di volere esclusivamente con esse 
spiegare l'origine di tutti i miti religiosi; an- 
zitutto questi non sono per il Vico come per 
quelli una mera espressione di una percezione 
naturalistica, ma il frutto ad un tempo di que- 
sta e del sentimento religioso ; ripete sovente 
nel De Constantia philologiae il detto antico, che 
il timore fece dapprima gli Dei nel mondo. Ma 
le concezioni naturalistiche non bastano per sé 



CAPO IX 157 

a spiegare tutti i miti, né si può credere con quei 
Tedeschi, che il mito storico o morale, il quale 
al mito naturalistico successe, non sia che un 
semplice svolgimento di questo o una sua cor- 
ruzione. — Se , come ammette lo Steinthal 
stesso, uno dei capi di questa scuola, il mito era 
una forma naturale e necessaria di parlare per 
quei primi uomini, come mai non dovevano con 
esso vestire, oltre le loro concezioni tìsiche, an- 
che i fatti, che accadevano fra di loro, quan> 
tunque sia da ammettersi che tali miti per la 
natura degli uomini, i quali prima a considerar 
la natura che se medesimi si dovettero rivol- 
gere, nascessero molto dopo? E si dovrà forse 
dire che questi siano corruzione dei miti ori- 
gin arii, perchè portano talora sott'altre signifi- 
cazioni i medesimi nomi di questi, quando fatti 
e occasioni del tutto diverse vi diedero origine ? 
Certamente v'ha qualche volta analogia fra il 
mito naturalistico e il mito storico che vi cor- 
risponde, ma talora non v'ha o per Io meno si 
dispera dalla scienza di trovarvela: segno che 
non r analogia per sé ma altri fatti* insieme vi 
diedero origine. Il Vico fece dunque qui assai 
bene a porre le quattro significazioni, senza 
farle necessariamente svolgere l'una dall'altra. 
Sgraziatamente guastò tutte queste idee nelle 
due Scienze Nuove. In queste come già però 
nel testo del De comiantia i miti religiosi si scom- 
pongono in miti degli dei maggiori e degli 
dei minori ; i primi dovrebbero appartenere tutti 
air età divina, ma in fatto poi alcuni di essi 
vengono introdotti nell'età eroica, come alcuni 
degli dei minori, cioè dell' età degli eroi, ven- 
gono poi messi nell'età degli dei. La. medesima 
confusione si trova nella nota^sovracitata, quando 
pone tutte quattro le significazioni degli dei nel-' 



153 LA MITOLOGIA 

l'età divina, e dice esser poi sorte le favole 
eroiche, e tra queste pone quella di Apollo e 
Dafne e quelle d'Ercole, che si riferiscono cer- 
tamente ai tempi più originari secondo lo stesso 
Vico. Molti dei dodici dei maggiori perdono nelle 
due Scienze Nuove la loro originaria significa- 
zione naturalistica, la quale anzi, secondo il Vico, 
venne loro attribuita posteriormente per ana- 
logia. Quegli dei diventano per lui altrettante 
dodici minute epoche, e corrispondono alle di- 
verse vicende delle due prime età. — Giove è 
il primo di questi dei, esso è il cielo, il ful- 
mine, che conduce gli uomini ai primi sensi di 
civiltà; Giunone il principio delle nozze solenni; 
Diana il principio della castità dei connubii 
uinani^ indi innalzata a significar la Luna^ il 
più cospicuo astro notturno; Apollo principio 
della luce civile e per questo poi a^sso al sole 
fonte della luce naturale; Vu/cano principio del 
fuoco; Saturno principio dei seminati e della 
cronologia; Marte principio delle guerre eroiche; 
Vesta madre dei giganti e degh dei indigeti ; 
Venere principio della bellezza civile, indi tra- 
sportata a significare la bellezza naturale; Mer- 
curio principio dei commerci, Nettuno della na* 
vale, e della nautica (!)• Questi 9ono i concetti' 
principali; molti altri secondarli ne espone e 
sui principali stessi aon è molto costante. — 
Come si vede questi miti degli dei maggiori non 
toccano solo i tempi divini ma anche gli eroici, 
1 caratteri eroici del Vico ora sorgono dopo 
i caratteri divini, ora invece cadono nelle stesse 
dodici minute epoche segnate dai dodici dei 
maggiori. Egli lo dimostra col carattere d'Ercole, 
che scorre per tutte quelle, e riassume in sé 
la storia delle due età : esso rappresenta i primi 

(1) IH, 404; IV, 254; V, 241 e segg. 



CAPO IX iJJD 

padri all'apparire del fulmine, esso dibosca le 
terre, le rende coltive, lotta coi violenti empiii 
fonda i primi stati, combatte contro i clienti ecc. 
Il carattere d'Ercole ha quindi un'importanza 
grandissima nella filosofia storica del Vico. Egli 
lo trova presso tutti i popoli e gli è una prova 
dell'uniformità delle loro storie. Simili al ca- 
rattera eroico di Ercole sono quelli di Teseo, di 
Bellerofonte, di Bacco, ecc. Tanto essi quanto 
i caratteri divini sopramentovati, nel mentre sono 
caratteri degli eroi, vengono però anche spesso a 
significare caratteri plebei, e in generale ad aver 
i sensi più diversi e più contrarli ; il che quan- 
tunque fosse vero, non impediva che il Vico po- 
nesse . nella spiegazione di tutti questi caratteri 
alnaen tal ordine, che si potessero avere al- 
cuni tratti generali e costanti della sua erme- 
neutica mitologica: ciò che non è. 

Avendo trovato che il mito è una forma na- 
turale di concepire presso gli uomini primitivi, 
ne traeva già nel De constantia philologice la fe- 
conda conseguenza che nella mitologia si con- 
tenesse la storia antichissima dei popoli. Il suo 
genio lo conduceva ancora a notare quali erano 
i concetti più originarli che si nascondevano nei 
miti, a distinguere in essi rettamente le diverse 
specie di significazioni, a distinguere le trasfor- 
mazioni spontanee, pelle quali andarono soggetti 
da quelle artificiali e riflesse, che le spiegazioni 
filosofiche e i poeti posteriori fecero loro subire, 
a distinguere in quelli i miti naturalistici, come 
contenenti le concezioni originarie degli uomini 
intorno alla Natura e alla Divinità, e i miti 
•storici, i quali pur conservando il loro carattere 
religioso, adombravano i fatti più antichi dell'U- 
manità. — Ma egli non potè andare più in là. 
Come le sue teorie linguistiche cosi le mitolo- 



160 LA MITOLOGIA 

giche non poterono compiersi per la mancanza 
d'uno degli elementi essenziali della loro for- 
mazione, la comparazione dei miti delle diverse 
raz&e umane , e specialmente di quelli , che si 
manifestarono fra i popoli d'una medesima 
razza. Gli è questo nella scienza moderna il 
mezzo principale, col quale possiamo risalire 
alle origini e (quindi aliai retta conoscenza della 
natura e del significato di tutte le cose primi- 
tive, e cosi anche dei miti. Con questo mezzo 
solamente il Vico avrebbe potuto distinguere 
nell'antichità classica quali erano e in quale 
forma i miti suoi primitivi, distinguere retta- 
mente un mito storico da un mito naturalistico, 
e tanto nell' uno che nell' altro saper con giu- 
stezza sceverare la concezione o il fatto origi- 
nario da quegh elementi che la fantasia popo- 
lare poetica la riflessione dei filosofi vi ag- 
giunse dappoi. — Gli è dunque naturale, che il 
Vico , se la sua grande intuizione storica gli fece 
scorgere molti importami verità generali di mito- 
logia, discendendo nelle particolarità egli non po- 
teva che cercar d'indo\'inaré, e procedere del tutto 
arbitrariamente, lasciandosi guidare da principii 
diversi. Per questo egli, pur cosi Ubero riformatore 
delle cognizioni antiche, si attiene nella divisione 
degli dei a quella di dei maggiori e minori, di 
dei, semidei o eroi e cerca darle un fondamento 
scientifico. Egli non vide , che molti miti d' Er- 
cole, di Bacco ecc. sono ugualmente primitivi a 
queUi di Giove e di Apollo, e fa di quelli ca- 
ratteri poetici eroici , ai questi caratteri poetici 
divini, senzachè si vegga mai la differenza degli 
uni dagli altri; giacché quella di esser nati in 
tempo diverso abbiam visto come non potevasi 
sostenere e come d'altra parte egli stesso vi 
contraddica in più luoghi. 



CAPO IX ICl 

Oltre questi caratteri poetici egli seppe egre- 
giamente vederne una terza specie^ ch'egli però 
confonde erroneamente coi caratteri eroici su- 
mentovati, mentre ne sono differenti ; sono que- 
sti i miti puramenti storici, ai quali non sottosta 
alcun sentimento religioso, e che come tali si 
contrappongono tanto ai caratteri degli dei mag- 
giori come degli dei minori o eroi. Ma eviden- 
temente le due divisioni dei miti secondo il loro 
contenuto religioso o storico non si escludono 
sempre Tuna l'altra, perchè vi sono tra i miti re- 
ligiosi miti storici q^ non storici, e fra gli storici 
miti religiosi e non religiosi: ciò che il Vico non 
vide chiaramente ; quindi la sua divisione di 
caratteri divini , che comprendono i miti degli dei 
maggiori, e di caratteri eroici che comprendono 
i miti degU dei minori o eroi e quelli pura- 
mente storici è del tutto sbagliata. — Egli do- 
veva invece distinguere 1 miti puramente reU- 
giosi , i reUgiosi-storici e i puramente storici , 
come fa la moderna scienza dei Tedeschi. — 
Gli è ben vero, che questi ammettono non darsi 
sempre fra le due specie una distinzione cosi 
grande, che in tutti i casi si ' possa applicare* 
Quando ^i uomini antichi formavano dei miti 
dovevano avere una tendenza naturale ad ado- 
rarU, ma questa diminuì gradatamente più pre- 
sto del bisogno che si aveva di formarne. Quindi 
vi sono caratteri poetici, per servirmi dell'espres- 
sione del Vico , che sono più o meno reUgiosi, 
e gli è diificile talora a questo riguardo' deter- 
minare con sicurezza e assolutamente la loro 
natura. — Ma non si può pretendere che il Vico 
notasse queste delicate distinzioni^ a cui solo uno 
studio paziente e di lunghi anni e di molti uo- 
mini ha solo potuto condurre la scienza tedesca. 

La tendenza a fare di certi personaggi e fatti 

11 



162 LA MITOLOGIA 

antichi un simbolo, un carattere poetico si ma- 
nifesta già nei libri del Diritto tmiversale. La 
loro formazione vi è data come un prodotta 
della facoltà poetica e della povertà del linguag- 
gio nonché di tutte le altre ragioni, che noi ve- 
demmo produrre naturalmente la poesia e in 
parte la mitologia. Nel Diritto universale que- 
sti caratteri poetici non si attribuiscono che al 
tempo oscuro, e non ne sono arrecati ad esem- 
pio, che le favole di Cadmo, quella di Penelope 
e dei Proci ed altri pochi > tranne quando essi 
vengono, come sovente accade, confusi del tutto 
coi caratteri eroici ossia gli storico-religiosi. — 
Ma progredendo il Vico nelle altre pubblicazioni, 
non dirò, come il Ferrari, progredendo il suo 

f)ensiero, questi caratteri storici prendono una 
arghezza maggiore. — Questa' tendenza tocca 
il suo più alto grado lioUa seconda Scienza 
nuova, come tutto il sistematismo di Vico. Colà 
i caratteri poetici si applicano a tutta la storia 
antica universale, all' Oriente, all'Egitto, alla 
Grecia e a Koma, e dappertutto trova il Vico 
una naturale ed originaria uniformità; Zoroa- 
stre. Mercurio , Trimegisto sono caratteri poetici 
come Orfeo e Pitagora ; oramai non gli basta 
più il tempo favoloso, che la sua smania di spie- 
gar per caratteri poetici invade anche il tempo 
storico. La Favella poetica, dice il Vico, scorse per^ 
C0si lungo tratto dentro il tempo istorico, come i 
grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il 
mare e serbano dolci l'acque portatevi colla 
violenza del corso (1). Tuttavia non è a ne- 
garsi, che il Vico s innoltró con qualche esi- 
tanza in questa dottrina ; e gli esempi che reca, 
se appartengono al tempo storico, sono però- 

(1) V, 187. 



CAPO ix 163 

tutti tratti dalla sua età eroica ; giacché che in- 
tendesse Egli per tempo storico e oual connes- 
sione questo abbia colle sue età noi dice mai. Il 
primo che vuol mitizzare in quel curioso brano 
della seconda Scienza Nuova gli è Solone, né ha 
il coraggio di farlo ricisamente, come erronea- 
mente vuole il Ferrari; egli nega scio assoluta- 
mente, che abbia avuto una sapienza riposta; sarà 
stato URO di quelli, dic'egli, che spinsero la plebe 
a liberarsi dall'oppressione dei Nobili, dando a 
quella coscienza di sé cioè di essere uguali a 
questi, dal che stranamente spiegherebbe il suo 
famoso nosce te ipsum; per questo egli venne 
riguardato come fondatore della repubblica de- 
mocratica, e per questo ad esso si riferirono 
tutte le leggi e gh ordini, che la fondarono. 
Ma egli non ne nega poi assolutamente l'esi- 
stenza,* solo ne dubita: se ?ìon pure, aggiung'egli 
al suddetto, tal Solone furono essi plebei ate- 
niesi per questo aspetto considerati. Anche dei 
re di Roma non viene assolutamente negata 
resistenza, ma solo riguardati come mitici il 
carattere e la vita dati loro dalla tradizione; 
cosi a Romolo, dic'egli, vennero attribuite miti- 
camente tutte le leggi dintorno agh ordini, a 
Numa la religione, a Tulio Ostilio le cose mi- 
litari, a Servio il censo e tutte le leggi din- 
torno alla popolare libertà, a Tarqtiinio Prisco 
tutte le insegne e divise. 

Più reciso par ch'egli sia verso Dracene ed 
Esopo, dèi quali nega del tutto l'esistenza. Que- 
sti due caratteri poetici sono amendue ante- 
riori ai sette Saggi, appartengono amendue al 
tempo eroico e vi si contrappongono tra loro, 
perché il primo vi è carattere degli Ottimati 
in quanto possedevano l'imperio civile, il se- 
condo dei loro soci o servi , ossia i Clienti 



164 LÀ MITOLOGIA 

o Plebei in quanto nadrivano tra loro oerti 
sensi dettati dalla ragione naturale ossia avvisi 
utili al vivere civile libero. Per questo ven- 
nero poi ad Esopo attribuite le favole che 
corrono sotto il suo nome > e a lui falsa- 
mente data sapienza riposta in vece di volgare. 

Più numerosi sono quei miti nei quali ad un 
individuo solo, ad -un eroe vengono attribuite 
imprese ed azioni^ ch'egli compie in compagnia 
di molti altri, de'suoi famoli o clienti, come nelle 
narrazioni di Orazio Coclite, dei Fabii, ecc« 

Non si sono solamente formati nell'antichità 
personaggi mitici^ ma ben anco fatti e istitu- 
zioni e di tali è piena tutta l'età degli eroi. Cosi 
la legge delle xii tavole ebbe anche un certo 
carattere poetico, perchè si attribuirono ad esse 
molte leggi consimili, che esse originariamente 
non contenevano. Mitica è la spedizione navale 
di Ponto, la quale simboleggia i corseggi dei 
Greci, mitica la guerra trojana, la quale esprime 
la lotta tra i Greci e i popoli stranieri dell'Asia 
minore, lotta, che dovette durare un tempo in- 
definito^ espresso appunto dal numero dieci, qui 
dal Vico considerato come simboHco : a questa 
guerra di Troja fa il Vico corrispondere per i 
Romani ora la guerra d'Alba, ora l'assedio di 
Vejo; mitici sono poi ancora per lui gli errori 
degli eroi che dovettero significare iughe di eroi 
e loro chenti vinti o premuti da contrarie fazioni 
in contese eroiche; mitici quasi tutti i fatti che 
del tempo degli eroi ci narra la storia antica. 

Sarà jracile lo scorgere quanto di vero e quanto 
di esagerato vi sia in queste idee del Vico; 
che la Storia antica sia piena di taH caratteri 
poetici, che ad un personaggio si attribuiscano 
spesso le azioni di molti, o se ne faccia il sim- 
bolo, il rappresentante di tutta un'impresa, di 



CAPO IX 165 

tutta un* epoca, che in un fatto si siano fusi 
ed • espressi una moltitudine di altri consimili, le 
sono cose, sulle anali la scienza moderna non 
dubita più, ma eh essa però acquistò dopo che 
il Vico già da molti anni colla forza dfel suo 
genio, senza precedenti e con pochi ed imper- 
fettissimi aiuti scientifici avea saputo vedere. — Le 
cose però ora non si sono trovate cosi piane e 
semplici, com'egli allora si credette ; tronfio della 
scoperta di quei principii egli li applicava con 
una larghezza ed una sicurezza senza limiti ; 
ma anche nelle storie più antiche i miti e le 
leggende s'intrecciano coi fatti veri nudamente 
entrati nella tradizione. Gli è ufficio appunto 
della moderna. Critica il discernere gli uni dagli 
altri, ufficio al quale il Vico venne quasi sem- 
pre meno ; e quando npl venne, lo fece contro 
a'suoi principii stessi , secondo i quali ciascuna 
età avea caratteri del tutto fissi ed uniformi in 
tutti i suoi diversi elementi. 

Noi abbiamo sin qui ommesso di parlare del 
più importante fra i caratteri poetici del Vico , 
perchè ne vogliamo tenere più a lungo discorso; 
ma esso, come per vero tutti gli altri caratteri 
poetici, si connette cosi strettamente colle dot*- 
trine del Vico intorno alla sapienza volgare o 
poetica, che sarà qui il luogo prima di trattare 
di quello, di megho schiarire questo concetto , 
del quale abbiam però già avuto occasione di 
parlare. 



166 LA SAPIENZA POETICA E IL VERO OMERO 

Capo X.. 

La sapienza volgare o poetica 
e la discoverta del vero Omero. 

Della sapienza volgare abbiamo una tratta- 
zione sistematica nella seconda Scienza nuova; 
gli elementi di essa noi li abbiamo già in grande 
parte studiati, comprendendosi sotto di essa ap- 
punto la politica, il diritto, le lingue , la mitolo- 
fia, ecc., tutte le cose insomma che riguardano le 
uè prime ntà ; ma ci rimaneva vederne i caratteri 
generali e la loro splendida applicazione ad 0- 
mero. Della sapienza non sa il Vico dar mai una 
definizione. precisa e alla quale convengano poi 
gli usi che egli fa di quella parola; ponendo mente 
a questi noi diremmo, che secondo il Vico essa è 
il complesso di quelle idee, che generano il mondo 
morale, intellettuale e civile dell'uomo. Di tale 
sapienza egli fa due specie fra di loro distin- 
tissime: la volgare o poetica e la riposta o fi- 
losofica; la prima è rappresentata dai poeti, la 
seconda dai fifosofi; la prima sorge spontanea, 
inconscia di sé nell' uomo e nei popoli, è fan- 
tastica e immaginosa, la seconda invece è opera 
della riflessione e del ragionamento ; quindi il 
Vico chiama i poeti il senso, come i filosofi Yin- 
telletto dell'umanità, e dice che i falsi poetici rap- 
presentano le stesse cose che i veri filosofici , 
fiolla differenza che questi sono astratti e 
quelli sono rivestiti d'immagini. La sapienza vol- 
gare o poetica domina , come già notammo , 
nelle due prime età, la filosofica nell'età degli 
uomini. Secondo la teoria del Vico la sapienza 
poetica ha la sua completa enciclopedia non 
meno della sapienza riposta: e questo è nel 
sistema del Vico consequentissimo , perchè se- 



CAPO X 167 

oondo lai tutto il sapere umano fu dapprima 
sentito che inteso j quindi tutte le scienze ebbero 
i loro germi nella sapienza volgare, e da questa 
tutte ricevettero Y occasione , Y eccitamento e i 
necessarii principii per il loro primo svolgi- 
mento. — La scienza infatti è per il Vico Tele- 
mento più generale e più umano della civiltà, 
<e ad essa ci condusse naturalmente il corso 
storico, il quale movendo dai tempi divini e pas- 
sando per gli eroici termina negli umani, dove 
si celebra col fatto la vera natura dell'uomo come 
uomo, e dai quali quindi dovettero in principio 
i pensatori attingere le loro idee per filosofare 
o formar scienza. 

Non si può negare, che molte verità si con- 
tengano in queste idee ; e specialmente riguardo 
alla filosofia morale gli è un fatto, che essa 
nacque e si formò dapprima sulle idee spon- 
tanee della religione e della morale, come alle 
prime filosofie naturalistiche della Grecia furono 
eccitamento le idee naturalistiche della mitologia. 
Ma queste vennero poco o nulla considerate dal 
Vico. « 1 ale te Milesio » dice egli piacevolmente 
nella seconda Scienza . Nuova, « dà incomincia- 
« mento alla filosofia con la fisica e cominciò 
« da un principio troppo sciapito , dall' acqua, 
« forse perchè aveva osservato con l acqua ere- 
« scer le zucche, » Ma l'origine invece della fi- 
losofia morale, alla quale egli come Socrate dava 
ben maggiore importanza, viene da lui spiegata 
molto ingegnosamente nel libro quarto della 
seconda Scienza Nuova (1) e messa in rapporto 
colle sue dottrine : « Ora, poiché, » die' egli colà 
assai bene, « furono prima le leggi, dopo i fi- 
< losofi, egli è necessario ohe Socrate, dall' os- 

(1) V, 532. 



168 



LA SAPIENZA POETICA 



serrare ch'i cittadini ateniesi nel couìandare 
le leggi si andavan ad unire in un' idea con- 
forme à'xxriiLgtial t^^iVirà partitamente comune 
a tutti, cominciò ad abbozzare i generi intelli^ 
gibili, vero gli universali astratti con /* in- 
duzione - eh' è una raccolta di uniformi par^ 
ticolari che vanno a comporre un genere di 
ciò, nello che quei particolari sono uniformi 
tra loro. Platone, dal riflettere che 'n tali Ra- 
gunanze pubbliche le menti degli uomini par- 
ticolari, che son appassionate ciascuna del 
proprio utile, si conformavano in un'idea spas- 
sionata di comune utilità - che è quello che 
dicono - gli uomini parlitamente sono portati 
da loì'o interessi privati, ma in comune voglion 
giustizia - s alzò a meditare Y idee intelligi^ 
bili ottime delle menti criate, divise da esse 
menti criate, le quaFiri altri non posson es- 
sere che in Dio : e s* innalzò a formare YErot 
Filosofico, che comandi con piacere alle pas- 
sioni; onde Aristotile poscia diurnamente ci 
lasciò diffinita la buona legge, che sia una vo- 
lontà scevera di passioni, quanto è dire vo- 
lontà d' Eroe : intese la Giustizia Regina, la 
qual siede nelF animo dell* Eroe, e comanda 
a tutte l'altre Virtù; perchè aveva osservato 
la Giustizia Legale, la qual siede nell* animo 
della Civil Potestà Sovrana, comandar alla Pru- 
denza nel Senato, alla Fortezza negli Eserciti, 
alla temperanza nelle Feste, alla Giustizia 
Particolare, cosi Distributiva negli Erarj, come 

per lo più Commutativa nel Foro Dal che 

tutto si conchiude che dalla piazza cF Atene 
uscirono tuli Principj di Metafisica, di Logica, 
di Morale: e dall'avviso di Solone dato agli 
Ateniesi nosce te ipsum, conforme ragionammo 
sopra uno de* Corollarj della Logica Poetica,. 



CAPo-x 169 

/ 

uscirono le Repubbliche popolari, dalle Re- 
pubbliche popolari le Leggio e dalle leggi 
usci la Filosofia; e Solone da Sapiente di Sa- 
pienza Volgare fu creduto Sapiente di Sapienza 
Risposta : che sarebbe una particella della 
Storiti della Filosofia narrala filosoficamente, 
ed ultima riprova delle tante che *n questi 
Libri si son tatti contro Po'ibio» il qual di- 
ceva che se vi /Ussero al mondo Filoso fi, non 
sarebber uopo Religioni; che se non vi fiissero 
state Religioni f e quindi Repubbliche, non sa- 
rebber affatto al mondo Filosofi; e che se le 
cose umane non avesse cosi condotto la Pro- 
denza Divina, non si avrebbe niuna idea né 
di Scienza né di Virtù ». 
Ma lufBcio più proprio e provvidenziale della 
sapienza volgare fu quello di aver fondato il 
Mondo delle nazioni. La parte prima e princi- 
pale di essa è la teologia o metafisica poetica, 
dalla quale ebbe principio tutta Fumana civiltà; 
perché, come vedemmo, questa parti e si fondò 
sull'idea della Divinità e della F^rovvidenza. Gli 
è di questa teologia poetica o civile che erano 
ripieni i fondatori di città, i legislatori e i sa- 
pienti antichi e non duna sapienza riposta che 
venne loro attribuita dalla boria delle nazioni 
e dei dotti. Codesti, che il Vico designa col 
nome di poeti teologi o teologi civili, furono 
quindi i primi autori delle lingue, ossia della 
Logica poetica, fondarono le famip:lie e gli stati 
insieme a tutte le numerose istituzioni che vi si 
riferiscono colla Morale, Vfconomia e la Politica 
poetica. Ma fatti i primi passi nella civiltà do- 
vettero pure svolgersi natjiralmente una Fisica , 
una Cosmografia, un Astronomia, una Cronologia, 
una Geografia tutte poetiche. Il Vico tratta di 
tutte queste partitamente nella seconda Scienza 



170 LA SAPIENZA POETICA 

Nuova insieme alle altre, delle quali noi ab- 
biamo già esposti altrove i principii generali 
con altro ordine. Or ci rimane a dire qualche 
parola anche di quelle che sono molto meno 
importanti. 

Riguardo all' astronomia il Vico attribuisce i 
principii di essa ai Caldei, ed è una delle po- 
chissime cose, per le quali rompe il suo prin- 
cipio della somma chiusura dei popoli antichi 
fra loro. I Caldei infatti, secondo il Vico, inse- 
gnarono ai Fenicii la pratica del quadrante, e 
la scienza dell' elevazione del Polo, nonché la 
dottrina , che gli Dei fossero aflSssi agli astri, 
cioè gli dei maggiori ai pianeti, i minori alle 
stelle fisse ; il che i Fenicii trasmisero poi ai 
Greci, e questi ai Latini (1). 

La cronologia poetica dovette contar gh anni 
col numero delle messi, per il che ne fu fatto 
Saturno Dio del tempo. — Da questa e dalla 
Astronomia poetica sorse, dice il Vico, l'Astrono- 
mia scientifica e l'Astrologia, più tardi la Geo- 
metria e la Matematica. 

Principio della geografia poetica fu, secondo 
il Vico, che siccome gli uomini spiegano e de- 
nominano le cose, che vanno conoscendo dalle 
altre già loro note, cosi gli antichi popoli de- 

(1) Riguardo alla derivazione o l'anteriorità della ciyiltà 
tra la Grecia e l'Italia il Vico fece non piccoli cambiamenti. 
—Quando nel Diritto universale non avea ancor ben fisso 
il suo principio, che ninna cosa i popoli antichi si aves- 
sero comunicata tra loro, inclina a credere non solo, che gli 
Italiani antichi fossero stati anteriori di civiltà ai Greci, 
ma che questi avessero imitato quelli in molte cose. Nelle 
opere posteriori la questione della comunicazione tra Tuno 
e l'altro popolo della civiltà scompare in massima per il suo 
principio generale, di cui noi abbiamo parlato; ma quella 
dell'anteriorità è decisa in favore dei Greci, i quali anzi 
trasmettono ai Latini, come si vede, la teoria caldea sugli 
astri divini, come pure altrove le lettere alfabetiche. 



CAPO X 171 

nominarono i paesi fuori del loro territorio dalle 
parti di questo; come fecero di fatto i Greci, i 
quali chiamarono dapprima Asia solamente ciò, 
che fu poi per loro Asia minore ; cosi vi do- 
vett* essere per i Greci d'Italia una Grecia di- 
versa da quella degli altri Greci, dalla quale prima 
deve essere venuto Pitagora, cosi Anacarsi deve 
essere venuto da una Scizia greca ecc. — In tal 
modo con un concetto , che solo in parte è 
giusto, il Vico mette a soqquadro tutte le de- 
nominazioni geografiche dell* antichità. 

Ma più strane e curiose sono le sue conget- 
ture intorno alla Fisica e alla Cosmografia. Con 
esse il Vico segna nella seconda Scienza Nuova 
un grande regresso nelle proprie idee. Cosi se- 
condo lui tutti i concetti fisici, che noi attri- 
buiamo ai popoli antichissimi non riguardavano 
la natura esteriore ma si il mondo delle na- 
zioni, e dice che dai simboli formati dai poeti 
teologi intorno questo i successivi pensatori 
ne trassero idee sulla natura. Con questo viene 
il Vico a negare tutte le concezioni naturalistiche 
primitive, ed è al tutto sofistico, puerile il modo 
col quale negli esempi che arreca tenta provare 
la sua strana idea. Cosi il caos non era per i 
poeti teologi che la confusione dei semi umani 
quando v'era ancora la comunione delle donne, 
e non divenne che posteriormente la confusione 
dei semi universali della natura. Persino i quat- 
tro elementi, oggetto delle prime speculazioni 
filosofiche e fisiche, non furono originariamente 
per il Vico che quattro elementi civili. — Se- 
nonchè un'idea, sia buona sia cattiva, il Vico 
non la applica mai sistematicamente : il suo 
spirito non vi regge; quindi trattando di que- 
ste due parti della Sapienza volgare esce an- 
cora a parlare dei concetti naturalistici come pri- 



172 LA SAPIENZA POETICA 

initivi, dei quali ve ne sono intorno alle cose este- 
riori propriamente naturalistici e intorno a noi 
stessi antropologici; e riguardo ai primi rav- 
visa giustamente nei primordii della civiltà quella 
tendenza, di cui s'è già molto parlato, di dare 
alle diverse cose proprietà forze della natura, 
forme viventi e sensibili, facendone altrettante 
divinità; giacché come osserva qui il Vico con 
molta profondità, gli è un senso comune del ge- 
nere umano, ch'ove gli uomini non intendono le 
cagioni delle cose, dicono cosi aver ordinato. 
Dio (t). 

Cosi i poeti teologi formarono tutto il mondo 
di dei, di dei del cielo, dei dell'inferno f^dw 
superi, dii inferi J, di dei fra l'uno e l'altro 
(dii medioxumij. Il Cielo è preso dal Vico an- 
che qui, come solitamente, sotto diversi signi- 
ficati; ora esso è la prima cosa, che gli uo-' 
mini osservassero con sentimento religioso , 
considerandolo come la sede degli dei, senza 
crederlo più alto delle montagne, che pareva 
loro il toccassero; ma poi diventa la prima sede 
degli eroi, e dice che in questo cielo fu ammi- 
nistrata la prima giustizia (Astrea) colla prima 
legge agraria, che questo cielo è imbiancato dal 
latte delle mogli legittime degli eroi, che in esso 
Prometeo ruba il fiioco al sole, cioè lo fa scin- 
tillare dalle pietre focaie. Cosi in mezzo a stra- 
nezze sorge una stupenda divinazione. 

Più strano e confuso del cielo del Vico ne è 
ancora T inferno; questo è il sepolcro degli erqi, 
quindi non è più profondo di un fosso; rappre- 
senta i seminati ed è dell' altezza di un solco; 
ma rappresenta anche le sorgive delle fontane, 
per il che Diana ne è fatta Dea infernale, poi 

(1) V, 371. 



CAPO X 173 

ancb« le valU in cui stanno i Giganti ancor 
ferini in contrapposto ai monti abitati dagli eroi 
e presi per il Cielo. Da quesf ultima significa- 
zione dell'inferno nacque poi il concetto del 
Tartaro, dove si riuniscono le anime ; e a questa 
si rannodano le favole di Sisifo, di Tantalo ecc- 
alle quali fu poi dato un senso morale. 

Biguardo ai concetti psicologici osserva già 
molto giustamente il Vico come gli uomini an- 
tichi li dovessero avere molto materiali ; e come 
davano la vita alle cose esteriori e insensate, cosi 
da gueste e dal proprio corpo toglievano imma- 
gini e spiegazioni per il loro mondo interno. Per- 
ciò Tanima riponevano essi nell'aria e come 
tale la tenevano quale veicolo della vita, mentre 
riponevano l'animo nell'etere e lo tenevano come 
un igneus vigor^ che operasse nell'anima; e come 
questa era per loro principio del moto, cosi 
r animo volevamo lo fosse del conato; ma perchè 
i Poeti Teologi questo sentivano, non già inten- 
devano, il dicevano forza sagra, vigor occulto, 
un dio sconosciuto; e tanto i Greci quanto i 
Latini, quando dicevano o facevano cosa, di che 
sentivano in sé principio superiore, dicevano che 
.un qualche i)4o avesse sì fatta cosa voluto; dal 
che afferma il Vico essersi in filosofia tratta la 
bella verità, che le idee vengano all'uomo da Dio. 

Le funzioni dell'animo riducevano poi tutte 
a tre parti del corpo, cioè al capo, al petto e 
al cuore: al primo tutte le Dperazioni della mente, 
che gli antichi facevano consistere nella fantasia; 
al secondo tutte le passioni e i sentimenti, quelli 
deirirascible allo stomaco, queUi del Concupi- 
scibile al fegato ; al terzo richiamavano tutti i 
cornigli (1). Nelle quali asserzioni è facile vedere 

(1) V. per lutto questo V, 361 e segg. 



174 LA SAPIENZA POETICA 

quanto vi sia di arbitrario e quanto di giusto. 
— Certo egli ha ragione d* affermare che origi- 
nariamente gli atti spirituali venivano espressi 
con figure o immagini sensibili, che passarono 
poi nel linguaggio comune e vi divennero lo- 
cuzioni proprie e come tali vi durano ancor 

oggi. 

Or che abbiamo veduto i principii generali 
del Vico intorno alle origini e al corso della 
civiltà, vediamo come essi si ritrovino nei due 
più grandi fatti, a cui quelli in parte vennero 
applicati e da cui anche in parte vennero de- 
dotti, vogliam dire i poemi del Vero Omero 
e il corso della Storia romana. Non sarà dif- 
ficile lo scorgere nelle dottrine vichiane, che 
fin qui abbiamo esposte, come se da una parte 
la storia romana è la fonte e la mira di quasi 
tutte le sue idee intorno all'antico svolgimento 
sociale dell'umanità, le teorie intorno alle lin- 
gue^ alla mitologia, e alla poesia fanno capo 
specialmente alla Storia greca antica. La Storia 
romana anticay dic'egli in un luogo, è una per- 
petua mitologia istorica di tante, si varie e di- 
verse favole greche (1). Cosi la storia greca e 
romana insieme unite, spesso erroneamente con-^ 
fuse gli danno la Storia dell'umanità intiera. 
E i poemi d' Omero, che sono il documento più 
importante della Storia greca, come le xii Ta- 
vole lo sono per la Storia romana, cessano di 
essere proprie di un sol popolo, essi vengono 
dal Vico ideahzzati, e i concetti , che ne trae, 
applicati a tutta l'umanità; sicché amendue di- 
ventano ugualmente i rappresentanti e le fonti 
di tutto leroisnio antico, i due più grandi te- 
sori del Diritto naturale delle genti. 

(1) V, 856. 



CAPO X 175 

Abbiam già veduto come il Vico applichi la 
Mitologia greca al Corso delle nazioni ; or ci 
rimane a parlare per corupiere l'esposizione del 
l'elemento greco nella filosofia storica vichiana 
della Discoverta del v^ro Omero ; ci riserviamo 
a parlare nel capitolo seguente della Storia ro- 
mana, e delle xii Tavole come cose, sulle quali 
importa ci fermiamo più a lungo. 

La Discoverta del vero Omero fu per il Vico 
una cosa talmente importante nella seconda 
Scienza Nwoua, che quantunque anch'essa po- 
tesse insieme agli altri caratteri poetici entrare 
nelle trattazioni del 8^ libro riguardanti la Sa- 
pienza volgare, egli vi consacrò un libro a parte, 
come una cosa tanto grave, che non dovesse an- 
che per identità di principii venir confusa colle 
altre; Ma egli fece questo fors'anche perchè fu 
quella scoperta uno degli ultimi sforzi del suo 
ingegno, una delle ultime grandi novità che 
introdusse nel suo sistema; e per verità tra 

Juelle la migliore. Che egli però già prima 
ella seconda Scienza Nuova seriamente me- 
ditasse intorno ad Omero e gli balenasse in 
mente idee nuove intorno ad esso e^del tutto 
diverse da quelle accettate volgarmente ne'suoi 
tempi, ne è prova la bellissima nota che sopra 
di lui già scriveva nel De Constantia philolo- 
gicB (1). Ma tanto in questa come nell* opera 
successiva della prima Scienza Nuova la sua 
esistenza non viene ancora contestata ; egli non 
si dilegua ancora in un mito o in un carattere 
poetico come nella seconda Scienza: Nuova. 

Ciò che il Vico combatte nella nota Sovra- 
citata gli è l'opinione sino a lui invalsa , che 
Omero fosse un poeta pieno di sapienza riposta, 

(1) in, 279. 



176 IL VERO OMERO 

che in lui si dovessero ricercare principii di scienza 
e di filosofia, nonché regole d'arte con grande 
riflessione ed accortezza seguite. Il Vico canzona 
di questo con molta giustezza e con novità di 
concepire per i suoi tempi meravigliosa, gli 
sforzi dei filologi, i quali « cum veram poéseos 
« originem ignorassent et ex una parte Home- 
« rum et suolimitate fabularum et granditate 
« locutionum poetam omnino incomparabilem, ex 
« parte altera tot tan^asque ei excidisse ineptias 
« ànimadverterent , cum haec componere non 
« possent, eas ineptias altissimam sapientiam 
« continere opinati sunt. Quare a Platone ad 
« nostra usque tempora veterum sapientiam ex 
« poetarum fabulis eruere flagrantissime sed 
« irrito omnium voto desideratum. * Per lui in- 
vece Omero è il poeta più grande dell'antichità, 
appunto perchè ebbe la fortuna di scrivere verso 
la fine delletà eroica, quando era ancor natu- 
rale e potente la facoltà poetica presso il po- 
polo, vivacissimi i sensi, gagliarda la fantasia e 
poco sviluppato il ragionamento : qualità tutte 
che fanno il carattere della poesia omerica come 
d'ogni altj'a grande e vera poesia , secondo il 
Vico(l), — Già in questa nota viene espressa la 

(1) Quindi capovolgendo il pensiero di Orazio dice il 
Vico: nisi ita scepe dormitaret nunquam bonus fuisset 
Homerus. — Del resto non si può negare che queste sue 
idee intorno alla poesia vennero da lui alquanto esagerate, 
e lo condussero a giudizii del lutto erronei. — Egli è certo 
che a quei tempi antichissimi e in generale al comincia- 
mento ai ogni civiltà, si svolgono più facilmente che ntt 
tempi riflessivi facoltà poetiche. Egli -ha profondamente ra- 
gione nel credere, che la poesia debba sempre procedere 
coiraiuto della fantasia o colla rappresentazione del con- 
creto, né debba essere strumento di ragionamenti scienti- 
fici. Quindi molto acutamente e giustamente, dando una 
lezione poco ascoltata da certi suoi commentatori, osserva 



CAPO X 177 

grandissima importanza storica dei poemi ome- 
rici; <][uesti son gli unici documenti di quei tempi 
antichissimi, della loro storia, dei costumi, delle 
leggi, ecc. Quindi il Vico entra a fare molte pi- 
cerche per iscoprire in Omero quali erano le 
idee, le cognizioni, i sentimenti, che doveano 
dominare al suo tempo, toccando questioni par- 
ticolari e raccogliendo da ogni parte le diverse 
cose che vi si riferiscono con un'indagine tanto 
minuta ed accurata ed insieme informata a prin- 
cipii si larghi e ad una critica si profonda e sa- 
gace, che noi non temiamo di asserire, aver egli 
in questa nota prevenuto il metodo della mo- 
derna filologia storica dei Tedeschi, usandone con 
piena consapevolezza, non solo quanto ai suoi 
principii generali, ma anche nelle sue parti- 
colarità. Egli vi si dimostra pienamente con- 
scio di quell'idea che negli scrittori antichi i 
giudizi! , le frasi , le parole, le diverse deno- 



che se Dante fu l'Omero dei tempi moderni e li più grande 
poeta di questi, sarebbe stato ancor maggiore se non avesse 
saputo di filosofìa e di scolastica , o almen se non ce 
r avesse fatta entrare nel suo poema. — Ma che i tempi 
civili possano avere una loro propria , vera e profonda 
poesia, gli è cosa che il fallo medesimo prova ampiamente; 
né il Vico slesso lo tiene, per verilà, impossibile, ma vuole 
che senza iinilare (la poesia deve essere, anche secondo 
lui, essenzialmente sponlanea) ci poniamo nella condizione 
dì quegli uomini antichi, di que'suoi eroi, e che non in- 
tendiamo i nostri sentimenti per riflessioni, ma li spie- 
ghiamo per sensi (v. la lettera al De Angelis). — Sgra- 
ziatamente anche il Vico si credette poeta (era anche egli 
un pastore delTArcadia), e abbiamo delle sue poesie una 
discreta raccolta nel 6.® volume delle sue opere, nella quale 
Egli, per seguire i suoi precetti , riversa tutta la sua 
scienza mitologica. Eppure s' Illuse talmente da scrivere, 
rispondendo al sonetto d'un altro: 

Ma tu con (uà benigna e chiara luce 
Colà mi scorgi e splenderonne altero 
Su le sacre di Pindo erme colline. 

il 



178 IL VERO OMERO 

ininazionì delle cose e degli uomini non deb- 
bono essere accettate in quel senso, che avreb- 
bero presso i moderni ; che l' antichità deve^ 
bensì essere studiata coll'antichità, ma che essa 
non si deve prendere cosi come essa a noi si 
porge, senzachè delle fonti stesse, colle quali la 
conosciamo, si faccia la crìtica. 

Nella prima Scienza nuova di Omero vien detto* 
poco; esso rimane però come nel Diritto univer- 
sale un individuo, che è realmente esistito. Ma 
egli è un poeta del tempo eroico, è anch' egli 
un Poeta teologo; doveva quindi nella seconda 
Scienza nuova seguire la sorte degli altri perso- 
naggi antichisssimi, e sciogliersi in \xr\idea ovvero 
in un carattere eroico d'uo?nini greci, in quanto 
essi narravano cantando le loro storie (1): le- 
quali parole per verità dicono più di quello che 
ordinariamente il Vico pensasse, o sono frutto di 
quella confusione , della quale egli non seppe 
liberarsi mai pienamente, dei popoli antichissimi 
che per natura parlavano poeticamente, coi veri 
poeti che nel tempo stesso sorgevano in mezzo 
a loro, e facevano realmente versi, fossero questi 
leggi o ammaestramenti, eccitazioni o semplici 
racconti di fatti realmente avvenuti, trasformati 
inconsciamente dalla potenza poetica del narra- 
tore e dalle credenze volgari. Ma il Vico non 
aveva dinanzi alla mente sufficienti esempi per 
potersi fare un chiaro concetto di questi poeti 
epici o narratori popolari, ai quali appartene- 
vano certamente gli Omeridi; ne vide la natura, 
il carattere essenziale; ma per voler sovrapporre 
come fa spesso , più cose ad una gli avviene 
come a chi vede doppio, che le immagini gli 
giungono all'occhio coi contorni incerti e confusi. 

(I) V, 450. 



CAPO X 179 

Fortunatamente egli suole correggere nei parti- 
colari ciò che di esagerato pone in un principio 
generale. 

Del resto egli su questo argomento si trova 
quasi intieramente dallo stesso punto di vista» 
che la moderna Critica dei Tedeschi. Anch'egli 
esaminando i due poemi di Omero , lì trova 
di carattere si diverso che ne mette V origine 
in due luoghi e tempi differenti, cioè T Odissea 
nella Grecia occidentale, T Iliade nell'orientale, e 
la prima molto posteriore alla seconda e lonta- 
nissima dalla guerra di Troja, cioè un 460 circa 
dopo di essa, intorno ai tempi di Numa; traen- 
done gli argomenti dalle diverse notizie geogra- 
fiche e dalle altre cognizioni in generale, nonché 
dal diverso grado di civiltà, della quale i due 
poemi portano T impronta; il che mostra quanto 
sia falso il giudizio di taluno, che il Vico fosse 
digiuno e non s'intendesse di ricerche positive. 
Né egli trova solo diversità fra i due poemi, 
ma anche fra i canti dello stesso poema, sicché 
questo gli fa argomentare che essi debbano es- 
sere siati per più età e . da più mani lavorati e 
condotti, bel resto fi'a le idee qui esposte in- 
torno alla vera natura di Omero non tutte si 
rivolgono direttamente a dimostrare eh* egli fosse 
un carattere eroico; egli ripete anche qui, dando 
loro maggior svolgimento, molti argomenti del 
Diritto universale per provare, che Omero non 
poteva essere un poeta riflesso, un filosofo in- 
somma nei senso largo del Vico, ma che esso 
doveva appartenere al tempo eroico o favoloso. 
Tali argomenti sono compresi specialmente fra 
quelli, ch'egli chiama prove filosofiche, le quali 
per verità non sono altro che un'applicazione 
ad Omero di quei principii generali intorno alla 
psicologia dei popoli e specialmente intorno 



180 IL VERO OMERO 

air indole della poesia primitiva, dei quali ab- 
biamo parlato nei passati capitoli. Naturalmente 
ne conseguiva, secondo le idee stabilite nella se- 
conda Scienza Nuova, che quindi il suo autore non 
fosse stato altro che un carattere poetico, o un 
poeta d idea come dice in un luogo. Ma questa 
conclusione viene anche tratta esplicitamente 
dalle prove filologiche cioè dai dati particolari della 
tradizione di Omero, mostrandosi, come per to- 
gliere tutte le sue sconcezze e inverosimiglianze 
non solo basti far d* Omero un poeta eroico, ma 
se ne debba fare anche un carattere poetico. 

Ninno meglio di Omero, dice il Vico, porta 
l'impronta della poesia primitiva e spontanea 
dei tempi eroici : egli non è poeta, che voglia 
inventare; la barbarie, dice il Vico, è natural- 
mente veritiera-, egli narra ( o vuol narrare ) 
fatti veri, dei quali quegli uomini primitivi come 
di robustissima memoria doveano conservar na- 
turalmente ricordanza, rivestendoli colla loro fan- 
tasia. In lui nessun carattere di riflessività, ma 
vivido senso nel sentire i particolari, forte fantasia 
in apprenderli ed ingrandirli, acuto ingegno nel 
rapportarli ai loro generi fantastici e robusta 
memoria nell' esporli. Gli è impossibile quindi 
che i suoi poemi siano sorti fuori del tempo 
eroico, poiché T inarrivabilità delle sue finzioni, 
la sublimità delle sue sentenze poetiche, le sue 
comparazioni fiere e selvagge, i caratteri de'suoi 
personaggi, che mostrano di essere creazioni non 
d'un individuo, ma del senso comune di tutto un 
popolo, le loro inèzie e sconcezze non pote- 
vano fingersi con naturalezza da un filosofo 
esser degne di esso. Fatto invece di Omero 
un poeta eroico, tutto si trova naturale e giusti- 
ficato in lui ; esso doveva realmente meritarsi 
i tre vanti di ordinatore della civiltà greca, 



CAPO X 481 

di padre de' poeti e di fonte delle greche filoso- 
fie, perchè di fatto nella poesia e sapienza eroica 
come già vedemmo, si trovano i germi di tutti 
gli elementi della civiltà posteriore. 

La tradizione stessa poi intorno a lui ci con- 
duce a farne un carattere poetico: Essa ci narra 
dì Rapsodi che andavano separatamente cantando 
chi Tuno chi V altro de* canti omerici, narrando 
come poeti ciclici ne' loro canti tutta la storia 
favolosa della Grecia, secondo l'uso generale 
dei popoli primitivi di conservare in versi oral- 
mente le lore storie. Ora Omero stesso ci vien 
rappresentato come un rapsodo. Egli è cieco 
come ciechi si dicevano tutti i cantori delle cene 
dei Grandi, essendo proprietà della natura umana, 
che i ciechi valgano meravigliosamente nella me- 
moria, egli non lascia scritto alcuno de'suoi poemi, 
i quali non poterono neanco venir divisi, riordi- 
nati, e ripurgati dai Pisistratidi, come si suol dire, 
perchè ai tempi di quelli non v'era ancora la scrit- 
tura volgare : di Omero non si conosce né patria 
né età, essendovi riguardo a questa, divario di ben 
460 anni, cioè dalla guerra eli Troja a Numa. Po- 
nendo invece che guest* Omero fossero essi popoli 
greci, tutto si rischiara nella tradizione : tutti 
gli sono naturalmente concittadini , egli visse 
per le bocche e la memoria d'essi popoli greci 
dalla guerra trojana sino a Numa ; egli è po- 
vero, è cieco, come lo son tutti i Rapsodi; così 
egli compone giovine l'Iliade quando era gio- 
vine la Grecia , e in conseguenza ardente di 
sublimi passioni, ammiratrice d'Achille, eroe della 
forza; ma vecchio compone l'Odissea, quando la 
Grecia avea alquanto raffreddato gli animi colla 
riflessione, la quale è madre dell'accortezza, e per 
la quale ammirò Ulisse Froe della Sapienza (1). 

(1) V, 451; così per tutto il resto Y. 422 e segg. 



182 IL VERO pMERO 

Tali sono le idee principali, che il Vico svolse 
intonio ad Omero, prevenendo meravigliosa- 
mente le indagini della scienza tedesca, col toc- 
carne quasi tutte le parti, — Gli è vero, che 
la questione non è ancora pienamente risolta; 
ma si può facilmente prevedere, che essa lo 
sarà in favore di quelli, che combattono l'in- 
dividualità di Omero. Certamente nessuno di 
questi accetterebbe ora tal quali le idee del 
Vico, ma gli è pur molto che si accordino con 
lui nei principii, ne' punti di partenza , nelle 
parti essenziali delle conclusioni, perchè noi 
abbiamo ad onorare il Vico quale il vero crea- 
tore della questione omerica, come al presente 
viene studiata. — Eppure non è che una parte 
questa delle sue grandi investigazioni; ma essa 
sola bastò ad un altruomo, al Wolff, che inco- 
minciò la stessa questione mezzo secolo dopo in 
Germania, a dargh una fama immortale. — Che se 

Juesti procedette più ordinatamente , se si ad- 
entrò più a fondo nelle analisi filologiche, se 
dette di Omero un concetto più chiaro e preciso, 
si consideri tuttavia la diversità dei tempi; si con- 
sideri da una parte il Vico, che non ha dinanzi 
a sé che il suo Omero, dall'altra il Wolff cogli aiuti 
grandissimi che aveva, scrivendo quando comin- 
ciava la Germania il suo più grande svolgimento 
filologico, quando dell' indole storica dei poemi 
omerici poteva assai più facilmente farsi un'idea 
cogli esempi, che allora cominciavai.o a stu- 
diarsi, delle poesie popolari dell' Ossian dei Me- 
belungen ecc. e ci sarà ben lecito, malgrado al- 
cune sue esagerazioni e disordinetezze (1), ono- 



(1) Queste sono qualità comuni a tutto il sistema del Vico 
che si trovano anche nella sua teoria intorno ad Omero, ma 
che non sono infrequenti nei )j;raadi iniziatori di dottrine ; 



CAPO X 183 

rare la mente dì questo nostro Grande infelice, 
poco stimato da'saoi contemporanei, senza scuola 
dopo la sua morte , che ne prosegua le teorie 
e ne celebri il nome, con una gloria più splen- 
dida che non quella del WolflF, che festeggiato in 
Berlino , tronfio doUa sua fama , iniziatore di 
nuova scuola si degna in un suo articolo par- 
lare del Vico e lasciar orgogliosamente cadere 
4sul suo nome alcune gocce delle sue preziose 
lodi! 



La Storia romana in Vico. — Paragone collo svol- 
gimento posteriore, che ebbero questi studii in 
Germania, specialmente nel Niebuhr, Schwegler 
e Mommsen. 

La Storia romana del Vico parte da una pretta 
ipotesi, la quale si ricongiunge col suo romanzo 
intorno alle origini della civiltà, col romanzo dello 
stato ferino. Il Vico non poteva fare altrimenti: 
ogni popolo si era svolto da sé indipendentemente 
da ogni altro. Cosi doveva essere anche del popolo 
romano. Egli quindi doveva cercare già nelle con- 
dizioni di quei tempi primitivi una spiegazione 
dei fatti prmcipali che troviamo subito nel prin- 
dpio della Storia romana. Tra quelli Egli seppe 
acutamente scorgere come capitalissime le rela- 
zioni tra i Patrizii e i Plebei. — Spiegate le origini 
e le relazioni di questi due ordini si ha la chiave 

volendo combattere un' idea vanno all'estremo opposto di 
quella che invale, e trascurano le gradazioni del pensiero, 
nelle quali sta sovente la verità. 



18i LA STORIA ROMANA 

r 

di tutta la storia interna e dì grande parte 
dell'esterna di Roma. — Fu fórse questo grande 
problema della storia romana, che lo mosse a 
distinguere nei primordii della civiltà quelle tre 
diverse specie d'uomini : i Giganti pii, gli empii 
i deboli. Con questa divisione, che poi trasporta 
in idea alla storia di tutti i popoli, spiega assai 
comodamente le origini dei due ordini in Roma 
e la loro storia successiva. Quelle origini quindi 
si riattaccherebbero ai primordi dell' umanità 
come quelli di tutti gli altri popoli. Gl'incomin- 
ciamenti del popolo romano dovrebbero essere 
contemporanei a quelli dei popoli Greci, ed es- 
ser solo posteriori di cent'anni alle prime civiltà 
asiatiche. Questo egli dice espressamente quan- 
do descrive il corso storico delle nazioni, e vuol 
far non solo uniformi, ma anche contemporanei 
quasi, i periodi diversi della civiltà in tutto 
il mondo. 

Ma se questo il Vico poteva porre in principio, 
nelle applicazioni non poteva sostenere una 
si strana idea e doveva attenersi più fedel- 
mente alla storia tradizionale. 

Nella sua tavola cronologica, quantunque faccia 
grandissimi sforzi per avvicinare le civiltà, e non 
ci riesca in parte che pur facendo stranissimi 
anacronismi ; pure è costretto a mettere Y età 
stessa dell' oro nel Lazio molto posteriore di 
quella dei Greci; ne fa però contemporanea l'età 
degli eroi, nella quale verrebbe fondata Roma* 
Il popolo romano non avrebbe dunque un'età de- 
gli Dei propria, ma comune con quella di tutti 
gli altri popoli latini. In questo caso le origini di 
Koma non si ricongiungerebbero direttamente coi 
primordii della civiltà umana ; esse ne sarebbero 
molto posteriori, e le origini dei patrizii e plebei 
non si troverebbero più quindi in quello stato 



CAPO XI 185 

ferino primitivo che già abbiamo descritto, ma 
solamente in uno stato analogo posteriore. Se- 
condo (questa idea Boma sareobe sorta in mezzo 
a popoli già inciviliti con modi e vicende analo- 
ghe a quelle che diedero cominciamento alla ci- 
viltà il che si accorderebbe perfettamente con 
quanto dice il Vico spesse volte, che Roma con- 
quistò tutto il mondo, perchè ebbe più giovane 
V eroismo. 

Si vede facilmente, che la diversità delle due 
opinioni non è piccola; pure il Vico secondo il 
solito suo le accoglie amendue, confondendole 
insieme e facendo uso or dell'una or dell'altra 
nella sua trattazione, secondochè meglio gli torna 
per la spiegazione dei fatti e la dimostrazione 
delle sue idee. Non si può negare però che il 
suo buon senso fa ch'egli si attenga più fre- 
quentemente alla seconda opinione, come quella 
inoltre che a mio avviso debba essersi formata an- 
teriormente nel suo pensiero, e che si fonda sopra 
uno studio più spregiudicato dei fatti. — L'altra 
non deve essere stata nello svolgimento del suo 
pensiero che una corruzione di questa mede- 
sima, fatta per trasportarla alle storie di tutti 
gli altri popoli, e poscia cosi applicata alla ro- 
mana medesima, da cui era partita, e alla quale 
sola era da riporfarsi nella sua forma primitiva. 
Chi conosce alquanto gh inconsci procedimenti 
del nostro spirito, non troverà per nulla impro- 
babili tali circoli delle idee in noi, e tali illu- 
sioni, alle quah vanno specialmente soggetti i 
filosofi. 

La seconda opinione offriva al Vico un prin- 
cipio molto meno avventuroso e più consentaneo 
alle tradizioni, spiegate criticamente, per comin- 
ciare la Storia romana. Romolo avrebbe fondata 
la città con un asilo aperto in mezzo a di- 



186 LA STORIA ROMAXA 

versi popoli già usciti dalla barbarie primitiva. 
Gli uomini ricoverati in quest'asilo sarebbero 
stati i primi clienti di quelle schiatte (Gentes), 
che si sarebbero raccolte intorno a Romolo. — 
Nello spiegare l'origine di queste Gentes , che 
secondo il Vico come anche secondo tutta la 
scuola storica tedesca, costituirono in principio 
la vera e sola cittadinanza romana , egli si ri- 

J)orta sempre ai tempi primitivi, allo stato delle 
amiglie. Ma ammettendo che Roma si fosse 
fondata, quando il Lazio era già uscito da quello 
stato, la spiegazione del Vico non ha più valore. 
Ma qui e' erano due verità importantissime 
da scorgere, le quali furono dalla scuola storica 
tedesca con grande splendore di dottrina e d'in- 
gegno stabiUte, mentre il Vico, non ne vide 
che una. La scuola tedesca è unanime col Vico 
nel sostenere, che i Romani non furono di ori- 
gine straniera; tanto per lui come per essi le 
immigrazioni di Evandro e di Enea sono favo- 
lose e mitiche; quantunque discordino nello 
spiegarle. Il Vico vuole che queste favole come 
tutte l'altre intorno a Roma fossero una poste- 
riore invenzione dei Greci e come vere poi ac- 
cettate per boria dai Romani. Ma egli seguendo 
poi quel suo principio, ' delle tradizioni anche 
favolose doverci pur sempre essere un fonda- 
mento di vero, non si contenta di accagionare 
la fantasia creatrice dei Greci, e cerca il signi- 
ficato di quelle favole. Quindi Evandro diventa 
per lui il carattere poetico dei primi pastori del 
Lazio, cui poi si paragonarono cogli Arcadi, e 
da questi quindi fatto provenire; Enea un carat- 
tere poetico degli eroi emigranti; che se si trova, 
dic'egli, già originariamente nelle cose acciden- 
tali qualche influenza greca in Roma, si può sup- 
porre, che vi sia stata vicino a questa un'anti- 



CAPO XI 187 

chìssiina città greca, la quale venne poi di- 
strutta. — Come si vede il Vico cercava d'in- 
dovinare ; ma il principio che lo metteva sulle 
ricerche era giunto. 

I corifei della scuola storica tedesca sono fra 
loro discordissimiin questo punto (1). Lo Schlegel 
fe anch* egli, come talora il Vico, nascere le fa- 
vole romane dalla fantasia degli scrittori greci 
e specialmente da quella di Diocle ; a lui si ac- 

(1) La moderna Critica storica dei Tedeschi sulla storia 
romana ebbe veramente principio, come è noto, col Niebuhr, 
il quale pubblicava la prima parte della sua Storia rpmana 
per la prima volta nel 1812; venuto dappoi in Italia mo- 
dificò molte delle sue opinioni nelle edizioni posteriori. Mo- 
riva il 1831 senza compiere la sua opera, ma essa fu il 
principio di un grande svolgimento scientifìco. — Dapprima 
lo Schlegel negli Heildelbergische Jharbucher del 1816 
faceva 1' opera del Niebuhr oggetto di una rilevante critica, 
combattendo molte sue idee intorno alle origini della tra- 
dizioni antiche romane, alla derivazione dei popoli Italiani, 
e all'influenza della Grecia su Roma. Anche il Wachsmuth 
sorgeva verso lo stesso tempo (1819) a scrivere alcune con- 
siderazioni sulla Storia più antica dello stato romano, 
occupandosi specialmente delle fonti. — Ma un lavoro esteso 
« compiuto sulla Storia romana ad imitazione di quella 
del Niebuhr non venne intrapresa, che molto più tardi da 
due robusti ingegni, quasi nello stesso tempo, cioè dallo 
Schwegler, che però moriva prematuramente senza poterla 
compiere, neiranno 1853, e dal Mommsen nell' anno 1854, 
quantunque ora del suo lavoro si abbiano già quattro edi- 
zioni. - Il Mommsen si allontanò in molti punti dal Nie- 
bhur^ al quale lo Schwegler si attiene molto più stretta- 
mente, quantunque specialmente riguardo all' origine e alla 
derivazione dei popoli italiani, riguardo airantiche religioni 
e mitologie e alla natura poetica delle tradizioni romane si 
scostasse molto da lui. — Il suo lavoro, quantunque meno 
originale di quello del Mommsen, é però molto più utile di 
questo per chi voglia delle diverse questioni avere una com- 
piuta esposizione critica, mentre il Mommsen non dà nes- 
suna prova delle sue affermazioni, ma s\ solo i risultati delle 
sue investigazioni. Questi cerca però ora di riparare questa 
mancanza colle sue Ròmische Forschungen, delle quali fu 
stampato un primo volume nel 1864. 



188 LA STORIA ROMANA 

costa il Mommsen per riguardo alla spedizione 
di Enea; mentre il Niebuhr e lo Schwegler fanno 

f)iù meno antiche ed originarie quelle favole. 
1 Niebuhr fa, come il Vico, quantunque in modo 
diverso di Evandro e di Enea altrettanti miti, e 
lo Schwegler con grande erudizione ne cerca 
le origini e il vero significato, studiando i rap- 

J)orti di Roma coi Latini e cogli altri popoli ita- 
iani e greci. Ma comunque sia di tuttociò^una 
idea è comune a tutti, tanto ai Tedeschi come 
al nostro Vico, che le origini di Roma si deb- 
bano cercare in Italia. 

Però queste origini si dovevano poi trovare 
nelle condizioni particolari dei popoli italiani, 
in mezzo ai quali sorse Roma; e cosi fece comin- 
ciando dal Niebuhr tutta la scuola storica tedesca. 
Tanto egli quanto lo Schwegler e il Mommsen^ 
vennero riconoscendo nel popolo originario di 
Roma dapprima una riunione, poscia una fu- 
sione di tre popoh differenti, ciascuno dei quali 
venne a costituire una delle primitive tribù 
romane contenenti le gentes che furono poi le 
schiatte patrizie di Roma. — Essi non credono 
però, che questi popoli si riunissero d'un tratto: 
in quelle sedi, dove poi sorse Roma, primi ri- 
siedettero i Ranìnes, ai quali poi si aggiunsero 
i Titier e più tardi i Lucerer; i Titier sabini; i 
primi certamente, i Lucerer probabilmente, latini. 

Questi popoli formavano però originariamente 
tre comunità, tre città distinte e solo congiunte 
fra di loro per mezzo d'una lega, che divenne 
sempre più stretta, finché formarono una città 
sola, fondendosi insieme le diverse civiltà e i 
diversi elementi da ciascun popolo arrecati, in 
modo però che il latino prevalesse come prevalse 
la sua lingua. — Questi sono i tratti principali; 
nelle particolarità vi sono poi tra quegli scrit- 



CAPO XI 189 

tori grandi divani, e quantunque tanto lo Schwe- 
gler che il Mommsen abbiano cercato di pre- 
valersi della comparazione delle lingue per 
isciogliere molti problemi , questi rimangono 
ancora pieni di oscurità. — Dal Vico questi non 
potevano però essere presentiti; siccome le sue 
dottrine stesse escludevano qualunque studio 
comparativo dei popoli ó delle lingue. Per que- 
sto egli' non potè neppure trovare i principii 
della religione romana, il suo carattere, le ra- 
gioni e la storia dei diversi miti e delle di- 
verse leggende, nelle quali si trovano narrate 
i primordii di q^uel popolo. Com'egli avea in- 
trodotto la Stona romana in quella di tutti gli 
altri popoli e specialmente nella greca, cosi si 
credeva poi libero di riempiere le parti man- 
canti ed oscure della storia romana con por- 
tarvi quelle, che fossero più chiare e cpmpmte 
negli altri popoli. Cosi nessun dubbio per lui 
che la religione e la mitologia romana fossero 
le medesime che in Grecia : e in tal modo men- 
tre da una parte gli sfuggiva talora ciò che v'era 
di comune fra i popoli, e di quello stesso che 
vi vedeva non poteva trovare le vere cagioni, 
dall'altra non iscorgeva quasi mai le particolarità, 
le cose proprie di un dato popolo. — Gh sto- 
rici tedeschi invece, trovandosi per gli aiuti 
scientiiSci in condizioni molto migUori del Vico, 
e specialmente lo Schwegler e il Mommsen, ai 
quali .fii dato comporre le loro storie dopo il 
grande rivolgimento operato nelle scienze filo- 
logiche dalla creazione degli studii comparativi 
delle lingue^ poterono addentrarsi più profon- 
damente nelle cose intime del popolo romano, 
trovare la stirpe a cui appartiene e la grande 
razza alla quale per mezzo di essa si ricon- 
giunge, quindi studiare i caratteri generali che 



190 LA STORIA ROMANA 

con quella e con questa ba comuni e i ca- 
ratteri suoi propri e particolari. In questo modo 
essi poterono determinare la natura romana e 
mostrarla non solo nelle sue somiglianze colla 
greca, ma anche in quelle moltissime parti, 
nelle quali a questa si contrappone , riguardo 
ai diversi elementi sociali > alla religione, al- 
l'arte e alla politica. — Gli studii storici sul- 
l'estetica e sulle mitologie, che s'erano venuti 
facendo prima di loro in Germania, dovevano 
pure servir loro di grande aiuto, siccome nella 
filologia moderna tutti i raggi che partono 
da un centro si riflettono su tutti gli altri. 
1 popoli del mondo antico in tutti i diversi ele- 
menti della loro civiltà hanno cessato di essere 
considerati come svolgentisi da sé isolatamente. 
La scienza moderna ha dimostrato quante mol- 
teplici e grandi siano le diverse fila, che insieme 
li legano, e come tra un popolo e V altro non 
solo vi siano stati stretti rapporti di civiltà in 
quanto appartennero alla medesima razza , ma 
anche per influenze posteriori^ quando i popoli 
delle differenti razze si erano già separati tra 
di loro e stabihti in differenti sedi. — Gli è 
certo che tali influenze non si debbono inten- 
dere nella guisa e nella misura degli antichi 
storici, come tresmissioni che producessero in un 
popolo una civiltà del tutto nuova ed inaspet- 
tata : un tale concetto venne con molta energia 
con molta ragione combattuto dal Vico. Bla 
quantunque il principio suo, che i popoli antichi 
nelle cose loro più essenziaU e più intime deb- 
bano aver avuto uno svolgimento proprio e na- 
turale, sia generalmente giusto, questo non do- 
veva fargli escludere qualuntjue influenza este- 
riore. — Certamente gli è difficile qui mante- 
nere il giusto mezzo, nel quale deve propriamente 
consistere la verità. 



CAPO XI 191 

Già di quegli studii comparativi s'è eominciato 
in Germania ad abusare; almen cosi parmi 
presso il Mommsen , il quale sostenendo esser 
destino della maggior parte dei popoli di trovare 
nei primi stadii del loro svolgimento un altro po- 
polo fratello, che loro è ad un tempo signore e 
maestro, afferma che questo è avvenuto in grande 
misura (in hervorragendem Masse) all'Italia (1), e 
con questo egli deriva moltissimi elementi, per 
non dir quasi tutti dell'antichissima civiltà italiana 
e romana dalla Grecia, secondandg cosi una ten- 
denza, non molto rara al presente fra i filologi 
tedeschi, di derivare ogni cosa civile da quel 
paese, e togliere ai Bomani e a tutti gli Italiani 
antichi in generale ogni originalità non solo 
nell'arti ma perfin nella religione e nella po- 
litica. — Negli stessi giudizii che da molti in 
Germania^ e anche dai Mommsen^ si danno sul 
diverso carattere dei Romani e dei Greci, diver- 
sità, che son pur obbligati ad ammettere, mal- 
grado le esagerate influenze, che ai secondi attri- 
buiscono sui primi, si dimostra sempre una par- 
zialità grandissima per i Greci. Non già che siano 
del tutto falsi gli appunti che fanno al carattere 
romano, ma mentre dei Greci si sanno con grande 
accuratezza rilevare tutti i pregi e nascondere i 
difetti ; per i Romani non si trovano parole elo- 

3uenti che per descriverne le mende, fecen- 
one talora parere le virtù solo come effetto 
di grossezza d'ingegno (2). — Convien però 

(1) Rom. Gesch, p. 129. 

(2) A una tale predilezione dei Tedeschi per i Greci si 
connette in essi sovente la strana idea, che il loro popolo 
sia destinato a compiere nel tempo moderno gli stessi uiGci, 
che il greco nel tempo antico, siccome ne possiede, dlcon essi, 
più d'ogni altro, per nalura essenziale {wesentlich), l'in- 
gegno e il carattere d' universalità. Di qui la stranezza del 



{di LA StòRlÀ fiOMANÀ 

dife dhe in questa p2ti*t6 lo Schlegel e lòSchwegler 
éoh più giusti e meno corrivi de! Mommsen. Il 
Niebuhf non penetrA molto profondamente nel 
Caràttere proprio dei Romani, e venne con ra- 
gióne combattuto dagli altri due nella sua opi- 
nione, che prèsso i Romani antichi sulla storia 
leggendaria dei re e dei primi anni della re- 
puboìica vi siano state epopee nazionali; quan- 
tunque prima di quel tempo nulla dà diritto ai 
tedeschi di negare che presso i Latini o gli 
altri popoli italiani di tali poesie siano esistite. 

Malgrado di questi difetti non si può negare, 
òhe. la scuola storica tedesca e specialmente lo 
Schwegler e il Mommsen seppero, per quanto 
era possibile, trovare negli studii comparati^ la 
giusta via per determinare lorigine e la natura 
generale dei diversi popoli antichissimi dell'Ita- 
ììa, e i diversi elementi della loro civiltà primi- 
tiva, tanto per riguardo alla religione e ali* arte 
quanto per la politica e il diritto. Gli studii del 
vico invece dovevano limitarsi a queste due 
ultime parti, dove poteva disporre di un suf- 
ficiente numero di fatti, ed applicarvi il suo 
grande senso storico e psicologico. 

Le sue vedute intorno alla storia politica e 
giuridica di Roma furono cosi profonde , che 
molte di esse, pur contradette dal Niebuhr, ven- 
nero al presente dopo tanti anni di studio con- 
fermate dal Mommsen, quantunque in altre sìa 
invece d* accordo con quello. — Unanimi sono 

Mommseo, che solo i Greci e i Tedeschi abbiano avuto 
vera poesia, mentre su quel verde terreno (deiritalia), dice 
egli, son sole cadute poche gocciole di essa. -^ A questi 

Eregiudizii è del tutto estraneo il Lotze, di cui vedi i 
elìissimi paroloni fra i Greci e i Romani nel lib. S,^ del 
suo MikrocoshwSf dove egli si dimostra non solo uomo di 
grandissimo ingegno, cosa non rarissima ora fra gli scrittori 
tedeschi, ma anche pieno di buon senso. 



CAPO XI 193 

anzitutto neirammettere che la storia dei primi re 
di .Roma è mitica o favolosa; (^uantunaue il Vico 
sia qui alquanto più reciso dei Tedeschi, i quali 
naturalmente come in iscienza più progredita 
sono più minuti e particolari e sanno trovare 
molte gradazioni laddove il Vico non vide, che un 
solo colorito. Cosi gli è certo che non ug^ualmente 
mitici sono i due Tarquinii come Romolo e Numa 
e che non le stesse cagioni diedero origine alle 
favole di Servio come a quelle dei due primi re. — 
Quanto alle origini della plebe si è pur unanimi 
nel porle in un tempo antichissimo^ cioè già 
sino dal tempo della costituzione delle Curie ^ 
gentilizie^ e nell'asseverare che essa noa en- 
trava per nulla né neirelezione dei re, né pi- 
gliavano parte alcuna al governo dello stato, 
essendo considerati come veri cittadini solamente 
i patrizii, ordinati in ischiatte, curie e tribù. — 
Sulla natura delle schiatte sono concordi il Vico 
e Mommsen nel credere^ che essa non fosse una 
divisione artificiale, come vorrebbe il Niebuhr 
solamente fondata sulla communanza di re- 
ligione e dei dii indigeti : esse vengono co- 
stituite da famifi^lie, che si rannodano ad un 
solo stipite^ e che si differenziano da queste 
per ciò, dice il Mommsen, che la famiglia risale 
di grado in grado al progenitore, da cui sono 
discese, mentre la schiatta conosce solo questa 
derivazione da un avo comune alle diverse feimi- 

flie, ma non conosce i gradi delle diverse discen- 
enze. — Il Niebuhr, come pure lo Schwegler, 
ponendo le schiatte come una costituzione ar-^ 
tificiale, non poterono avere di quello stato an- 
tichissimo di Roma quella veduta geniale; che 
ne ebbe il Vico e più tardi il Mommsen nelle 
sue ultime pubblicazioni. Questi dichiara che gli 
altri prima di lui ed egli stesso non aveva in 



194 LÀ STORIA ROMANA 

principio data sufficiente importanza airelemento 
aristocratico nei primordii di Roma. « Non sarà 
» stato » dic'egli nelle ultime linee della sua Inve- 
stigazione romana suirantica cittadinanza « senza 
» valore per un retto giudizio di questo grande 
» svolgimento storico Taver messo in maggior 
» luce e abbracciato con maggior vivezza nelle 
» cose più antiche dello stato romano Telemetito 
» aristocratico, da me stesso è dai più, credo, 
» dei colleghi disconosciuto nella sua impor- 
» tanza (1) t. 

Conforme a questo principio il Momfaisen sup- 
pone che le antiche schiatte formassero quasi uno 
stato in uno stato^ e che ciascuna si scégliesse da 
sé il suo rappresentate nell'assemblea dei seniori, 
la quale dovette nei primordii esser molto più 
potente che dappoi, e limitare grandemente il 
potere del re e del popolo. L'ingenuo concetta 
che deirorigine della comunità hanno avuto gli 
antichi annalisti, dice il Mommsen, ce la mostra 
come formata da un numero di famiglie, ì cui 
padri costituiscono il Senato^ i figli i Patrizii^ i 
clienti la Plebe. — Da queste idee a quelle del 
Vico non c'è grande differenza, ed è mirabile 
che dopo tanti studii la scienza tedesca venga 
a combaciare in parte colle sue geniali intui- 
zioni. Il principio aristpcratico non ch^ trascu* 
rato dal Vico, come dagli antecessori tedeschi 
del Mommsen, è una delle cose sulle quali mag- 
giormente insiste; Boma fu in principio essen- 
zialmente aristocratica, e tale tu sotto i re e 
prima, e tale rimane nei primi anni della repub- 
blica. I re di Roma sono per il Vico an<;or meno 
potenti che per il Mommsen ; essi non sono che 
primi tra i pari; e tale doveva pure essere il 

(1) Ròmische Porschungen, p. 264. 



CAPO XI 195 

concetto di Mommsen , e mi meraviglio eh' egli 
specialmente nella sua storia assomigli rautorità 
dei primi re di Roma nello stato a quella che 
avevano i padri nelle femiglie ; mi par che questo 
sarebbe contrario all'indole aristocratica dello 
statOy la quale rende coloro che governano 
molto gelosi del loro potere. Ma quantunque il 
Vico abbia ragiona di porre nel senato il fon- 
damento deir imperio nella Roma primordiale, 
egli poi ha torto di lasciargli questo carattere 
sino nei tempi più avanzati d^a repubblica, 
finché nell'età, com'egli dice, degli uomini esso 
diventa solo un corpo consulente. — Una tale 
trasformazione è pure Y idea essenziale del 
Mommsen, ma egli fa quella molto più anteriore 
che non il Vico e quindi mostra con maggior 
verità storica le diverse fasi per le quali esso 
passò sotto gli stessi re dapprima, poi nella re- 
pubblica. 

Come abbiam già veduto in una citazione del 
Mommsen, questi poneva originariamente la plebe 
nei clienti: è questa un'altra idea importantis- 
sima sulla quale il Mommsen e il Vico sono d'ac- 
cordo^ e insieme contrarii al Niebuhr e allò 
Schwegler. — Che i Clienti fossero stati anteriori 
ai plebei il Niebuhr lo trova probabile, ma se- 
condo lui sino dalla costituzione artificiale delle 
Schiatte , coesisteva a queste la Plebe come 
distinta ugualmente dalle Schiatte e dai Clienti, 
ed afferma che anch'essa era distribuita per le 
genies patrizie, mentre i Clienti ne erano esclusi. 
Il Mommsen e il Vico fanno invece la Plebeità e 
la Clientela come originariamente identiche: 
quantunque si scostino poi alquanto intorno alla 
sua erigine e ancor più intorno al suo svolgimento. 
— I primi, clienti e plebei ad un tempo , sono 
per verità della stessa natura tanto per il Mommsen, 



196 LA STORIA ROMANA 

che per il Vìcp : essi sono cioè fuggitivi o liberti 
e i loro discendenti ricevuti sotto la protezione 
di una schiatta romana. Tanto per l'uno che 
per l'altro essi fanno parte della Familia in 
qualità di famuli , e non hanno alcun diritto 
civile se non per mezzo del loro patrono. — 
Ma il Vico una volta stabilita questa condizione 
originaria nella clientela o plebe di Roma, non 
si uà più pensiero di ricercare le grandissime 
modificazioni, che le vicende posteriori estrinse- 
che di Roma dovettero in essa apportare ; que- 
sti due elementi, patrizii e plebe, i quali costi- 
tuiscono sin dal principio lo stato romano, non 
si mutano più mai* Ma se questo è vero per 
riguardo ai patrizii, non lo è del tutto per ri- 
guardo alla plebe, la quale come ben mostrò il 
Niebuhr e venne in parte accettato dal Mommsen, 
ricevette in seguito principalmente la sua forza 
dalle popolazioni delle vicine città vinte condotte 
a Soma, e dagli abitatori del suo distretto o 
della sua campagna. 

Per verità questo concetto, che la plebe con* 
sistesse essenzialmente in una popolazione a- 

S ricola venne pure con mirabile intuizione ve- 
nta dal Vico, e la sua opinione si accorda 
specialmente con quella del Mommsen, il quale 
crede, come il Vico, che i primi plebei per la 
massima parte fossero originariamente agricol- 
tori ma ad un tempo anche clienti. Anzi da 
questa duplice condizione spiega il Vico tutte 
le relazioni originarie tra i patrizii e i plebei 
e su di essa fonda essenzialmente tutte le ra- 
gioni e lo svolgimento delle loro lotte. — Non 
si può negare, che in questo le congetture del 
Vico siano state molto ingegnose e ch'esse spie* 

fherebbero molti fatti, i quali nelle Critiche dei 
édeschi rimangono ancora quasi del tutto ine- 



CAPO XI 197 

splìcati malgrado ì molti studii, che vi fanno at- 
torno, e deir immensa erudizione, che vi ap- 
portano. Ma le idee del Vico in alcune loro parti 
nanno contrarie positive testimonianze storiche, 
e andrebbero almeno secondo queste modificate. 
Volendo esporre quelle idee dobbiam qui ri^ 
chiamare la medesima storia già narrata nello 
svolgimento dell' umanità per applicarla alle' cose 
particolari di Boma» Secondo quella dunque an- 
che i patrìzii romani si facevano dai loro clienti 
coltivare le terre^ e anch'essi s'erano chiusi in ordi- 
ni, nominandosi un capo (il re) per resistere loro, 
quando questi per l'accrescimento naturale di po- 
polazione s'erano loro resi temuti. Ma i plebei, mtti 
col tempo ognor più forti, costringono finalmente i 
patrìzii a conceder loro con una prima legge 
agraria, quella di Servio Tullio, almeno il pos- 
sesso precario delle terre, che coltivavano, pa- 
gando ai patrìzii un censo. Questo pagamento, 
che dovevan fare ai patrìzii, fii la cagione di 
Quel fatto, altrimenti inesplicabile, dei graildi 
aebiti, dei quali noi vediamo sempre sovraccarìchi 
i plebei verso i patrizi. Ma poscia i plebei non si 
contentarono del precario, vollero avere anche il 
possesso quirìtario cioè giurìdico e stabile delle 
terre, sicché almen durante la loro vita queste 
non potessero loro venir tolte. Questo viene con- 
cesso, dice il Vico, colla legge delle xn tavole. — 
Ma un tal {)ossesso non poteva trasmettersi per- 
chè i plebei mancavano ai auspici solenni nei loro 
matrìmonii, e quindi di patrìa potestà e del di- 
ritto di suità, si diedero quindi a tutto loro po- 
tere per ottenere non già tanto la comunione 
dei connubii coi patrìzii (connubia cum patribus) 
ma gli stessi connubii solenni, che tra loro po- 
tevano stringere \ ^dXvìzìì (connubia patrum): il 
che ottengono finalmente colla legge Canuleja. 



y 



198 LA STORIA ROMANA 

— E cosi ottenuta dai patrìzìi Tugu^lianza civile 
6d acquistato quanto ai diritti proprii, alla propria 
sicurezza, e prosperità materiale desideravano, 
si diedero per una tendenza naturale degl'uo- 
mini , ad adoperarsi gagliardamente per avere 
ancbe^ dapprima Y uguaglianza, poi la stessa su- 
periorità politica; al che finalmente giunsero > 
cioè colle leggi pubblilie all' uguaglianza, colle 
prepotenze tribunizie alla superiorità. 

É questa in breve la storia interna làchiana di 
Roma; sarà facile vederne le verità e gli errori, 
or che la critica intorno a questa ha tatto pro- 
gressi tanto grandi. Ma non sarà del tutto inutile 
che io bica brevevemente ciò, che questa vi ha 
corretto, aggiunto o negato. — Ciò, che la Critica 
tedesca aggiunge alle congetture del Vico si è 
quello di mostrare, come sia avvenuto ciò, che il 
Vico si contenta solo di affermare, cioè l' accre- 
scersi naturale della potenza della plebe. Questo 
riesciva per verità assai iacile al Niebuhr, che 
Tammetteva già nel principio libera e in parte 
ricca, mentre riesciva difficile per il Mommsen, 
che come il Vico la poneva originariamente in 
istato di clientela. Ha convien notare che il 
Mommsen in seguito ^ quando cioè comincia la 
plebe a rendersi potente, la fa come il Niebuhr 
composta di agricoltori e di uomini ricchi e 
anche di nobUi della campagna o delle città 
vinte o alleate; inoltre siccome egli dà a 
Soma un carattere commerciale più grande 
che non il Niebuhr > cosi ammette che molti 
di questi plebei fossero negozianti stranieri, 
arrecatisi appositamente a Roma per la ^ua 
felice posizione a mercatarvi, e colà arricchiti. 
La più grande parte di questi si mettevano, 
secondo il Mommsen, non già sotto il patrocinio 
privato di una schiatta ma sotto quello generale 



CAPO XI 199 

dello stato e quindi del re, il quale dovera na* 
turalmente &Yorirìi per farsene un'arma contro 
i patrizii sempre gelosi del suo potere, come 
ci vengono anche rappresentati dal Vico e dal 
Niebuhr stesso, il qusue attribuisce pur molto 
ai re il primo elevarsi della plebe. Inoltre, 
dice il Mommsen, i ledami dei discendenti dei 
clienti coi loro patroni dovevano sempre più> 
per la natura stessa delle cose, rallentarsi, e 
con quelli formar parte del grosso, che era sotto 
il patrocinio dello stato. In questo modo, tanto 
secondo il Mommsen come secondo il Niebuhr, 
esisteva già ai tempi della costituzione serviana 
una plebe numerosa contenente in sé proletarii, 
ma anche ricchi e facoltosi, quantunque, se- 
condo il Mommsen , pur sempre soggetti a un 
legame più o meno stretto di clientela. — E 
questo un punto importantissimo da notarsi, 
perchè è uno fra i capitali, che distinguono la 
scuola storica tedesca dal Vico, per il quale la 
plebe prima della costituzione serviana era an- 
cora nello stato quasi' servile della più stretta 
chentela, da lui non molto felicemente, quan- 
tunque lo faccia con grande insistenza e taluni 
v'abbiano scòrto una grande verità, paragonata 
<30i feudi del medio evo. 

L'errore quindi del Vico per la scuola tede- 
sca e specialmente per il Mommsen, col quale 
quegli si accorda in tante importantissime idee, 
non sarebbe che di aver trasposto per cosi dire 
i tempi e introdotto nei posteriori ciò che non 

fuò essersi trovato, se non in molto anteriori. Ma 
intuizione del Vico non s'inaridirà per un prin- 
cipio mal posto; egli si terrà ancora colle sue 
geniali vedute accanto alle faticose investiga- 
zioni dei Tedeschi. 

Con questi è il Vico concorde nell'ammet^ 



200 LA STORIA ROMANA 

tere che la costituzione di Servio fu il primo 
principio dell'uguaglianza degli ordini, quantun- 
que VI sia dififerenza nel modo di intendere (]^uelle 
non solo tra i Tedeschi e il Vico, ma fra i Te- 
deschi medesimi. Secondo il Mommsen, contra- 
riamente alle opinioni del Niebuhr, l'indole parti- 
colare della riforma serviana nelle centurie non 
fu civile ma militare, ed afferma che essa non diede 
alla plebe 'tanto dei diritti quanto dei doveri e dei 
pesi. Gli è questa anche fondamentalmente l'o- 
pinione del Vico, dove asserisce, che il Censo 
di Servio non fu Pianta della libertà popolare 
ma sibbene della libertà signorile; e anche per 
lui l'ordinamento centuriale venne fatto per chia- 
mare i plebei, i quali secondo l'idea sua come 
del Moinmsen dapprima non servivano in guerra, 
alla comunanza delle armi e obbligarli al pa- 

f amento del censo; quantunque questo venga 
all'uno e dall'altro con ben diverso senso in- 
teso. Quindi il Vico, come il Mommsen, trova 
che è solo indirettamente e per la natura stessa 
delle cose, che i plebei vennero a poco a poco con- 
queir ordinamento centuriale au acquistar pre- 
ponderanza nello stato. 

Ma nel procedimento della lotta tra l'uno e 
l'altro ceto sorgono tra il Vico e la scuola te- 
desca grandi differenze. Il Niebuhr dapprima 
alquanto coniiisamente^ con maggior chiarezza 
e consapevolezza il Mommsen distinguono es- 
senzialmente due caratteri nella lotta romana 
tra patrizii e plebei sin dal suo comincia- 
mento^ cioè un carattere sociale e nn ca- 
rattere politico. Il Mommsen ne & anzi due 
lotte sostanzialmente distinte, e cui solo 1' ac- 
cidente e gli interessi reciproci facevano unire 
insieme. Il Mommsen non crede col Niebuhr 
6 collo Schwegler^ che durante il tempo dei re 



CAPO XI 20 t 

questi facessero di alcune famiglie plebee come 
un secondo patriziato, e quindi da esse traes- 
sero quei patres minorum gentium, che debbono 
aver portato il numero dei senatori a 300. Egli 
trova invece molto probabile che durante tutto il 
regno il senato rimanesse patrizio e i senatori 
dovessero venir tratti dalle tre tribù originarie 
di Roma, nelle quali durante il tempo dei re 
ammette come possibile un ricevimento di fa- 
miglie plebee (che non avvenne più mai al tempo 
defla repubblica), ma mediante un atto, forse 
dello stesso senato o di tutta la comunità, che 
li uguagliava perfettamente a tutti gli altri pa- 
trizii e li toglieva per sempre ai rapporti ple- 
beiali. 

Ciò malgrado pensa il Mommsen, come gli altri 
storici tedeschi^ che già prima della caduta del 
regno una parte dei plebei si fosse come acqui- 
stata, se^ non di diritto, di fatto, una certa a- 
zione politica che deve essere stata conculcata dal- 
l'ultimo dei re, non meno di quella che godevano 
i Patrizii. Questo deve aver mdotto le due parti 

fià esistenti nel regno ^ dei cittadini patrizii e 
ei plebei ricchi, a unirsi per cacciare i re. — 
Secondo la scuola tedesca, come secondo il Vico, 
il movimento sarebbe dunque stato essenzial- 
mente aristocratico; per il Vico i due consoli 
eletti non sono che due re annuali , il reggi- 
mento rimane del tutto aristocratico come prima, 
ed anzi i patrizii cercano di trarre dalla ri- 
voluzione vantaggio per se soli, accrescendo ancor 
più la loro oppressione sulla plebe, (]^uantunque 
in principio, nnchè dura la paura dei Tarquinii, 
si studiano di tenercela affezionata con alleggerir 
loro i debiti. 

Le differenze, che qui ci sono tra Vico e i 
Tedeschi, nascono dalla diversa idea che essi si 



202 LA STORIA ROMANA 

fanno della plebe sotto gli ultimi re; siccome 
questa era per il Vico tutta povera, non solo 
senza diritti politici, ma neanco con diritti civili, 
cosi egli fa di quel movimento non solo un 
movimento aristocratico ma anche aristocratico- 
patrizio. I plebei di Vico non domandano 
quindi in principio ai patrizii che rimessiojìe dei 
aebiti e miglioramento delle loro condizioni 
agrarie, mentre tra quelli della scuola tedesca 
parte chiede subito i diritti politici e viene a lei 
soddis&tto coir ammettere nel Senato cavalieri 
plebei ^di questi già se ne trovavano nelle cen- 
turie di Servio"); e un'altra parte sola, (quella 
dei proletarii aei non-possidenti incomincia la 
svia lotta contro i patrizii e gli stessi plebei ric- 
chi, che ricchi e possidenti erano in quel tempo 
tutti i patrizii, per migliorare le loro condizioni 
sociali. 

Non ispetta a me il farmi giudice tra oneste 
due diverse vedute del Vico e della scuoia te- 
desca. Amendue spiegano molti fatti, amendue 
ne contraddicono. Malgrado tutta 1* erudizione, 
colla quale la scuola tedesca conforta la , sua 
opinione non si può capire, come tranne quel- 
r entrata dei Plebei coscritti nel Senato subito 
al principio della repubblica, non vi sia stato 

Ser lungo tempo altro fatto politico, che riguar- 
asse le relazioni tra i patrizii e i plebei, e per 
il medesimo tempo non abbiano tra loro lot- 
tato per altro se non per cause sociali o per 
cose che a queste si riferivano. L'attitudine 
di tutta la plebe nei primi tempi della repub- 
blica è quella di un ceto, che cerca solo ai es- 
ser protetto^ di guarentirsi dalle prepotenze del 
Patriziato, di salvarsi dalle strettezze de'suoi bi- 
sogni e de'suoi debiti. Gli stessi Tedeschi ce la 
dipingono in questo modo. Se la lottft per ottenere 



CAPO XI 203 

• 

i diritti politici fosse stata cosi prematura nella 

f)l6be come essi vogliono^ parmi che doveva prima 
a Plebe ricca giungere ad ottenere iì Consolato 
che non la Plebe povera il Tribunato. 

Gli è ben vero, che verso un dato tempo, cioè ben 
cinquant anni dopo la fondazione della repubblica, 
seeondo gli stessi calcoli del Mommsen, si veggono 
già nascere tra l'uno e l'altro ordine delie vere lotte 
politiche^ mentre ancor durano le lotte sociali, 
ed anzi seguono anche dopo il componimento di 
quelle sino alla fine della repubblica. Quest'ultimo 
&tto innegabile della storia romana proverebbe 
già per se stesso come le ipotesi dei Vico siano 
manchevoli. Egli infatti stabilisce che colla legge 
delle XII tavole dapprima , poscia con quella dì 
Canulejo sui matrimonii i plebei ottenessero la 
loro perfetta uguaglianza civile e la soddisfa- 
zione di tutti i loro desiderii> per riguardo alla 
condizione sociale, e che più non sorgesse in- 
torno a questa alcuna lotta, per dar luogo in- 
vece alle lotte politiche. L'errore del Vico con- 
siste sempre in quella sua idea che la plebe 
romana non sia sempre stata altro che una deriva- 
zione della plebe o clientela primitiva, senza am- 
mettere che posteriormente nuovi elementi vi en- 
trassero coiltinuamente dentro a mutarne la na- 
tura o almeno a produrvi una sequela di fenonemi 
storici, che senza di quegli elementi non sono 
spiegabili. Il sussistere e il manifestarsi delle 
lotte s ciali, subito dopo la legge Canuleja, doveva 
rendere avvertito il Vico che già prima di essa 
elementi diversi dovevano comporre la plebe 
romana. 

Ma posto anche contro il Vico^ che prima 
della legge Canuleja vi fosse tra i plebei una 
certa diversità di condizione sociale , non son 
per questo giustificate tutte le congetture che 



S04 LA STORIA ROMANA 

sopra di an tal fatto vi febbrìca la scuola te- 
desca e specialmente il Mommsen. Questa di- 
versità non era forse cosi grande nel primo 
periodo della lotta, che il Mommsen potrebbe 
chiamare sociale, per dar luogo nella plebe a due 
parti così distinte, che Tuna si mostri in molte cose 
contraria all'altra (1); gli è questo un fatto del 
tutto ipotetico ed arbitrario, e neanco il Mom- 
msen, credo, non ne ha portata mai alcuif prova 
convincente. — Ma esso è inoltre molto in- 
verosimile : se, come ammette il Mommsen , 
r aristocrazia plebea (cosi la chiamano i Tede- 
schi) potè ottenere nel 2.*^ periodo della lotta, 
l'uguaglianza politica specialmente per l'aiuto 
della plebe minuta, non si capisce il perchè non 
abbiano almen cercato anche nel i.^ periodo 
di valersi dello stesso mezzo, che per altri fatti 
già si mostra molto potente^ e invece si conten- 
tino di avere nel Senato alcuni di loro, che non 
valgono neanco come veri Senatori, che sono con- 
siderati come aggiunti (conscripti), che non pos- 
sono parlare e votano col recarsi da una parte 
dall'altra della Curia; dal che fìiron detti pe- 
darii. E non si capisce di questo si contentino dopo 
un servizio cosi grande prestato al patriziato 
nella cacciata dei re, la quale viene da tutta la 
"scuola critica tedesca rappresentata come l'ef- 
fetto di una coalizione di quello coU'aristocrazia 
plebea. E si noti ancora, che anche secondo il 
Mommsen è molto incerto il tempo, in cui questa 
stessa poco soddisfacente entrata dei plebei nel 
Senato avvenne, ed è una mera ipotesi il con- 
netterla colla cacciata dei re. E questa condotta 
per verità troppo modesta della loro aristocrazia 
plebea doveva parere tanto più inesplicabile ai 

(1) MommseD, Rom, Gesch. p. 190. 



CAPO xr 20S 

Tedéschi, i quali a diJ^erenza del Vico, danno alla 
plebe sin dalla sua ongine il perfetto godimento 
dei diritti detti strettamente civili, quantunque 
originariamente, secondo il Mommsen, li usino 
come clienti, in grazia 4ella comunicazione o 
mediazione dei patroni. 

Ma un altro fatto molto importante, contro il 
quale urtano le ipotesi della scuola tedesca e 
specialmente del Mommsen, si è quello dei de- 
biti, i quali ci vengono nel 1.** periodo della lotta 
narrati dalla storia come dovuti unicamente sem- 
pi*e da plebei a patrizii. Se v'erano molti plebei 
ricchi non si capisce, perchè non avessero questi 
pure a imprestar danari a quei del loro ceto, 
e non si servissero subito di questo mezzo per 
impadronirsi essi della somma delle cose, o ai- 
mena impedire, che i patrizii, invece di rendersi 
verso di loro più condiscendenti si facessero, 
come narra il Mommsen stesso, sempre più duri 
tanto verso gir uni come gli altri plebei e tali, 
che lo stato di questi sotto i re si trovava essere 
molto migliore, perchè i re avevapo maggior 
interesse a favorir la potenza dei plebei, per 
contrapporla a quella dei patrizii. 

L'ipotesi tedesca o deve dunque essere riget- 
tata, nel modo almeno come essa ci viene pre- 
sentata, o se pur essa è vera vi debbono essere 
altri fatti, che risolvono le difficoltà da essa pro- 
dotti nella storia romana, fatti però che la Critica 
tedesca non ci ha ancor saputo manifestare. 

L'ipotesi del Vico risolve invece tutte queste 
difficoltà; gli è naturale che nel i^ periodo 
della lotta i plebei non aspirassero ai diritti po- 
litici, perchè non avevano ancora i civili, gh è^ 
naturale che nessun plebeo potesse esser cre- 
ditore, perchè le ricchezze eran tutte presso i 
patrizii, naturalissimo invece, che i plebei fbs- 



206 LÀ STORIA ROMANA 

sere sempre indebitati, non già tanto per i danari 
che si facevano imprestare, quanto per il censo, 
che dovevano pagare per la 1* legge agraria di 
Servio al patrìzio, al feudatario. — Ma neanco 
quest'ipotesi può, come ci vien data, del tutto 
accettarsi, e noto solo le difficoltà , che risolve, 
per mostrare come il Vico non Tabbia pensata 
senza ragione e senza motivo, ma per ischiarire 
e risolvere problemi che realmente s incontrano 
nella storia romana (1). Del resto gli è assai diffi- 
cile accordarla tutta con testimonianze positive o 
quasi , che abbiamo , e anzitutto colla costitu- 
zione serviana^ come ci vien presentata quasi 
unanimemente dagU storici, come viene spiegata 
dai Tedeschi, e in parte anche come viene ac- 
cettata dal Vico stesso. — Che il censo di Ser- 
vio tosse il danaro, che ciascun cliente o plebeo 
doveva pagare al suo patrono per le terre, che 
ne aveva, è per sé molto inverosimile, e contrario 
poi del tutto alla tradizione storica ; più difficile 

Soi credo io a provare che i plebei non posse- 
essero terre che precariamente sino alla legge 
delle XII Tavole, e che non le potessero trasmettere 
se non dopo la legge canuleja; dalla quale sola, 
come già vedemmo, il Vico deduce i diritti di suità 
e quello degli auspici nei pleblei,. contrariamente 
alle opinioni della scuola tedesca. È questo un 
punto sul quale ci dobbiamo fermare alquanto. 
Secondo la scuola tedesca la legge canuleja non 
avrebbe infine avuto altro effetto che di dare la 

• 

(1) Del resto che una tale ipotesi non abbia nulla di as- 
surdo né di arbitrario, ma ohe in parte almeno possa anch« 
accordarsi colle recenti indagini dei Tedeschi ne è prova 
questo, che uno di essi, Tlhne, nelle sue Forschungen auf 
dem Gebiete der Rom. Verfaisungsgeschichte pubblicate 
nel 1847, esponeva un' idea dei tutto identica a quella del 
Vico, 



CAPO XI 207 

condizione patriziale a quei figli che nascevano 
dai matrìmonii iatti tra un patrizio e una plebea. 
Ma se cosi stesse la cosa noi non comprendiamo, 
come i plebei avessero tanto desiderio e faces- 
sero tanti sforzi per ottenerla, e che dall'altra 
parte i patrizii si opponessero cosi vivamente. 
La cosa è cosi inverosimile che il iNiebuhr stesso 
è costretto in un luogo di dire , poco secon- 
dando la storia, che i plebei infine non la de- 
sideravano più che tanto. Noi dunq^ue^ senza ap- 
provar del tutto lo fantasie del Vico intorno ai 
matrimonii solenni e i loro effetti, dobbiam tut- 
tavia riconoscere nelle sue idee intorno alla legffe 
canuleja una spiegazione ben più naturale dei 
fatti di quella che nasce dal modo, col quale 
vien dato dalla tradizione e accettato dàlia scuola 
tedesca. Anche aui ripeteremo quanto abbiamo 
detto riguardo alle lotte sociali della plebe; o 
la tradizione è falsata o se è vera c'è qualche 
altro hUo, che a noi sta nascosto, e che la 
spiega. E probabile che la legge Canuleja avesse 
realmente gl'effetti che ci dà la tradizione, ma 
sarebbe anche possibile che questa ce ne avesse 
taciuto qualche altro più importante, cui per le 
mutazioni avvenute nella condizione sociale essa 
più non comprendesse e quindi coprisse col suo 
silenzio. Del resto di questo lascio che giudichino 
altri più specialmente periti di me in queste 
materie. Anche qui io entro in particolarità 
solo per mostrare, come anche dopo gli splen- 
didi lavori della scuola tedesca, le ipotesi dei Vico 
conservano un valore scientifico e servono se non 
altro a indicarci spesse volte i punti più essen- 
ziali, che sono da spiegarsi nella stòria roniana. 
E chi sa come in una scienza il solo stabilire i 
veri problemi da risolvere sia talvolta diflBcilis- 
simo e come da questo dipenda sempre il suo 



208 LA STORIA ROMANA 

vero progresso, non potrà misconoscere i ineriti 
del Vico e non ammirare le vedute geniali, che 
quantunque esposte disordinatamente e neanco 
molto coordinate nella sua mente, per essersi 
egli disperso in troppe cose , mostrano pure 
quanto profondamente egli abbia penetrato nelle 
cose romane. 

Dove però il Vico fu del tutto traviato dal 
suo sistema^ ,gli è intorno al senso' e alla 
natura delle leggi agrarie, oggetto della lotta 
sociale per tutto il tempo della repubblica. Su 
questo punto noi dobbiam render pienamente 
ragione alla scuola tedesca, e non credo, che 
dopo i lavori di questa le teorie del Vico siano 
ancora per qualche parte sostenibili, — Tanto 
il Vico come il Mommsen ammettono, che con- 
dizione primitiva più comune della clientela 
fosse il lavorare le terre dei patroni. Ma in se- 
guito formatasi la grande plebe di Roiha^ quella 
condizione diventa per il Mommsen affatto se- 
condaria, perchè in. essa si trova solo la parte 
meno importante dei plebei; il Vico invece vuol 
con essa spiegare tutto lo svolgimento storico 
della plebe, come già vedemmo. Tutta la Sto- 
ria romana sino alle xii Tav. viene trasformata 
in una storia primitiva, le leggi agrarie Inter- 
pretate secondo il caràttere di questa e idealiz- 
zate, come nel capo vm abbiamo veduto. In questo 
modo il Vico non vide ciò, che la scuola storica 
tedesca scoperse, cioè che le cosi dette leggi 
agrarie non riguardavano già, come vuole il 
Vico y le terre, che i patroni avean dato ai clienti 
a coltivare, ma bensì solamente ì agro pubblico^ 

Juelle terre cioè che si conquistavano combatten- 
al nemico e per diritto di conquista si riteneva- 
no. Gli era uso infatti presso i popoli antichi del 
territorio dei vinti appropriarsi una parte, cui 



CAPO XI 209 

lo stato vendeva o assegnava in proprietà 
o distribuiva come precario fra i suoi cittadini 
Tale uso trovasi specialmente presso i fiomani, 
^secondo, la scuola tedesca» sin dai tempo dei 
re; e l'usanza più comune sotto onesti era, che 
le terre fiorenti si vendevamo a profitto deirerario 
publico, salva al re la sua parte; quelle deva- 
state venivano lasciate in possesso precario ai 
soli patrizii, coli* obligo di pagare un censo an- 
nuale allo stato, il quale aaltra parte ne con- 
servava la sovrana proprietà e poteva privarne i 
possessori a suo piacimento. — Di ùui si vede 
come il Vico nelle leggi agrarie che occupa- 
rono tanto il suo pensiero e sulle quali fab- 
bricò tante belle teorie, intese le cose perfetta- 
mente al rovescio di quello, che erano nel tempo, 
di cui parla. — Or quando i plebei colla costituzione 
serviana cominciarono a servir nellesercito, gli 
era ben naturale e giusto, che anch'essi pretendes- 
sero di avere parte al godimento di queste terre, 
cui pure avevano contribuito a conquistare col loro 
sangue. I patrizii invece vi si opposero sempre 
vivamente. Ciò malgrado pare, che già sin dal 
tempo dei re, questi facessero alla plebe qualche 
distribuzione delle terre conquistate ; questo viene 
dalla tradizione espressamente attribmto a Servio; 
e forse gli è una strana confusione di questo 
&tto colla costituzione di lui, che indusse il Vico 
a attribuirgli quella sua prima legge agraria. 
— Caduto il regno le lotte per l'agro pubblico 
si fecero più vive, che mai, ed è un'ipotesi del 
tutto infondata quella, che fa il Vico, che esse 
siano state risolte colla legge delle\xii tavole e 
eolla legge canuleja, colle quali non mostrano sto- 
ricamente di aver avuto alcun rapporto, mentre 
dimentica di parlare delle licinie che vi si riferi- 
scono sl37ettamente ; e non considera, che contro 

li 



S(Q LA STORIA BOMANA 

alle sue ipotesi sta la legge Petetìa che cade 
nell'anno 438-441, quando cioè i plebei aveano 
già conseguita perfettamente l'uguaglianza pò- 
Ktica, e alla quale dà pur egli giustamente si 
grande importanza, come quella che, secondo il 
suo linguaggio, rilasciò ai plebei la ragion feu*- 
dale d' essere vassalli ligi de* nobili per cagian 
àe' debiti^ ossia> per parlar più semplicemente,, 
liberò quelli dal carcere privato di questi per 
cagion di debiti. 

I patrizii fatti più potenti dopo la cacciata dei re 
non solo non volevano concedere alla plebe una 
parte dell'agro pubblico, ma anche non vollero più 
pagare auel censo, che già pagavano sotto i re. 
— Si ricniesero sempre molti sforzi della plebe 
minuta e degli aiuti posteriori della plebe nobile 
(l'espressione è dei Tedeschi) perchè quella 
ottenesse or un tempo or un altro parziali asse- 
gnazioni e alleviamento alle loro continue stret- 
tezze. 11 nome di quei pochi patrizii, che pur a 
questo fine avevano consacrato la loro opera 
e che la tradizione aveva resi infami , di Spurio 
Cassio, di Manlio e di Melio, viene ugualmente 
tanto dalla scuola storica come dal Vico tornato 
in onore, quantunque la loro opera, come ben 
si può immaginare, viene in diverso modo da 
loro intesa. 

Molto nteglio poi che dal Vico, come gli era 
da aspettarsi, vengono dalla scuola storica de- 
scritte le diverse vicende, le quali condussero 
la plebe all'uguaglianza politica. Essa mostra 
giustamente come, i più grandi sforzi partissero 
da un'alleanza ^a tra i plebei bisognosi e 
quelli, che aspiravano ad acquistare tutti i di-^ 
ritti politici ; il che si scorge dalle leggi licinie 
del d87 di Boma, le quah miravano evidente* 
mente a soddisfare due interessi diversi cioè 



CAPO XI ili 

• 

qaéìh della plebe misera e gli altri dell'ambi- 
ziosa, le Quali due classi in quell' epoca già cer- 
tamente dovevano esistere come distinte. Con 
.queste leggi, da una parte si accomunava il go^ 
dimento delFagro pubblico coi plebei, ponendo 
ad ognuno un limite fisso della quantità occu* 
pabile, dall'altra si stabiliva, che ira i cònsoli 
uno dovesse essere plebeo. Tuttavia a questo non 
si venne senza altri passi già prima £sLtti dalla 
plebe aristocratica, nell'acquisto della questura 
(345) e in quella del tribunato militare assicu- 
ratole nel 354: ma sino alle leggi licinie i pa- 
trizii non avevano mai lasciato di contrastare 
palmo a palmo quanto concedevano e spesso 
cercavano di ritogliere ciò che avevan dato. Ma 
dopo quelle la plebe corre a rapidi passi alla 

Eerfetta uguaglianza: ottiene successivamente 
t dittatura e la censura, nel 411 può già 
avere ambi i consoli plebei^ più tardi giun- 
gono alla pretura e nnalmente nel 453 alla 
dignità sacerdotale. 

Contemporaneamente airottenimento degli uf- 
ficii avevano i plebei procacciato sempre maggior 
valore ai loro plebisciti. La storia di questi e delle 
adunanze politiche romane in generale è ben 
lungi dall'essere dalla scuola tedesca ancor bene 
schiarita; essa e discorde seco stessa in molti 
punti importanti; e quantunque il Mommsen 
v'abbia recentemente portato, specialmente nelle 
sue Romische Forschungen delle importanti in- 
novazioni fatte con chiarezza e grande acutezza, 
tuttavia le cose ch'egli dice son ben lungi dal- 
l'essere sempre cosi sicure come egli le dà, né 
sono per altra parte sempre tra loro conse- 
guenti. — Non mi par vero anzitutto il con- 
cetto, ch'egli si fa delle radunanze plebee nei 
primi tempi della repubblica ; ^ secondo lui già 



313 LÀ STORIA ROMANA 

I 

sin da questi tempi, e in generale da tutti i 
tempi storici i pleoei si trovano insieme ai pa- 
trizii tanto nelle curie quanto nelle centurie e 
nelle tribù, e nello stesso tempo hanno anche 
riunioni proprie particolari (esclusi ì patrizii) 
corrispondenti a quelle generali. In questo 
modo egli combatte l'idea che il Niebuhr ha 
comune col Vico, che cioè le curie fossero sempre 
state esclusivamente composte di patrizii, per il 
che ad esse sole venissero date a trattare le cose 
gentilizie e le religiose; quantunque amen due 
ammettano che più tardi esse perdettero quasi 
tutto il loro valore. — Conformemente e questo il 
Mommsen combatte pure l'idea del Vico e del 
Niebuhr che la parola populm significasse solo, 
dopo la costituzione dello stato romano in pa* 
trizii e plebei, i patrizii; egli sostiene invece che 
populus significò sempre gli uni e gli altri riu- 
niti. Cosi secondo Mommsen vi sarebbero stati 
sin dai primi tempi della repubblica delle riu* 
nioni esclusivamente plebee e nessuna riunione 
esclusivamente patrizia. La cosa é inverosimile 
e le prove che ne arreca sono anche molto 
deboli. Egli concepisce la plebe come riunentesi 
liberamente in forza del principio della legisla- 
zione romana di lasciar Ubere tutte le associazioni 
dwm ne quid ex lege publica corrumpant (1). 
Ma che la plebe si dovesse considerare come 
una semplice associazione , ci pare ipotesi al- 
quanto strana, cui il Mommsen non può soste- 
nere; sicché egli stesso parla di plebisciti, i quali 
prima della legge ortensia e dopo le rogazioni 
publilie del 383 potevano, previa una dehbe- 
razione del senato patrizio-pleDéo ( Vorbeschlms) 
o come anche la chiama una concessione (EinwiU 

(1) Gtjo lib. fV ad l«g. XU tab. 



CAPO XI 913 

ligung) diventar leggi per tutta la Comunità. 
La plebe doveva dunque venir considerata già 
nello stato come un vero corpo politico, e non 
una semplice associazione. 

Dove il Mommsen è più chiaro certamente^ e 
eredo anche più vero, gli è nel determinare le 
relazioni del senato colle deliberazioni delle di- 
verse adunanze. — Io credo che abbia ragione 
il Mommsen nel combattere Tidea del Niebuhr 
che i plebisciti e le leggi centuriate abbisognasi 
sere mai dell autorizzazione di una supposta riu- 
nione di tutti i patrizii nelle curie, li Mommsen 
distingue nei tempi della repubblica un senato 

Ì)atrizio e uno patrizio-plebeo, quello concedente 
'autorità, questo un corpo, di diritto, meramente 
consulente. L'autorizzazione del senato patrizio 
era necessaria perchè una deliberazione qua- 
lunque della comunità avesse valor giuridico; 
prima delle leggi publilie del 415 tale autoriz- 
zazione veniva data dopo la deliberazione, quelle 
leggi invece stabilirono che fosse data prima. 
Quando poi colla legge ortensia del 468 i ple- 
bisciti vennero uguagliati alle leggi del popolo 
intiero, allora quelli non ebbero più bisogno 
della previa autorizzazione del senato patrìzio- 

f)lebeo, ma seguirono le stesse sorti delle altre 

Gli è dunque da questa legge ortensia, che 
il Vico doveva datare la trasformazione da lui 
descritta dello stato aristocratico in popolare. 
Ma egli non capi la legge ortensia e dimenticò 
tutte l'altre per attenersi unicamente alla pub- 
J)lilia del 418, cui riconduce tutte laltre, che 
vennero fatte per istabilire la libertà popolare- 
Egli seppe però malgrado l'imperfezione della 
sua erudizione vedere chiaramente la distinzione 
di legge e plebiscito, notare, come il Mommsen, 



2i4 LA STORIA ROMANA 

riòtima natura del Senato posteriore/ consìde* 
randolo anch'egli come un corpo essenzialmente 
consulente, quantunque tale natura cominci nel 
Senato molto prima per il Mommsen che per 
il Vico. Secondo questo il Senato antico aveva 
veramente la somma potestà, il dominmm juriSf 
poscia ebbe Yauctaritas juris^ infine tauctoritas 
cansilii: il torto del Vico è di mettere queste 
qualità cosi assolutamente successive, mentre 
per un certo tempo dovettero coesistere. Co- 
minciata la repubblica a divenir popolare^ rim- 
perium passa al popolo, e quindi ai consoli 
suoi rappresentanti ; di qui il senso diverso, che 
egli acutamente attribuisce insieme colla scuola 
tedesca all' auctorùas (patrvmj, alla potestas 
(IribunorumJ e oSHimperium (consulutn) e To- 
pinione che egli quindi ha comune con questa, 
che i tribuni militari non importassero rispetto 
ai consoli una mera distinzione di forma. L' im- 
perio, secondo il Vico, riguardava specialmente 
il potere giudiziario ed appartenne quindi ai 
pretori, quando a questi furono attribuiti quegli 
ufficii dei consoli. — Qualunque sia il valore 
di queste congetture del Vico nella scienza o* 
diema, pur non si può negare che anche In lui 
come nei Tedeschi si ravvisa quella tendenza 
di penetrare nell' intima costituzione del popolo 
romano per riprodurla nel suo vero e reale signi- 
ficato, cercando di interpretare criticamente le 
antiche testimonianze e non contentandosi di 
accettarle ciecamente. 

Ma non dobbiamo tacere i gravi errori e le 
confiisioni in cui cadde. — I comizi! centuriati 
talora non li fa sorgere che al tempo di Fabio 
Massimo , talora pure attribuendoli a Servio 
Tullio li fa distruggere da Bruto. — Queste non 
sono che' ipotesi arbitrarie. Cosi ritarda d'assai 



CAPO XI SI 5 

il sorgere delle adunanze plebee, dicendo che 
i plebei prima non si riunivano che per rice- 
vere gli ordini dei Patrizii, e che tali ordini 
sono i primi plebisciti, da plebi scita, mentre 
poi tal nome si trasportò a significare plebis 
^ita, che senza quella ragione storica sarebbe 
filologicamente inesplicabile. — Riguardo al Se- 
nato abbiam già toccato un punto manchevole ; 
ma v'ha ancora una lacuna grandissima : Egli non 
ci insegna per nulla, come invece assai bene la 
Scuola tedesca, le diverse vie per le quali i ple- 
bei giunsero in Senato e formarono anzi se- 
<H>ndo il Mommsen (se vero o no lascio in di- 
sparte) un Senato patrizio-plebeo, un Senato 
doppio. Molto difettosa è pure nel Vico la Storia 
<lei diversi gradì per i quali la Plebe giunse agli 
ufBcii, e delle diverse leggi, che vi si riferiscono. 
Cosi se gli è vero che il Vico ebbe intorno 
alla lotta dei patrizii coi plebei in Roma delle 
' geniali vedute, e ne giudicò giustamente alcune 
sue parti principali, non può però negarsi^ che 
la sua storia è ancor, molto imperfetta ed è in- 
feriore al presente di quella dataci dai Tedeschi, 
se non per originalità e larghezza di concetti^ 
per la maggior precisione e fedeltà. 

Idee ancor più vere e più profonde svolge il Vico 
nella storia del diritto romano. — Anch*egli è 
d'accordo colla scuola tedesca nello stabilire la 
stretta relazione che v'era in quei tempi antichi 
fra il diritto, la politica e la religione; anche 

{»er lui come per il Mommsen e altri Tedeschi 
'antico diritto è tutto simbolico e simbolico di 
una violenza primitiva (1), anch'egli scorge quel 

(l)/>er Process nach àllerer Au/fassung durchaus Krieg 
i9t. — Moiniastn Ròmiache Forschungen — Die CiienieL 
V. pure la Rondsche Geschichte p. 159, dove mostrò 



2{$ LÀ STORIA ROMÀNA 

carattere segreto e sacro^ che avevano le formoli 
romane, e il diritto pubblico, gelosamente custo- 
diti come loro patrimonio esclusivo, dai patrizii; 
anch'egli riconosce tutta Timportanza degli au- 
spicii e come essi originariamente appartenes- 
sero solo ai patrizii, e quindi fossero in loro 
mano mezzo di grande potenza, perchè con essi 
si dava l'imperio ai consoli e da essi si rende- 
vano valide le deliberazioni popolari e. con essi 
soli si facevano solenni i matrimonii, — Quindi 
ne inferisce il Vico che i Patrizii fossero per 
tutto il tempo eroico (cioè sino alle xii tavole) 
i soli Mariti, i soli Padri, cioè i soli che potes- 
sero avere potestà paterna, suità e quindi 
diritto di ereditare, i soli Sacerdoti, i soli Guer- 
rieri, i soli Possessori, i soli Giudici, i soli Le- 
gislatori, i soli che potessero aver comando, i soli 
che potessero far uso del jus nexi , che potes- 
sero aver clienti, ecc. — Tutto questo è vero 
aimen molto verosimile, ma in grande parte 
solo per un tempo molto più antico di quel 
che noi faccia il Vico; e per questa parte con- 
vien render ragione alla scuola tedesca, quan- 
tunque parmi il Niebuhr cada poi nel!' eccesso- 
opposto; più temperato, e più vero parmi il 
Mommsen che, come abbiam già detto, concede 
in principio i diritti strettamente civili ai plebei,, 
allora in condizione di clienti, ma solo per mezzo 
del loro patrono. 

Di grande importanza sono come già dicemmo' 
pe il Vico, le leggi delle xu tavole, le. quali 
contengono anche per lui il Diritto non solo 
privato ma anche pubblico, quantunque il Nie- 
buhr pretenda di essere stalo egli il primo a hv 

però che il simbolismo scomparve molto prestamente dal di^ 
ritto romano o almen vi rimase senza valore giuridico. 



CAPO XI 217 

notare una tal cosa: anche per il Vico come 

{>er lai le xii tavole doveano aver per mira 
'uguaglianza del diritto civile in Roma. Per il Vico 
esse sono la prima manifestazione regolare del 
Diritto fatto aai patrizii ai loro clienti o plebei 
e il primo accomunamento doloro diritti privati, 
rimanendo {)erò sempre assicurata la potestà pub- 
blica ai patrizii, col tenersi incomunicati ai plebei 
gli auspici e i connubii (nel senso vichiano)* 

Le xn tavole sono per il Vico la più viva 
testimonianza dei costumi, delle idée giuridiche, 
e delle condizioni sociali dell'antico Lazio; si 
può quindi immaginare con quanta forza egli 
rigetti r opinione fino a lui prevalente, che 
esse fossero state portate da Atene o da Sparta. 
I Tedeschi quantunque nel punto principale siano 
col Vico concordi, cioè che i Romani non ab- 
biano mai avuto l'intendimento di trarre le 
cose loro più importanti del diritto e special- 
mente quelle riguardanti il diritto privato dalla 
Grecia, ma che invece scrissero sulle dette ta- 
vole le loro consuetudini, le loro leggi stesse 
giudiziarie, tuttavia credono all'invio degli am* 
basciatori in Grecia e si lambiccano il cervello 
per trovare in quelle tavole qualche cosa di 
greco ; e questo tà specialmente il Mommsen, 
spinto da quella tendenza che già abbiamo 
notata. 

Ma Qui il Vico non si contenta solo di de- 
durre la sua opinione da' suoi principii di filo- 
sofia storica solo dal carattere delie xn tavole; 
egli entra in una critica sagace ed accortissima, 
del tutto informata ai principii e al metodo 
moderno, perchè cerca di farti una storia del- 
l' opinione stessa, come e dove sia sorta per 
la prima volta, qual fede meritino le sue testi- 
monianze e quale invece le contrarie; come 



218 LA STORIA ROMANA 

essendo .fiUsa (j^uell' opinione» se ne possa spie* 
g9J*e pur tuttavia Torigino ; per qua! carattere 
quindi si potè credere che le xn tavole venis- 
sero da Atene, e per qual altro invece fìi detto, 
che venissero da Sparta ecc. (i). 

Le leggi delle xii tavole sono ancora indizio 
d'un età dura e fiera, dove le pene sono ancor 
crudeli, i concetti del diritto legati alla lettera 
materiale, ai simboli e alle favole giuridiche, 
esse sono per il Vico come il punto intermedio 
tra reta eroica e l'umana, sicché dopo quelle 
questa comincia a sorgere: all'osservanza ddl 
certo, dello stabilito va a poco a poco sostituen- 
dosi la ricerca del vero, all'osservanza delle 
finzioni giuridiche e delle solennità formalistiche 
la ricerca del giusto e delPequità naturale* Ha 
i Bomani ebbero sempre la grande saggezza di 
tenere le xii tavole immutabili nella loro let- 
tera ; con questo sistema il perfezionamento del 
loro diritto si faceva naturalmente in modo più 
misurato, costante e sicuro : lo spirito di quelle 
leggi si veniva a poco a poco modificando se- 
condo le nuove idee, e qmndi sempre più ac- 
costandosi al Giusto eterno. Una tal opera si 
compieva, secondo il Vico, specialmente sotto Kn- 
fluenza della plebe, la quale generalmente pro- 
pende appunto per il giusto naturale e non per 
lo scritto, e col mezzo o dei pretori colle loro 
benigne interpretazioni o coi plebisciti. Quindi 
il Vico osserva che ddpo le leggi delle xii ta- 
vole, quelle riguardanti il diritto privato sono 
tutte, durante la repubblica, plebisciti, nes- 
suna senato- consulto; mentre di questi molti 

(1) V. specialmente per questo Gli scritti inediti del 
Vico pubblicati dal signor Drìl-Giudice a Napoli nel 186^ 
dove la questione delle xu tavole vien trattata più larga- 
mente e compiutamente che non nel Diritto Univers. \\l, 481. 



CAPO XI 2t9 

ne occorrono al tempo degli imperatori, per- 
chè secondo quello che già si è detto nel 
capo vm, questi dovevano naturalmente &vorire 
lo svolgimento dell'equità naturale e per questo 
servirsi del senato, che era diventato allora 
uno strumento e un organo del loro governo. 
Non si può negare che in queste idee vi sian 
molte cose giuste e profonde: lo Schwegler 
stesso in parte le accettò e ne fece uso nella ' 
sua Storia romàna. Per verità è questi anche 
runico che citi qualche rara volta il Vico e né 
parli con qualche onore, quantunque con una 
certa superficialità e quasi con isvogliatezza (1). 
— Per gli altri due gli è come il Vico non fosse 
esistito. Quanto al Mommsen ho ragioni per poter 
affermare, ch'egli non lo curò mai; e qui non 
dico di più. Quanto al Niebuhr parrebbe avesse 
fatto altrettanto, se dobbiamo giudicare dell'asso- 
luto silenzio, che serba su di esso nella sua Sto- 
ria, mentre parla del Sigonio, del Beaufort e di 
altri ben inferiori del Vico, — Si dice, ch'egli 
realmente noi conoscesse, quando diede la pri- 
ma volta alla stampa il suo lavoro. Egli stesso 
confessa in una Prefazione posteriore di non 
aver allora conosciuto ne il Poully né il Beau- 
fort (2), né alcun altro critico di storia romana; 

' (1) Egli Io mette, insieme al Perizonio, al Poully e al Beau- 
fort, come un precursore del Niebuhr, e dice che si accorda 
con auesto in due punti principali l"nel considerare come mi- 
tica la storia primitiva di Roma ; 2° nello studio di dare una 
nuova storia della costituzione romana, la quale é tutta fal- 
sata. Lo Scbv^egler non si è dato la briga di andar più in là. 
(2) Il Poully lesse la sua dissertazione suW incertezza 
della Storia dei primi quattro secoli di Roma nell'Ac- 
oademia delle Iscrizioni di Parigi nel 1729: il Beaufort stampò 
il suo libro sull'istesso argomento (facendo però cinque i 
secoli incerti) nel 1738. — Lo Schwegler ne' suoi articoli 
rimproverò al Niebuhr di non aver preso conoscenza, prima 
-di stampare la sua opera, dei lavori critici a lui anteriori, 
e li enumera. Ma anch' egli tace del Vico. 



S20 LÀ STORIA BOMANA 

ma quando scrìveva le ultimi edizioni doveva 
certamente conoscere il Vico, perchè il Savigny 
dice che gliene venne subito dopo da altri par- 
lato, e- d'altra parte non poteva essergli na- 
scosto, come rOrelli avesse nel 1816, cioè quat- 
tro anni dopo la prima edizione della sua Storia, 
stampato nello Schweizerischer Museum un arti- 
colo intitolato Vico und Niebuhr, dove brevemente 
toccava alcuni punti di concordanza tra Tuno 
e Taltro, e come nel 1822 il Weber stampasse 
del Vico a Lipsia una traduzione tedesca. 

Il silenzio del Niebuhr nelle ultime edizioni 
delle diverse parti della sua opera, le quali tutte 
son posteriori a quelle date, è dunque del tutto 
inescusabile. Io non ne voglio trarre conseguenze 
peggiori di quel che il &tto stesso lo richieda; 
io non dirò con qualche nostro Italiano che 
il Niebuhr copiasse da lui : laver egli dichiarato 
che. avanti la prima edizione della sua opera 
non conoscesse alcun lavoro critico sulla storia 
romana ci è pegno abbastanza sicuro per cre- 
derlo. Non è lecito ad una nazione il fare sup- 
posizioni ingiuriose contro un uomo grande 
straniero, che nella sua patria sia, come il Nie- 
buhr lo è, universalmente tenuto per uomo> 
non solo di altissimo ingegno, ma di carattere 
nobile ed onesto. Le ragioni, che talora si por- 
tano fra noi per provare, che il Niebuhr pi- 
gliasse le sue idee dal Vico, son del tutto m- 
sussistenti. Si rimane meravigliati e si trova al- 
trimenti inesplicabile la singolare coincidenza di 
molte vedute e il concetto generale dei due lavori; 
ma se, come si deve supporre per onore stesso 
del Vico e come è di fatto, quelle idee sono 
vere o dovevano almeno per un ingegno acuto 
e profondo aver molta apparenza di verità, 
ninna meraviglia, che due grandi menti come 



CAPO XI 221 

fu certamente anche quella del Niebuhr^ vi si 
siano naturalmente incontrati. È del tutto sba* 
gliato il concetto che di questo grande storico 
si fa il Tommaseo, il quale pare credere, che 
il Niebuhr altro non facesse, cne esagerare nella 
critica e nella distruzione dei &tti tradizionali 
le idee del Vico, e lo chiama per questo un in- 
gegno mediocre (4); e ciò osserva egli special- 
mente riguardo alla trasformazione che fa il 
Niebuhr in miti o in epoche dei re di Roma. 
Ma tanto riguardo a questo come ad altri punti 
la cosa è del tutto opposta da quel che si im- 
magina il Tommaseo ; perchè il Vico distrugge 
solitamente molto più del Niebuhr. Questi in- 
ietti distingue diverse gradazioni di verità sto- 
rica nella storia antichissima dei re, mentre il 
Vico la trasforma tutta, come il Mommsen^ in 
una mitologia eroica (2). 

Ma tutto questo, lo ripeto, non iscusa il Nie- 
buhr del suo silenzio; un tal procedere verso 
una mente si elevata, verso un ingegno si 
grande come quello del Vico, non si può da 
altro spiegare se non da un certo dispetto, meno 
che dagli altri vincibile da un dotto tedesco, 
che altri prima di lui e molto prima di lui con 
aiuti ben minori e quindi con maggior ingegno > 
con maggiore originalità, avesse scoperte molte 
idee vere e giuste, di cui egli si credeva asso- 
lutamente primo banditore all'umanità meravi- 
gliata. Non farei anche quest' ipotesi se certe 
espressioni non me la rendessero in certo modo 
probabile, se egli stesso non mostrasse qua e 

(1) Tommaseo, Studi critici sul Vico, Venezia 1843. 

(2) Cosi questi nelle sue Forschungen afiferma, espri- 
mendo perfettamente anche Tidea del Vico, che la storia 
dei re non è che una staatrechtliche Darlegung der 
politischen Institutionen Roms in chronologischer Folge 
und historischem Gewande. 



,323 LA STOBIÀ ROMÀNA 

là il debole di avere molto a cuore, che altri lo 
tenesse come originalissimo e assolutamente 
primo nelle su^ idee. 

Del resto una simile trascuranza per il Vico 
è comune a quasi tutti i Tedeschi; esso non 
viene menzionato che rarissimamente dai tìlo- 
sofi, e Aon mai dai filologi nelle storie che ianno 
delle loro scienze. NeQa filologia il Tedesco è 
generalmente cosi orgoglioso, che nonché uguaU, 
gli par troppo supporre che altri prima di lui 
abbia benché imperfettamente veduta alcuna delle 
sue nuove idee. Come la critica intorno alla 
storia romana non comincia che col Niebuhr» 
cosi la critica mitologica non comincia che col- 
THeyne, la omerica non comincia che col Wolf, ecc. 
Un tal procedere é sommamente ingiusto e tanto 
più ingiusto nei Tedeschi, che pretendono di es- 
sere il vero popolo umanistico , universale, 
di riflettere imparzialmente nel loro spirito e 
riconoscere nei loro singoli meriti tutti gli altri 
popoli. Mi propongo di parlare altrove dei pochi 
Tedeschi che hanno al Vico reso ragione; or non 
accenno che ai torti che gli &nno e che sono 
generaU. Dì questi non sono scevri neppure i 
più dotti, anzi questi meno degli altri, perchè 
maggiormente sentono Torgoglio scientifico smi* 
surato di quella nazione, io stesso udiva dal 
Bòck, il Nestore dei filologi tedeschi, a Berlino 
alcune lezioni suU* Enciclopedia della filologia , 
dove esponeva alcune idee intomo a questa e 
alle sue relazioni colla filosofia, di gran- 
dissima somiglianza con quelle che noi abbiamo 
vedute nel Vico , e quantunque facesse una 
storia é un'esposizione lunghissima dei diversi 
concetti che si avevano prima di lui avuti in- 
torno alla filologia, il Vico non vi venne mai 
nominato , e il BQck dava le sue idee come 



CAPO XI 



32S 



nuovissime e non mai udite prima di lui, e da 
altri ohe dai Tedeschi neanco si^orte in .bar- 
lume (1). 

Un pretesto solo potrebbero cogliere i Tede- 
schi per iscusare un tal ingiustissimo dispregio; 
e si e di dire , come si fa solitamente , che il 
Vico non trasse i suoi giudizii storici che da 
idee preconcepite, che gh è un mero caso che 
quelli si trovino d' accordo colle grandi loro 
scoperte. — Gli è questo quanto ripetono anche 
alcuni fra noi, ai quali piace dall'estero trarre 
il disprezzo delle cose nostrane. — Ma io ho voluto 
entrare appositamente in questo capitolo in al- 
cune particolarità della storia romana per mo- 
strar la falsità di questo detto. Io credo di aver 
provato sufficientemente, almen per quanto le mie 
ibrze e i miei studi! in questo genere di coselmel 
permettevano, che le idfee del Vico intorno alla 
storia romana non sono meri sogni o vane de- 
duzioni speculative , ma che esse gli vennero 
suggerite dal bisogno di risolvere questioni e 
problemi profondissimi , eh* egli primo col suo 
grande ingegno e colla sua straordinaria intui- 
zione storica seppe scorj^ervi; noi lo abbiamo 
veduto in alcune parti essenzialissime concor* 
dare con la scienza tedesca e talora cogli stessi 
risultati ultimi di questa. Tutto questo non può 
essere un mero caso^ questo non può essere che 

(1) Le idee del Vico sono anzi più chiare ancora su 
questo argomento di quelle del Bòck; questi fa della filo- 
sofia la scienza delle idee, delle cognizioni in sé, mentre li 
filologia è secondo lui la rieognizione del già conosciuto^ 
die Wiedererkenntiss des Erkannten, e sotto questo nome 
intende naturalmente le istituzioni come le idee. Il concetto 
in fondo è identico colla teoria del Vico sul Vero e sul Certo 
e sulle due diverse scienze che vi corrispondono, Filosofia e 
Filologia; ma Tespressione del Vico è molto più felice. Pure 
i filologi italiani che adorano il Bdck avranno ancor Tanirno 
di sprezzar il Vico! 



2S4 LA STORIA ROMANA 

un effetto di tutte quelle doti, che noi nei pas* 
sati capitoli ci siamo studiati di mettere in luce, 
doti, delle quali alcune si lasciano per verità 
ancor desiderare ndUa scuola critica tedesca. 
Nessuno negherà al Niebuhr e al Mommsen un 
grandissimo ingegno e un vivismmo senso sto- 
rico, ma non trovo in essi la medesima potenza 
di osservazione psicologica^ che ò nel Vico, quella 
potenza, la quale ti dipinge talora con maggiore 
energia in una frase quei tempi antichissimi e te li 
& rivivere dinanzi agli occhi più fortemente^ che 
noii tutte le molte congetture e la grave erudi- 
zione dei critici storici tedeschi, ai quali manca ta- 
lora nel pensiero una Sintesi larga e profonda; 
forse non tanto per difetto del loro ingegno, 
quanto per il fermo proposito di attenersi stretta- 
mente ai fatti e per la tendenza di sparpagliare in 
molte minuzie la loro mente. Questo dicono essi 
esser necessario di fare prima di giungere alla 
Sintesi; ma il male si è che questa poi si forma 
inawertentamente loro malgrado nella mente, e 
come tale riesce loro non di rado erronea. 
Gli è certo che specialmente il Mommsen pos- 
siede acutezza grandissima in molte questioni 
particolari ; ma se il colorito generale della 
sua storia romana sia vero e storico ne du- 
bito : non pretendo aver voce per giudicare delle 
sue induzioni circa la parte oscura della Storia ro- 
mana, e specialmente di quelle intorno alla civiltà 
degh antichi popoli italiani; ma quando ci viene 
a dire recisamente che Cicerone non è che un 
retore, che Koma non ebbe di vera poesia altro 
che la satira e la commedia, che tutta l'Italia stessa 
moderna in questo le somiglia, che la nostra mu- 
sica non è che Fertigkeit e Virtuositàt (abilità e 
mestiere), che i lavori del Macchiavelli e del Guic- 
ciardini, i poemi di Dante^ dell' Ariosto, son 
frutto più della rettorica che di un* idea forte- 



CAPO XI 225 

mente intesa o di una passione sentita, noi ab- 
biamo diritto di andar molto guardin^rhi nell'ac- 
<^ettare anche altri giudizi i di lui, dove meno 
-ce ne intendiamo. 

E questo scrivo quantunque ora in Italia molti 
si mostrino grandi entusiasti del Mommsen e 
ne vorrebbero senz' altro accogliere tutte le 
idee nella Storia romana. Pur troppo nelle 
scienze filologiche e storiche noi abbiamo, tranne 
poche individualità, molto meno progredito dei 
Tedeschi, e da questi abbiam a imparare assai 
più di quello^ che altri si crede; ma noi dob- 
biamo far questo col proposito ben fermo di 
formarci una scienza propria, come nelle mede- 
sime cose sanno in parte fare gli Inglesi e i 
Francesi. Se noi aspetteremo la scienza sempre 
dagli stranieri ; se noi non ci studieremo coi loro 
metodi stessi, ise buoni, di andar più avanti di 
loro ; se non daremo anche ai concetti mede- 
simi quel carattere di nazionalità , che si deve 
ritrovare nelle scienze morali di un popolo, e 
che non contraddice per nulla alla loro uni- 
versalità, ma le rende in (juello più facilmente 
intese e per cosi dire accasate, noi non riesciremo 
mai a fare in esse alcun progresso né a produrre 
nel nostro paese un vero svolgimento scientifico. 



Capo \Mi, 



I Coìrsi e HieowHi delle nazioni 
e il sistema storico generale del Vico. 

1 principii sistematici del Vico che noi dobbiamo 
«sporre in questo capo , vennero già da noi in 
parte accennati nei precedenti; ma in que- 
sti trattammo piuttosto dei principij originari! 



2^6 IL SISTEMATISMO STORICO DEL VICO 

della Filosofìa storica del Vico, e della sua parte 
positiva, e non abbiamo toccati di quelli se non in- 
quanto gli era necessario per meglio far capir que- 
sta stessa. — Or dobbiamo invece trattarne di pro- 
posito, coordinandoli tra di loro , perchè si abbia 
un concetto compiuto di tutti i periodi della spe- 
culazione vichiana, essendo appunto Y ultimo del 
quale noi dobbiam tenere parola, come si mostra 
specialmente nella seconda Scienza Nuova, se^ 
condo quel che già abbiamo detto nel capo vi. 

11 Vico non riesci mai a farsi una definizione 
precisa e chiara della sua scienza, delle definizioni 
di essa incontrandosene ad ogni passo ma sempre 
mutate e diverse. Per questo egli la chiamò va- 
gamente una Scienza Nuova, della quale secondo 
quello ch'egli stesso ci dichiara, gu aspetti sono 
molteplici. Egli ce li va esponendo qua e là; 
ma si trovano in parte enumerati in un luogo 
della seconda Scienza Nuova (1). Cosi la sua 
scienza è per il Vico una Teologia civile ra- 
gionata della Provvidenza; è una Filosofia del- 
^autorità; una Storia e una Filosofia ad un tempo 
degli umani costumi, delle umane idee, di tutte 
le scienze e discipline; nns^ Critica filo$ofica che 
si rivolge a studiare gli autori delle nazioni, 
quando non erano ancor sorti gli scrittori; è un 
Sistema del Diritto naturale delle genti; una 
Storia universale delle nazioni; e finalmente 
anche una Storia ideale etema, sopra la quale 
corrono in tempo tutte le nazioni, — Fuori di 
quest ultimo tutti gli altri aspetti , esplicitamente 
no, sono più meno comuni a tutte le opere 
antecedenti la seconda Scienza Nuova, di cui 
quello è invece il principale. 

Il concetto della Storia ideale eterna si mostra 
già però nella prima Scienza Nuova, special- 

(I) V, 170. 



CAPO xn 227 

mente al capitolo vii del ¥ libro e al ii del 5.** 
— Ma per verità, oltre che essi sono tratti iso- 
lati, e che le cose colà dette non hanno seguito nel 
resto deiropera, esse vi sono espresse con poca 
consapevolezza e alquanto debolmente^ ed in- 
fine non vi si dice più di quello stesso, che 
già ci esprime il titolo dell'opera, cioè che le 
nazioni hanno una natura comune e che quindi 
la loro storia deve avere un corso uniforme, 
e si possa stabilire una storia ideale eterna, la 
quale corra in tempo la storia di tutte le na- 
zioni. Ma parlando altrove (1) del Diritto na- 
turai delle genti con costante uniformità sempre 
andante fra le nazioni, afferma che esso vien 
dettato agli uomini in tempi diversi Ora questa 
semplice affermazione è del tutto contraria a 
quei principii della seconda Scienza Nuova, che 
riguardano il corso delle nazioni. 

Solamente in quest'opera l'aspetto che noi ab- 
biamo enunciato piglia vera coscienza di sé e si 
ordina sistematicamente. Non sono più gli studi 
dei fatti umani che debbono insegnargli i costumi 
dei popoli^ e questi condurlo alle loro radici e alle 
loro cause, col fargli conoscere le leggi e le ten- 
denze essenziali dello spirito umano. 11 Vico s'è 
inorgoglito delle sue scoperte, egli crede di po- 
terle dar tutte non più come il frutto di acute o 
laboriose induzioni, le quali per loro natura 
portano sempre con sé una certa dubbiosità ; 
egli vuol avere la certezza assoluta della de- 
duzione a priori; egli si dimentica di aver con- 
tro al Cartesio difeso tanto fortemente i diritti 
del verosimile, si dimentica di aver scritto nel 
libro metafisico, che le conoscenze morali sono 
le più incerte, perchè riguardano i fatti più na- 

(1) IV, 117. 



228 



IL SISTEMATISMO STORICO DEL VICO 



scosti e profondi, e qui afferma che la sua 
scienza non ò meno certa della Geometria e 
procede come questa : « Anzi » «crìve egli « ci 
avanziamo ad affermare, che intanto chi me* 
dita questa scienza egli narrò a sé stesso 
questa storia ideale eterna, in quanto essendo 
questo mondo di nazioni stato certainente fatto 
dagli uomini, ch'è il primo Principio indubitato, 
che se n' è posto qui sopra ; e perciò dovendo- 
sene ritrovare la guisa dentro le modificazioni 
della nostra medesima mente umana, egli in 
quella prova — Dovette , Deve ^ Dovrìl' — 
esso stesso se *1 faccia; perchè ove avvenga 
che chi fa le cose esso stesso le narri , ivi 
non può essere più certa l'istoria. Cosi questa 
scienza procede appunto come la Geometria, 
che mentre sopra i suoi elementi il costruisce 
e il contempla essa stessa si faccia il mondo 
delle Grandezze ; ma con tanto più di realtà, 
quanto più ne hanno gli ordini d'intorno alle 
raccende degli uomini, che non ne hanno punti, 
linee, superficie e figure (1). » Non convien che 
altri qui si lasci confondere dal metodo geome- 
trico, che il Vico dice di voler seguire ; mentre 
ciò che più importa a notarvi non è questo. — Dob- 
biamo qui ricordare quanto s'è detto nel capo n 
sui due metodi geometrici ; il Vico non intende 
mai attenersi al metodo analitico di Cartasio, 
ma al sintetico; e anche riguardo a questo egli 
accenna più, quando ne parla, a una disposi- 
zione estrinseca, che gli fosse somigliante, an- 
ziché a una conformazione secondo la sua intima 
natura, che il Vico non conobbe. Egli stesso 
neW! Autobiografia ci spiega chiaramente le sue 
idee su questo punto ; « Scoverto, che egli ebbe » 



(t) V, U7. 



CAPO XII 229 

scrive egli di sé stesso , « tutto Y arcano del 
metodo geometrico contenersi in ciò : di prima 
definire le voci, colle quali s' abbia a ragio- 
nare, di poi stabilire alcune massime comuni, 
nelle quali colui, con chi si ragiona vi con- 
venga; finalmente se bisogna dimandare di- 
scretamente cosa , che per natura si possa 
concedere affin di poter dedurne i ragiona- 
menti, che senza una qualche posizione non 
verrebbero a capo : e con questi principii da 
verità più semplici dimostrate^ procedere fi! 
filo alle più composte e le composte non af- 
fermare se non prima si esaminino partita- 
mente le parti che le compongono, stimò 
soltanto utile aver conosciuto, cfome procedano 
ne' loro ragionamenti i Geometri ; perchè se 
mai a lui bisognasse alcuna volta quella ma- 
niera di ragionare, il sapesse , come poi se- 
veramente Tusò nellopera Universi juris uno 
Principio, la quale il signor Giovanni Clerico 
ha giudicato esser tessuta con uno stretto 
metodo matematico (1) ». 
Non è dunque nel metodo geometrico quale 
l'intende il Vico che si deve trovare il sistema- 
tismo della seconda Scienza Nuova, come pare 
talora voler dire il Ferrari, ingannato forse aalle 
espressioni del Vico. Il sistematismo di questo 
sta qui essenzialmente nel suo punto di partenza, 
da lui inteso colla reminiscenza lontana del suo 
criterio metafisico, che il Vero sia il Fatto, e che 
poiché il mondo civile è fatto dagli uomini, di 
esso dobbiamo avere vera e certissima scienza. 
Noi possiamo cioè, anzi dobbiamo nelle sole 
modificazioni dell'animo umano ricercare la storia 
di tutte le nazioni, e come quelle sono unifor- 

(1) IV, 380. 



S30 IL SISTEHÀTISMO STORICO DEL VICO 

tQÌ e coBtantì , cosi avremo una Storia ideale 
etema per tutte queste^ noi troveremo per le 
cose umane un avvicendamento, cui sempre 
esse dovettero, debbono e dovranno seguire, fosse 
anco che dall'eternità nascessero di tempo in 
tempo mondi infiniti. 

Cosi tutti i principii storici^ che egli ha sco- 
perto co'suoi studi positivi e colla sua intui- 
zione storica, vengono insieme collegati in modo, 
che essi formino un sistema simmetrico, in cui 
tutti gli elementi sociali immaginabili entrino 
con una forma loro propria in ogni periodo di 
civiltà, niun riguardo avuto alla loro natura; ed 
ogni elemento vi venga cosi accoppiato cogli altri, 
che sempre nella stessa guisa e nella stessa misura 
di questi si venga svolgendo ugualmente in ogni ci- 
viltà, e in tutti i popoli. — Cosi presso tutti i popoh 
il corso storico è perfettamente uniforme per tutte 
le parti della civiltà ; ogni popolo passa per tre 
specie di età, alle quali corrispondono sempre in 
perfetta armonia tra loro e con uno svolgimento 
costantemente concorde, secondo un'idea deter- 
minata, tre specie di nature, di costumi, di diritti 
naturali, di governi, di lingue, di caratteri (grafici), 
di giurisprudenze, di autorità, di ragioni (politi- 
che) e di giudizii, e s altro vi fosse ancora. — Né 
il corso è solamente uniformo nello svolgimento 
generale; ogni periodo dura presso i diversi 
popoli lo stesso numero d'anni , ( quantunque 
con una piccola variazione tra la razza di Sem 
e le altre due), e il Vico non si perita di de- 
terminarli, malgrado gli assurdi evidentissinu, in 
cui cade, e malgrado che cento pagine da lui 
stesso scritte e la sua stessa Tavola cronologica 
contraddicano la sua strana teoria. — Egli sta- 
bilisce dunque che, dopo il diluvio, le stirpi di 
Sem vagarono nello stato ferino uniformemente 



CAPO XI! . 2St 

per 100 anni, quelle di Cam e di Giapeto 
200 (l); che Tetà degli dei durò in tutte per 
900 anni, quella degli eroi 200 (2). — Il Vico 
non poteva contraddir più apertamente so stesso, 
r Umanità, tutta la Tradizione antica e i fatti 
storici più certi ed innegabili e da lui stesso 
riconosciuti. Ma nella seconda Scienza Nttova il 
sistematismo diventa talvolta per il Vico una 
yera mania. 

Egli però non si contenta di vedere quel suo 
corso ideale solamente neirantichità. Questo deve 
rinnovarsi collo stessordine, colle stesse idee, 
colle stasse istituzioni anche nei tempi moderni, 
dopo la venuta del Cristianesimo. Di qui la sua 
iamosa teoria del Ricorso delle cose umane nel 
risorgere, che fanno le nazioni. Le nazioni dopo 
la caduta dell' Impero romano caddero in una 
barbarie primitiva, e siccome ogni cosa per il 
Vico avviene provvidenzialmente, però secondo 
il suo concetta, cosi spiega egli la ragione di 
quel fatto: permise, dic'egli, to Provvidenza na- 
scere nuovo ordine d'umanità fra le nazioni, 
acciocché secondo il natural corso delle mede- 
sime cose umane ella fermamente fossesi stabi- 
lita (3), strano concetto per V applicazione, che 
ne fece, ma che contiene una profonda verità e 

(1) La ragione di questa variazione è pur essa sistema- 
tica : il Vico avea visto o creduto, che tutti i grandi imperi 
asiatici erano semitici: ora i governi monarchici vengono 
secondo il Vico nella terza età: egli volle dunque procac- 
ciarsi quei cent'anni di più per rendere spiegabile il pre- 
maturo apparire di quei regqi. Ma gli è una scappatoia 
alquanto puerile e molto mal riescita. Eppure egli si vanta 
in questo bel modo di aver tolto V inconveniente storico di 
nionarchie na/e, dic'Egli, come i rannocchi, 

(2) V, 396. 

(3) V, 537. 



933 IL SISTEMATISMO STORICO DEL VICO 

mostra d'altra parte quanto lontano fosse iì 
Vico dall'attribuire alla Provvidenza un'opera 
che si frammettesse arbitrariamente nella natura 
e quindi rendesse impossibile la scienza. 

Ma sono singolari gli sforzi, che egli fa per 
provare storicamente il suo principio, ch'egli 
vuole applicare inesorabilmente. — Per quale 
smarrita via egli si fosse mésso gli è facile il ve- 
dere! Che certe analogie fra i tempi antichi e 
quelli del medio evo qua e là vi sieno, nessun 
dubbio ; ce ne sono anzi molto più di quelli^ 
che il Vico stesso non ne abbia scòrte ; ma da 
questo a far degli uni una ripetizione perfetta 
degli altri ci corre gran tratto ed è tal para- 
dosso, che neanco il Vico potette dargli un 
momento solo l'aspetto di verità, E com* egli per 
maggior male aveva una conoscenza men ch& 
mediocre del medio evo, cosi le sue considerazioni 
non sono altro che un cumulo di fantasie e di 
sofismi. — Egli vede gli antichi poeti eroici 
nei cronachisti, gli antichi simboli poetici nelle- 
imprese gentilizie, e trova che tanto gli uni 
che le altre nacquero dalla necessità di lin- 
guaggio, perchè, dice egli, nel medio evo gli uomini 
eran divenuti quasi mutoli e parlavan per segni } 
E questo * avveniva nei suoi tempi divini , nei 
quali come nei primitivi, il Vico vede pure dei re, 
che si considerano come sacerdoti e fondano rtli- 
gioni armate, stati che come gli antichi non si 
tanno tra loro se non guerre religiose, e in queste 
non ad altro principalmente attendono che a 
spiare, trovare e portar via dalle città prese fa- 
mosi depositi e reliquie di santi (1). In tali tempi 
egli vede pure tornare come negli antichi i 
duelli, le rappresaglie, gli asili (quelli dei raal-^ 
fattori nei monasteri I ) ecc. 

(1) V, 5S8. 



CAPO xii 233 

A questi tempi divini succedono gli eroici, nei 
quali il Vico trova i feudi e li paragona, secondo 
un'idea a lui prediletta, colie clientele, e ne 
reca come una grande prova l'eleganza, colla 
quale in latino si esprimono le condizioni del- 
l' una e dell'altra! — Del resto queste somi- 
glianze dei feudi colle clientele sono sparse per 
tutte le opere -del Vico, e cosi le riassumo in 

Sarte col Ferrari insieme ad altre concor- 
anze dei due corsi : « Ugualmente il cliente e il 
vassallo furono obbligati a prestar T opera loro 
a' signori, ugualmente furono tenuti verso di 
essi all' ossequio, che poi passò verso la persona 
dei re, ugualmente llirono obbligati a seguire 
come greggi i loro capi; quindi ritornarono nel 
medio evo i feudi personali, i dominii bonitari nelle 
enfiteusi,^ nelle commende, nei precari ; ritorna- 
rono le stipulazioni nelle investiture, le mancipa- 
zioni nelle solennità del diritto feudale »; ritorna- 
rono i nessi del Dio Fidio (i debitori romani ), 
ritornarono le proprietà ex jure optimo , cioè 
esenti da ogni tassa pubblica; ritornarono le cmti 
armate, ragunanze eroiche simili a quelle dei 
Cureti greci e dei Quiriti romani ; ritornarono 
gli stessi caratteri delle pene. 

A questi tempi eroici successero gli umani, e 
se n* ebbe subito un segno quando nel medio evo 
si sparse il Diritto romano giustinianeo , che 
essendo frutto della terza età antica non poteva 
venire accettato nell'età eroica di quello. — Per 
la stessa naturai legge regia della Storia ro- 
mana i Feudi si risolvono nei Regni, quando per 
la stessa legge non vi giungono per la via delle 
repubbliche popolari. — Quindi il Vico, rivol- 
gendo lo sguardo sopra i suoi tempi, trova che 
r Umanità si è per grande parte diffiisa nel 
mondo^ il quale con poche eccezioni è raccolto 



2S4 IL SISTEHÀTISMO STORICO DEL VICO 

sotto grandi monarchie, e queste in Europa per 
l'influenza del Cristianesimo vi sono umanissime ; 
le poche arictocrazie, che sono qua e là, Vene- 
zia, Genova, Lucca, Ragusi, Norimberga, o sono, 
dice il Vico, di strettissimi confini o finiranno 
in perfettissime monarchie. — Il Vico estende 
anche il suo sguardo fuori d* Europa , sul Cnez 
o Chan di Tartaria, sul Negus d'Etiopia, sulFim- 
perator del Giappone , che celebra uri Umanità 
somigliante alla romana al tempo delle guerre 
cartiginesi. E con questo il Vico crede dar sag- 
gio di grande erudizione ; piacere u cui diffi- 
cilmente sa rinunciare. 

Tale è la teoria vichiana dei Ricorsi : in fondo 
essa non era nuova, predominava nell'antichità 
sotto la forma dei periodi circolari, e doveva 
essere in voga in Italia ai tempi stessi del Vico. 
Noi la troviamo già chiaramente espressa dal 
Gravina, il quale volendo spiegare la legge delle 
mutazioni delle cose e delle rivoluzioni civili 
cosi scrive nel suo De origine juris : « Motus 
« circumfluens et rerum immensitatem, orbesque 
« minores divina certaque lege versans, post- 
« quam circuitione sua species extulerit ed ex- 
« citarit innumeras, orbesque suos absolverit, 
« remeans tandem eodem similes reducit vultus 
« omnemque quodammodo replicat rerum se- 
« riem atque convertit (1) » Cosi ci fu un tem- 
po, nel quale il principio dei circoli o dei ricorsi 
storici non era meno creduto di quel che lo 
sia al presente la legge del progresso continuo, 
costante, indefinito, si faccia questo per linea retta 
o per spirale o per qual altra forma si voglia. 

Che questo principio preso nella sua assolu- 
tezza sia altrettanto arbitrario quanto quello 

(l) Gravina, De origine juris, lib. 2*, XIX. 



CAPO XII 235 

del Vico, sarebbe fàcile il vedere, se esso non 
valesse al giorno d'oggi come un'assioma in- 
concusso e tale, che paia delitto o ignoranza 
grandissima il contraddirvi. — Ma il vero si è 
che una legge fissa, immutabile, necessaria, in 
qualunque forma si concepisca^ non si può ap- 
plicare al corso storico dell'umanità ; e quanto a 
quella del progresso nego anzitutto col Rosmini, 
che si possa provare nella storia un costante 
miglioramento nella prosperità e nella moralità 
degli uomini; giacché gli è un grossolano errore 
il misurar la prima colle leggi economiche e la 
seconda colla statistica dei delitti sociali. Nell'uma- 
nità v'ha una lotta continua del bene contro 
il male; gli è questa quaggiù la condizione 
della vita e dell'attività tanto sociale che indi- 
duale; ogni uomo ed ogni popolo deve com- 
piere il suo dovere, combattere il male sotto 
qualunque aspetto si presenti; ma che questo 
male sia una volta per iscomparire affatto, gli 
è un sogno il pensarlo ; che per una legge ne- 
cessaria debba sempre più andar diminuendo, 
gU è un' idea della quale possiamo dubitare 
assai; perchè anzi da molte cose parrebbe che 
l'umanità guadagni da una parte per perdere 
dall'altra, e che se per alcuni mirabili trovati 
va crescendo la forza 4el bene, per quelli stessi 
cresce la foiza del male. — Ma su questo argo- 
mento troppe cose sarebbero a dirsi, che non sì 
possono cosi di passaggio, senza trattar la Que- 
stione con leggerezza e superficialità, mentre la è 
degna della più larga e profonda meditazione. 
Ho voluto tuttavia toccare qualche punto, per mo- 
strare come sia falso il rimprovero che fanno al- 
cuni, anche fra i nostri sommi ingegni, al Vico, di 
non aver saputo scòrgere la vera legge suprema 
governatrice dell'umanità, come se essi poi od 



236 IL SISTEMATISMO STORICO DEL VICO 

altri di questa vera legge fossero in possesisó. — 
Il torto del Vico non sta tanto nella sua legge 
quanto neiraverne voluto stabilire una qualunque 
in quel modo; e in (juesto torto ha compagm 
tutti i dottrinarii storici moderni. É follia voler 
dedurre i fatti umani e il loro corso da una 
legge stabilita a priori e dallo studio delle mo- 
dificazioni psicologiche del nostro spirito; e in 
questo errano, a mio credere, tanto i moderni 
sostenitori della Legge del Progresso quanto il 
Vico co' suoi Ricorsi. 

Se però si cerca quella parte di verità che 
in opmioni si largamente abbracciate vi deve 
pur essere, si trova che per un aspetto l'idea mo- 
derna è molto superiore a quella del Vico. Gli 
è vero che nella storia molti fatti, molte idee 
e istituzioni sembrano riprodursi, ma quando 
esse si considerano nel loro tempo, non isolate, 
ma con tutte le loro relazioni che hanno cogli 
altri elementi di civiltà, nella loro realtà intiera 
insomma, allora si noteranno sempre molte dif- 
ferenze essenziali e caratteristiche. 

La legge del progresso è invece del tutto 
vera, quando con essa si vuol dire, che la ci- 
viltà, come si venne sinora in Europa svilup- 
pando dai primi tempi, che la Grecia e Roma 
comunicarono tra di loro e coirOriente, produsse 
nei popoli e negl* individui uno svolgimento 
sempre maggiore di facoltà, di idee, di senti- 
menti; che gli elementi sociali si resero quindi 
più molteplici e complessi ; che se vi turono 
momenti, nei quali la coltura pareva del tutta 
offuscata, tuttavia essa risorse più splendida che 
mai doppoi; che tutto in questa grande civiltà 
si collega; e che se il Cristianesimo, il quale è 
il suo fatto più grande, le diede un* impronta 
ed un impulso, che in essa si sentirà finché 



CAPO XII 237 

avrà vita (1), tuttavia non sono meno grandi 
le influenze i legami, che in mille modi ci le- 
gano col mondo antico. Tutta la storia adun- 
3 uè della nostra civiltà non è composta né 
i circoli né di parabole né d'altre forme 
geometriche, ma è uno svolgimento costante e 
continuato, per il quale tutti i suoi fatti si le- 
gano naturalmente^ quantunque non necessaria- 
mente gli uni cogU altri. — Certamente vi fu- 
rono anche in lei tristi e liete vicende , le 
une succedentisi alle altre promiscuamente, spe- 
cialmente se la consideriamo, non già nel suo 
complesso ma ne' suoi diversi elementi e nei 
singoU popoli che vi parteciparono. Tuttavia essa 
ha resistito per tanti secoU e ^ tanti mah, che 
tutto ci fa credere, che essa è destinata a con- 
quistare il mondo e riunire nel suo seno tutti i 
popoli della terra. Ma se anche dopo questo 
tutti i mah deirUmanità saranno scomparsi o 
almen grande parte di essi, se l'uomo sarà al- 
lora intimamante molto più felice, molto più 
morale che non lo è oggi o in altra delle più 
fehci epoche del passato, gli è quanto nessuno 
ci può assicurare con incerte induzioni o con 
astratti principii. 

(1) Gli è cosa molto strana che il Vico non ne parli 
quasi punto nel suo Ricorso delle cose umane nel medio 
evo: la grande riroluzione introdotta da quello fra gli uo- 
mini sfuggì cempletamente alla sua scienza. ^ 



938 CONCLUSIONE E CRITICA 



Capo mm. 

Conclusione e Critica generale della Filosofia 

storica del Vico. 

Nella sua seconda Scienza Nuova il pensiero 
del Vico provava dunque una vera decadenza; 
egli smentiva in essa esplicitamente , risoluta- 
mente il metodo, col quale, quasi senza averne 
coscienza^ aveva prima fatte le sue mirabili 
scoperte filologiche. Ma gli era con queste 
ad ogni modo, che egli poteva solo tentare la 
sua orgogliosa impresa, anche nellultima sua 
opera ; e quantunque in<i:ratamente le disco- 
nosca nel loro vero senso, tuttavia esse sono in 
quella ancora l'ioggeito più ordinario della sua 
trattazione. — Si vede chiaramente, che questo 
concetto dei Corsi e dei Ricorsi si è sovrapposto 
posteriormente nella storia intelletuale del Vico e 
che non fa parte del suo naturale svolgimento; 
nei due primi periodi della sua filosofia storica, 

Jualì li abbiamo noi descritti al capo vi, pre- 
omina il proposito chiaramente dichiarato di 
accordare il Vero col Certo, la Filosofia colla Filo- 
logia ; abbiamo anche di ciò una prova evidente 
nella sua Sinopsi, specie di programma del suo 
Diritto universale, pubblicato nello stesso anno 
di questo, e dove non v*ha cenno del suo con- 
cetto sistematico. Questo appare per verità 
nel terzo periodo, ma cosi timido e incerto^ che 
appena se ne può tener conto. Gli è dunque 
esso propriamente un frutto tardivo della sua 
mente^ quando questa era già spossata e po- 
teva quindi più facilmente^ che in quei primi 
periocu della sua più virile e potente attività, 



CAPO XIII 239 

abbandonarsi ai sogni dell' immaginazione, tra- 
scurando le severe indagini della ragione. — 
E fu un danno deplorabile per lui e per la 
scienza! Egli stesso col suo proclamare alta- 
mente, che delle sue opere non avrebbe voluto 
sopravivesse altra che quell'ultima, si nocque 
assai. — Tutti tennero senz'altro, che questa 
fosse il suo vero testamento scientifico, la mi- 
gliore, la più perfetta espressione del suo pen- 
siero, e malgrado le poche voci isolate, che 
dicevano il contrario, siccome questi non ispie- 
garono bene ò suiBcientemente la cosa, quasi 
tutti si diedero a studiar quella sola opera, e 
su quella si fondarono le critiche, i panegirici 
e i dispregi. Ma avendo io proceduto con altri 
principii, doveva naturalmente giungere a giu- 
dizii e apprezzamenti diversi da quelli accettati 
dai più. 

Il Vico non fu un grande metafisico nella 
speculazione, noi l'abbiamo veduto; fortunata- 
mente, non riusci a fare il metafisico neanco 
nella Storia ; il tentativo gli falli completa- 
mente. — La sua grandezza sta nell' essere 
stato il vero creatore della Filosofia della Sto- 
ria, ponendola sul suo giusto fondamento, cioè 
sulla natura umana, e allo studio di questa ac- 
coppiando il suo strumento indispensabile, quello 
della Critica. Se noi dovessimo dunque in poche 

f)arole determinare il carattere dell'opera intel- 
ettuale del Vico nel suo aspetto migliore, che 
ebbe, noi la diremmo una Storia psicologica del 
genere tmiano criticamente ragionata e raggua- 
gliata coi fatti positivi. — Essa è dunque essen- 
zialmente informata a quello stesso spirito, che 
domina la scienza storica moderna e special- 
mente le grandi critiche dei Tedeschi , con 
qualche cosa di più per vero e con qualche 



240 CONCLUSIONE E CRITICA 

cosa di meno. Dico questo^ perchè non vorrei 
che taluno s' immaginasse, che io attribuisca al 
Vico tutti i meriti e tutti i difetti di questa 
scuola. 

Il Vico morto un secolo fa non può tener 
luogo a noi degli studii moderni ; sarebbe assai 
bene^ che tutti gli ammiratori di lui si persua- 
dessero di questa yerità« — Quando quei pochi 
Tedeschi, che conoscono e stimano il Vico, pur 
ci dicono crudamente^ che noi non possiamo 
più incominciar da lui le nostre investigazioni 
storiche, con lui riannodarci nella scienza ; per 
quanto questo possa riescir per noi doloroso 
e oommovere profondamente il nostro amor 
nazionale, considerando qual immenso inge- 
gno abbiamo lasciato infiuttuoso e sperduto, 
tuttavia dobbiam confessare che essi hanno 
ragione. — Molti Italiani, non certo fra i più 
addottrinati, si cullano a questo riguardo 
in una beata illusione. Sanno, che in Ger- 
mania e' è stato un Niebtthr , un Ottofredo 
Miiller, uno Schwegler, che ci sono un Boeck, 
un Mommsen, un Welker, ma questo non li 
sgomenta per nulla; essi sanno pure che c'è 
stato un Vico, il quale li ha tutti prevenuti; 
che bisogno dunque di cercar la scienza in Ger- 
mania, quando ce l'abbiamo già scritta tutta in 
casa nostra? Per verità gli è un peccato disturbar 
costoro dal loro sonno, il quale è talvolta tanto 
grave, che nonché cercar di conoscere, il vero 
che si scopre fuori di casa loro, non si curan 
neanco di quello che hanno in casa propria e alla 
mano; e per vedere che io non ischerzo basti 
aprire molti libri, che sulla storia antica si scrive- 
vano solo da ieri e in parte si scrivono anche 
al giorno d'oggi in Italia ; dove troverete ancora 
tutti i re di Boma rappresentati come personaggi 



CAPO XIII 341 

storici, e come re monarchici poco dissimili da 
quelli dei giorni nostri, Servio Tullio restringi- 
tore delle Bbertà popolari col Censo, Bruto che 
fonda una repubblica democratica^ le xii tavole 
portate di, peso dalla Grecia in Roma; e per 
altra parte una sapienza profonda, inarrivabile 
quasi ai giorni nostri, sparsa in tutti quei tempi 
antichissimi, le religioni pagane invenzioni di 
astuti sacerdoti, i miti fatti per coonestare i 
vizii umani, o storie di non so che re di Tes- 
saglia di Tracia. 

C era una verità dura a dirsi, ma pur verità, 
che nonché aver noi insegnato la scienza storica 
moderna ai Tedeschi, molte delle idee vichiane 
noi non intenderemmo così facilmente senza i la-* 
vori loro. Ma ce n' è un altra più dura ancora, ed 
è che Vico noi Italiani sopravanza ancora. — Non 
parlo dei pochi individui, che studiano con lar- 
ghezza d*idee pari a qualunc^ue straniero, e 
tengono alto T onore italiano m ogni scienza; 
il male si è che sono individui, e certe idee 
sulla storia, sullo svolgimento delle rehgioni, 
della civiltà ecc. dovrebbero oramai essere pe- 
netrate nelle scuole e nelle strade ed esser di- 
ventate patrimonio della scienza comune. 

Molte sono le ragioni, per le quali il V^ico non 
può essere per noi una guida negli studii sto- 
rici^ quantunque ci possa essere ancora eccita- 
tore di grandi e feconde ispirazioni. — Ma 
gli studi moderni sono andati già molto avanti 
di lui e, ragguagliati i lavori del Vico con essi, 
troppo gravi si trovano i suoi difetti. Io ho indicato 
questi qua e là nel mio lavoro, e non faccio che 
riassumere qui in breve : Al Vico mancò del tutto 
la conoscenza del mondo orientale, non potè quindi 
avere la chiave di molte cose greche e romane, 
vii studi comparativi di lingua e di letteratura^ 

16 



242 CONCLUSIONE B CRITfCA 

di religioni e d'arti, di mitologie e di diritto, 
i quali sono una delle basi e una delle materie 
pnncipalissime di trattazione per la filologia 
moderna, gli furono completamente ignoti. Per 
la mancanza di questi, tutte le sue .cogitazioni 
intorno ai rapporti esteriori, e ai legami reci- 
proci dei popoli diversi, sono del tutto sbagliate ; 
ma anche la conoscenza delle condizioni interne 
gli doveva per questo riescir più difficile e im- 
perfetta. Per questo anche cade in quell'errore 
che abbiam notato, di supporre i popoli com- 
piutamente isolati nei primordii della loro ci- 
viltà; di qui misconosciute le inj9uenze dell'una 
civiltà sull'altra e ad un tempo fatti i popoli gli 
uni del tutto simili agli altri, il carattere greco, 
romano ecc., scomparire come le loro storie, per 
confondersi in un solo tipo. Di qui la completa mi- 
sconoscenza delle diverse proprietà dei popoli, 
nella descrizione delle quali è cosi grande e felice 
la scienza moderna. — Arrogi a tutto questo che 
egli mancava assolutamente della critica delle 
fonti. Egli vide bene che questa si doveva fare ; 
ma oltreché a lui mancava per ciò l'ingegno 
adatto e l'erudizione necessaria,, vi avrebbe do- 
vuto spendere la vita intiera, mentre lo storico 
tedesco se la trova già fatta da cento collabora- 
tori e col lavoro di molti anni. Molti nuovi do- 
cumenti scoperti gli erano anche ignoti. — 
La più parte di questi difetti del Vico , come 
gli è facile il vedere, non sono imputabili a lui, 
sibbene ai tempi; ma questa non è perfetta- 
mente la vera ragione per provare, che noi dob- 
biamo attenerci a lui e non ai tempi nuovi. 

Questi i difetti dei principii; ma ve ne sono 
altri, pur gravissimi, riguarao al metodo. Il Vico 
ne suoi studii era stato tratto al vero dal suo 
genio e dalla sua retta e meravigliosa intuizione 



CAPO xm 243 

storica, ma egli non si rese mai o almen solo 
in pochi felici momenti della sua vita intellet- 
tuale, coscienza del vero metodo, che si do- 
veva proseguire; quindi noi lo vediamo in ul- 
timo e col progredir della sua riflessione sto- 
rica^ abbattere malamente quell'opera mirabile 
che prima quasi inconsciamente avea edificato. 
— E si fu quest'indirizzo preso dalla sua mente 
occoppiato con altri ostacoli che lo arenò del tutto 
nello svolgimento e nel perfezionamento delle 
sue idee. Egli aveva col suo pensiero abbracciato 
tutte le parti del mondo storicojn tutte segnando 
traccie del suo grandissimo ingegno. Ma questa 
stessa molteplicità gli doveva impedire di entrare 
minutamente nell'esame di ciascuna di esse, guar- 
darla da tutti i lati, ricercarvi pazientemente tutte 
le difficoltà che in essa si possono presentare, per 
istabilire cosi, fermamente, i proprii concetti, 
cosa tanto più necessaria^quando questi sono nuovi, 
perchè essi possano fra gli uomini aver corso e pro- 
durvi nelle menti una convinzione ragionevole 
e stabile. Di tali analisi minute noi non ab- 
biamo nel Vico che pochi esempi e sgraziata- 
mente in quelle opere appunto di lui, che sin 
qui furono meno lette, e specialmente nel De 
Constantia philologias, l'opera che a mio credere, 
malgrado i molti suoi difetti e il suo gravissimo 
disordine, forma insiem colle Note aggiuntevi il 
culmine dellattività intellettuale del Vico. 

Del resto non avviene mai o quasi mai, che 
alcun grande Pensatore si diflfonda molto nelle 
prove delle sue idee nuovamente vedute o ne 
trovi le vere. Coloro che credono, che la mente 
umana nelle sue scoperte proceda per sillogismi 
o colla cosi detta logica formale delle scuole 
8* ingannano ben di grosso. Un' idea nuova, 
grande e vera è spesso il risultato di molte 



244 CONCLUSIONE B CRITICA 

altre idee insieme, di molti concetti e atti in- 
teriori, che si derubano alla piena consapevo- 
lezza del nostro spirito; sicché questo par pre- 
sentarci l'idea^ che ne è il risultato, come un 
lampo alla mente : una luce nuova si schiude 
allora ai nostri occhi, mille cose ne rimangono 
rischiarate ; ma lorigine sua psicologica giace, 
almeno in parte, sempre avvolta in un mistero, 
e più che per gli altri, per colui che quella 
idea ha veduto. Questi abbagliato dalla novità 
e verità delle idee scoperte e dalle splendide 
e feUci applicazioni che ne può fare, ha più 
rocchio a queste, che a provare e scrutinare 
le sue idee, risolvendo le difficoltà, che e ntro di 
esse si potrebbero muovere, e determinando quei 
contorni e quelle sfumature necessarie, perchè 
quelle idee non diano nel falso : gli manca in- 
somma naturalmente quello che i Tedeschi chia- 
mano la Selbstkritik o critica di sé medesimo, 
necessariissima ai progressi della scienza, e che 
ora s' é introdotta nelle discipline storiche. Una 
tale critica manca del tutto al Vico. 

Ma perché questa Critica severa su di sé me- 
desimo nasca, gli è necessario che trapassi quel 
primo entusiasmo^ che una nuova verità eccita 
negli spiriti, specialmente in quello, che primo 
la vide; gli é necessario che noi diventiamo 
verso di essa in certo modo più freddi, più 
indiflferenti ; e questo gli é pur troppo il risul- 
tato necessario d'ogni Critica per sé, che spe- 
gne Tentusiasmo. 

E qui noi troviamo da rispondere finalmente a 
chi ci chiedesse dopo le nostre alquanto ineso- 
rabili Critiche, che abbiamo fatto su Vico, che 
dunque possiamo fare ancora di esso noi Ita 
liani ? Rannodarci direttamente a lui per con- 
tinuare r opera sua nella Critica storica, l'ab- 



CAPO XIII ^4S 

biam veduto, gli è oggi impossibile. — Ma 
non per questo egli ha perduto il suo grande 
valore per noi. Noi dobbiamo cercare in lui ap- 
punto quel soffio entusiastico della verità ap- 
pena scoperta, un soffio che non si comunica 
mai intiero con questa, che non vien meno mai 
nel libro, dove è impresso, frutto concesso è di 
quella vivissima ed ineffabile gioia cui a niuno 
è dato di sentire al par di colui, che primo 
scoperse la nuova verità. Ma questa poesia dei 
grandi Pensatori svéglia le menti e rinvigorisce 
gli ingegni; il modo stesso col quale essi ven- 
gono esponendo le loro nuove idee è tale che 
ci fa entrare in esse più profondamente e più 
semplicemente meglio ai qualunque spiegazione, 
e ci fa sentire quell* infinito che sta sotto ad ogni 
grande verità; mentre i posteriori la determi- 
nano, la rettificano, la rendono più corrente, e 
facile nelle menti, ma nello stesso tempo la 
fanno più ristretta, più sterile, e spesso ne ri- 
peteranno meccànicamente le parole, che la 
esprimono, senza averne più alcun profondo 
sentimento. 

Che se il Vico non ebbe la fortuna di pro- 
durre un grande e benefico rivolgimento nella 
scienza italiana, questo non è che in piccola 
parte da ascriversi a lui ; e la verità e i meriti 
di un grande principio non sono da misurarsi 
dalla fortuna che esso ebbe. 

Ma non è egli poi uno dei più grandi fenomeni 
della Storia scientifica dell'umanità e più degni 
d'essere studiati ed ammirati, che un uomo solo, 
privo di mille aiuti quasi necessarii abbia preve- 
nuto con un miracolo d'ingegno e d'intuizione lo 
svolgimento dì più scienze, quale non si venne 
cominciando se non più di mezzo secolo dopo dì 
lui e quindi progredendo col lavoro di più anni 



346 CONCLUSIONE E CRITICA 

e di più ingegni insieme associati nell'inve- 
stigazione ? Ed è cosa mirabile , che quando il 
Vico cominciava al principio di questo secolo 
ad esser conosciuto in Germania e studiato per 
i riscontri suoi col Wolff e col Niebuhr, pur 
egli superasse ancor la scienza d'allora nelle 
idee mitologiche^ e aspettasse X Ottofredo iMiil- 
ler, che gli desse compiutamente ragione an- 
che in q^ueste, contro le opinioni del Creuzer! 

Non CI si venga dunque a ricantare le oscu- 
rità e le confusioni del Vico, come se non ci 
foss'altro in lui. Quei difetti non valgono a di- 
minuire i suoi meriti ; ed è cosa imperdonabile 
il parlare di lui con quel dispregio e con quella 
leggerezza, che fauno alcuni stranieri, per es. il 
sig. Hillebrand (1); il quale deve ben poco cono- 
scerlo , quando mostra di non trovare in lui altri 
riscontri colla scienza moderna che alcuni ca- 
suali somiglianze colle idee del Niebuhr , e af- 
ferma che i concetti suoi già tutti e meglio si 
trovino espresse pel Casaubono e nel Bentley. 
Non gli è solo in alcuni risultati scientifici, 
che il Vico prevenne la scienza storica moderna, 
gli è anche e più specialmente in molti di quei 
suoi caratteri generali, che T Hillebrand stesso 
più mostra di ammirare nella filologia germa- 
nica. E sarebbe sommamente ingiusto e ad un 
tempo ridicolo l'attribuir questo al caso. 

Non meno apertamente e chiaramente che nei 
Tedeschi, si scorge nel Vico il concetto e lo studio 
di quella facoltà spontanea e naturale, che nei 
popoli crea insensibilmente ma senza interru- 
zione la loro civiltà, non meno anzi più ener- 
gicamente di loro egli sa penetrare profondamente 
nei fatti, mostrarti nella loro reale connessione 

(1) Nella sua lunga Prefazione alla traduzione francese 
della Storia della Letteratura greca di Oltofredo Mùller. 



CAPO XIII 247 

. storica, vedervi i loro caratteri costanti, e ricon- 
durli alla loro intima radice psicologica. Quindi 
la sua diversità ancor più recisa che non sia 
solitamente nei filologi tedeschi da quella filo- 
sofia francese del secolo passato, la quale attri- 
buiva a cagioni accidentali ed arbitrarie, sovente 
air astuzie e alla frode umana, le creazioni più 
potenti e più spontanee dei naturali sentimenti 
umani: la società, la religione e il diritto, la 
famiglia e lo stato, la poesia ed il mito. Anche 
egli non meno dei filologi critici de' nostri giorni 
considera T antichità come uno studio, le cui 
parti si debbano insieme rannodare perchè me- 
gUo sia intesa; e anch' egli poi non accetta 
l'antichità come a noi si presenta, ma vuole 
che delle fonti e dei documenti stessi, che ab- 
biamo per conoscerla, si faccia la critica; quindi 
il suo canone principale, oggi come vero uni- 
versalmente ricevuto, che fatti, parole e isti- 
tuzioni antiche non bisogni intendere colle idee 
moderne, ma ogni cosa ragguaghar col suo 
tempo e intenderla secoFtdo la natura e il ca- 
rattere di questo. 

Anzi lo spirito di Queste verità è cosi forte- 
mente impresso nei libri del Vico che noi po- 
tremo impararvelo mei^lio che nei Tedeschi. 
Cosi lo studio suo sarebbe ora per noi efficacis- 
simo a farci entrare nei segreti delle nuove 
scienze filologiche, ad accettar queste con pro- 
fondo sentimento di verità, non come un vestito 
che s indossa per la moda corrente. In questo 
modo l'antico Vico, come lo chiama il Goethe, 
potrebbe ridiventarci nuovo, e farsi presso di 
noi vero principio di rigenerazione scientifica 
nella Storia. 

Ma v' ha una parte, nella quale gli studii po- 
steriori hanno potuto schiarire, compiere le idee 



248 CONCLUSIONE E CRITICA 

del Vico, ma non sorpassarle, non distruggerle; 
e son questi i principii generali della sua Fi- 
losofia storica, fatta astrazione della sua teoria 
dei Corsi e Ricorsi, Come Egli primo fondava 
la filosofia della Storia, perchè avanti d'ogni al- 
tro seppe vedere il contrasto dell'idealità e del 
fatto, della dottrina e della storia e insieme ac- 
cordarlo; perchè avanti d'ogni altro seppe nella 
storia considerare Tuomo; egli primo collegare 
i fatti tra di loro, e ricondurli alla loro radice 
psicologica^ alle leggi del nostro spirito; cosi 
Egli primo seppe ammirabilmente accordare 
queste col libero arbitrio da una parte, e dal- 
l'altra colle leggi della Provvidenza, accoppiare 
anche poi, senza distruggerle, \ infinita potenza 
di questa colla libera attività dell' uomo e la 
libera attività colle leggi della natura. — Con 
queste idee che noi abbiamo nei capi passati 
ampiamente svolte i] Vico ci è ancora oggi 
maestro principale di scienza, ancor oggi ci 
indica con esse su qual via dobbiamo trovarci 
la verità in mezzo siila confusione e agh oppo- 
sti estremi dei sistemi anteriori e posteriori a 
lui. E s'hanno a mettere per quella tutti coloro, 
che non vogliono rimbambire col Caso o col 
Destino degli antichi, né mettere a capo della 
storia come diretta operatrice dei fatti umani 
una Mente misteriosa ed inesplicabile , che 
rompe a suo piacimento le leggi della na- 
tura, smarrirsi in quei molti sistemi, che ora 
sono in voga , di una Necessità delle cose, o di 
una Ragione assoluta , che si venga svolgendo 
fatalmente in ogni fatto umano, o di Idee che 
governino con logica fatalità la mente, i fatti 
e le istituzioni degU uomini. 



im ì' suor mm e* presso i nma. 
fmmm dkleb sue rDEV seLc^scffim' 

ITALMWit. 



Caffi» XIV. 



Vico e il suo tempo. 



Fu ^à molto trattata la questione, se i tempi 
<tél Vìeo abbiano riconosciuto o no il valore delie 
sue idèe e là grandezza del suo ingegno, Il'Pre- 
-darì è specialmente il difensore della prima opi- 
nioire, il Ferrari defila seconda. 

Stando ai giudlzii di questo, il Vico sarebbe stato 
un Gènio del tutto disconosciuto da* suoi tempi,- 
sprezzato, deriso dai suoi stessi amici, perse- 
guitato in tutte le maniere dalla sorte; le sue 
dottrine sarebbero state isolate nel suo secolo, 
<;ome un monologo, non compresa da alcuno^ dà 
nessuno ascoltato^ e tenuto universalmente come 
il discorso di uti delirante. 

Il Predari invece ci mostra tutto il rovescio ; a 
Mia' (MfeMl Vico sarebbe stato uno degli* scrit- 
tori più avventurati: non solo T Italia ma*' l%tr- 



2S0 VICO E IL SiyO TÈMPO 

ropa intiera avrebbe ricotiosciuto ed ammirato' 
il suo grandissimo ingegno e la singolare pro- 
fondità delle sue dottrine, le quali si sarebbero 
largamente diffuse, avrebbero dato origine ad 
una nuova scuola, prodotto ed avviato una no- 
vella schiera di pensatori (1). 

Ma se il Ferrari ne' suoi giudizii si lasciò tra- r 
seinare da quello spirito di esagerazione, che tal- 
volta lo domina, non è a negarsi che il Predari 
falsò poi del tutto la questione e cercò rappre- 
sentarci in una maniera affatto erronea le con,- 
ilizioni del Vico riguardo a' suoi tempi. 

Volendo giungere a un giusto e verace scio- 
glimento della questione noi dobbiamo trattarla 
con imparzialità e senza prevenzione alcuna. 

Mi duole tuttavia , dover dichiarare, che io non 
posso su questo punto esser cosi compiuto, come- 
avrei desiderato,perchè pu bblico il mio lavoro senza 
aver prima potuto, per diverse cagioni, recarmi 
a Napoli, dove sperava trovar opuscoh e docu- 
menti, che meglio mi facessero conoscere i 
tempi e le relazioni del Vico. — Tuttavia ciò 
che abbiamo fra le mani, è già sufficiente, parmi^ 
a condurci a un retto apprezzamento delle cose.. 

Che il Vico fosse a'suoi tempi da nessuno com- 
preso e da nessuno secondo i suoi meriti stimato,, 
come vuole il Ferrari, non si può ammettere. Per 
provarlo questi si contenta di arrecare solo gli 
argomenti, che sono in favore della sua opinione, 
e tace del tutto gli altri, che le sono contrarli^ 
— Sono anch'io del parere del Ferrari, che non 
convien badare, per giudicare della stima . che 
si faceva del Vico, ai complimenti d'uso, siano 
pure, quanto si voglia, larghi ed ampollosi; 

(1) V. la sua PrefiàioiM alla Scienza nuova, stampai» 
dal Pomba nel 1852. , 



CAPO XIV JJJI 

ma tali complimenti gli è facile riconoscere e 
distinguere dalle vere lodi in questo, che essi 
non toccano Targomento e stanno sulle gene- 
nerali/ mentre le vere lodi entrano nelle parti- 
colaritày e pigliano, per cosi dire , un carattere 
proprio e individuale per la persona lodata. 
Ora al Vico non mancarono appunto di tali 
lodi. — Che gli uomini, dai quali egli le rice- 
veva con tanto ossequio, non siano più oggi 
ili uguale onore come ai loro tempi, e stiano 
nella stima dei posteri molto più al basso, che 
non l'uomo, ch'essi coi loro elogi credevano di 
onorare, questo non diminuisce la loro impor- 
tanza. Non c'è mai alcuna età, che sia del tutta 
equa distributrice di lode ài suoi contemporanei ; 
ma non si è anche sempre più giusti verso i 
pasi^ati. Avvezzi a giudicare la grandezza di questi 
dalle influenze che esercitano ancora sul preseilte , 
ci dimentichiamo talora di quelli , la cui opera si 
restringe alla loro età, ma che per ciò non 
fu meno benefica e non richiedeva minor in- 
gegno e valore. Noi dobbiamo quindi pigliar le 
lodi di un Giacchi, di un Conti, di un Alfeni/ 
di un Cóncina, di un Chiajesi, di un Doria, 
come lodi di uomini ai loro tempi stimatissimi, 
e dar loro un grande valore. Ora che quelli 
appunto, che io ho nominato, non dessero al Vico 
k)ai meramente complimentose^ basta leggere le* 
loro lettere per convincersene. Egli appare in 
esse come un uomo che era andato più in là 
di Bacone^ che primo aveva saputo trovare la 
vera ragione del Diritto romano , e i veri pto- 
fondi principH delle leggi umane ; il Concina gli 
dichiara di non aver mai letto Ubri più ragio- 
nati dei suoi, di avervi trovato erudizione ìm- 
mensa^tt» raziocinio e un uso di quelh dq sor- 
prendere gli ingegni più sublimi, e una tale 



^IJSlSk VICO E Ih 9^. TBMPO 

l^&^ à>t^DQi a di ìnsiegnaple. ali! Univ^sitàr 
L-Alfepi diva«t^ I^g^endO' il Vìcch dio* ^^Ijli up{ 
^Qiao, n]Aoy!0.e dimenj^c^ diiran ta la.I^ttum 4èi sQoi) 
3«i?it^»isuoim^l4nqi(l*). U Conti:dioe d(elk^i^i»iir 
9ijy,9oa( (la pviaia) cb^ efflì era stato, unp: d^i 
piami a, g^5|apì(^. e a faìrl^ gustare^ agli, amici; 
siioiy i qu$bli copQQf demente affermavaiao chi^ 
QeU*it9'liai)a, faviella noB si aveva un libro^j che» 
cQptQQess^ più cose erudite efilpso6cbQ<e questei 
tiKttOf QiJgiiìaU nella specie loro, •, Io nnì^ tnanr 
ài^^ si^ive qgli, un picqiol estratto, in Rfa«k^ 
per fftr* conp^ioere ai Fr^ancesi^ che moltQ può 
a^^iuìgtepsi e. mpltp correggersi sulle idee» 
della Cronologia e Mitologia» non. m^o che 
dol^a^ Mpr<aÌe e* dpUa Giurisprndenw,. sujlai 
qu$Je l^nqp molto studiato. Gli. Ingte^ sa: 
ranno obbligai a confessare lo sitiesso; maibi^^o- 

Spoa renderlo più universale colla stampa^ e con. 
a comodità del carattere (^), ». 
,0]^ tutte^ queste t0stitnon)anze soao.posteiipii 
sfilai pubblicazionp. del Qiriih UniVi^rsal^ ed esse 
sano talische. mostrano^ specialmente quel).e.del 
Conti, che ijoro. autori avevano almeno linJyawe- 
duto la grandezza e la. potenza. dell'i ng^no. del 
Vioo la fecondai verità de'suoi principii. Non ò 
quindi adul^ione, quando.daloro stessi. o^daijQm. 
amia egli; vj0n detto, onqxfit dall'età; e^d§ilfJl€^i 
uQtno, grmdissitnOf inmwM^k^ — Cb'egii fosse^dai 
molti tenuto iQom^ uomo non spk> dotto» cornea 
vorjrebbe^ il: Per.rad» ma anche di sra^ide in^. 
ai9igua« lo proya,no» o^tre^ le leltene suddetle» altri 
Sittlcara;ltfri9tÌQi: uomini di alto gi^O'.grjiiyiaiio> 

ri) ltf> S0& «tsegg.; VI, 141 e segg.^ 162 • segg. 
(2| Ntttt* mia, del. Vaco IV, 403l ^ 



<«») ttiv tttS 

i hM ^bHv |)^ ìidMie il suo Mdsnoi; «gli é 
invilMò H'IK^^em lai fm)pk*ìa vìtadà ìiuM^I!li€a^siì^- 
^è<nie ià 'qtféUa 'dtegli rùìaitaìni pm odlebri d'Italm; 
hhtSfÀ illuìMri scienziati éesiAemio dì <;ofl0scerlo; 
li^ttè Efiémeridi del termpo il suo nome Tieh 
%ìi*itìpto tnena^onato con i^andé rispetto. 

Ma^ potrà foi^e da tatto «àizesto argenfiBovitarev 
<5be la fatfìa del Vico '^se idsi universale, vbe 
le 'st^ ^^tti'ine fo»3ei*o iosi b««e conq^i'esè b 
da]ùf^eH:u<rto gratì-deménte stodiate e anche ri- 
tjevtfle, come jtìretefnde il ftiadari? 

ÌJé prove, cne quesiti ine yvlcà dare «K)no bBiì 
mesdiine^ tàccio 'che egli noA si eura cB ^di- 
stin^e^e t^a le le^i date onetfe che scmro sin- 
eère te vera^ "da ìquelle vaglie e indecise, che ri 
Fterritì^i a ragiowe pone lira i cotuplimèoti. Come 
sì fmd infatti senza graiide iogiùstisia arrecar ^ 
detoe fa il Predari, per vére lodi le lettere di un 
TtMiio> dà un Galizia, di un Ghemin5tegen, di uA 
Miiìoréllis di un ÀgneKo^ di un tSaro^alo.. quan- 
lenqtie il Vico desse loro tanta importanza, 
q>iiando ma. dichiarano di ammirare «pecis^ibeifite 
n%l Vico la saviezza colla quale iBgH fa V ùteÀna 
dottrina ^rva della cattolica eredensa, e sa ton 

Suellà fiRcfeiarar questa ; e quando il Torno xjredé 
i fare un gmnde panegirico, «Kcendo di lui «h^ 
egli sì ìuostra vero <5attpli«o wtira vel supfa 
fnwem 'oetèraram de meìaphistcky (mt phUàiogich 
scribentium ? 

Né tale al Predari il citare come egli fa con 
^Mlsù isfoggio di erudizione i giornali» che h«nno 
periato del Vico , e fra questt le ^eubre Zeitangen 
Ai UpéÈL {ì). Noti era questo giornale per verità 

(ì) Le ì^ettere ieilun^eh von gelehrteh Sacheii furono 
und <fói J^Hmi ^itfi^nali sciefutificì, che si Mtmpàssfero ih ife- 



95& VIGO E IL SUO TEMPO 

ehe una rassegna di tutte le altre effemeridi 
scienti£kdie d' Europa al principio del passato se- 
colo, e quindi parlò infatti parecchie vcJte del 
Vico, ma solo riportando i gìudizii dei giornali 
italiani sulle prime opere del Vico e più tardi 
e per Yultima volta quelli del Ledere sul Diruto 
universale^ stampati nella Biblioteque ancienne 
et moderne. Cosi il Journal des Travaux non diede 
della Scienza nuova del Vico poco più di un cenno, 
e gli Acta Erudiiorum non fecero mai alcuna men- 
zione delle opere del Vico, tranne che con quello 
sconcio annunzio, mandato a Lipsia da un nemico . 
del Vico, e contro il quale questi scrisse le sue 
Vindicice, senzachè però gli Atti di Lipsia se ne des- 
sero per intesi e ntrattassero le cose malamente 
scritte, o almen facessero un cenno deìì'ek Risposta 
del Vico. — L'unico dunque dei giornali stra- 
nieri> che sul serio e di proposito si occupò del 
Vico fu quello del Ledere , che fece una ras- 
segna del Diritto universale. Essa non è solo 
composta di vaghe lodi senza convinzione, di 
cui il segreto forma r onniscienza dei nostri gior- 
nalisti, come afferma il Ferrari; giacché il Le- 
dere mostra precisamente di non aver fatto come 
i moderni giornalisti, sapendoci egli dare dell'o- 
pera un riassunto accurato. — Gli è vero però 
che egli intravvide appena l'importanza dei prin- 
cipii del Vico; e dopo di lui nessuno straniero 
se ne occupò più seriamente. 

In Italia quanto ai giornali la cosa fu poco 
differente. Questi accolsero con molto maggior 
importanza il De ratione studiorum, il De anti- 
quissima sapientia e le Gesta del Caraffa, che non 
il Diritto universale e le Scienze nuove, delle 
quali non parlarono quasi punto, mentre il De 
antiquissima fu soggetto di una lunghissima po- 
lemica tra il Vico e il Giornale dei Letterati di 



CAPO XIV 2SS 

Venezia; E quando il Predari trionfa mostran- 
<loci il grande plauso, col quale quelle prime 
opere furono accolte v, e non sa poi, malgrado 
:tutti i suoi sforzi, provarci che le seconde aves- 
sero almen ricevuto un'uguale accoglienza, con- 
vien dire che la sua causa è del tutto perduta, 
fid ha tutte le ragioni il Ferrari di trarre anzi da 
questo fatto uno degli argomenti più forti, che 
A Vico fosse nell'universale disconosciuto. Non 
eran pochi in quel secolo quelli, per i quali il 
inerito maggiore del Vico stava nelle Gesta del 
, K^araffa. Il Fabbroni che tratta leggermente tutte 
3e altre opere del Vico parla di questa con grande 
rispetto; e gli stessi suoi amici scrivendo a questo, 
come il Solla, si congratulavano con lui più per 
i suoi lavori letterari che per la Scienza nuova; 
'di che egli si mostrava a ragione tanto sconfor- 
tato. Del resto se il Predari avesse esaminato 
la questione collo spirito più libero da ogni 
prevenzione avrebbe riconosciuto, che il seco- 
lo xvni non collocò veramente il Vico tra i suoi 
più grandi uomini, né gli aggiudicò per opi- 
oiione universale l'onore, che gli competeva, di 
aver egli accennato ad un grande progresso del 
capere umano, col tentare Io scioglimento de* 
5)iu importanti e più gravi problemi scientifici^ 
«he intorno ali* antichità e ai rapporti tra le 
idee e i fatti, tra il diritto naturale e le leggi 
e gli instituti umani, il pensiero de' suoi tempi 
potesse a sé presentarsi. Tracce delle sue dot- 
trine non si trovano generalmente ne' libri del 
suo tempo, né di quelli che immediatamente 
:lo seguirono : leggete le Kiviste del tempo, vi 
troverete articoli su Grozio, sulla Storia romana., 
:sulla mitologia, e Vico o non mai o rarissime 
volte citato, e quel che è peggio, citato male ; 
leggete in Tiraboschl e in altri gli elogi, che 



fliSyS VICO E tU. ^P TEMPO 

Qgxd .secolo e ogni paese fa a sé stesso : vi tìHh- 
ygrete fra i .grandi uomini 4* Italia mejQzipoatii 
oltre il Maffei e il Afuratori, degnis^i «di c^^ 
aaohe il Manfredi, il Bolli, 1* Ercolani^ il Salvioi,. 
il Corsini, Filippo della Torre, il Corradinj, il 
VoL^ il Crescimheni ecc. ; ma non il Vico. 

Se il Vico fosse stato cosi celebrato e (cost 
riconosciuto universalmente^ secondo che Yuola il 
Predari, come sarebbe egli rimasto j)er tutta la'sua 
mi^ sex^pUce professore di rettorica con UAo sti- 
jpendlo tanto misero ? Quale SjEato , quale Xlm* 
yersità> quantunque gli studi fossero allora 
.depressa non avre:bbe desiderato di averlo nel 
suo seno?-*— Perchè in Napoli non soj;ge Attorna 
B. Jui xLoa scuola, che svolga i sud prìmcipii fi- 
losofici e storici? perchè egli è costretto «con- 
tinuamente a temere le calunnie de' suoi ne*^ 
;nlci? perchè Jo affliggono tanto le .critiche» 
^ Jo fanno prorompere in parole generosisame^ 
si^ che mostrano il suo beli' animo, ma <a4 un 
tempo anche la sua infelicità? Se questa non 
fosse stata verace, quelle parole dovrebbero- 
farci sorridere, invece di commuoverci d'aoimi- 
(razione e ad un tempo di pietà. -^ Quando -si 
'Stamparono le Scienze nuove nessun' £Sémeride 
letteraria né di Firenze, né di Boma, né di Venezia 
jM iefxe motto o ne trattò di proposito (!)• Lo stesso 
Gioimgie dei Letterali di Venezia (Navette telte- 
rarié) annjunziaodo la ;sua morte, più di un anna 
dopo/, si esprime con queste parole: « Yer^ 
*« il principio dell'anno decorso mori in Ma- 



(1) Il Tommaseo cita un' accusa d' empietà^ che fece il 
liami al Vico nelle sue fk^ovelte Letterarie cominciatesi a 
pui^Ucare nel 1740. Non ho potuto riscontrare questa cita- 
zione; OHI non mi consta, che H tami abbia IratUrto di 
prpposiip dei le Scienj^ fimwe deJ Vico. 



« poH Cr« B. Vteo, -uomo ìd»Ho, ì di oui libri 
« .4)Aiino dato omoo solo un' alta idea del isod 
« sapere ma ancora iooeasionie la molti jgiu-* 
A disii, che d3on tttUi sono «tati all' autore fa- 
m vorevolì. 9 'Queste parole e di silen^do d^tt 
altri, ^ioraali spiegano abbastanza, meglio d-arnii 
disC'Ovso, in eguale stima fosse il nome del Wco 
a'.sum Aempi. — Anch'e^li rioevette elogi e to'» 
ifitiiBonianze 4'anore, non perchè foss'e un adu- 
latore» ooime mostra di credere il Ferrari, ma 
perchè a letterati anche di mediocre valore non 
ne m9<nicano mai ; se non che di questi tutto i^opre 
l'oblio uè alcuno fì piglia più la briga di andar a 
efircareiqua^i^ogi ricevessero a'iorottempi, jnea- 
tite di (quelli 'v^auti in grande fama dappoi .si rioer- 
fiauo Ansiosamente tutte le notizie e si indagano 
con grande (iesiderio i giudizii dei contempo*^ 
ranei sul .'conlo loro. 

iion si vuol mica con questo negare, ch^e i 
libri del Vico abbiano anche al loro tempo ec^ 
dtaita una certa ourios;ijia, e fa^lta una Qualche 
iroj)9:*easione, — Le lettere del Conti e uel Lo^ 
doli dì Venezia lo provano abbastanza; provano 
che il nome del Vico si diffondeva , che i suoi 
libri furono accodi presso alcuni pochi con sen- 
ttmeviito di ammirazioiìe^ provano, che in Francia 
si cenoindava a studiarlo, provano che poteva esser 
vicino un vero riconoscimento del Vioo, uno 
atudio serio su Mi lui, uno svolgimento deUe 
fitte idee. Ma il &tto non corrispose all'aspetta- 
ficioBe, né la rettorica del Predari varrà a provare 
U ^contrario; e quei casi particolari ed eocezio*- 
nali di ammirazìoiiie, anziché dargli ragione, com- 
plieaiio maggiormente la questione e rendano 
giusta e naturala la domanda, che si fa dal F^errarn 
Donde venne che il Vico iKm ebbe dal suo tempo 
gli onori che si meritava? Perche non ebbe immo- 



Vis VICO E IL SUO TEMPO 

diati scolari, che ne continuassero e svolgessero 
le dottrine? Perchè anzi quasi tutto il suo secolo 
lo sprezzò o non l'intese? 

La questione è molto grave; ma il porla è 
cosi giusto che il Vico stesso la fece a sé me*- 
desimo più volte, e ne trattò nelle sue lettere. 
Esrli ne accagiona per solito le tendenze gene- 
rali dei tempi, e l'indole degli studii, che erano 
venuti prevalendo in Europa. Il suo animo è 
cosi rattristato dalla misconoscenza universale, 
che egli vede e in Italia e negli altri paesi una 
grande decadenza intellettuale. Il che non dob- 
biamo ascrivere a vanità, non potendosi preten- 
dere , che un uomo, il quale come il Vico avea 
saputo intuire si grandi verità ed aprire a tutte 
le scienze morali una via novella più ampia e 
sicura della passata, non avesse, coscienza del 
suo valore , e tenesse in grande stima un* età, 
che mostrava verso di lui una si grande non- 
curanza. 

Nelle lettere alFEsperti, al De Vitry, al Solla cosi 
manifesta le sue malinconiche idee sopra i suoi 
tempi : « Lo mie dottrine, dic*egli, non avranno 
accoglimento che presso pochissimi , perche la 
moda delle lettere loro è del tutto contraria in 
Europa, uè io voglio piegarmi a lei. Dappertutto 
or non si ode a parlare che di Metodo e di Cri- 
dica^ metodo che non ci fa scoprir nulla, critica 
che ci conduce in filosofia allo scetticismo, nella 
filologia, scompagnata com'è oggidì dalla filo* 
sofia, a un' erudizione del tutto inutile. » Cosi 
secondo lui la cagione principale, per la quale 
i suoi libri non piacciono, gli è la filosofia me- 
todica di Cartesio, riguardo alla quale cono- 
sciamo già i suoi pensieri , e che a suo avviso 
rendeva facili, ma superficiali e senza frutto gli 
studii in tutte le scienze. — L'indole stessa di 



CAPO xrr 9S9 

tatto il secolo gli è avversa. Il suo secolo è 
altrettanto severo nel dettar, massime quanto disso* 
luto nel praticarle ; e mentre effli lavora tutta la 
sua Scienza nuova suir idea della Provvidenza, a' 
suoi tempi non si ode a parlare che del caso d'Epi- 
curo della necessità di Cartesio. Cosi la Francia, 
dice egli> che era la Grecia d Europa va pur già de- 
cadendo con Gassendi che insegna una morale 
sensualistica , mentre 1* Inghilterra accetta dal 
Locke la Metafisica della moda^ nella quale si 
cerca di sposare la Platonica con Epicuro, La 
decadenza é universale in tutti i paesi e in tutte 
le scienze; la repubblica delle lettere è al suo 
fine^ esclama egli tristamente: i Teologi non fanno 
nulla, i Filosofi hanno la mente intorpidita dalla 
loro percezione chiara e distinta, la Morale più 
non si coltiva, credendosi basti il Vangelo, le 
Politiche ancor meno, perchè doveva bastare la 
pratica abilità. Egli vede nel suo tempo il fato 
<lella sapienza greca che andò a terminare in me- 
tafisiche niente utili se non pur dannose alla ci- 
viltà; cornagli ultimi tempi della Grecia, cosi i 
suoi sono, secondo il suo giudizio , vaghi più 
di raccontare in ristretto ciò che altri seppero, 
che profondarvisi per passar più oltre ; quindi 
chi voleva piacere s,* sxxoi tempi doveva comporre 
Dizionarii o Biblioteche o Ristretti^ e imitare i 
Snidi e gli Stobei, come facevano gli Offfnanì, i 
Màreri, i Bayli, i Fozii. 

In Italia le cose non vanno meglio che negli 
altri paesi e « quantunque in Napoli » scrivagli « 
« vi si abbonai 'di acuti ingegni e di severo 
« giudizio, che potrebbero lavorare opere tutte 
« nuove e tutte proprie, sono però i nobili ad* 
M dormentati da' piaceri della vita allegra; quei 
« d' inferior fortuna sono tratti dalla necessità 
« o di disperdersi nella folla del nostro foro. 



&69 VICO B IL nSUO TEMPO 

% o fBT nmaar^iu tranqaillaiiMnIe la vita» eftdr* 
« «itarfid in t)ooupaiziom) ehe se fion ^ieoe ^^li^ 
« wSpBtìo, oertamento ^anr tr(^p^ >gUmd énfie-r 
« vcdisdonro Ià nlitura (1). » 

.Si "^mb da questo tsome il Vdco ^«idteatsse i 
sooi tempi e il soo (paese b a quali cagieiiì 
attribnrsse la poca Ton'taini èie suoi lièvi é (M)é 
sue idee. -^ La sua descrizione é salquafìto traete^ 
ina non del tutto falsa, perchè per rettali» fti 
quello un ibempo di grande deoadet»a filosofica» 
e in {generale «per l'Europa di \ina grande coiva^ 
%ione nyopale» 'corruzione che naiioralmente si ri* 
fletteva ^elle dotitene ^e rendeva Tanimo del Vico 
<{n*ofondaiiiei>te religioso ad -esse avversisBÌnio. 

Ma le sue parole non bastano a Spiegarci 
tutto >1 fatto. Cercando io di compiere ie «ne 
osservazioni non pretendo per questo di pro- 
vare che le cose dovevano neeessariamefiie ^cìiséi 
avvenire. Gli è unMllusione molto -frequeiite ai 
giorno d'oggi presso i filosofi della storia» i 
quali, quando hanno spiegato tin iktte^ credeìiio 
nello stesso tempo aver provato» ^m «ibbo 
necessariamente doveva accadere. Cosi meati^ 
ciascuno ammette il libero arbitrio nella vita 
pratica e individuale» gli è accettato Qggigioni& 
rome un teorema scientifico, che nella storda 
di eSBO non sì debba tener contò^ e ohi non da 
dimo8trare><ìbe Machiavelli doveva proprio ìsèri^ 
vere in quel modo e Kant stampare la sua Gritiòà 
della Ragione pura nel 1781» quegli non s'intende 
di storia. Ma il vero si è che in questa la VÈé** 
oessita s'intreccia sempre coUa' libertà, giacche 
se per una parte um latto si colleg>a sempre ne*- 
necessariamente colle condizioni del suo tempoy 
questa colleganza e poi possibile in diversi modi 

<1) V. ^oe^ Mtere ««1 Voi. VI f . B-ÌY. 



CAM 3VV^ 2^ 



k>. Bon^ dtròt (iudiq&& che il. Vipoi dtyvBsta ne^a^ 
sariamente esser misoonosciuipt dait auQj t6ni|»o; 
ma, io. mi contenterò) <li> mostnane qiifintet erano. 
Isi difficoltà e quaatii gli ostaoali da^ TÌncerev 
penchò ciò noa accadesse.' 

Lei cagioni del- fetto. sono, di due maniere : ler 
ViBe si trovano nella Qondj%ioni> del itompo^^ let 
altra in quelle paHiicolari del Vico stesso^ metntro* 
questi non- vide naturalmente, che le: primev 

Abbiane già Teduitov nelle parti antecedeutì^ 
«ssere ioesatto quanto sostiene il Ferrariv, che» 
il Vico non. avesse alèunaoonnessione'seientifica'. 
co* suoi tempi; abbìam veduto, anzi, o^me^ ii suoi; 
prejblemi: i^ trovavano in germe- nella, aciuola 
greziana e nel coniiitto. ohe- si: celava, nel sapere- 
deli suo . tempo tra, la filosofia e la filologia. — 
Certamente però» ad> iscorgerveli sdlora^ Qi daf 
Ione un soddisfacente scipgli mento si richiede vai 
una fbrza< straoidinaria d'intumooe, « questa 
ebbe 11 ViiBOi Una volta poi indicai lai slrailai 
doveva esser facile a' suoi oontemmraaeL il ae*- 
gi|ii*|a« Btea questo niun paese era aUorai quanto 
r Ital&;- disadatto. Già il problemanon erajstaiot 
pòrto vài Vico dalla, scienza italiana», ma, almen 
per- la massima parte» dalla straniera. 

Rorse il Vico avrebbe in. altri paei^. avuto- 
miggior» fortuna, fofse in Germania, avrebbe^ 
affrettilo di meaaO' secolo la. grande 'Criticai ator 
rioày et; le. avirebbe> anche dalo subito, uu: carat- 
tere di maggior profondità psicologica. Scrivendo. 
in> Itaìlia. egli non«poteva naturalmente produrre 
i musimi, effetti , giacché molto raramente» 
Hit uomO' può esercitare una grande . ipfiuenzat 
ftu>vi' dri proprio paese^ quando da questo stesso; 
noDc fiataoj stati primaL rtcooosciuti i; saoii mmtv 
e^preokmatflu la: grandesia^ SBa^ 

Hf^ m> Italia non. v* era^ a)lQnu pivu alecO) tao* 



96S VICO E IL suo TEMPO 

vimento filosofico, essendosi in filosofia e nelle 
scienze morali in generale divenuti schiavi dallo 
straniero; per tutto il corso della Filosofia giù* 
ridica nel secolo xvn e nella prima metà del xviti 
noi non abbiamo, tranne il Vico, alcuno scrit- 
tore geniale; nell* erudizione classica siamo pure 
molto al disotto delle altre nazioni d* Europa; e in 
quanto alla giuridica la scuola stessa del D'Andrea 
ebbe corta durata, perchè una parte si rivolse al 
Diritto dottrinale e positivo, mentre i più degli 
ingegni, come ci dice il Vico stesso ^ si erana 
sempre rivolti alle cose del Fòro^ luiìico mezzo 
per acquistar fortuna ed onori. 

In tal paese e fra tali concittadini, come pò» 
teva il Vico fondare una scuola storica e filoso* 
fica ? — Le difficoltà venivano accresciute dalle 
condizioni personali del Vico, dall'indole delle 
sue dottrine, e dai bisogni diversi del tempo. 

Fondare una scuola in Italia non era allora e 
non è. al presente cosa cosi facile come oggidì 
per es. in Germania. Per far questo ti basta in 
Germania ancor oggi, quanto alle condizioni 
estrinseche, essere professore in un' Università. 
— Colà tu puoi svolgere intieramente la tua 
dottrina e compierla a viva voce in tutte le sue 
parti: hai scolari che ti ascoltano liberamente 
e non ti vengono a udire per obbb'go, né sola* 
mente nella scuola, ma in casa, se occorre, e 
lavorano sotto la tua direzione continua ed im- 
mediata. 

Ma nelle Università italiano o almeno in quella 
di NapoH si erano al tempo di Vico già in parte 
andate perdendo ìe libertà , che avevano nel 
medio evo e nei primi tempi moderni re^ quelle 
vera palestra della scienza. -^ Ogni professore, 
doveva già come al presente insegnare una de- 
terminala materia; per il che il Vico' obbligato 



CAPO xfv 36S 

£er tutta la sua vita all' insegnamento della 
ettorica, e quelle scienze nelle quali egli aveva 
&ttd i suoi più grandi studii potendo solo 
toccare di sfuggita, non ebbe nella cattedra 
alcun mezzo potente per la diffusione delle 
proprie idee. — Né egli poteva fare la sua 
casa un centro . di studii, scarso com' egli era 
dei beni di fortuna e non ragguardevole né 
per nobiltà di sangue né per grado elevato. — 
Nella società d'allora come nella presente non 
era più cosi facile come in Atene, che solvesse 
un Socrate a filosofare per le strade» e che 
potesse, malgrado i piccoli natali, le poche ricchezze 
e il basso stato, raccogliere intorno a sé i più 
colti giovanv della città. — A qualche rampollo 
delle più nobili fìstmiglie di Napoli fu obbligato, 
per campare, insegnare i latinucci, e il De*Rosa 
ci sa dare i nomi d'alcuni; ma nessuno divenne 
celebre nella scienza. 

Ad alcuni queste mie considerazioni parran 
leggerezze, giacché ci siamo ora avvezzi a ere- 
di»rer che il Fato regga le vicende degli Stati 
come il progresso del sapere e quindi sprez- 
ziamo le cure minute, che pur sovente produ* 
cono le coee grandi. Io credo invece che al 
presente i nostri insigni scienzati potrebbero 
esercitare un'assai più grande influenza, se le 
loro relazioni personali fossero più grandi ed 
estese, e se le Università avessero un ordinamento 
più libero, e tale che ogni uomo d'ingegno vi 
trovasse modo di esporre idee proprie, e di aver 
scolari che ne comprendano e ne svolgano lo spi- 
rito, noli le accolgano passivamente per ripeterle, 
a memoria negli esami. Del resto fra noi non 
si dà ancom sufficiente importanza al conver- 
sare scientifico e si crede troppo ingenuamente^ 
che tutto possàn fare le lezioni deU' Università, 



2Aik VICO EUft 80» TEMPO 

a r^ybri;. Ma. il: libsoiet Islffzione ima -som unti 
«oai^efficaoi,.come' una oonirersaeione Ubem^db^ei 
ilipensièro^non si: o&q^rime^ én^r^, coUftJ medesima 
duterminatezza) come^ in -^elli, mausi presenrtsu ipm 
«Bompiuta^ più variato; più pieg^i^evoie aì^i^iscfgni 
di chi ci ascoltai Cosi illcooìTiiereio iotrmo e fileni* 
gliare cogli uomini^ addottninad' introdiicet i fpo^ 
vani^ più facilmente nei segreti della scìenzate 
lepo. insegna mei^lioi cUe^ i. libri e le lezioni axk 
approfoiìdire le idee* e* a> pensare' da sé; il^ ohe 
è il) proprio fine; d' ogni insegnamento. — Di» 
giovani cUe cosi* facessero n^on ebbe alcixnnt. in^ 
tomo a. sé il Vico« 

6011 qusmto. si è detto:: non si vuol negare >- la» 
grande eiScacia^ che-libri pieni di vedute^sl pro*^ 
fondB, quali erano quelh: del: Vìcov avrebbero 
potutO' esercitare; se altri ostacoli particolaid'nos 
si.foasero fiuppostu S^aziatamente- immolli «difetti 
di stile e di esposizione, che i suoi libri airaanov 
li rendevano da> una. parte difficilmente* intelli- 
gibili,, dall' altra assai facili, come abbiami veduto^ 
ad essere cotosbattuti; e messi- in dérisibne àà 
ima critica arrogante' e ristretta < d^idee- (i)ì 
Noi abbiamo veduto come egli; non jibbla^ mai 
avuto coscienza perfettai del. sud pensiero > e 
quindi, con (]^uanta. facilità si; avvolfresse* in éon- 
traddizioni, dimenticasse a misconoseossr le: cose^ 



{il Cosi egli dipìnge jcan<lidaineDte:?la:sua^ coodàLiépe ri94 
petUk. aiJa. Crìtica dei suoi tem^ «< Quanta > fu. acce- :.»>* («il 
Vico) tt contro coloro i qqali p,rocurarono diffamarlo,. 
^ tanto fu ossequioso inverso quelli, che dì esso e delle 
9 sue opere^ facevano grasta siiena^ i quaH semprT furono 
t* • i i m igl iori' 61 i ( pie. doltr deMi cHCà. • be^s mexit * a i fM, » 
ti.ftli.uài e»gll>alUPÌ> pjfsrohèi eaUivìitiotti fi») ]pfftiBi pia 
K perduta il chiamava: pazzo,.. con,,vocahaU più. civili 
« il: dfcevano essere ' straj^ag^nte e d'^idee singolari ed 
^ oseopei »■ IV^ 416.' 



CAPO XIV 26$ 

4eVte da lui zsedesimo ; abbiam veduto come e^ 
muti oontikiuameirte il seaao della parole, e- 
quanto «a disordinato e confuso; abbiam veduto 
come il concetto stesso della sua scienza gli oscil- 
lasse di continuo nella mente, e come egli mt 
colmo di sciagura coronasse la su» vita intellet* 
tuale con un peggioramento parziale, ma molto 
rilevante, della sua dottrina, cioè coUa seconda 
S&ienza nuova, le cui idee intomo ai Corsi e Ri- 
corsi do vevan presto metterlo in discredito, e 
falsare il concetto profonoUssimo ed originario 
del sue sistema. Egli stesso fece quanto potè 
per distogliere gli altri dal pigliare doUe sue 
dottrine una giusta ed aceiiirata conosceuEa, pro- 
clamando che la più vera espressione di esse 
si trovava nella Scienza nuova del 1730, e che 
iìiorì di questa nessun altro suo lavoro, tranne 
ire luoghi della prima Scienza nuova, egli s^- 
vrebbe voluto gli sopravivesse. 

Cosi il Vico stesso rinnegava e distruggeva 
l'opera sua. 

Ma anche le tendenze e i bisogni diversi del 
tempo, chedovevano fra breve influire sulla scienza 
italiana, gli stavano contro. — La Critica e la 
Filosofia della Storia sono scienze che non ten- 
dono direttamente a soddisfare alcun bisogni^ 
pratico della vita, ma si veramente il più no* 
Dile e più elevato bisogno speculativo, quello 
cioè di conoscere lo Spirito umano e le Leggi, 
che ne governnno lo svolgimento anche in 
un passato remotissime, e dove non ci sian pur 
da pigliar norme per la vita pratica; e quan- 
tunque indirettamente auche per questa molti 
vantaggi si possano trarre realmente da tali 
studi!, tuttavia essi non vengono molto facile 
mente scórti; quindi quegli studii prosperano 
più frequentemente in un tempo di grande raf- 



266 > VICO E IL suo TEMPO 

finatezza scientifiea, e quando le menti si di*^ 
stoigono più facilmente da^li afiari. Cosi fo j>re880- 
di noi per la Filologia e la Filosofia teoretica in 
generale nell'epoca del Rinascimento» e cosi 
presso i Tedeschi per la Critica e la Filosofia 
verso la fine del secolo passato e nella prima 
metà del presente. — Ma ai tempi del Vico le 
condizioni delle cose erano in Italia e general- 
mente in Europa del tutto avverse all'indole delle^ 
sue dottrine e contrarie alla loro diffusione. 

Si manifesta in tutto il secolo xvrii una ten- 
denza generale alle ritbrme sociali. Le grandi 
monarchie d* Europa, che verso il principio del-- 
Jetà moderna erano venute solvendo sulle ro* 
vino del feudalismo, da loro fiaccato coU'ajuto^ 
del ceto medio , avevano però dovuto lasciar 
sussistere un numero grande d'antiche istituzioni, 
cui non era possibile in quel tempo per le idee 
non ancora progredite e per lo stato npn ancor 
sicuro delle cose il distruggere. Queste istitu- 
zioni non erano tutte in sé cattive ; ma non si era 
saputo, salvo in Inghilterra, conservarle piegan- 
dole ai nuovi bisogni. Si era anzi in parecchi paesi 
dell'Europa venuto distruggendo ciò che di meglio 
aveva tramandato il Medio Evo, lasciando sus^ 
sistere il peggio. Cosi mentre da una parte le^ 
monarchie si erano venute rendendo sempror 
più dispotiche coIFajuto della borghesia, ajuto, 
che esse s'erano procacciato sostenendola contro 
la nobiltà, raggiunto ch'ebbero il loro fine, la- 
sciarono che la nobiltà continuasse ad esercitare 
sul popolo molte angherie, e si conservasse pre* 
potente verso di questo, purcbò rimanesse im- 
potente di fronte al sovrano. — Ma il popolo 
doveva in breve risentirsene , perchè alla co* 
scienza naturale dei proprii diritti, che l'uomo 
sempre ha in so, si era venuto aggiungendo» 



CAPO XIV 2^7 

la coftciasza della propria forza ; né v'era più 
alcana ragione o fittto , che a' suoi occhi gli 
legittimasse quell'oppressione o gliela facesse 
parere invincibile ea inevitabile ^ come per il 
popolo latino era avvenuto in alcuni paesi al 
tempo delle conquiste barbariche. 

Or non v'ha cosa che più sollevi gli animi 
di quello, che appare come del tulto arbitrario 
e ingiustificato. Le menti dovevano naturai-^ 
mente rivolgersi a considerare l'ingiustizia delle 
istituzioni sociali, che esistevano, ad escogitare 
migliori e nuovi ordinamenti, fondati sull'equità* 
e più conformi agli interessi universali , ai di- 
ritti imprescrittibili dell' uomo e al fine della so-- 
cietà. 

Avevano disposti gli animi a questo rivolgi- 
mento, nell'ordine dei fatti la Riforma dap- 
prima e poscia la Rivoluzione inglese, e in quello 
della scienza la scuola di Grozio* Quantunque 
questo e i suoi scolari immediati giustificassero, 
come vedemmo^ il più assoluto dispotismo, e 
dalle sue dottrine avessero potuto sorgere quelle 
dell'Hobbes, tuttavia v' erauo ne' suoi principii i 
germi delle teorie liberali del Locke e del se^ 
colo xviiì; perchè avendo egli fondato il Diritto 
sulla natura umana, in questa dovevano presto 
riconoscersi diritti assoluti e imprescrittibili, non 
solo nelle relazioni private ma anche nelle po- 
litiche. Già nel Grozio si trova accennata la teo- 
ria, che fa sorgere la società da un contratto, 
teoria, dalla quale doveva derivare la dottrina 
della sovranità popolare, nata dapprima in. In- 
ghilterra, accettata in Francia daljo stesso Mon- 
tesquieu (1), svolta poi e messa a fondamento 

(1) Così questi definisce col Gravina lo stalo per la riu- 
nione di tutte le forze particolari, cioè di' tutte le volontà 
degli individui che compongono un popolo (f, 3). 



S5& VICO E IL SCfO TEMPO 

di tute la s^ienw politica, e spelale dai fifiiMseau. 

Cosi mentre- in halia il Vico ceiwaura nella sua 
solftodine di risolvere un prdblema del ttàio 
teoraco e scient^co, problema, che Lo studia 
della scuola gìnridiica di firozio gli faceva sor-^ 
gere in mente, questa stessa pìg^Va in Inghil- 
terra e in Francia mi indirizzo del tutto diverse ; 
nel qtiale gli sforii dei pensatori politici, menr 
tre si rivolgevano a trovare al Diritto e allo Stata 
un fondamento razionale, miravano nello stesso 
tem|>o direttamente a une scopo pratico , cioò 
alla riforma della società. Queste tendenze ersene 
comuni a tutti, non meno al Montesquieu ohe 
al Rousseau, quantunque si manìfiBstassero in 
modo molto differente, come dal semplice rav^* 
cinamento di questi due nomi gli è ben facile lo 
scorgere. 

Ma come avvieaoe sempre nelle cose un»ne, 
olle ad un'idea giusta non pnma veduta si dà 
nel suo primo mostrarsi maggior valore e lar*- 
ghezza ebe ad essa non si dovrebbe, si andò 
anche in quella tendenza all'estremo. -^ Come 
prima tutto il meccanismo sociale aveva la sua 
ragione giustificativa solamente nel fatto storico, 
cbe Taveva prodotto, ora, negletto questo intie* 
ramente, si volle tutto fondare sopra concetti a 
priori, e governare la società con precetti travati 
codia sola ragione. Ogni pensatore politico aveva 
il sao tipo di governo , e le diverse condóiom 
dei popoli non dovevano essere studiate per 
altro fine^ che quello di conoscere i mezzi mi*- 
glidrì , coi quali quell'ideale doveva venir realiz- 
zalo. Nulla é più lontano da tutti quegli ssrittori 
poUtìci e storici del secolo xvni, quanto il concetto 
profondo del Vico e della scienza moderna, che 
vi sono nell'Umanità delle istituzioni comuni 
a tutti i popoli, ad essa essenziali^ la società 



CAPO XIV 369 



stessa, la religione, il cbritto, lo stato, le <|^tta]i 
si Tengono svolgendo spontaneaaoiente e pigliano 
cai*atteri e forma ààmna. preaio ciascuno di 
loro, non gii, come suppone lo stesso Monto- 
squieu, in virtù di un fine e di un disegno che 
i popoli o ì loro legislatori si siano a principio 
proposti di attuare, ma si in virtù dell'indole 
particolare di ciascun popolo, di quell'organismo 
intimo spirituale, obe coatiitaisce uno degli eie* 
menti di &talità nella storia, e che non dii^ugg^, 
ma limìtsk o meglio determina l'esercizio d^Ua 
libera iacoltà dell'uomo, degli individui come 
dei popoli. -^ Ma tali concetti, che il Vico ebbe 
il gMÌo d'intuire in parte, non poteva.no esaere 
intesi dal secolo xviii a cui mancava in sommo 
grado il senso storico , e nel quale era più 
grande l'osservaBÌone e il ragionamento, che 
la profonda coscienza psicologica. — I prineipii 
del Vico non erano per verità privi di conse- 
guenze pratiche ; ma queste non potevano cosi 
facilmente scoi^ersi eome quelle dei politici del 
suo tempo, che le mettevamo in maggi(M* vista 
o ne menavano grande ronunre, essendo esse la 
mira principale delle loro invesliigazioni e dei loro 
scrìtti. — Cosi questi inspirandosi ai bisogni di^ 
tempo e predicando le riforme sociali erano efiPetto, 
ma ad un tempo si fìusevano eau^ del movimento 
degli animi in allora, e gli scritti del Vico, che 
erano il frutto d'una meditazione individuale» do- 
vevano del tutto venirne offuscati. 

Di qui si può oa|Hre la gnande influenza, che 
quei politici ebbero sugli avvenimenti del tempo 
e sull'avviamento degli spiriti e delle idee nel 
loro secolo, fissi divennero vita ed anima di 
tutto quel movimento riformatore, che caratte» 
rizza il secolo xviif, tutto ripieno di quello spirito 
iilantropico e umanitario, che verso la fine dei 



370 VICO E IL suo TEMPO 

secolo si doveva manifestare anche in messo ai 
più atroci avvenimenti. — Un tale spirito aveva 
preso dapprima non meno i principi che i po- 
poli. Quasi tutti i paesi d'Europa ebbero in 
quel tempo il loro principe riformatore ; e molte 
cose buone ed utiU si fecero: si corressero an- 
tichi abusi, si abolirono assurde istituzioni, si 
mise miglior ordine nella società. Ma non da 
tutti si procedette con la cautela e la prudenza 
necessaria: sì voleva da alcusni tutto dis&re 
senza alcun riguardo allo storico e al tradizio- 
nale; tutte le istituzioni del popolo dovevano 
trasmutarsi per conformarsi alle norme assolute 
accettate dal principe filosofo, il quale voleva, 
che i suoi sudditi, come si disse di Giuseppe II, 
fossero felici a loro dispetto e a suo modo. 
Quindi si denominò giustamente quel tempo il 
tempo del dispotismo illuminato^ tempo nel quale 
regnarono, secondo i deùderii di Platone, prin- 
cipi filosofi. 

Di questo movimento si risenti l'Italia nel- 
Tordine delle idee non meno, che in quello dei 
fatti. Anche Tltalia ebbe i suoi principi rifor- 
matori e i suoi politici teoristi, i quali forma- 
rono una scuola che per certi rispetti non la 
cede alla francese. — Quantunque essi per il 
loro carattere medesimo non potessero ricevere 
una grande influenza dalle idee del Vico, tut- 
tavia alcuni di essi lo studiarono, e noi vogliamo 
seguirne brevemente le tracce nei loro lavori. 
Accanto ad essi noi vedremo alcuni pochi, i 
quali si proposero realmente di svolgere le idee 
vichiane o si travagliarono in un medesimo or- 
dine d'idee; ma essi non sono che gli ingegni 
minori e se ne eccettuiamo in parte il JaneUi, 
nessuno seppe emular il Vico o farne in so ri- 
vivere lo spirito coli' approffondire le sue idee; 



CAPO \v Mi 

non 8i fece dai più che ripetere servilmeate 
alcune di (questo. 

Degli uni e degli altri tratteremo in due di- 
stinti capitoli. 



Capo XV. 

Vico e i Politici italiani contemporanei e poeteriori^ 
che con Ini si connettono. 



11 Gravina^ che di poco precedeva il Vico, e 
<;he trattò alcuni soggetti comuni con questo, si 
rannoda colla scienza antica da una parte e 
dall'altra colla scuola groziana, come già ab- 
itiamo accennato nel Capo iV. A lui manca del 
tutto il concetto storico fondamentale del Vico ; 
e lo stesso noi osserviamo in un altro concit- 
tadino e contemporaneo di questo, nel Gian- 
none. 

11 Giannone é uno storico o meglio un po- 
litico italiano del secolo passato , che si tenne 
ancor libero dall'influenza francese, al con- 
trario di tutti quelli, che vennero dappoi. Ma 
anqhe nel Giannone manca non meno che nel 
Montesquieu e nella scuola francese il senso sto- 
rico del Vico e della scienza moderna. 

Quattro anni dopo che il Vico aveva stampato 
la seconda Scienza nuova , cioè nel 1 739 , il 
Giannone, allora prigioniero del Piemonte nel 
castello di Ceva, scriveva quei suoi Discarsi 
storici e politici sopra gli Annali di Tito Livio ^ 
i quali ci mostrano quanto grande fosse la diffe- 
renza delle menti dei due grandi Napoletani. — 
Jfoi troviamo nel Giannone il genio politico del 



372 VICO £ GIAKNONE 

secolo, xvitr, quella tendenea a considerare le- 
instituzioni umane, come il trovato dei legisla- 
tori, i progressi delia civiltà come un effetto 
più o meno artificiale delle loro diq^osisìoni , 
come il frutto di un disegno da loro precon- 
cepito. Egli, trasportando anche nei tempi più. 
antichi le idee e i concetti de' suoi, tratta delle 
istituzioni primitive di Roma e ne fa la critica 
colle regole comuni e generali, che ci ven- 
gono dettate da queir accortezza e da (jaeirespe- 
rienza, che si acquistano negli artifizii della po- 
litica moderna, e non pon mente all'indole di- 
versissima di quei tempi antichi, nò cerca di 
addentrarsi nello spirito e nell'intima natura 
di quegli uomini, che vi agirono. Cosi T antiche 
religioni sono da lui considerate come invenaioni,. 
cui trovarono accorti legislatori, per tenere in 
freno il volgo ^ che si lasciava trarre dalia eua^ 
naturale credulità a prestarvi fède ; la divina- 
zione non è che un trovato di impostori, la 
credenza negli spettri , nelle ombre o anime 
degli uomini, che in quella forma continuassero 
dopo la miorte la loro esistenza, superstizione, 
che Numa Pompilio seppe diffondere per fiirla 
servire a' suoi fini, quantunque né egli né tutta 
la gente seria dappoi ci credesse. Il Giatmone^ 
tiene poi per vera la indizione in Grecia per 
la compilazione delle xii Tavole > e su questo 
punto é inferiore ancora al Gravina. La me- 
desima grande mancanra di senso storico mo- 
stra, quando seguendo ciecamente la tradizione, 
afferma che Roma ricevesse da £omolo tutu lé 
leggi militari e politiche^ poi à^ Numa tutte le 
leggi rehgiose. 

Quindi quantunque il Giannone fKretendesse 
di fare in quegli scritti una vera critica storica, 
egli non vi riesci ; perchè non aveva sufficiente 



CAPO XV 973 

spirito di oKMrvetiiyné^ interna , efae gli ikcesse 
eogH«ra i &tli todla loro storiisa realtà, n^la 
r«4ko psioologicfl, da eufi rftmpollano. 

L'opera maggiore del Giunone, La Storia ei- 
viU del regno di NopoUy mostra poi ancor meno 
la sua attitaéìne alla filosofia storica. Quel laxroro, 
i cui meriti, specialmente avuto riguardo si suo 
tempo, nessun certo vorrà disconoscere, non mira 
per verità a questa ; esso ha piuttosto uno scopo 
pratico, perchè t>ccQpando6Ì delle rstituziont, come 
si vennero estrinsecamente stabilendo^ mira ad 
illustrare le leggi del suo paese, e specialmente 
a chiarire e determinare i rapporti dello Stato 
colta Chiesa, una delle grandi questioni giuria- 
diche dol passato secolo, come del presente. 

Dopo il Giannone e il Vico gli scrittori ita- 
liani vanno sempre più perdendo la lord ori- 
ginalità; r influenza francese si fa sentire po- 
tentissima o più sui più grandi ingegni. 

I tre periodi del lioeralismo nel secolo pas- 
sato potrebbero riassumersi in tre nomi: Loke, 
Montesquieu, Rousseau. Di questi il primo non 
ebbe generalmente sull'Italia che un'influenza 
indii^etta^ cioè per mezzo dei Fi*dncesi> i cui primi 
scrittori politici si educarono alia scuola in- 
glese. •*- Degli altri due in quel secolo eeercitò 
un'influenza ben più girando il Montesquieu, che 
non il Rousseau, quantunque sia stato lanto 
maggiore dappoi e lo sia anche al presente l'in- 
fluenza di questo suH'Italia; perché come avviene 
solitamente nei paesi, nei quale la vita intellet- 
tuale si sia afiievolita e che si trovino a contatto 
con altri di coltura più giovane e vigorosa, noi 
accettiamo sovente le teorie degli stranieri, 
quando questi le cominciano a smettere. 

Contemporaneo del Giannone, il Montesquieu 
manca come questo del senso storico, e come 



^374 VICO E MODITBSQUIEU 

•<]U6sto non seppe vedere le grandi ed originali 
idee del Vico. Quindi ha ragione il Ferrari nel 
dichiarare che nessuna diretta e grande influenza 

{>uò il Vico aver avuto sul Montesquieu « e che 
'essersi incontrati essi in qualche idea partico- 
lare non toglie la diversità grandissima , anzi 
rintima opposizione che c'è tra le loro idee e' l'in- 
dole della loro mente; il che ci rendo sicuri che 
essi dovettero battere ciascuno una strada prò- 
pria e dall'altro indipendente. — Secondo quello 
che osserva assai giustamente lo Sclopis in un 
«uo pregevolissimo scritto intorno al Montesquieu 
(1), anche questi come d'ordinario ai suoi tempi 
si faceva, considera i bisogni della società 
come troppo legati e dipendenti dalle forme di 
governo. — Egli ha ben intravvisto , prosegue 
il lodato scrittore, che v'ò in ogni popolo una 
natura intima che opera, cioè quello, che egli 
chiama l'Esprit general, ma non l'ha saputo 
sorgere in tutta la sua profondità, ed ha su- 
bordinato il carattere dei popoli alle forme di 
governo, mentre queste sono del tutto un ef- 
fetto, una delle molteplici manifestazioni di 
quello. Quel genio istintivo, intimo d'un popolo, 
che crea incessantemente e inconsciamente e 
che dà una forma particolare allo svolgimento 
delle sue idee, delle sue istituzioni^ de' suoi av- 
venimenti, sfuggi al Montesquieu come ai filosofi 
politici del secolo xvin in generale. Gli è vero, 
ahe le considerazioni storiche h;mno pure grande 
importanza pel Montesquieu ; ma la storia è per 
lui come per Macchiavelli un mezzo non già per 
eonoscere l'intima natura dei popoli e delle in- 



(1) V. nello Memorie delPAccademia delle Scienze di To- 
rino, voi. 17.® anno 1858 : Recherches historiques et cri- 
liques sur l'Esprit des Lois d$ Meniesquieu. 



CAPO XV 275 

cessanti trasformazioni di essa, ma per. trarne 
precetti e norme utili per la vita pratica, per 
trarne insomma un opportuno ammaestramento 
intorno ai diversi modi, coi quali il legislatore 
si deve regolare per conservare questa o quella 
forma di governo (t). Cosi anche per il Mon- 
tesquieu come per tutto il secolo xviii il con- 
cetto della natura • sul quale esso fondava, il 
diritto e la società^ era qualche cosa di estrin- 
seco allo svolgimento dell'uno e dellaltra; per 
questo egli non seppe, come il Vico, conside- 
rare la storia quale una vera manifestazione 
della natura umana, e non vi scórse quasi 
che un complesso artifìziale di fatti. 

I caratteri principali delle dottrine del Mon- 
tesquieu si comunicarono alla scuola italiana, che 
sorse sotto la sua influenza, modificati natural- 
mente dal carattere individuale degli scrittori, 
dall' indole e dalle condizioni del paese , e dalle 
altre dottrine, che signoreggiavano nel loro 
tempo. — Nessuno di essi, dominato come era 
dalle idee francesi, poteva comprendere il Vico 
nella sua profondità e nella sua vera natura. — 
Dobbiamo dire anche, che ben pochi lo studiarono. 

— Dall'illustre schiera degli scrittori politici ed 
economisti milanesi, dalla cosi detta società del 
Caffè^ pare che il Vico fosse del tutto ignorato. 

— Uguale dimenticanza non troveremo nei po- 
litici e giuristi napoletani ; che an/i noi sap- 

{>iamo, come tanto il Filangieri quanto gli altri 
avessero in grandissimo pregio. E quanto al Fi- 
langieri noi non lo sappiamo solo da alcune 
parole, per verità troppo parche, che egli scrisse 
in sua lode nella sua Scienza della Legislazione, 
ma da una relazione del Goethe, il quale viag- 

<1) Klimrath in Sclopis, p. 219. 



^7è VICO E FILANGIERI 

giando per Tllalia nell'anno 17S7 e trovandosi 
in Napoli visitava il Filangieri, come uomo di 
cui oorreva altiesima la fama in twita l' Europa 
allora. Egli narra come un giorno questi gli 
fistcease conoscere vkno scriUore emtieo, dd quale 
i giuristi italiani stimavano ed onoravano infi- 
sitamente la inarrivabile protbndità« Era G. B. 
Vico. « I giuristi italiani, soggiunge il Goethe, 
« Io preferiscono a Montesquieu: un rapido 
« sguardo gettato sul libro, che il Filangieri 
« mi imprestò come una reliquia preziosa, mi 
« ha fatto sospettare, che vi sì trovino dei pre- 
« sentimenti sibillini del giusto e del buono, che 
« deve che dovrebbe realizzarsi un giorno , 
« presentimenti tratti da una seria meditazione 
« delle storia e della vita (1). » 

Da questa relazione del Goethe appare, quanta 
venerazione professasse il Filangieri verso del 
Vico, e come i Napoletani continuasse^ a stu- 
diarlo, sfruttandone le idee in parte o in tutto^ 
come vedremo specialmente tra i cosi detti suoi 
scolari, senza che però alcuno si addentrasse in 
esse molto profondamente. Meglio degli altri poi 
non seppe fare il Filangieri, la cui mente e le 
cui tendenze sono oppostissime a quelle del 
Vico, più che non lo siano ancora quelle del 
Montesquieu. Il Filangieri stesso trova che questi 
si è rivolto di troppo alla storia. «^ Il Monte- 
« squieu ha, dice egli, ragionato più su quello, 
« ohe si è &tto , che sopra quelle , che -si do- 
« vf*ebbe faj*e. » Egli invece si propone di formare 
un sistema compiuto di legislazione; egli vuol 
dare le regole universali, colle quali si debbono 



fi) Goethe, Voyage en- Italie; lettera da Napoli 5 marzo , 
1787 — trad. Porchat. Son costretto a tradur dal francese, 
non avendo potuto aver tra le mani IVìginale. 



€AP€^ XIV 977 

condorM i popoli al benesflere e alla prosperità^ 
Il Filangiari non vede nelle istittuioni e nelle 
leiggi queirelemento , che nasce dallo gyolgi^ 
menlo spontaneo di ogni popolo e si radica 
profondamente nella sua ùltima natura. Le leggi 
debbono ben conformarsi all'indile di quello, 
al clima, alle circostanze esteriori, ina esse ven«* 
gono sempie escogitate dai Legislatori , e cesi 
fatte e conformate esse xiiventano pel Filangieri 
come pel Montesquieu la molla della vha so* 
ciale^ e la loro trattazieee quindi Soggetto pre» 
cipuo ed essenziale della storia. 

Tutto il suo libro sulla Scienza delia Lepida- 
zione è pieiiO di filantropia e spira un entu- 
siastieo ardore per il bene del genero umano, 
cui egli nella sua ingenua e sconfinata fiducia 
verso le buone leggi e la bmna edticazionef sp^*a 
veder presto riformato da capo a fondo ; quindi 
egli sogna prossima per TEuropa unera di grande 
felicità) nella quale però la Kussia per le buone 
l^gfiy ^^^ già , die' egli , possiede, avrà la pre- 
posideranza, mentre l'Inghilterra per le sue leggi 
eattive andrà a rovina, o dovrà trasformarsi. 

Come si poteva con taU idee comprendere il 
Vico e penetrare molto profondamente nella 
vita delle istituzioni sociali e nel eorso storico 
dell'Umanità? Tuttavia, seguendo egli un uso 
del tempo di intrecciare dissertazioni storiche 
alle disquisizioni dottrinali, e sentendo anche il 
de^derie di passar per dotto ed erudito, come 
si scorge chiaramente da molti capitoli della 
sua Scienza della Legislazione , entra parecchie 
volte nelle stesse materie del Vico, mescolando 
le idee di quesito con alcune proprie e d'altrui, 
non sempre con grande discernimento* 

alcune idee del Vico accetta egli nel capo VI 
del libro 5.^ dove spiega l'origine e i progressi 



278 VICO E FILANGIERI 

delie religioni. Egli distingue nello svolgimento 
di qaeste quattro periodi. Secondo lui l'uomo è 
dominato naturalmente dai due opposti senti- 
menti dell'infinito e del finito, dal sentimento 
della propria perfezione e da quello della sua 
debolezza. Ora nei primordj dell' Umanità do- 
veva dominare quest'ultimo e la religione sor- 
gervi appunto dal sentimento d' impotenza , in 
cui l'uomo ancor debole si trovava di fit>nte alle 
forze della natura, fbi'ze che egli riferiva ad un 
ente unico» da lui quindi adorato come l' ignota 
forza operante il tutto; si passa invece ad un 
secondo periodo quando comincia a prevalere il 
sentimento della propria grandezza e perfezione: 
in esso Tuomo cominciando a sentirsi superiore 
alla natura vi crea colla sua mente tanti enti 
&tti a sua somiglianza, che presiedono al go- 
verno e all'operare di quella ; in un terzo pe- 
riodo gli Dei vengono ordinati in un tutto, in 
una mitologia, colì'imporsi loro un re, rimem- 
branza confiisa delYignoto Essere del primo pe- 
riodo: nel quarto finalmente si deificano gli 
uomini. — Le Teogonie attribuisce il Filangieri 
tutte ad alterazioni fatte dai poeti nelle antiche 
favole, e molte di queste che già il Vico aveva 
acutamente riguardato come esprimenti primitive 
concezioni dello spirito umano, riferisce egli a 
certi fatti naturali ma accidentali e particolari 
realmente avvenuti. 

Del resto egli procede con quella presun- 
zione e sicurezza di sé, che era cosi consueta 
al secolo xviii nelle cose storiche, il quale, man- 
cando di senso storico , si credeva con grande 
facilità per mezzo di certi canoni psicologia uni- 
versali, tratti da un'immaginaria natura immu- 
tabile dell'uomo e quindi rigidamente applicati, 
costruire a priori la storia universale e spe- 



CAPO XV 279^ 

cialinente quella dei lìrìmordii, non tenenda 

Juasi mai alcun conto aelle speciali differenze- 
ei popoli. 

In questo quinto libro si vede l' influenza delle 
idee vichiane là dove fa di £rcole il tipo di di- 
versi individui, che operarono grandi gesta ; e 
dove combatte le idee di quei mitologi, che 
spiegavano le somiglianze dei miti tra i di- 
versi po^i colle trasmissioni dall'uno all'altro. 
— Egli invece, come il Vico, le attribuisce alle 
universali proprietà della natura umana com- 
binate colle universali circostanze del genere 
umano (t). 

Però il Vico in tutto questo libro, nel quale 
le idee migliori gli appartengono, non viene^ 
mai nominalo. — Troviamo invece fatta parola 
di lui nel capo xxxv del libro 3.^ dove il Fi- 
langieri, parlando del rapporto delle pene coi 
diversi soggetti , che compongono lo stato di 
una nazione, traccia brevemente una storia della, 
civiltà e del diritto criminale, conforme per una 
grande parte alle idee del Vico. Anche il Filan- 
gieri ammette per primi uomini i Ciclopi, e dice^ 
che questi formavano monarchie famigliari^ nelle 
quali ciascun padre era capo in tutti gli ordini; 
che tra di loro vigeva il jus majorum genlium, 
ossia il diritto della violenza privata, sul quale 
fondavasi la tutela. Anche per lui la clientela 
ha le stesse origini che ha per il Vico^ e i clienti 
sono i famuli f analoghi ai vassalli rustici del 
Medio Evo. — Si discosta talora dalle idee del 
Vico, ma per lo più guastandole : fa cominciare 
r età eroica o di barbarie dal tempo , che le 
diverse tribù vicine venute a contesa fra di loro, 
furon costrette a nominarsi capi, crearsi i re^ 

(1) VI, p. 275 ed. Glassici Ilaliani di Milano. 



280 VICO E' F1LA«€»RI 

Ma a»cfae in essa viga M jm fnajprum fen^m^, 
e D0n ri sono stabiUte punizioni ebe oontt^ i 
delitti di Stato, considerati come fatti eonlro la 
divinità ; e da esse hanno origine il jw arsa- 
num e le pene esemplari fsxemplq). La vio* 
leiixa privata si trasforma poi a poco a poco 
in violenza pubblica per mézzo di differenti e 
successivi gradi, Tasiio , la oomposizioae, il tar 
glione ; il qual ultimo fa nascere la tairiffa dei 
prezzi; e da questa oominoia il ju$ Beripiutn y 
col quale vien dato al re autorità di giudicare 
sui patrizii, e a questi sui esenti. 

Cosi dispostesi le cose, se in seguito avviene 
che il rè si renda tirannico e oppressore dèi 
patrizii , allora questi si collegano colla plebe 
contro di lui, i» rivoltano, e riesceodo vincitori 
fondano laristocrazia;. se invece sono i patrkii, 
che si rendono oppressori dei clienti > questi si 
collegano col re, abbattono i patrizu e fóndano 
una vera monarchia. 

Il Filangieri assai poco aggiunge al Vico, 
ninna idea ne migliora, niuna ne approfondisce, 
solo facendovi modificazioni talora del tutto in* 
giustificate. Egli lo nomina quattro o cinque 
volte in questo capo, ne Cita un lungo passo e lo 
dice anche in un luogo il celebre Vico; ma noi 
dobbiamo per questo tanto più meravigliarci 
della sua ingenua vanità, quando dà per sue 
le definizioni vicinane del/ti^ majorum genitum 
e del ju8 minorum gentium e degli Dei. manieri 
e minori che loro corrispondono, per sue le 
idee vichiane sulle leggi agrarie di Boma, sulla 
libertà signorile insituita da Bruto, sui oon^ 
nubii ecc., e quando malgrado questo ha l'a- 
nimo di scrivere, che tutte quelle cosa gli co- 
stano una lunga meditazione sulla prima co- 
stiluzione .aristocratica instituita in Roma dopo 



CAPO XV 28 i 

Fespubione dei Tarquinii. — Eppure non si 
può negare che il Filangieri fosse onesto ed 
avesse un animo nobile e generoso, e che te-f 
nesso il Vico in profonda venerazione, come lo 
stesso racconto del Goethe ce ne fa sicuri 1 — 
Se dunque quelle sue strane pretese non deb* 
bono esser attribuite a malizia, dovremo però 
dirle effetto di una singolare Tanità e leggerezza 
giovanile. — Del resto pareva cosa intesa fra al- 
cuni pochi scrittori napoletani delia seconda metà 
del secolo passato, che il Vico si potesse deru- 
bare a man salva senza citarlo mai o quasi. 

Fra i politici ed economisti contemporanei del 
Filangieri difficilmente troveremo altri in Italia, 
•che sì siano occupati del Vico o che abbiana 
con esso una grande attinenza. Noi dobbiamo 
discendere sino ad uno dei più grandi pensatori, 
che abbiano illustrate le nostre scienze sociali 
notila prima metà del presente secolo , voglio 
<lire ai Romagnosi, 

Sarebbe argomento di bello studio il para-, 
gonare le dottrine di questi due grandi ingegni, 
i quali toccarono molti punti comuni di dottrina 
con uno spirito si diverso. Il farlo però in tutta 
la sua ampiezza mi trarrebbe troppo fuori del 
mio argomento e toglierebbe al mio lavoro quella 
misura che mi sono proposto di dargli. Breve- 
mente trattò già questo assunto il Ferrari in 
un suo lavoro giovanile, però seriamente pen- 
4sato e sodamente scritto e fornito di alcuni 
pregi, che non sempre si ritrovano ancora nelle 
scritture posteriori di lui (1). 

11 fiomagnosi studiò il Vico, e nel 1 822 stam- 
pava snìYApe Italiana un articolo intorno a 
lui , nel quale si trovano giudizi non molto 

(1) La Mente di Giandomenico Romagnosù Milano, 1835» 

i9 



38t VICO E fiOUAiGNOSI 

e^i» e che mostrano^ conte neppur egli» »aU 
grado il suo ingegno proifen^a e severa e la. 
vastità della sua dottrina», avesse saputa cogliere 
r intimo pensiero de} Vioa e scoprirvi quel- fé*» 
condo germe di un novella sapere ,. che doveva^ 
tanta prosperare nel nostra secolla. 

ìfa dalle concezioni del Vico allontanavano 
il Romagnosi non 9K)lo le sue teorie ^riehe e 
politiche, nelle quali egli appartiene ancora in* 
tìeramente al secolo xvirr, nata anche le tendenze 
dei suo spirito e le attitudini del suo ingegno» 
quantunque anch' egli, come qualche scrittore 
napoletano, vi abbia spigolato alcune buone 
idee e sia tra quelli che meglio se le abbia 
sapute appropriare. Ansù egli seppe in iscritti 
posteriori allarticok) sovracitato render miglior 
giustiaia ai meriti del Vico e citarlo con molto 
onore. Cosi nelle scritto inedito sulla Viia degli 
Siati parlando di coloro, che primi trovarono 
i principii di filosofia civile , pone a capo di 
lutti il Vico e la Stellini (l); e altrove am- 
mira questi due scrittori, che per un'iipiraziene 
di un genio indipendente hanno segnato un nuovo 
tema alla fuHura generazione. Nelle Vedute Fon» 
damentali sulU IncivilimentOi il Vico ci viene rap- 
presentato come un ardito scopritore che solo 
e ^nsa guida s inoltra il primo in un paese non 
ancora esplorato a ne riferisce motte bensì con» 
fuse ma vere notizie (2). Ma se chiedete al Bo*^ 
magnasi in che consista il vero pregio del Vico», 
egli vi risponde» che sta nell' aver esposto j^or- 
ticolarità sul perfezionamento mortile e pcliàico^ 
come quella dello Stellini, di aver travato l'ori- 
gine razionale di varie opinioni moralù E negli 

(1) ITI, $ 980. Clio nell'edizione dei Dc-Giorgi. 
(2> 1, 8 1QS8- 



CAPO XV 283 

opuieóH filosofici (1), dopo aver condannato del 
Vic^ i suoi circoli siniilarf, come già neirarticolo 
succitata e averlo rimproverato, perché nel con- 
templaro le vicissitudini dei popoli e degii im- 
perii non fosse stato abbastanza penetrativo per 
ravvisarvi metamorfosi intellettuali e morali sotto 
idenriehe denominazioni di governo, lo encomia 
per essere stato abbastanza illuminato nel ri^ 
cercctre i caràtteri mentali della p-ima età e nel 
segnare le forme delle diverse instituzioni e delle 
loro^ locuzioni positive e semplificate nella storia. 

— Si vede bene, che il Romagnosi fu ancor 
lontana dal toccare il fondo delle dottrine vi- 
chiane: Il fatto stesso di mettere, com'egli h, 
sovente, il Vico a paro collo Stellini e anche 
col Janelli, mostra quanto poco egli seppe 
riconoscere l'importanza affatto singolare del 

f)rimo, e ch'egli vide ed ammirò nel Vico più 
e cose accessorie, che questo ha comuni con 
quegli altri scrittori e che più si accordano colle 
idee del secolo xvin, anziché quelle, cho gli sono 
proprie e nelle quali stanno i suoi più grandi 
meriti. — Questo appare chiaramente in quel- 
la articolo AbYL* Ape, dove più ch'altra cosa egli 
mostra di ammirare nel Vico quei suoi Prin- 
cipii giJnerali della Scienza nuova, che noi ab- 
biamo collocato fra i suoi canoni psicologici e 
trattato nel Capo vir, e che sono le partì, nelle 
quali il Vico ed il secolo xviii maggiormente si 
accordano. 

Anche il secolo xvm aveva i suoi canoni di 
psicologia storica, come già abbiamo veduto, ca- 
noni, dei quali anzi si andava molto superbì e che 
si applicavano con grande sicurezza e recisione. 

— Ma qual diverso carattere avessero e per 

(1) S 211. 



!284 VICO E ROMAGNOSI 

qual diversa via venissero trovati che non quelli 
del Vico, ce lo indica il Romagno» medesimo, 

Juando ingenuamento rimproverando il Vico 
i essersi tanto diffuso, a trattar la natura delle 
antiche favole e di aver voluto scoprire dentro 
ad esse le antiche storie, cioè, i concepimenti e 
i fatti primitivi dell' Umanità» mira a cui tendono 
appunto per la stessa via gli studii linguistici 
della Filologia moderna, e il cui raggiungimento 
questa considera come uno de* suoi principali 
ufficii, dice essersi lui messo per una via di- 
sperata, e che gli sarebbe invece riescito molto 
più facile e più sicuro il compito, ({uando « invece 
di correre su e giù per le favole e le tradizioni 
dei tempi oscuri, egli avesse consultato le 
storie dei popoli rozzi, le quali al suo tempo 
non mancavano; perchè cosi avrebbe trovato 
continua il Romagnosi « fatti veri, schietti e 
sicuri, onde appoggiare e sviluppare la sàa 
teoria; perocché accade delle nazioni come 
degli uomini : io voglio dire , che sonovi fan- 
ciulli, giovani, vecchi e contemporanei, e si 
possono studiare i modi di vedere, e di sen- 
tire di operare di tutte le età (•). » 
Cosi il Romagnosi faceva al Vico il rimprovero 
contrario a quello, che gli vien fatto da alcuni 
filologi moderni, e mentre questi, tratti in in- 
ganno dalle stesse dichiarazioni del Vico e dalle 
pretese della seconda Scienza nuova, trovano, 
che egli si abbandona di troppo alle teorìe e 
alle deduzioni a priori, il Romagnosi invece lo 
appunta d'essersi sperduto nelle tradizioni sto- 
riche. — Questa diversità di opinare nei due 
uomini e nei due secoli mostra più di qualunque 
discorso il profondo contrasto della loro indole, 

(1) ir, p. 300. 



CAPO XV 285 

contrasto^ che naturalmente dalle dottrine sto- 
riche si riflette nelle politiche. 

Nella scuola storica predominante nel nostro 
secolo, come per grande parte anche negli scritti 
del Vico, si considera lo svolgimento della vita 
degli Stati come il lavorio intimo dello spirito di 
ciascun popolo, spirito proprio e particolare di 
esso, e che nelle diverse epoche storiche ma- 
nifesta le diverse forme di una medesima natura; 
e si tende quindi, almeno in apparenza, a dimi- 
nuire la parte che realmente in quel succedersi 
degli avvenimenti hanno il libero arbitrio degli 
uomini e il genio degli individui. 

Parrebbe, che da questi principii teoretici non 
si possa cavare alcuna pratica applicazione , 
ma in verità ogni dottrina storica conduce ne- 
cessariamente ad un' arte polìtica, che le si con- 
forma. Cosi quella del Vico e dei nostri tempi 
mira a un sistema politico e sociale, che io 
chiamerei individualismo, cioè a quel sistema 
che [)iù è opposto al concetto antico dello stato ; 
inquantochè non solo pone questo come un 
mezzo air individuo, ma tende ancora a sosti- 
tuire sempre più, col progresso dei tempi, Fazione 
di questo a quella dello Stato medesimo, e vor- 
rebbe, che l'armonia sociale e la comunanza 
morale ed economica degli uomini non si ot- 
tenessero tanto in forza di un meccanismo po- 
litico, quanto piuttosto per via di legami che 
liberamente tra di loro si rannodassero, e libe- 
ramente ma pur costantemente si mantenessero, 
perchè sarebbero fondati sull'intimo volere dei 

Sili, sui loro interessi o sui sentimenti indivi- 
uali di reciproca benevolenza. Avevo quindi 
ragione di dire che solo in apparenza la scuola 
storica restringe il campo della libertà indivi- 
duale, che almeno i suoi principii non con- 



2^ VICO £ aoaiAGNosr 

ducono a questo necessariamente, quantunque 
altri ve li abbia tratti, e che anzi possono assai 
bene accordarsi coU' opposta dottrina; imperoc- 
ché non convien credere, come spesso con grave 
errore si fa, che si compia più liberamente ciò 
che in sé è più artificiale. Natuiale ma ad un 
tempo più libero parci l'agire per un impulso 
intimo del proprio essere, anziché per una 
spinta esteriore. E ad ottener questo parci sia 
rivolto (]^uello spirito storico e politico, che si 
è risvegliato nel nostro secolo. L'individuo non 
è già più solo il fine della società civile; ma 
esso diventa ancora l'artefice principale della 
civiltà. Più non si considerano le tendenze e i 
sentimenti più profondi e più nobili dell'uomo 
come altrettanti mezzi, aei quali un accorto 
politico si serva per fondare uno Stato, per diri- 
gerlo a quel fine, che egli credo il mighore, sia 
pure questo il bene degli individui. Lo svol- 
gimento di quelle tendenze, l'educazione dì quei 
sentimenti sono esse stesse divenute il fine es- 
senziale della vita degli uomini. — Le quali 
vedute si renderanno più chiare paragonandole 
colle dottrine storiche e politiche del secolo xviii 
e specialmente con Quelle del Bomagnosi. 

Per il Eomagnosi l'incivilimento non è una 
tendenza naturale ed intima dell' umanità, quasi 
una missione divina, che questa per diverse vie 
è destinata a compiere ; esso non è per lui che 
una mera possibilità, una possibilità fra le tante; 
per il che lo dice in un luogo un moda par- 
ticolare di esercitare^ che ha uno staio le /Un- 
zioni della sua vita (1). — Esso quindi non 
sorge spontaneo dallo spirito di un popolo, ma 
nasce a caso e per un concorso straordinario 

(1) Nelle Leggi delV incivilimento ; U, $ 4S. 



€Ai»o XV 287 

delle circostanze più felici in un dato punto del 
inoiìdo, da cui si spande artificialmente negli 
altri paesi cotne il frumento, die egli, che se ne 
può dire il mezzo e il simbolo, quantunque come 
^iesto abbisogni di un dato terreno e di un daio 
clima (l). — La storia non porge secondo lai 
aloan esempio di incivilimento nativo^ ma sem- 
pre dativo, cioè comunicato o iniziato per mez2o 
o di colonie o di conquiste o di Tesmofori^ i 
anali vengono da lui concepiti in modo ben 
differente dai Vico nelle sue geniali vedute. -^ I 
Tesmofori sono per il Somagnosi veri fondatori 
df civiltà , e fin dal principio di questa gover- 
nano i popoli riflessivamente e con piena con- 
sapevolezza» proponendosi fini conformi ad una 
sana politica e alle esigenze della civiltà e ordi- 
nando Tuso dei mezzi necessari e migliori per 
farla sorgere e prosperare. Di qui la grande im- 
portanza che £gli loro attribuisce sul destino dei 
popoli. — A suo avviso molti di questi^ che giac- 
ciono nelloscurità dei tempi, o rimasero sempre 
selvaggi, avrebbero raggiunte le più splendide 
civiltà, se anch'essi avessero avuto un Zoroastro, 
un Confucio, un Licurgo, un Komolo, un Numa ecc. 
Cosi qantunque dal Vico egli abbia saputo 
trarre molte delle sue belle idee intorno allo 
svolgimento del diritto presso i Romani, intorno 
alla formazione e al carattere dei miti, delle quali 
cose per verità attribuisce quasi sempre al 
Vico il dovuto onore (2), tuttavia riguardo ai pri- 

(1) Nelle Leggi dell'incivilimento ; § 85, n.; e altrove 
passim* 

(2) V. specialniente gii opuscoli storici del voi. !t. ptrle 1/: 
e fra (juesli VEsame della storta del Micali, ma f)ar(icolar- 
manfttf il Discorso inedito Della legislazione civile in re- 
lazione al perfezionamento umano, tutto pieno di lunghe 
citazioni del Vico e di idee sue, ma che mostra anche 
quanta fosse la riverenza the il ftoma gnosi avBva acquistato 
per il Vico. 



388 VICO E HOyAGNOSI 

mordi civili delle nazioni ed alla parte che vi 
ebbero i cosi detti Tesmofori poco o nalla seppe 
apprendere da lui. 

Ninno di quelli che studiarono il Vico prima dei 
nostri giorni, e neanco il Romaguosi seppe com- 
prendere e penetrar a fondo quel concetto cosi, 
vero e profondo, e d'altra parte cosi ampiamente 
illustrato dal Vico, della spontaneità dei primi 
popoli e della sapienza volgare o poetica dei lora 
pnmi Reggitori. I primi Tesmofori possiedono già 
secondo il Bon^agnosi una vera scienza riposta,, 
anzi i principii di tutte le scienze; e quasi a 
prevenire una questione, che gli si doveva natu- 
ralmente presentare alla mente, dice che è cosa 
superflua il domandare come essi vi siano giunti; 
noi sappiamo, prosegue egli, che i primi uomini 
avevano dottrine sulle cose divine, sulle naturali 
e sulle civili, e che questi tre rami erano tutti 
conglobati e conservaci presso i primi Tesmofori, 
dimodoché la moltitudine da loro educata rice- 
veva tutta l'istruzione dalla stessa autorità (i). 
Una sapienza riposta e ad un tempo un mezzo 
di comando erano per lui gli arcani dei Patrizii, 
che il Vico aveva già si bene esplicati; la leg- 
genda di Romolo e Numa riacquista presso il 
Romagnosi valore storico^ Tuno e l'altro sono 
per lui, come già per Cicerone, due grandi le- 
gislatori, i quali seppero acconciamente com- 
pierò l'uno r opera dell'altro, disponendo le 
cose con tutto l'accorgimento di un politico 
moderno addottrinato e preveggente. 

Non già che il Romagnosi creda, che ai po- 
poli si possa imprimere qualunque forma si 
voglia; ninno anzi più fortemente di lui com- 
l>atte coloro^ che vorrebbero trattare i popoli 

(1) Nelle Vedute fondamentali \, p. i48. 



CAPO XV «289 

came tante marionette, niuno parla più frequen- 
temente della natura da osservarsi. Ma questo 
concetto della natura che nel Bomagnosi e nel 
secolo xviii in generale ci si presenta con tanta 
frequenza e che vi ha una si grande impor- 
tanza» ha però anche, come si è già osservato, 
un senso ben diverso che nel nostro secolo e 
nel Vico. Il Romagnosi è per verità alquanto 
oscillante riguardo ad esso e pare talora accor- 
gersi che in quello stesso sta il lato debole della 
sua teoria. Le contraddizioni non mancano. Dice 
sovente, che i legislatori debbono osservare le 
esigenze della natura, secondarle, se vogliono 
fondare qualche cosa di sohdo e durevole, pie- 
garsi ai rapporti reali veramente necessari delle 
cose. 11 complesso appunto di questi rapporti 
necessari costituisce ciò che egli cniama l'ordine 
naturale o necessario delle cose, il quale è da lui 
rappresentato come un Fato indeclinabile ed on- 
nipossente che forma l'ultima guareutigia delle 
nazioni verso i loro legislatori (1). — Ma dove 
sta quest'ordine naturale? esso non risiede nello 
spirito umano considerato in tutto il suo pro- 
gressivo svolgimento; esso è qualche cosa di 
estrinseco allo spirito , una potenza che gHm- 
pone certe leggi e certe necessità e che con esso 
non si trasforma. — La natura, dice il Roma- 
gnosi, e quella che tiene l'uomo in società, ma 
sono i Tesmofori, che danno a questa la forma 
artificiale dell' in civili mento mediante la cogni- 
zione che essi hanno àeìY ordine di fatto e di 
quello di ragione (2). — Cosi per il Romagnosi i 
primordii della civiltà hanno un procedimento 
più artifìziale , che non la sua continuazione ; 



(1) III, 8 1070. 

(2) III, p. 185. 



990 viro £ SOMAGXOSf 

emetti oostituisooao il periodo, di' egli clnxiui 
deliberato e procurato^ a cai tien dietro l'altr» 
tubero ed eeeniuale (1). in questo, pia ehe non 
nell'in£aiazia dell'urna nità> domina ecoovieo la- 
sciar dominare la natura; anzi fondata la ci- 
viltà, dice egli in un luogo, il suo crescere e 
il suo prosperare è opera solo della natura (3). 
Ma con quesrto diceva più di queQo, che egli 
pensasse, perchè trattando nel medesimo scritta 
delle potenze dell' incivilimento dice, che questo 
è bensì preparalo e siimolalo dalla natura, e 
stabilito che sia^ da essa pure manienulo e san- 
zionaio, ma che nel suo formarsi esso viene in- 
gerito e avvalorato dalla reiigione, radicato e 
alimenUOo dall'agricoltura^ secondalo e iuteUae 
dal governo^ esteso e perfezionalo dalla conoscenza^ 
consolidato e canonizzato daW opinione. — Né 
cade in mente al grande pensatore di riunire 
tutte queste potenze sociali nella sintesi dello 
spirito umano, soggetto e produttore a un tempo 
incessante di esse. 

Assai prolisse, e faticose sono le trattazioni 
del Romagnosi intorno a questi fattori deli' In- 
civilimento, intorno a' suoi elementi e a' suoi 
impulsi. La grandissima differenza tra 1* ìndole 
del suo indegno e il procedere del suo pensiero^ 
e quello del Vico, si manifesta ad ogni linea. 
— U Vico, ingegno creatore^ e che colla sua po- 
tenza sintetica procedeva a rapide e ardite ana- 
logie ed induzioni n^n poteva piegare la sua 
mente alla deduzione e ai sillogismi e quindi 
oprare «istematicamente i suoi pensieri. — U 
fiomagnosi nell'articolo succitato lo rimprev^tm 
appunto 4U essere molto disordinato, e dice, che 



(1) n, 8 W. 
^2) n, § 73. 



CAPO XV 291 

la sua mente era intollerante di quell'unita 
BÌi8tematica, che forma dei soggetti un albero solo, 
coi quale la proposta^ Cunalisi e i risultati si 
seguono senza interruzione. — Il Roinagnosi 
invece/ ingegno per eccellenza analitico e geo- 
metrico, e nel quale, come dice il Ferrari, pre* 
valeva la facoltà dì giudicare e di dedurre a 
quella di associare i pensieri e di trovarne le 
disparate relazioni , segue * sempre scrupolosa- 
mente il metodo, che egli dice mancare al Vico. 
Ma le sue analisi sono cosi minute^ le sue di- 
stinzioni cosi frequenti e non sempre opportune, 
€he il lettore è costretto talora a sfrondare da 
tutte parti per penetrare nello spirito molte 
volte ottimo e profondo del suo pensiero. E 
<con tante sue distinzioni e minutezze, con tanto 
apparato sistematico non riesce egli sovente 
ad esser più chiaro ed ordinato del Vico ; che 
non nel dividere e suddividere alf infinito i 
nostri concetti sta T ordine e la chiarezza , ma 
nel dare a ciascuno d'essi quel posto e quella 
iuce, che la sua natura e la sua importanza vo- 
gliono, cosa che non sanno fare solitamente 
gli ingegni soverchiamente analitici. ^ 

Tutti quei diversi elementi, che il Romagnosi 
studia con tanta accuratezza, hanno ciascuno la 
natura loro propria; il loro concorso e la loro 
a,zione rimangono stabili, né alcuno di essi tra- 
monta mai, come dice egli stesso, nel movi- 
mento ascendente degli Stati (I), la cui vita ri- 
sulta appunto dall'indole e dalle funzioni di 
quelli. Farmi quindi che in altro non si risol* 
veisse infine il suo concetto dell' ordine naturale, 
se non in questi stessi elementi o nella natura 
e nei necessarii rapporti delle diverse forze, che 

(1) ", § 130. 



292 VICO E ROMAGNOSI 

il Romagnoli immagina agire neiruomo. Di -qui 
la sua pretesa di trattare queste diverse forze 
come forze naturali, e di discorrerne collo stesso 
metodo dei fisici e dei fisiologi. Egli (ì\ infetti 
talora alla sua filosofia civile il nome di Fisio- 
logia degli Stati, Storia naturale dei popoli. 
Dice bene in un luogo che lo svolgimento di 
questi non è meccanico, perchè con essi 1* uomo 
si propone di raggiungere un dato fine rifles- 
sivamente; ma meccanico è certamente per il 
Romagnosi l'ordinamento dei mezzi, che T uomo 
adopera per raggiungere quel fine; e già nel- 
l'articolo succitato aveva appuntato il Vico perchè 
non si era elevato alla formola suprema della 
meccanica, per dir cosi, intellettuale, morale e 
politica delle nazioni, nella quale egli avrebbe 
trovato, soggiunge, che tutto il suo sistema fa 
armonia, anzi congiungesi e fa parte del sistema 
fisico conosciuto da noi dell'universo. 

Ecco lo schietto pensiero del Romagnosi in- 
torno all'indole delle forze spirituali dell'uomo. 
Non è meraviglia quindi, che egli le possa 
trattare come prette forze naturali, e scoprirvi 
leggi meccaniche, che le governino, e delle quali 
la formola generale è perfettamente analoga a 
quella delle leggi fisiche, ed è « la tendenza 
perpetua di tutte le parti di uno Stato e delle 
nazioni fra loro all' equilibrio delle utilità e 
delle forze, mediante il conflitto degli interessi 
e dei poteri, conflitto eccitato dall'azione degli 
stimoli, rattemprato dall'inerzia^ perpetuato e 
predominato dalle costanti urgenze della na* 
tura, modificato dallo stato diverso perma- 
nente e progressivo si dei particolari^ che 
delle popolazioni, senza discostarsi mai dalla 
continuità >(1). — Come nella natura cosi 

(l) I, 8 196, 197. 



CAPO XV 293 

nello svolgimento dell' umanità vi è una forza 
dinerzia e urtaltra dimpulàOy come nelle forze 
fisiche cosi nelle spirituali dell'Umanità il Ro- 
magnosì immagina un* antagonismo e insieme 
una tendenza òìXequilihriOy all'equilibrio cioè 
tra le soddisfazioni e i bisogni fisici e morali» nel 
Quale r umanità trova il riposo , che è per essa, 
aice il Romagnosi, il vero suo centro di gravi- 
tazione (1). — Gli e tacile al giorno d'oggi lo 
scorgere in queste idee quel che vi sia di vero, 
e quel che è moro frutto di queir invincibile 
tendenza dell'uomo a concretare e mitificare i 
suoi astratti; ed è per questa che noi immagi- 
niamo i disparati fenomeni del nostro spirito 
come gli effetti di diverse forze tra di loro in 
lotta in buona armonia, mentre per verità 
non sono quelli che le manifestazioni e le forme 
di un' attività unica, che rampolla dall'unità so- 
stanziale dello spirito umano. 

11 Romagnosi con quelle sue idee non poteva 
naturalmente vedere i veri rapporti tra r indi- 
viduo e lo stato e determinare il fine essenziale 
dell'uno e dell'altro, A lui doveva sfuggire il con- 
cetto storico profondamente morale del Vico e di 
una parte della scuola storica del nostro secolo. 
Mentre per il Vico e per questa, la religione, 
il diritto, la moraUtà non sono per la natura 
loro strumenti alla fondazione e alla conserva- 
zione dello Stato, anzi questo non è che uno 
dei mezzi per il maggior svolgimento di quelle 
tendenze primitive ed intime dell'individuo 
umano, perchè nella loro soddisfazione con- 
siste realmente il compito supremo dell* Uma- 
nità; per il Romagnosi invece la religione 
appare quasi sempre, come in generale nel 

(1) H, § 52. 



294 VICO E ROIIAGNOSI 

secolo xvHi, quale uno strumeoto politico^ uà* i- 
stitU2Ìone utilissima per gli Stati. — Il con- 
cetto morale si presenta assai di rado nella fi- 
losofia civile del Romagnosi, e nella sua pu- 
rezza non mai; e si vede che anche quando la 
sua mente si rivolge a cercarlo, esso gli siugge* 
Egli parla bensì sovente di ordine morale » ma 
oltreché egli ripete in più luoghi che lordine 
molale è fondato sull'ordine fisico e da esso at- 
teggialo, quell'espressione ha quasi sempre nel 
Somagnosi un senso ben diverso da quello, che 
noi con essa intendiamo comunemente, un 
senso cioè, nel quale il concetto morale entra 
poco o nulla. — Cosi nétY Introduzione al Diritto 
pubblico egli distingue un ordine morale di ra- 
gione , un ordine teoretico delle azioni umane 
e un ordine pratico. — il primo vien contemplato 
da lui come uno stato reale delle cose e quindi 
definito e il complesso di tutte le circostanze 
« naturalmente richieste dall'indole dell'essere 
«libero e dagli oggetti componenti la natura, 
« coi quali egli è in commercio, per conse- 
« guire col mezzo delle azioni libere effetti- 
« vamente e costantemente un dato fine » (1). 
Qui egli confonde Y ordine della moraUtà con 
quello della finalità in generale , l'operare se- 
condo la legge suprema della morale, coU'ope- 
rare secondo un dato fine e secondo date 
norme; quindi neanco nel determinare la na- 
tura degn altri due ordini egli sa cavarne il 
concetto morale; perchè l'ordine teoretico delle 
azioni umane considerato da lui nella natura 
stessa delle cose non è altro che « un risultato 
« della posizione di un fine, della necessità 
« di subordinare i mezzi a lui , della limitata 

(1) 1", S 97. 



« foìBXM^ àiM'ìmno legato e eoesistente cogli es« 
« sevi (fella natura, e quindi cbeIJa neeessità 
« di ardinaire i suc^ atti- giusta. Y esigenza dei 
« psApoFti reali deUe cose verso T effetto sta- 
« bifito » . Mordine pratico poi risulta dalla ne- 
cessitai di far agire l'attività umana in modo 
da effettuare^ le azioni indicate dall'ordine teo- 
retico (1). I^ molti altri passi della medesima 
opera eome in altre opere ancora si manife- 
stano le medesime tendenze e le medesime idee. 
— Cosi nelle leggi deW Incivilimento (§ X2) de- 
finisGse 1* ordine della moralità in generale per 
qmL sistema di mezzi praticabile che lo spirito 
umano fattosi centro dell universo e dovendo 
pur piegare sotto lordine esistente architetta come 
riconosciuti necessari alla naturale e ingenita 
sua tendenza^ anche soccorso di fatto dalle natu- 
rali inspirazionL — Quindi anche i concetti 
di dovere e di obbligazione dovevano perdere 
pressa il Romagnosi il loro significato morale , 
e solo valere come elementi del meccanismo 
sociale. Cof^ì neir opera sovracitata sul Diritto 
pubblico c'insegna che l'obbligazione non è altro 
che la necetsiià di fare o di omettere una cosa, 
di agire o di non agire d'una dola mani&i^a per 
ottenere un dato fine ed effetto, e che tutti i do- 
veri e le obbligazioni di qualsivoglia genere 
siano e a qualunque ordine d'esseri si riferiscano, 
non sono che un risultato dei rapporti reali e 
attUxi delle cose cosi disposte ed operanti, il che 
vu^ dire del sistema ed ordine morale ed in- 
declinabile delle cose. Quindi giusta e ingiusto 
altro non sono, che la conformità e la diffor- 
mità dalla norma propostasi dall'uomo (2). — 



(1) HI, S 101. 

(2) S 118 e segg. 



296 VICO E ROMAGNOSI 

Ma S9 qui il Romagnosi ci spiega in che consi- 
stesse per lui l'ordine morale e quale fosse la 
sua conformazione, altrove ce ne espone ì fon- 
damenti^ e ci dice che sia questa norma pro- 
postasi dall'uomo. 

Nelle dottrine esposte nella Genesi del Diritto 
' penale, che fu la prima opera stampata dal Ro- 
magnosi, appare chiaramente , come anch' egli 
si lasciò dominare nel Diritto e nella Morale 
dalle idee utilitarie e sensualistiche del secolo 
XVIII ; anch' egli non sa dare al Diritto a al 
Dovere che un fondamento del tutto soggettivo, 
derivandoli dalla tendenza naturale dell'uomo 
alla propria conservazione e al proprio benes- 
sere, tendenza che sarebbe secondo il Roma- 
gnosi non meno un dovere che un diritto in 
ogni uomo, fondamento quindi ed origine di 
tutti gU altri doveri e di tutti gli altri diritti. 
Quindi quella necessità^ che noi più sopra ab- 
biamo veduto da lui identificata colla obbliga- 
zione morale, non è qui altro per l'uomo che 
il predotto della attrazione della felicità e della 
ripulsione delC infelicità, e quindi i doveri sono 
passivamente modificazioni e opera deWamor pro- 
prio (I), dei quali tutti, dice altrove, è anima 
la massima utilità (i). Siccome poi ogni in- 
dividuo ha diritto a questa massima felicità e 
la forza dellamor proprio è indefinita, cosi ad 
accordare i diritti dei singoli individui e frenare 
l'amor proprio, quando offenda il diritto degli 
altri, si rende necessario l'ordine della giustizia 
sociale, il quale come il diritto criminale, che 
di essa la parte» si fonda quindi sulla necessità, 
e da questa non deve allontanarsi , misurando 

(i) IV, S 612. 
(2) IV. 3 5 app- 



CAPO XV 297 

isempre i suoi provvedimenti e le sue pene so- 
lamente a quanto è necessario per ottenere la 
pace sociale^ e con questa la massima utililà, il 
massimo tornaco7Uo comune. Il conformarsi a 
questa necessità chiama Egli sovente, agire se* ^ 
condo il diritto, secondo giustizia. — Quindi a 
torto, parmi, cerca il De Giorgi di scolpare del 
tutto il Romagnosi dalla taccia di utilitarismo. 
Che questi in fondo del suo animo credesse ad 
un ordine di moralità superiore a quello che 
•esponeva ne'suoi libri, gli è cosa che io tengo 
per vera, e che risulterebbe anche da alcune 
proposizioni qua e là sparse nelle sue opere. 
Ma Egli, come altri molti avevan fatto prima 
di lui, e come per lo passato assai più fre- 
quentemente che non oggigiorno, si faceva, 
confondeva queir ordine morale trascendente 
colla religione, e quindi anche essendo a questa 
devoto nella vita pratica e nei suoi sentimenti 
individuali, non credeva potessero questi diventar 
oggetto di scienza, né porsi a fondamento ra- 
zionale di una dottrina qualsiasi : pregiudizio 
non meno dannoso alla vita che alla scienza. 
— Che il Romagnosi dunque come scienziato, 
non sapesse fondare l' ordine morale e giu- 
ridico della società che sull'utilità generale, e 
5ul tornaconto comune , non credo possa du- 
bitarne chi legga spassionatamente la sua Ge- 
nesi del Diritto penale, e quei passi medesimi, 
-che il De Giorgi fa notare come contrari all'uti- 
litarismo. Anzi in quel luogo medesimo , nel 
quale il Romagnosi si era proposto di combattere 
il Bentham, appare, che se Egli non voleva fare 
delfobbligazione morale una creazione dei Le- 
gislatori, come gli pareva che il Bentham vo- 
lesse, se Egli ammette una norma superiore, a 
cui i Legislatori debbono uniformarsi, tale norma 

so 



298 VICO E ROMAGXOSI 

non è per lui altro che un utile anteriormenie^ 
inteso, il quale deve appunto servir di norma 
alle leggi di fatto, E nella nota al § 1009, esa- 
minando maggiormente e rivolgendo il concetto 
del Bentham afferma, che se questi riconosceva^ 
l'effetto delle leggi dover essere l'utilità generale, 
e quindi questa esser pure il fine di esse e per- 
ciò la norma, colla quale si misuri la loro bontà, 
avrebbe con questo ammesso imphcitamente la 
necessità morale, e T obbligazione di confor- 
mità, il divieto della difformità , il giusto e 
r ingiusto ecc. Per il che in ultima analisi si 
poteva dire, soggiunge lo stesso Romagnosi, che 
tra loro la questione non era che di nome, ma 
non di realtà (1). 

Cosi il Romagnosi, come il secolo xvni in gene- 
rale, tendeva a confondere la prosperità colla giu- 
stizia, l'economia sociale colla morale. — Quindi 
mentre per il Vico il fine dell'umanità era essen- 
zialmente morale e religioso, perchè essji ope- 
rando sotto il governo della Provvidenza da quella 
che è, va diventando ciò, che deve essere; per 
il Romagnosi invece il fine dell* incivilimento è 
di effettuare le condizioni di una colta e soddi- 
sfacente conviveiiza, e quantunque ci parli talora 
di un triplice perfezionamento, che l'incivih- 
mento comprenderebbe , cioè del perfeziona- 
mento economico, del morale e dei politico» 
tuttavia quando Egli vuole determinare con un 
concetto sintetico la meta o il compito della 
civiltà. Egli fa consistere l'una e l'altro, come 
abbiamo veduto, nellequilibrio tra le soddisfe- 
zioni e i bisogni, nel pareggiamento delle utilità. 
Egli ricorre cioè sempre ai concetti dell'utilita- 
rismo* 

(1) IV dal S 994 «I 1009. 



CAPO XV 299 

Conformi alla sua filosofia della stona e del 
diritto sono nel Romagnosi le sue dottrine po- 
litiche. E qui noi tocchiamo un altro punto im« 
portantissimo, che differenzia ^ il Vico dal Ro- 
magnosi . punto che fu messo in chiaro già 
assai bene dal Ferrari nello scritto già citato. 

Il Vico aven4o assegnato nello svolgimento 
storico dei p^'oli una parte cosi grande alla 
loro naturale spontaneità non doveva riporre 
molta fiducia e dar grande importanza all'arte 
politica; quindi assai di rado entra a dar pre- 
cetti o insegnar norme da seguirsi nel governo 
degli Stati. — « Uno scopo pratico invece » scrive 
il Ferrari, « domina tutte le meditazioni del 
» Romagtiosi sull'incivilimento, un'indomita ver- 
» sione mentale lo forza a cangiare le con- 
>• cezioni scientifiche in concezioni artistiche , 
» quindi invece d'insistere sulla perfettibilità 
» preferisce di cogliere i fatti più importanti 
» della storia in progresso e di fondarvi im- 
» mediatamente i suoi ordinamenti (1). 

A dare all'arte politica tanta importanza era 
tratto il Romagnosi non solo dall'indole parti- 
colare del suo ingegno, ma naturalmente anche 
dai suoi principii cosi diversi da quelli del Vico, 
— Era una tendenza -comune a tutto il secolo 
xvm quella di studiare la storia per trarne delle 
norme utili al governo dei popoli, e il Roma- 
gnosi più d'ogni altro doveva seguirla, poiché 
nessuno più recisamente di lui aveva creduto, 
che rincivilimento esista in un popolo come una 
mera possibilità, una mera attitudine, e che lo 
svolgimento di essa è solo effetto dell'arte e del- 
l' industria umana. — Quindi Egli paragona il 
governo di uno Stato al cervello degli animali, 

(1) Ferrari, La Mente di Romagnosi, p. 40. 



SOO VICO E ROHAGNOSI 

che/ «e dirige e ne accentra le funzioni (ì) e la 
sua arte chiama Egli altrove una dinamica mo- 
rale, la quale si prevale delle forze e tendenae 
della natura per ottenere la maggior sicurezza 
e prosperità della nazione (2). Il governo del 
Bomagnosi non forza mai la natura^ ma si 
conforma ad essa , cioè a qaei rapporti reali 
delle cose, che noi abbiamo più sopra spiegato; 
ma il frutto del suo operare cioè T incivilimento 
non cessa per questo, di essere sempre artifi- 
ziale, perchè esso è un iine prestabilito, per il 
quale gli uomini hanno coordinato una serie di 
mezzi ; e ci sembra, quando parla della natura, 
che talora opera da sé senza Y ajuto degli edu- 
catori umani, eh' egli la riguardi come una 
macchina, che, ricevuto un dato impulso, con- 
tinua per forza meccanica il suo movimento/ 
Ma il governo deve essere sempre pronto da 
una parte a vincere il conato retrogrado alla 
coltura dominante nel mondo fisico e morale, 
dall'altra il conato alla discordia dominante nelle 
unioni umane (3), che sono i due ostacoli al- 
• r incivilimento. 

Cosi non avendo il Romagnosi riguardato il 
corso deir incivilimento coinè prodotto da un 
impulso spontaneo ed intimo degli individui, do- 
veva naturalmente dare agU insegnamenti della 
storia un'importanza maggiore per la vita pra- 
tica di quella che essi ebbero sempre in realtà 
e maggiore di quella, che loro vien oggi anche 
in teorìa attribuita. Non già che noi crediamo, 
che la storia sia inutile per la vita pratica, e 
che l'antico detto, esser la storia maestra della 



(1) in, § 1086. 

(2) id., s 1161. 

(3) Id., S 1Q87. 



CAPO XV 80t 

i)Ua sia del tatto falso. Ma esso deve esser 
modificato o almeno inteso diversamente da 
quel che volgarmente si fa, per rimaner vero* 
— Già il Janelli molto acutamente e più tardi 
r Hegel osservavano come il fine essenziale della 
storia non sia tanto di darci delle norme per 
la vita pratica, giacché ogni fatto nuovo porta 
i*ou sé circostanze e accidenti nuovi, che non 
mai prima nella storia si presentarono, e pei 
quali riesce inutile e talora dannoso il consi^ 
gliarsi col passato. Ma la storia serve a farci 
sempre più conoscere l' uomo, a penetrare più 
addentro nelle infinite pieghe del suo animo^ e 
nella inesauribile varietà de' suoi sentimenti e 
delle sue concezioni* Cosi rendendosi meglio 
conosciuta colla storia la natura umana, si age^ 
volerà lo studio delle buone leggi e delle buone 
arti di governo. 

Se il Somagnosi non potè elevarsi a queste 
considerazioni, e diede soverchia importanza al 
prammatico, perche avefa dato troppa impoi^ 
tanza alFartifiziale, se per T indole stessa del 
suo ingegno analitico e della sua mente, più 
atta al ragionamento che alFintuizione della realtà 
e alla riflessione psicologica, non potè penetrare 
molto profondamente nel corso della storia, lion 
conviene per questo disconoscere i suoi meriti, 
che sono grandissimi, per rispetto alla filosofia 
civile. Egii seppe in questa trovare molti principii 
generali teoretici, determinare e schiarire molti 
concetti, stabilire definizioni e teoremi, che sono 
ancor oggi ricevati dalla scienza, e scendendo 
daUa dottrina all'arte applic^ire còti rara Mi* 
cita i suoi principii generali ai casi, particolari, 
le definizioni della leggio ai casi della pratica» 
dar precetti e consigli informati ad una grande 
saviezza e ad un profondo sentinaanto dal di- 



SOS 



VICO E BO]IAGNOSI 



ritto ^ 6 sempre con grande forza di mente 
conservare intatto il filo , che insieme lega 
tutte le diverse parti del suo sistema giuridico. 
Le cose da lui dette non sono sempre nuove, 
i suoi principii, le sue idee sono in generale 
f}uelle del secolo ^viii; ma esse sono però e-* 
sposte in un modo proprio, in un modo nuovo 
e più compiuto; giacché il Romagnosi, come ben 
osserva il Ferrari, deve essere appunto conside* 
rato come il vero ordinatore delle dottrine del 
secolo ' XVIII, il loro epilogatore, il loro più per* 
fetto rappresentante. « L'incivilimento ridotto ad 
arte » scrive il Ferrari, « la storia abbando- 
nata al caso, come lo è la propagazione del- 
Tarte, ma convertita in maestra d'incivili- 
mento, la giurisprudenza che esprime le con- 
dizioni della conservazione perfeUibUe^ l'eoooo- 
mia^^che presenta l'ordine fondamentale dei 
moventi della civiltà, la scienza della l^i- 
slazione e del governo, che la guarentisce e 
la diffonde equameifte, la filosofia, che svela 
all'arte l'automa, che è labbro e. materia ad 
un tempo del mondo delle nazioni^ tutte que-r 
ste scienze dal Romagnosi furono collegate 
ed intrecciate eoa nodi sì inolteplici ed indisse* 
lubilij con una dimostrasione si rigorosa, che 
formano un tutto individuo, una riprgduaioae 
geometrica del secolo xviii, una vera Genesi 
logica dì quanto l'osservazione aveva raccolto 
istoricamente nello scorso secolo » (1)» 
• U Bomagfiosi doveva dunque S9rvir6 di punto 
di partenza . alia nuova filosofia civile dell'Italia. 
Questa intatti dopo di lui prende nuove vie^ 
Ajfioi non possiamo più avere alcun interesse 
di stguirla per paragoaarla eolle id^e del Vico* 



(1) F«rnifl, La Mente di RùmognoaU p. 19S. 



Cxvpo XV 303 

Siccome il Romagnosi riassume in so il carat* 
tere e le idee del secolo xviii, esso ci esprime 
nel modo più spiccato il contrasto del Vico col 
suo secolo, r opposizione delle sue dottrine e 
delie sue idee, e ci mostra come il Vico po- 
tesse, rimaner solo colle sue costruzioni sto* 
riche, e come inesplicati rimanessero i suoi 
concetti. Fu questa una grande sventura per la 
scienza ^italiana? — Io non oserei rispondere 
recisamente di si. — Checché se ne dica, la 
filosofìa civile ebbe in Italia nel secolo passato 
uno splendore del quale possiamo ancora al 
giorno d* oggi gloriarci. Quantunque le investi- 
gazioni storiche del Vico conducano anch'esse, 
<3ome già abbiamo osservato, ad una dottrina 
politica; tuttavia questa rimane del tutto celata 
nel suo sistema, e non è meno vero che diret- 
tamente esse non miravano che ad un fine scien- 
tifico, e quindi erano inutili per gli uomini del 
secolo xvm, invasi dallo spirito di riforma e 
desiderosi di trovare i modi più spediti per 
migliorare la società, trasformandola da capo 
41 fondo, se occorreva, e togliendo tutti gli 
abusi e tutte le anomalie, che colla lenta 
azione del terqpo si erano venuti introducendo 
Beir ordinamento degli Stati. Essi miravano ad 
un ideale teorico; ma per quanto illusorie fos^ 
43ero le loro speranze e le loro teorie, non si 
può negare che essi, come giustamente il Villari 
dice del Filangieri e noi aggiungiamo di tutti 
-quegli scrittori, non giungessero a trovare nella 
pratica saviissimi precetti , a consigUare ot- 
time leggi e provvedimenti ,. a promovere uti*- 
lissime riforme. Quindi jioi vediamo per opera 
'loro svegliarsi anche in Itaha nella seconda 
metà del secolo xvm presso popoU e governi 
una tendenza» comune a trasformare 1»;anquil- 



30( VICO E ROMAGXOSI 

iamente e rapidamente la società^ opera, che 
molti nostri grandi scrittori credettero e de- 
siderarono, si potesse compiere senza le terribili 
scosse della rivoluzione francese* 

Alcuni forse non troveranno molto splendida 
la nostra gloria d'allora, perchè i nostri scrittori 
furono poco originali e seguirono quasi del 
tutto le orme dei Francesi. Ma quantunque 
non possa negarsi afifatto quest'asserzione, tut- 
tavia gli è certo che i nostri scrittori politici 
non furono servili imitatori delle dottrine fran- 
cesi. Essi s'iospirarono ai loro principii, ne rice- 
vettero il primo eccitamento, e il primo impulso, 
ma molte proprie teorie seppero svolgere poi 
nella politica, nella legislazione, nell'economia e 
formare cosi una vera scuola nazionale italiana,, 
informata ad uno spirito e ad un carattere diffe- 
rente dalla francese per la maggiore modera- 
zione dei principii, la sodezza e la tranquillità 
del ragionamento, e la tendenza a voler attuare 
le riforme con un procedimento pacifico e colla 
concordia dei diversi poteri sociali. — Cosi noi 
giungemmo in molte parti a superare altre 
nazioni e a gareggiare in valore ed in fama 
con coloro stessi > ì quali pretendevano averci 
tenuto a scuola. Certo pochi uomini v'erano 
allora in Europa nelle scienze, le cui opere vi 
fossero allora tanto diffuse e vi esercitassero una 
si grande influenza, quanto quelle del Beccaria,, 
del Filangieri, del Galiani ecc. Neanco i Tede- 
schi, che dovevano in questo secolo lasciarci' 
tanto addietro negH studii storici, potevano al- 
lora negli studii dottrinali della poUtica e del 
diritto starci a paro. — Non sarebbe quindi del 
tutto giusto il rimproverare il secolo passato 
perchè non si rivolse a quelli, seguendo le tracce 
del Vico, non potendosi pretendere che una na- 



CAPO XV 305 

«ione segua nello stesso tempo le vie più dispa- 
rate nello svolgimento del suo sapere. 

Vista brevemente l'influenza, che il Vico eser- 
citò sui politici italiani del secolo xvur, ci riser- 
biamo nel capitolo seguente di trattare più par- 
ticolarmente di quelli, i cui studii si rivolsero 
direttamente al medesimo ordine d'idee percorso 
dal Vico e che vengono comunemente chiamati 
suoi seguaci. 



Capo XWM, 

I segnaci del Vico nel secolo passato 
e nel principio del presente. 

# 

• Come abbiamo già veduto nel principio di 
questa terza parte» le idee del Vico ebbero qual- 
che fortuna presso alcuni dotti italiani subito 
dopo la pubblicazione delle sue opere, e questo 
specialmente nello Stato veneto, dove si colti- 
vavano più che non altrove gli studii filosofici, 
eccitati dalla maggior libertà, che concedeva il 
governo e dalla viva opposizione, che colà fa- 
cevano contro i Gesuiti gli altri ordini religiosi 
dati all'istruzione. Fra questi si notavano i So- 
maschi, che istituiti da un patrizio veneto con- 
servarono sino ad oggi ouasi sempre nel loro 
seno una tendenza liberale maggiore^ che non 
gli altri ordini. — Appunto fra questi Somaschi 
veneziani noi troviamo uno dei primi fra i cosi 
detti scolari del Vico , Giacomo Stellini , che 
fu corno tale giudicato specialmente in grazia 
del Romagnosi, il quale ne associava sempre il 



306 I SEGUACI DEL VICO — G, STELLINI 

nome con quello -del Vìco^ quantunque Egli non 
mostrasse di tenerlo per suo seguace. 
. Lo Stellini non fa per verità alcun cenno 
nelle sue opere del Vico; ma che ne avesse 
notizia non credo se ne possa dubitare, quando 
si consideri, che egli cominciò a scrivere^ allorché 
il nome del Vico aveva nello Stato veneto acqui- 
stato una certa celebrità, e che lo Stellini era 
amicissimo del Conti, il quale, come abbiamo 
veduto, teneva il Vico in attissima stima, e non 
può non averlo fatto conoscere allo Stellini, cui 
sapeva occupato in istudii analoghi. Il Corniani 
(non so però per quale autorità) ci assicura poi, 
essere stato lo Stellini studiosissimo del Vico, 
e lo stesso Barbadico, pur Somasco, che stampò 
nel 1778 le opere dello Stellini, parla del 
Vico nella sua prefazione in modo da farci 
argomentare, che questo scrittore fosse noto e 
venisse studiato nel suo ordine. — Tuttavia 
lo Stellini non fu un vero scolaro del Vico, 
le cui idee egli non capi più profondamente 
di quel che abbiano fatto il Filangieri e il 
Bomagnosi , quantunque ad esse s' inspirasse 
certamente nello scrivere il suo De Ortu et 
Progressu morum e alcune pagine della sua 
Elica. 

Per uno strano ed ingiusto capriccio della 
sorte lo Stellini acquistava con quella sua prima 
operetta una grandissima celebrità, appena essa 
veniva pubbUcata, mentre il Vico, che gli aveva 
suggerito il meglio, andava sempre più cadeado 
in dimenticanza. 

Lo Stellini pubblicava il suo De Ortu nei 174(1» 
un anno dopo esser stato chiamato a professare 
la morale nell' università di F^adova. Si doveva 
in questa esporre la filosofìa di Aristotile ; quindi 
il nostro Somasco dettò e scrisse conformemeate 



CAPO XVI S07 

ad essa le sue lezioni, che furono poi pub* 
blicate, divise in sette libri, dal suo confrar 
tello Barbadicoi otto anni dopo la morte di 
quello (1). 
Ma Aristotile era pagano, e lo Stellini cattolico 
' e frate doveva trovare il modo di accordare la 
filosofia morale di quello colle proprie credenze 
religiose; e questo egli pensò di aver ottenuto, 
distinguendo esplicitamente la morale umana 
dalla morale divina, distinzione che noi abbiamo 
supposto aver dovuto fare nel suo animo anche 
il Romagnosi^ e che fecero certamente mplti 
spiriti italiani nel secolo passato, i quali vole- 
vano accordare la loro fede religiosa colle dot- 
trine morali, che il Sensismo del tempo loro 
porgeva» Ora lo Stellini e i Sensisti del sup 
tempo si accordavano rispetto alla morale in 
alcuni punti essenzialissimi , in quei . princìpi^ 
ek>è che questi avevano comuni con Aristotile^ 
<H)me in quello principalissimo, che il fine esr 
senziale della morale sia la maggior felicita 
deiruomo. Cosi lo Stellini in un suo prospetto 
4e]y Eika dichiara, che Punico fine della mo- 
rale non è che V acquisto dell* umana felicità 
naturale; e a chi lo rimproverasse di essere 
egli ed Aristotile poco religiosi, egli risponde 
€^ [ultimo grado ^ a cui possa arrivarci la 
r^ione umana pura, e che non voglia fare uso 
della Riìxelazione , risertmta intieramente alla 
Teologia , colla quale Aristotile , che egli av^va 
l'obbligo di spiegare, non era in relazione alcuna, 
^i era di stabilire per la felicità della vita presente 
principii che non fossero incompatibili con quelli 
Mia vita avvenire. U principio fondamentale 



(1) l,.o Stelltui nacque in Udino nel 16^ e morì a Pa- 
dova il 1770. 



SOS 1 SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

della morale stelliniana è dunque soggettivo o 
eudemonologico, come quello di tutto il Sensismo 
del secolo passato: e se in qualche modo egli 
cerca di correggerlo o modificarlo, lo fa per ov- 
"viare a certe conseguenze contrarie alla reli- 
gione da lui professata, colla quale egli era sin- 
ceramente persuaso di poter pur accordare i 
duoi principii scientificii (1). Del resto la sua 
morale è intieramente ordinata come quella 
degli antichi, ed ai loro concetti s'informa pie- 
namente. 

Egli tratta le questioni tra le varie sette fi* 
losofiche antiche come se avessero un interesse 
moderno, quantunque essendo Egli eruditissimo 
nelle moderne quanto nelle antiche filosofie, 
anche quelle al paro di queste sappia egli 
esporre con molta chiarezza e fedeltà e &rne 
una critica giusta ed acuta. Ma le idee che in 
lui prevalgono sopra tutte le altre sono quelle 
di Aristotile , cui egli non solo si propone di 
spiegare, ma la cui dottrina mostra di accet- 
tare come propria, facendovi poche correzioni. 

Come Aristotile e gli antichi in generale egli 
vede nel nostro spirito un meccanismo, una 
lotta di diverse forze svolgentisi Tana in diverso 
modo delle altre, e come gli antichi egli fii 
consistere la suprema felicità nel saper equi- 
librare e contemperare insieme, secondo la di- 
versa natura loro , quelle forze e quelle &- 
colta. E questo è ufficio speciale della ragione, 
la quale deve assegnare a ciascuna facoltà 
i suoi limiti e tenervela dentro costantemente^ 

(1) Qoesto poteva Egii fare tanto più faeilmdnte inoaan- 
tochè DOD soleva tenere un ordine e un linguaggio nloso- 
fico rigoroso. — Così pare talora che malgrado i suoi prin- 
eìpii aristotelici Egli veglia dare alla morale un fondamento 
teologico. 



CAPÒ XVI 309 

Scendo si che lanimo si collochi nel centro 
delle facoltà, cioè quindi in quello dei beni 
« nam quatenus tacultata utitur » scrive lo 
Stallini « eatenus incumbit in bonum ad fa- 
« cultatem accomodatum, ut apte dici possit 
« Inter se proportione re.spondere honorum et 
« facultatum quasi distantias ab animi vi con« 
« stituta; et in lineis honorum ad inveniendum 
« punctum in quo tiaicultatum poni termini fines- 
« que debeant, nibil aliud opus esse, quam ut 
« ipsae lineae secentur^ ex conditione ut partes 
« atque totae proportionales sint (1) ». 

E siccome in questo equilibrio è contenuta la 
maxima honorum adscripcorum humance nalurgd 
summa, e d'altra parte la massima felicità è il 
sommo fine, che la morale naturale può asse- 
gnare air uomo, così in questo equilibrio delle 
facoltà, in questo equo temperamento dei nostri 
affetti consiste Y essenza della virtù e da esso 
derivano tutte le leggi morali (2). 

Non sarà difficile lo scorgere T analogia che 
vi è tra queste idee e alcune dottrine del .Ro- 
magnosi. Senza dubbio questi^ il quale era dei 
libri dello Stellini studiosissimo, ne accettò e ne 
svolse non poche idee, intrecciando cosi nella 
morale i concetti aristotelici, che da lui riceveva^ 
con quelli del Sensismo contemporaneo, come 

(1) II; p. 228. — Del resto questo concetto deli' equilibrio 
\iene esposto con insistenza particolare io varii luoghi con 
parole più o meno diverse dallo Stellini. II; 213, 261, 296; 
III ; «% ecc. La stessa dottrina si trova giù pure espressa nel 
De Oriti, I; ^, 104, ecc. — Cito nell'edizione di Barb«dico 
/. SteUini Opera omnia. Palavii 1778 — . 4 volumi, 

(2) 11; p. 232, 229. Egli trova poi con una analogia 
matematica , che quei centro , <nel quale ponendosi lo 
spirilo produce l'equilibrio, è Dio stesso. Ma una tale idea 
100 sarebbe ooociliabile col resto della sua dottrina, o meglio 
non vi avrebbe alcun senso. 



Jlfr I SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

nella filosofìa storica aveva mod^cati parecchi 
concetti vichiani con quelli particolari dello Stel- 
lini (1). 

Né si creda, che questo principio dell* equi« 
librio non appartenga ali* Aristotelismo^ vedendo 
che lo Stellini nel prospetto al libro S.** della sua 
Etica lo sostituisce al principio aristotelico del 
giusto mezzo, e dichiara questo insufficiente; 
giacché i due principii sono strettamente con- 
•giunti Inno coiraltro, e Tuno è nell'altro impli* 
citamente contenuto; sicché lo Stellini medesimo 
dopo aver rigettato il criterio del giusto mezzo in 
quel Prospetto, ch'Egli aveva pubblicato del suo 
vivente, scriveva poi nello stesso libro un ap- 
posito capitolo per difenderlo contro le objezioni 
degli altri filosofi, e ne faceva un uso promiscuo 
col suo principio dell' equilibrio in tutta la sua 
Etica, affermando auzi in un luogo, che le &- 
colta umane furono appunto da Dio confor- 
mate tra il grado massimo e il minimo della 
loro perfezione, cioè con un giusto mezzo, af- 
finchè equilibrandosi insieme potessero produrre' 
il ìnassimo bene totale per Fuomo. 

Non è difficile lo scorgere che la morale og- 
gettiva del Vico é del tutto estranea a queste 
dottrine dello Stellini, ma noi vediamo nelle 
investigazioni storiche di questo — Tinfiuenza del 
Vico accompagnarsi con quella degU antichi e 
dei Sensisti del tèmpo. 

Furono gli studii morah per verità che con- 
dussero lo StelUni alle investigazioni intorno al- 
Torigine e al progresso dei costumi. — L'Hobbes 
ed altri avevano rinnovato le dottrine dell' an* 



(1) Quindi il Romagnosi dà a questo U IoiIa, nalurtle i» 
bocca sua, di aver illuminata la murale tolta p9io9logÌm 
più accertata. 



CAPO XVI Sii 

tica Sofistica^ che i concetti del giusto e dell' in* 
giusto non avessero alcun fondamento nelle 
natura umana, ma fossero mere creazioni delle 
leggi e delle istituzioni umane, e da queste sole 
ricevessero tutta la loro forza. La ragione prin- 
cipale sulla quale quei filosofi si appoggia- 
vano era la diversità e mutevolezza dei costumi 
e delle leggi; dal che arguivano, che non vi 
dovesse essere un principio morale fisso, e co- 
stante per tutti gli uomini. — Ora lo Stellini 
nella sua operetta De Orla voleva appunto mo- 
strare, che una tale diversità deriva dalle diverse 
fecoltà, che costituiscono l'animo umano, e che 
sono in lotta tra di loro, mentre la virtù consiste 
appunto nel loro equilibrio, che si procura colla 
ragione ed ha leggi costanti per tutti gli uomini. 

Le idee esposte dallo Stellini nel De Or tu 
vengono ripetute qua e là nella sua Elica, anzi 
nella Prefazione al libro 7/ la quale veniva da 
lui stesso stampata nel 1764, esse vengono rias- 
sunte e in alcune parti felicemente modificate 
e corrette. 

In una sua lettera al Giuganini del 1740, cosi 
lo Stellini gli espone' il concetto dell'opera, che 
stava per pubblicare : « Quest'anno forse stam- 

f)erò una picciola storia ragionata dello svi- 
uppo della volontà e dell' intelletto umano, 
dove si mostra gradatamente l' origine dei 
costumi e (^elle opinioni appartenenti alla 
vita, e' de' metodi praticati successivamente 

neir insegnar la morale ; i costumi delle 

genti e le opinioni dei saggi relativi a' costu- 
mi stessi sono state sempre corrispondenti alle 
disposizioni degli animi loro, e queste pro^ 

J)orzionali alle passioni, che si andavano svi- 
uppando di tempo in tempo secondo la va- 
rietà degli oggetti esteriori e la cogniziotie 



312 I SEGUACI DSL VICO — G. STELL1NI 

« delle cose naturali > (1). Queste parole con- 
tengono il sunto di tutta l'opera e ne esprimono 
fedelmente lo spirito. 

Siccome secondo lo Stellini i costumi dipen- 
dono dallo svolgimento delle facoltà, queste do- 
veva egli studiare per prima cosa, esponendo 
ad un teqipo i varii appetiti, che «on esse si 
vennero negli uomini ingenerando. E questo 
forma Targomento del suo primo capitolo. Le 
facoltà sensuali dovettero secondo lo Stellini 
essere state le prime a svilupparsi ; nei primordii 
dell'umanità gli uomini essendo deboli di mente 
e senza esperienza, non dovevano mirare che a 
ciò, cui la natura primamente ci spinge^ cioè 
alla propria conservazione e integrità corporale; 
quindi non dovevano in questa prima età, che 
fu quella detta delForo, secondo lo Stellini, es- 
servi grandi passioni^ ma doveva regnarvi la 
giustizia per la stessa privazione di desiderii e 
godervisi una felicità piuttosto consistente nella 
privazione di mali che nel godimento di piaceri. 
— Ma gli uomini resi gagliardi col regime tem- 
perante di questa prima età vanno sempre più 
facendosi superiori alle forze della natura; dal 
che sorgono le arti, le quali eccitano gli appetiti ; 
e questo, dice, lo Stellini imitando qui il Vico, 
venne simboleggiato nelle favole di Prometeo e 
di Pandora. — Cresciuti gii appetiti in questo 
modo, gli uomini entrano in una seconda età, 
nella quale sentendosi essi gagliardissimi e mossi 
da ardenti passiorà dovevano spegnere in sé ogni 
sentimento umano, ogni cosa riempiere di san- 
gue e di rapine, tener per lodevole ogni opera 
che dimostrasse forza di corpo e impeto d'animo^ 



(1) Opere varie di Giacomo Stellini pubblicale da A. Evan- 
gfii in Padova l'anno I78i, voi. VI, pag. 0. 



CAPO XVI 818 

^ seguir senza pìeìfi il precetto id cuique fas 
^sse quod quisque posseL Ma in mezzo a questi 
:gagliardi v'erano anche secondo lo Stellini al- 
cuni deboli i quali dovevano naturalmente, spinti 
-dalla necessità, trarre ex animi latebris notionem 
aequi et boni, quod unicum impotentiae perfugium 
^st (1). Ma perchè questa idea potesse aver 
forza, si richiedeva, che gli animi tessero pacati 
e ragionevoli, mentre quei violenti erano in una. 
vita continuamente agitata dai sensi. — Allora 
i deboli ricorsero all'unico mezzo dì difesa, che 
loro rimaneva, cioè all'astuzia, la quale fu dap- 
prima disprezzata dai Porti , finché &ttasi essa 
potente e tale da vincere la forza medesima^ 
venne ricercata da essi con desiderio ; e mentre 
prima solamente boni vocabantur qui viribtis ani^ 
misque prcestarent, si tenne poscia per perfetto 
^ui manibus esset bellicosus et Consilio joo^cw^. Ma 
si teneva sempre più giusto l'acquistare colla forza, 
qìiasi aequum essety dice lo Stellini, id alios pati, 
^uod alterius excequata cum potentia libido inge^ 
rat (2), L'esperienza però fece a poco a poco co- 
noscere anche ai forti per diverse vie, quanti fos- 
sero mali, che a sé stessi recavano con quello 
stato di continua turbolenza e di incessante guerra, 
e quali beni invece si potessero gustare colla 
tranquilhtà e colla pace, quindi dal loro van« 
taggio medesimo a questa spinti, lasciarono, che 



' (1) I; 81, Questa dottrina, che il sentimento della pro- 
pria debolezza suggerisse dapprima a coloro, i quali noa 
potevano trovar altro riparo contro le violenze dei più forti} 
i conf*ettl del giusto e dell'ingiusto e in generale i concetti 
morali, era comune anche agli antichi sofisti; e noi la troviamo 
stupendamente esposta nei dialoghi di Platone e specialmente 
nel Gorgia, dove essa viene svolta da Gollicle^ e nel secondo 
^ella repubblica, dove essa vien posta in bocca a Trasimaco, 
(2) I; 86. 

91 



81 & I SEGUACI DBL VICO — G. STFXLlNi 

la ragione e k giustizia si stabilissero finalmente 
tra, gli nomini. 

. É evidente in questi pensieri il concetto vi- 
chìano degli uomini condotti dal loro utile me- 
desimo a celebrare il giusto, e ad unirsi in società 
movendo dall'estrema barbarie. Ma vi ha tuttavia 
una grande differenza tra il Vico e lo bteilini» 
perchè se tanto Tuno quanto T altro danno alla 
civiltà un princìpio arbitrario, il primo però pene* 
trando acutamente neirintima natura deiruomo o 
ricomponendo con mirabile intuizione dalle ta- 
vole e dalle tradizioni antiche la realtà storica» 
ci mostra il carattere dei diversi elementi che 
compongono Fumana civiltà, e ce ne descrivo 
lo svolgimento armonico e complessivo ; lo Stel- 
lini invece non si fonda sopra alcun dato storico^ 
ma stabiliti a priori e arbitrariamente alcuni 
&tti e principii generali di psicologia, pre- 
tende con essi spiegare tutte le trastbrmazioni 
dei costumi, determinare le cagioni e trovare 
le leggi colle quali si succedono i diversi periodi 
della vita civile. — Cosi nella sua descrizione^ 
la civiltà appare come qualche cosa di già com<» 
piuto fuori degli uomini, ai quali basti di rico- 
noscerne i vantaggi , perchè quella si stabilisca 
senz'altro fra di loro. Egli quindi non ci spiega 
come nascessero nell'animo degli uomini i con-* 
Getti morali, come si costituisse la famiglia, 
e lo Stato, come si formassero le leggi e i go- 
verni, in qual modo si svolgessero poi questi di- 
versi elementi della civiltà. — Il Romagnosì lo 
rimprovera anche di aver fra questi quasi del 
tutto dimenticato la religione. 11 rimprovero è 
pienamente giusto per il De Oriu, ma non 
in egual misura per quella prefazione al libro 
7.® deìYElica, che noi abbiamo già sopra citata. 
In questa lo Stellini parlando delle difficoltà 



CAPO XVI 315 

somme che i legislatori dovevano avere in prin- 
cipio a raffrenare le violente passioni degli 
uomini , dice che a questo non vi era mezzo 
più efScace dei timori religiosi, venutisi na- 
turalmente svolgendo nell' animo dei primi uo- 
mini , i quali, vedendo multa evenire passim 
in universi parte sibi finitima, rer'umque vicis-- 
situdines ordine procedentes aut saluiares, ani 
incommodaSf cominciarono a credere in una po- 
tenza di molto superiore alle loro forze , alla 
quale riferivano ogni cosa buona e cattiva che 
loro accadeva. E a questa potenza, dice lo Stellini, 
essi, come sogliono gli uomini ad immaginare 
le cose ignote simili a sé medesimi^ attribui- 
vano facoltà e sentimenti d*uomo, ma in grado 
superiore (1). Qui si scorgono chiaramente da 
una parte l'influenza del Vico, dall'altra le tracce 
di idee ripetute e svolte poi dal Romagnosi, il 
quale segui pure lo Stellini, dove questi ab- 
bandonava intieramente il Vico , cioè in quel 
falso concetto che i legislatori antichi avessero 
una sapienza riposta , una sapienza cioè non 
solo superiore a quella dei loro contemporanei, 
ma scevra di tutti i loro pregiudizi; poiché lo 
Stellini dice nel De Or tu , che spesso quelli 
erano obbligati a prescrivere cattive leggi, solo 
perchè di migliori non poteva sopportarne il po- 
polo, non già che essi non ne vedessero i difetti 
e le imperfezioni (2). 

Lo Stellini segui però il Vico nella sua teoria 
dei Ricorsi, diversamente dal Roinagnosi che la 
rigetto- 
Conforme allo svolgimento delle facohà fu 
quello delle opinioni intorno alle cose spettanti 

(t) tV; f83 e seg. 
[2) J ; Ihi. 



316 I SEGUACI DEL VICO — G. STELLIMI 

alla vita, e questo é l'argomento del capo secondo 
dell'opera. 

Le opinioni che noi ci facciamo delle cose na- 
scono dalle affezioni dell'animo, e ad esse, se- 
condo lo Stellini , si conformano. Gli uomini 
dunque faranno tanto maggior stima delle cose, 
quanto meglio queste servono a soddisfare i loro 
appetiti. Ora gli uomini dapprima non attendono 
che alla conservazione della vita e dell'integrità 
del corpo, poi si danno ai piaceri dei sensi, più 
tardi appetiscono le ricchezze e infine vogliono 
signoreggiare altrui, e questi due ultimi appetiti 
si fanno tanto più vivi quanto più difficile è il 
soddisfarvi. Per i medesimi gradi passa natural- 
mente la diversa stima, che noi facciamo degli 
oggetti, che a questi nostri diversi appetiti sod*- 
disfano. « 

Ma in tutte queste investigazioni dello Stellini 
vi ha poco di nuovo e nulla di profondo. Egli 
fondandosi sopra idee volgari e partendo da 
fatti e generalità, stabilite a priori e arbitraria* 
mente pretende costruirci idealmente una storia 
tipica dello svolgimento di queste . passioni e 
delle opinioni, costumi e stati sociali corrispon- 
denti, mostrandoci come dal semplice desiderio 
della libertà nascesse a poco a poco la voglia 
di dominare sugli altri, come questo dominio si 
potesse procacciare con. diversi mezzi : le ric- 
chezze, i fatti egregi di mente e di corpo, la 
fortuna, le aderenze, l'amore del popolo^ la 
facondia ecc. 

Poco più profonde e poco più nuove sono 
le cose che lo Stellini dice nel capo 3.^ ed ul- 
timo del suo De Orlu, dove tratta delle orìgini 
e dello svolgimento dei precetti, che si diedero 
intorno alla vita ed ai costumi. — Primi precetti 
dovettero essere, osserva lo Stellini con giustezza 



CAPO XVI 317 

ma con poca novità, gli esempi, e fra questi 
specialmente quelli dei genitori. A questi do- 
vettero succedere quelli tratti dalle azioni degli 
animali , che , die' Egli stranamente , dovettero 
avere una grande eflicacia. Si formarono poi 
osservando le leggi fisiche, alcune leggi morali, 
e dopo queste certi precetti espressi in frasi 
stringate e comprensive, cioè proverbi opa- 
remie , nelle quali lo Stellini vede con Ari- 
stotile antiquae philosophiae reliquias ex interitu 
elapsas (1). Ma corrottisi questi proverbi, essi 
si trasformarono in enimmi, e diedero cosi o- 
rigine anche a quelli degli oracoli; finché gli 
ingegni migliori si diedero a comporre gli apo- 
loghi per educazione ed ammaestramento del 
popolo. Ma ad imitazione di questi si forma- 
rono poi le allegorie , delle quali si impadro- 
** nirono i filosofi per potere con esse rendere al 
vulgo accessibili le loro investigazioni e le loro 
stranezze. Qui lo Stellini mostra quanto man- . 
casse di senso storico, rappresentandoci egli tutte 
quelle cogitazioni dei primi filosofi come frutto 
solo di riflessioni individuali e capricciose, nelle 
quali non sa scorgere alcuna connessione collo 
spirito del loro tempo e dei loro popoli. Egli chiama 
quei filosofi sognatori, dicendo che poiché essi 
SI diedero a ricercare l'intima natura delle cose 
mira sese portenta de rerum universitate hujusee 
caussis ordine constitutione somniantibus obtu- 
lerunt (2), E fra questi portenti cosi ritrovati 
enumera lo StelUni tutte le cogitazioni degli Jonii, 
dei Pitagorei, di Empedocle, di Anassagora ecc. 
intorno a Dio e air universo, intorno all'anima 
umana, alle metempsicosi, alle apoteosi ecc. 



<t) I; 128. 

(2) I; 132, 



318 I SEGUACI DEL VICO — G. STELLINI 

Da queste cose, che lo Stellini chiama occulte, 
richiamò finalmente la filosofia Socrate, che 
nacque, dice quegli, per ventura, nei tempi cor- 
rotti di Atene cioè nei tempi della Sofistica. — 
E qui lo Stellini chiude la sua opera facendo 
una breve storia della filosofìa morale, che si 
venne svolgendo in Grecia dopo Socrate. 

Come si vede , non erano le dottrine dello 
Stellini né cosi originali né cosi profonde che 
gli dovessero dare una fama e una riputazione 
maggiore di quella del Vico, come pur gli die- 
dero (i). Ma questo si può facilmente spiegare 
dall'indole dei suoi tempi. Lo Stellini aveva una 
coltura classica molto ampia e svariata, pregio 
che a' suoi tempi in Italia era più comune che 
a' giorni nostri, ma anche più che a'giorni nostri 
stimato. Egli cita sovente, talvolta con ostenta- 
zione, poeti ed oratori antichi in appoggio di 
quanto scrive. Egli stesso secondo Tuso dell'età 
e del paese scriveva versi che TEvangeh rac- 
colse e pubblicò nelle Opere varie, ma che non 
sono molto migliori di quelli del Vico. Alla eru- 
dizione classica lo Stellini congiungeva la co- 
gnizione di diverse scienze. Egli scrisse infatti 
di matematica , di fisica, di medicina , e della 
sua perizia in queste scienze si hanno anche 
saggi nella sua Etica; quindi l'Algarotti scrisse 
di lui, che non v'era arte o scienza^ ne cui se^ 
greti non penetrasse, tal che potea spiegar in 
tutte carattere di maestro. 

La sua filosofia ooo è profonda, ma è facile e po^ 
pol^.re, e si capisce quindi come per questo pregio 
congiunto colle belle doti del suo animo, di cui 



(1) II Fabbroni nelle sue Vitae dice, che stranierì veni- 
vano appositamente in Italia per visitar lo Steliiai; uè Egli 
si perita di paragonarlo seriamente a Socrate. 



CAIH) XVI 819 

tutti i contemporanei ci fanno testimonianza, con- 
giunto coU'erudizione^ e con qualla certa grazia 
ed eleganza, colla quale sapeva maneggiare il 
latino , malgrado i difetti del suo stile tal volta 
troppo rettorico, egli potesse attirare a sé molti 
scolari in Padova e rendersi loro accettissimo. — 
Egli era inoltre per il suo buon senso molto 
avverso alle soverchie sottigliezze di alcune teo- 
rie morali e trovava che queste sovente invece 
di rendere più chiare le cose, le oscurano, e 
invece di dare i veri fondamenti della moralità 
« rassodarla negli animi dubbiosi, ne fanno va* 
ciliare la <;redenza in coloro, che prima vi erano 
fermissimi, E conchiude quindi il suo opuscolo 
suW Origine dei costumi con quél detto di Se- 
neca, philosophiam non in remedium animi sed 
in exercitationem inventam ingenii, multisque 
periculi causam faisse. 

Tra gli scolari del Vico viene ben a ragione 
annoverato Emanuele Duni, il quale però si mor 
strò ben poco riconoscente verso il suo maestro. 
H Duni era professore di giurisprudenza nelFUni- 
versità di Roma e dapprima pubblicava in questa 
dttà nel 1763 un'opera %\AiOrigine e Progressi 
del eitfadino e del governo civile di Roma, poscia 
nel 1 77S a Napoli un*altra col titolo : la Scienza 
del costume ossia sistema del Diritto universale^ 

Nella prima di queste opere egli non fa che 
•esporre, svolgendole e chiarendole in alcune 
parti, le idee del Vico intorno alla Storia Ro- 
mana. Egli divide la sua opera in due partii 
nella prima delle quali tratta dell'origine e pro- 
gressi dei cìttadinp romano, iiella seconda del* 
1 origine e progressi del Governo civile; ma pre- 
^^ette ad amendue un'idea dell'opera» nella quale 
<Bchiara che nessuno sino a, lui aveva saputo ve-, 
dere come il governo di RcKi^a cominciasse aristo* 



S20 I SEGUACI DEi. VICO — E. DURI 

eratico e sì mantenesse tale sino al secolo v^ 
nel quale passò ad una perfetta democrazia, du- 
ra ndo tale sino al secalo vii; che nessuno sino 
a lui aveva trovato i veri principii e le vere- 
orìgini delle cose romane, colla conoscenza delle 
quali si potessero conciliare le diverse contrad- 
dizioni degli storici. Egli annunzia di voler 
esporre un nuovo sistema del governo civile di 
Roma, tratto non meno dal naturai corso delle 
umane vicende, che dalle testimonianze degli 
stessi storici, ridotte a quell'intelligenza, che 
8* uniforma coli' indole dei corpi- civili. Questa 
nuovo sisiema che egli vuol esporre e questo 
nuovo metodo che egli vuol seguire non è in- 
fine che quello del Vico; ed è veramente strano^, 
che quando non erano ancor passati molti anni 
dalla morte di questo, un professore d'Università 
avesse tanta sfrontatezza da pubblicare le idee 
di questo dandole per proprie e menandone un 
vanto cosi romoroso, come fece il Duni. 

Nello stesso modo dei Vico EgU insegna, come 
gli auspicii fossero il fondamento di tutti i diritti 
civili e politici, come i primi cittadini di BO01& 
non fossero che i patrizii, perchè essi soli go- 
devano degli auspicii, come il rivolgimento ùlXìo^ 
da Bruto istituisse o meglio continuasse, raffor- 
zandola, una repubblica di ottimati, come i tri- 
buni non avessero dapprima potere legislativo, 
ma solo una facoltà di tutela contro le violenze^ 
e le oppressioni dei patrìzii, ecc. Egli vede coxLe 
il Vico tutta l'importanza del jus connubii^ e 
quanto strettamente questo si rannodasse eoa 
tutta la condizione civile e politica dei citta- 
dino romano ; e in un notevole capitolo (nel 
capo VI del libro primo) cerca con molti eificaci- 
argomenti di provare la dottrina vichiana rì-^ 
guardo ai eonnubia patrum. — Quindi come il 



CAPO XVI 82t 

Vico il Duni mostra^ che i plebei diventarono 
veri cittadini di ragion privata solo colla legge 
canuleja del 309, la quale però doveva pure 
aprire ai plebei l'adito ai pubblici uffìcii.Del tutto 
conforme al Vico è anche la storia dei diversi 
modi e dei diversi gradi, pei c^ìiaìì i plebei giun*^ 
sero ad ottenere tutti i diritti politici e quindi 
a fondare in Roma una vera democrazia. — Del 
proprio non fa che schiarire e svolgere più 
ampiamente alcune parti e correggere alcuni 
punti accessorii ; cerca determinare con maggior 
esattezza T indole e il periodo delle diverse as* 
semblee e di distinguere più accuratamente le 
tre leggi, orazia, pubblilia e ortensia, colle quali 
i plebei ottennero la loro uguaglianza politicai 
datando però nella sua Tavola cronologica^ come 
il Vico, il totale rivolgimento dello stato da 
aristocratico in democratico, dal 414 cioè dalla 
promulgazione delle leggi pubblilie. 

In tutto questo il Vico non si trova menzio* 
nàto mai, tranne che in una sola questione par- 
ticolare. — Gli è vero che di questa misconp- 
scenza del Duni verso del Vico uno scrittore 
tedesco, TEisendecher ,. gli rendeva la pariglia 
traducendo il suo libro e pubblicandolo come 
proprio (\ ). U Duni cita il Vico parlando dell' ori- 
gine delle XII Tavole. L'opinione che il Vico 
aveva, a questo riguardo manifestata era uni- 
versalmente conosciuta^ e mentre nelle altre il 
Duni credette poter riposare sicuro sulla non-^ 
curanza generale, nella quale pare fossero al 
suo tempo cadute le opere del Vico, in questo 
non credette prudente passarne il nome sotto 

« • 

(1) W. Eisendechftr ; Uber die Enstehung, Enlwickelun^ 
und Ausbildung des Burgerrechts im allm Rom: mtt 
Vorr. V. Heeren; Hamburg 1829. — V. Serafini. Elem. 
di Dir. Ram. 



322 I SEGUACI DEL VICO — £• DUNI 

silenzio e non citarne T opinione; anzi quasi 
a compensarlo de' suoi torti, non gli è avaro 
di lodi, ma lo chiama il dottissimo , /' incompa" 
rabile. Vico avvezzo coli* acutezza del suo ing^-- 
gno a meditare il fondo non la corteccia delle 
cose; e quindi pone le sue idee intorno alle 
origini delle xii Tavole fra l'altre ammirabili 
nuove scoperte da lui fatte nella contemplazione 
della comune natura delle nazioni e massime 
della romana. Trova i suoi argomenti sulla 
questione non solo non soggetti a confutazione^ 
ina uniformi alla vera storia civile di Roma ; solo 
osserva che per la loro brevità furono piuttosto 
trascurati che esaminati dai dotti; quindi Egli 
non fa per verità che ampliarli (1). 

Non V ha dubbio però che in questa prima 
opera il Duni seppe cogliere felicemente e svol- 
gere alcuni risultati delle investigazioni vichìane 
sulla storia politica di Roma^ togliendone ine- 
sattezze e contraddizioni,, e an'ecando a prova 
delle nuove scoperte una messe più ricca e più 
ordinata di fatti. Egli stesso dice espressamente 
che non ha voluto costruire la storia romana a 
priori^ ma che attenendosi ai fatti che ci vengono 
narrati dagli scrittori antichi, e accettando quei 
punti di storia confermatici da loro concorde- 
mente, seppe trarre dall'esame di quelli le 
sue nuove idee, che ci rappresentano, dice 
Egli, la storia romana nella sua verità storica 
e tolgono le molte incoerenze degli autori an- 
tichi (2). 

Ma se il Duni seppe veramente nel descrivere 
le vicende politiche del cittadino e del geverno 
romano tenersi libero da alcune stranezze del 

(1) V. Libro 2/, e«p. IV. 

(2) V. specialiueate l' introduzione al 2.® libro. 



CAPO XVI 3i3 

Vico, dall'altra non seppe penetrare quanto di 
più filosofico e di più profondo questi vanne 
investigando intorno alle origine psicologiche del 
diritto, della religione^ delle istituzioni di Roma. 
— Cosi la sua seconda opera della Scienza del 
costume, nella quale Egli espone i principii ge- 
nerali della filosofia giuridica e storica è molto 
inferiore alla prima. In essa si scorge aperta^» 
mente il proposito di svolgere le idee del Vico, 
quantunque questi non vi si trovi mai menzio- 
nato; ma raramente il Duni le sa cogliere e 
penetrare e spesso le guasta ponendovi del suo 
contraddizioni ed incoerenze, che nel Vico non si 
trovano. — La scienza del costume definisce Egli 
la cognizione della vera condotta deltanimo umano 
in tutti i stati, condizioni, e circostanze in cui 
l'uomo si trovi. L'idea principale ch'Egli pigli» 
dal Vico è la distinzione del diritto naturale (fi-» 
losofico) dal diritto delle genti (il diritto primi- 
tivo nello stato delle famiglie) e dal diritto civile 
(quello degli Stati). Amendue questi ultimi sono 
positivi e si fondano sulf autorità de Legislatori 
umani. Quindi per il Duni anche quel diritto pri-' 
mitivo delle genti ha legislatori, ha un codice 
di leggi; cosi Egli confonde del tutto la stupenda 
distinzione vichiana tra leggi e costami, dimen- 
tica di vedere nel diritto primitivo l'abozzo vi-f 
chiano non solo delle leggi civili posteriori, ma 
anche del posteriore diritto filosofico, eonfonda 
del tutto le origini differenti del diritto delle genti 
e del civile. Quindi Egli scrive che, « Le ste&se 
» umane necessità e contingenze^ che indussero 
» ì padri di famiglia ad abbandonare la loro pie- 
9 cola monarchia e rifuggirsi nell'astio della pub- 
» blica potestà furono le cagioni di cedere in 
9 qualche parte a quella loro autorità monarchica 
9 e soggettarsi alla meglio^ che loro riuscissei a 



S24 I SEGUACI DEL VICO — M. DELFICO 

» quelle leggi, colle quali potesse reggersi Tu- 
» nione che componeva il corso civile » (1). 

La povertà e incertezza delle idee si mo- 
strano ad ogni passo. Il concetto della Prov- 
videnza cosi grande e bello in Vico viene intie- 
ramente guasto dal Duni, il quale si affatica 
più d'ogni altra cosa a provare e spiegare l'uni - 
formità delle leggi presso le nazioni primitive. 
Tali leggi o istituzioni, che in fine costituiscono 
per il Duni il diritto cosi detto delle genti (senso 
vichiano) altro non sono che regolamenti nati 
dalVuniformità delle idee degli uomini a seconda 
dell'occasioni e bisogni umani^ diretti dall'ordine 
di Provvidenza per la propagazione e conser^ 
vazione del geiiere umano. 

Quantunque il Duni facesse cosi facilniente 
a fidanza colla fama del Vico, si vede tuttavia^ 
che presso alcuni giuristi e filosofi napoletani 
questi continuava ad essere studiato o che almeno 
se ne prendeva qualche notizia. Noi lo vediamo 
infatti menzionato parecchie volte con grande 
onore in un libro che Melchior Delfico stampava 
in Napoli nel 1791 col titolo di Ricerche sul 
vero carattere della Giurisprudenza Romana e 
de' suoi cultori. — Ma se in questo libro noi 
troviamo molte idee del Vico intorno alla giu- 
risprudenza Romana, noi siamo ben lungi dal 
trovarvene anche lo spirito e l'intelligenza. — ' 
Il Delfico comincia il suo libro col dire che Y im- 
portanza delle leggi fu un sentimento che pre-- 
cede la stessa formazione de' corpi sociali^ quindi 
EgU attribuisce ad esse un'importanza e un'ef^ 
ficacia grandissima e da esse ù, dipendere tutta 
la moralità e prosperità di una nazione. — Il 
fine diretto» che Egli si propone col suo libro 

(1) Scienza del costume, lib. 8.^ capo 8.* 



' CARO XVI 325. 

si è di mostrare le imperfezioni e i vizi gran- 
dissimi delle leggi e della giurisprudenza ro-^ 
mana, che ancor erano in vigore, al suo tempo 
e che Egli voleva venissero del tutto abolite. 
Con questo scopo Egli scaglia acerbe accuse 
contro il popolo romano , mostrando verso di 
esso la più grande avversione. Niuna cosa trova 

Srazia presso di lui, e meno di tutto il loro 
irittoè » Romani, die* Egli, né conobbero né 
possederono mai la vera grandezza o ne* senti- 
menti civili ne* governativi e la loro giustizia 
fu .in principio quale può essere nella barbarie; 
dindi quale suol essere nell* amministrazione ar* 
bitraria ; e finalmente quale dev'essere nell'anar^ 
chia, nella confusione delle leggi e nella gene- 
rale corruzione. E a sostegno di queste sue 
strane, idee Egli sa recare le dottrine del Vico 
intorno ali origine della civiltà e del diritto presso 
ì Romani. Il peggior frutto, che da questi, se- 
condo il Delfico, colsero le nazioni moderne fu 
l'istituzione dei giurisprudenti ossia degli av- 
vocati, la scienza dei quali è quella in effetti, dice 
Egli, dei m^zzi proprii per abusare delle cattive 
leggi nell amministrazione della giustizia* E 
poiché , come già vedemmo , la professione le- 
gale era ii] grande fiore a Napoli , Egli esorta 
vivamente i giovani ad abbandonarla, dicendo 
che il suo carattere necessario è il più perfetto 
guastamenlo dello spirito e del cuore. 

Con maggior serietà del Delfico e con maggior 
ampiezza del Duni cercò Mario Pagano di svol- 
gere ed applicare le dottrine del Vico ne' suoi 
^aggi politici, ch'Egli pubblicava in Napoli tra 
il 1783 e il 1792. Egli non si mostra per vero 
scrittore molto più originale del Duni , ma è 
molto più giusto e ricordevole di lui verso il 
comune maestro. 



326 I SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

IL Pagano è nome earo e venerato belle let- 
tere italiane non solo per i suoi scritti » ma • 
anche per la sua indole baona e generosa e . 
per il nobile martirio sofferto in grazia del suo 
amore alla patria ed alla libertà e inflittogli con 
atto d'ingiustizia e crudeltà inaudita. Però se 
questo deve farci onorare altamente Tuomo, dod 
ci deve togliere la facoltà di giudicale libera- 
mente lo scrittore. • 

Nesuoi Saggi Politici il Pagano si propone 
di descriverci il corso della civiltà come aveva 
voluto fare il Vico nelle sue Scienze nuove. Il 
Pagano era di questo studiosissimo e in molti 
luoghi de' suoi Saggi mostra la stima grandissima, 
che verso di lui professava; ma Egli scriveva 
in un tempo, nel quale l'Italia era invasa dalle 
idee francesi» non solo nelle scienze politiche 
e sociali, ma anche nelle storiche e filosofiche. 
Condillac, Bonnet, La Metrie, Dupuys, Boulan- 
ger erano conosciuti e studiati universalmente 
non meno di Montesquieu, Rousseau e Voltaire. 
E noi vediamo che anche il Pagano attinge 
molte delle sue idee non solo dal Vico, ma 
anche da quei primi e specialmente dal Bou- 
langer, ceicando di accordarle insieme (i). 



(1) Non sarà però fuor di proposilo il ricordare qui, che 
molte delle loro idee intorno alle feligioui e alle mitologie 
tolsero il Dupuys e il Boulanger dal nostro Francesco Bian- 
cliinij che nel 1697 stampava in Roma un'Istoria Univer- 
sale provata con monumenti e figurata con simboli 
degli antichi. — I due scrittori francesi svolsero ed e'^age- 
rarono ciascuno idee diflerenti che si trovano già nel Bìan- 
fbini. Taluno però volle far di questo anche un precursore 
del Vico; ma a torto. Il Bianchini non è propriamente 
che un arcbeulogo. Egli cecra di .'pje{2!are i i>ÌQiboii. che egli 
rrrde di vedere nei monunienli antichi; e quniitusique sia 
talvuUa mollo ingegnoso, tuttavia le sue spiegazioni sono 



CAPO XVI S27 

Il 3U0 punto di vista è però essenzialmente 
vichiano. Egli vuole ne' suoi Saggi presentare un 
quadro dell' origine e formazione delle società, 
del Ipro progresso^ della loro decadenza. Divide 
come il Vico il corso dell' umanità in tre epo- 
che ; ma ne comincia la storia dai diluvii, come 
aveva tatto il Boulanger, cui segue anche in 
parte, nel descriverne gli effetti e la vita che do- 
vevano in seguito condurre quegli uomini anti- 
chissimi. — Il Pagano dà una importanza gran- 
dissima» come il Boulanger, alle crisi o grandi 
catastrofi della natura, e dalla loro influenza egli 
vuol spiegare molti fatti primitivi dell' Umanità. 
Dopo la cessazione di quelle gli uomini^ che erano 
stati costretti a ricoverarsi nelle sommità delle 
montagne nelle caverne, dapprima vagarono, 
non in uno stato di violenza e di guerra come 
vorrebbe il Vico, ma in uno stato di debolezza e 
d'impotenza, quale appunto ci viene descritto dallo 
Stellini. — Il Pagano distingue quattro periodi 
nella vita selvaggia dell'umanità, dei quali i due 
ultimi corrispondono all'età degli Dei o a quella 
delle monarchie famigliari nella terminologia 
nel Vico, 

Il Pagano pone l'orìgine delle famiglie nel 
terzo periodo della vita selvaggia e le fa na- 
scere dai ratti delle donne, esagerando un'idea 
del Vico, come sogliono fare i copiatori, e per 
giunta rimproverando questo, perchè anch' egli 
non ne avesse assegnata quell' unica causa. Ma 
il più curioso si è, che secondo il Paprano, sola- 
mente coi rapimenti delle belle donne si fonda- 
rono le prime famiglie, perchè potendole solo 



quasi sempre del tutto opposte alla dottrina del Vico, né vi 
si trova poi accennata alcuna delle idee fìlosofìche di 
questo intorno al corso dell» civiltà umaqi. 



328 I SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

predare ì più forti, questi se le condocevaino poi 
seco e sapevano difendersele. Questi primi con- 
nufoii degli uomini forti colle dònne belle fu- 
rono i ceppi delle famiglie nobili. — 1 plebei 
usarono la vaga venere sino a tanto che per 
imitazione dei nobili e per altre cagioni vennero 
finalmente essi pure ad istituire tra di loro le 
famiglie. Cosi queste, conchiude il Pagano, nac- 
quero generalmente dai bisogni naturah del* 
Fuomo, e si fondarono sui suoi sentimenti più 
profondi e spontanei, e non furono unite mai 
da patto convenzione, come voleva la teoria 
del Rousseau, allora universalmente rigettata 
dagli Italiani (1). 

Come la famiglia cosi anche la società comune 
degli uomini ebbe origine dalia natura stessa, 
perchè questa secondo il Pagano tende sempre 
ad associare fra loro gli esseri e tanto più gh 
uomini, dei quali moltissimi bisogni non si pos* 
sono in niun modo soddisfare fuori delia società. 
11 Pagano enumera alcuni di questi bisogni, 
e non è difficile lo scorgervi qualche remini- 
scenza dello Slellini ; ma egli vi si avvolge 
in un circolo vizioso, giacché molti di quei bi- 
sogni, a cui la società dovrebbe soddisfare, non 
possono sorgere, se non quando già questa 
stessa esiste. 

Del resto tanto il Pagano quanto lo Stellini 
avendo fondato la società sopra cagioni del tutto 
soggettive, non seppero darle quellaltissimo va- 
lore morale, che noi abbiamo veduto nel Ca- 
po V darle il Vico. Solo in un luc^o il Pagano 
tocca la dottrina vìchiaua, senza saperla svol- 
gere, dicendo esser necessario, che V uomo sod- 
disfaccia a' suoi bisogni sociali perchè adem- 

(1) Saggio 11; cap. 4, 5. Gito nell'ediz. di Capolagodel 1SS7* 



K 



CAPO XVI S29 

pia le funzivm con^nute nel grand ordine del 
tutto (1). 

Il Pugaofio accenna pure timidamente a quel- 
l'altra idea del Vico, che ad ogni età corrisponda 
uno stato diverso nella religione, nelle arti, nelle 
dottóne, insomma in tutti i diversi elementi ^ 
civiltà, e si sforza di correre sulle sue tracce 

er venircene descrivendo le trasformazioni. 

a egli penetra molto raramente nei profondi 
pensieri del maestro. Come il Boulanger egH 
ci parla di una religione anteriore ai diluvii; 
ma quale fosse questa religione e come si 
formasse nell' uomo egli non ce lo dice, per- 
chè quando tratta il soggetto delle origini della 
religione, presuppone sempre come già avve- 
nute le grandi catastrofi della natura, e con^ 
sidera anzi la religione antidiluviana come un 
elemento di questa seconda, che Egli vuole «pie- 
gare. Pare che il Pagano ammettesse anche prima 
delle grandi catastrofi due ordini d'uomini, gli 
uni del tutto selvaggi, gli altri alquanto inciviliti. 
Venute quelle, i primi imbestialirono del tutto^ 
i secondi conservarono un barlume delle idee 
a;ntiche> dalle guali intrecciate con quelle, che 
gli straordinari] avvenimenti aveano prodotto al 
loro spirito, si formar(too tutte le favole e mi- 
tologie antiche. — Ma non è questa la spiega- 
ziofne costante, che Egli ne dia. Talora queUe 
favole antiche sono anche prodotte dallo stra- 
volgimento del cervello, sofferto dagli uomini 
duraaite le grandi catastrofi della natura, o dalla 
necessità di dare coi miti un senso a parole 
antiche, che ricordavano, e alle quali non cor- 
rispondeva più alcun oggetto reale. Altre volte 
invece quelle favole non fanno che adombrare 

(1) II , 7. 

22 



I SEGUACI DEL VICO M. PAGANO 

quelle stesse crisi e eatastrofi antiche, e sono 
quindi una storia geologica e atmo3feriea dalla 
terra. In questo modo Éffli spiega tatte le lotte 
dei giganti, tutte le &vole relative all'Atlantide, 
la favola di Fetonte ecc. Né meno oscillante è la 
teorìa di Pagano nel determioare l' orìgine di 
queste favole. Talora esse sorgono natutalment» 
preseo tutti i popoli : cosi nel capo xxni del primo 
Ssiggio a£ferma , c]i6 quella dottrina egizia delle 
tre età, la qual^ secondo Pagano , die erigine 
alla mitologia e le somministrò la materia, 
la si trova presso tutti i popoli, perchè noe- 
-qua dalt undversale tradizione deltuman genere. 
Ma in quel medesimo Saggio insegna poi, come 
essa nascesse invece in Oriente, combatte for- 
temente l'idea di Vico, che ^li Orientali non 
avessero avuto una civiltà anteriore a quella 
dei Greci, e che questi da quelli moltusime 
cose non imparassero, ed afferma che anzi gU 
<mtiehi poeti greci vestivano colla poesia gli orien' 
tali racconti, come li avevano uditi, né pe- 
netravano i loro ascosi sensi, cioè il significato 
storico, che prima avevano col contenere la narra- 
zione delle grandi catastrofi, e qujf^di il significato 
morale, che s'aggiunse dappoi, e che formava il 
sacro arcano sotto il terriòile silenzio deltapiùpro^ 
fonda notte ascoso. Cerna si vede, il Pagano non 
seppe penetrare la bella dottrina del Vico intomo 
agli arcani e ai misteri antichi; ma gli si rav- 
vicinò quando, non sempre in armonia colle 
cose suddette, cercò cagioni più profonde e più 
vere per ispiegarci le origini della religH>ne e 
della civiltà. — Egli trovando allibra, come il 
Filangieri e il Vico, che il sentimento della pro^ 
^ia debolezza pienamente svUuppàto d sommi- 
nistra lidea della divinità^ ci dice che i primi 
uomini furono naturalmente condotti alla reli- 



CAPO XVI 331 

gione per il bisogno, che avevano, di implon^re 
TaJuto di una forza superiore a Icmto, e che quindi 
il loro nume fu la forza^ e la loro religione -un 
Panimmo ossia la personificazione e deificazione 
di tutte le naturali potenze^ prodotta da quel 
fatto psicologico, già spiegato dal Vico, che luomo 
fa se. centro dell'universo e a tutti gli esseri 
attribuisce le proprie affezioni (!)• 

Al qtfarto periodo selvaggio saccede il primo 
barbarico. Nei descrivere il tempo barbarico il 
Pagano si attiene intieramente alle idee vi- 
chiane, delle quali alcune sa anche non solo 
accettare ma svolgere e applicare felicemente. 
Anch* JEgli parte ckU' errore del Vico, che tutti 
i popoli fossero originarli del luogo ^ dove 
abitavano, e che quindi le tribù si formassero 
dopo i paghi e dopo i vichi ^ cioè dopoché le 
famiglie tra di loro disperse n ebbero accoz- 
zate per reciproca difesa o per offesa altrui. — 
Nel primo periodo barbarico ogni tribù si crea 
un capo senza alcun ordinamento politico; so- 
lamente nel secondo, ouando si stabiliscono le 
concioni o radunanze dei singoli padri o capi 
&miglia^ comincia veramente un viver civile. 
Per questo non fu necessario alcun patto so- 
ciale, né che si stabilissero subito delle leggi; 
le cose nacquero da sé naturalmente. Associa- 
tesi le famiglie per i loro bisogni e tendenze 
naturali, ciascuna lasciò il proprio esclusivismo, 
e cosi nacque insieme ad un governo comune 
upa pubblica religione , un pubblico costume , 
una pubblica opinione. — Come per il Vico, 
cosi per il Pagano, i padri erano ad un tempo 
consiglieri , guerrieri e sacrificatori. Più tardi 
si stabili fra loro un ordine particolare di sa- 

(1) I, 16. 



382 I SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

cerdoti, ì quali per T importanza grandissima 
che avevano le cose religiose ^ e specialmente 
gli auspicii e le espiazicmi^ usurparono una 
parte principale nel governo degli Stati, che ne 
divennero teocratici o ondeggiarono tra la teo- 
crazia e r aristocrazia. — Tanto nel primo 
che nel secondo periodo ammette il Pagano, 
che vi fossero dei re» ma Egli descrive l'autorità 
di questi come il Vico quella dei primi re di 
Boma, e fa poi risiedere la sovranità negU ot- 
timati e nelr assemblea del popolo , cioè del 
popolo dei nobili, perché di questo non &ceva 
parte la plebe, che non aveva diritto di suffragio 
e veniva solo interrogata in caso di guerra, do- 
vendod servire di essa. Queste cose Egli prova 
presso i Greci e presso i Romani, esponendo, 
specialmente rispetto a questi^ le idee del Vico 
intorno al diritto^ alla patria potestà ecc., e ri- 
scontrando colla medesima recisione sistematica 
di lui le medesime cose nella barbarie del medio 
evo, quantunque di questo stesso il Pagano ne 
facesse altrove rimprovero al Vico (1). 
Il Pagano consacra un ^ Saggio speciale, il 

Juarto, a descrivere il terzo ed ultimo stato 
elle Barbarie^ stato, che segna il passaggio 
alle società coltele polite. In esso il potere son- 
dale si va sempre più afforzando : mentre nei 
due primi le offese private erano abbandonate 
alla priyata vendetta, in questo si viene ad essa 
sostituendo Fazione pubblica con quei modi e 
gradi, che noi abbiam già veduti nei Filangieri, 
e che vengono ripetuti dai Pagano. Questi segue 
poi intieramente il Vico nel descrivere la «latura 
delia Giurisprudenza barbarica, e trattando dei 
giudizii di Dio, dei giuramenti, dei duelli, della 

(1) I, 7. 



CAPO XVI 333 

tortura, ne riferisce la cagione e l'origine a quel 
latto psicologico già pur osservato dal Vico, che 
ì barbari come tutti ^i uomini incolti, conoscendo 
solo i due anelli estremi della grande catena 
degli effetti e delle cause, il fatto sensibile e la 
causa suprema, in ogni cosa si riferivano diret- 
tamente a questa; per il che mancando le prove 
di un delitto si implorava una manifestazione 
straordinaria di Dio. 

In questo terzo periodo della barbarie sorge 
l'agricoltura, mentre prima gli uomini vivevano 
solo di caccia e pastorizia, si introduce Tospitalità, 
si ingentiliscono i sentimenti religiosi e i costumi, 
e si accrescono quelle cognizioni pratiche, dalle 

auali dovevano poi foriparsi le scienze nel seno 
elle società colle e polite. 
Di queste vien trattato nel Saggio v ; ma con 
esso s' interrompe la descrizione del corso della 
civiltà, cominciata nei Saggi precedenti. Il Pa- 
gano non vi mostra, come fa il Vico, quali 
forme di governo si svolgano naturalmente 
nelle società civili, e quale carattere vi vadano 
rivestendo le diverse istituzioni sociali e gli ele- 
menti della civiltà. Egli dopo .averci indicato 
come le clientele formassero tutte le repubbliche, 
e in ogni Stato sorgano naturalmente tre ele- 
menti diversi cioè nobiltà, plebe e famiglia reale, 
entra In una trattazione dottrinale, cioè prende 
a discorrere del tema favorito dei politici d^l 
secolo passato , quello delle diverse forme di 
governo, considerate in sé medesime, e mostra 
indipendentemente dal corso storico, quali ca- 
gioni fovoriscano Tuna e quali l'altra, li Pagano 
ne enumera molte, talvolta con leggerezza e 
superficialità, e prendendo per causa ciò, che 
non è che una manifestazipne diversa del me- 
desimo effetto. — Favoriscono , secondo il Pa- 



SS4 I SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

gano, rarìstocrazia o la monarcbìa rignoranza , 
le ricchezze sparse in poche o raccolte per 
grande parte in un solo, la carezza delle armi ecc., 
mentre l'amore dei piaceri spirituali e le con- 
dizioni delle ricchezze e delle armi oppòste alle 
precedenti làvoriscano la democrazia. Una grande 
influenza sulle forme del governo di uno Stato 
hanno pure, secondo il Pagano, il clima e il go- 
verno delle potenze- estere, colle quali si è in 
relazione. In tutte queste investigazioni si scorge 
evidente Tinfluenza del Montesquieu , cui nuUa 
aggiunge, e cui anzi guasta in alcuni punti. Da 
esso toglie pure la teorìa dei tre poteri dello 
Stato, teoria però, che secondo il Pagano esisteva 
già presso gli antichi. Si sente in questo Saggio 
rinfluenza delle dottrine della Rivoluzione , che 
stava per iscoppiare. Non concede, come il 
il Rousseau, a tutti i cittadini uguali diritti po- 
litici , ma si a tutti uguali diritti civili , e dice 
che è tirannide non. vero governo, non governo 
regolare quello, che, qualunque sia la sua forma, 
non istabilisca la libertà civile cioè la propor^^ 
lionata uguaglianza dei diritti; e nel Saggio 
seguente sulla Decadenza delle nazioni Egh mo- 
stra, come il dispolàsmo- sfalla causa principale, 
per cui le nazioni cadono nella corruzione, la 
quale può ditenir si grande *da ricondurle, ove 
qualche avvéniménto straordinario non 1* ifnpedi- 
sca, come fu Fin vasione^deL^bàrìJari alla fine del- 
llmpero Romano, nel primitivo stato selvaggio 
per ricominciarvi poi il Ricorso della civiltà. 

Il Pagano mostra specialmente in questi due 
ultimi Saggi e nell* altro sull' Origine e Natura 
della Poesia quanto' la sua mente si tosse 
lasciata guastare dalle teorie sensistiche e ma- 
terialistiche francesi del suo tempo. — Anche 
Egli, come i materialisti francesi, la dipendere 



CAPO XVI 333. 

ifUseramente la vita spirituale dalla eonfonsy^- 
zitMae àeiìk^maeehiMa oasia ded oorpa umano; 
<3UÌBdi Egli sì propoBe in un Capo del S.^ Saj^gio 
ai iBOsttarci come te forte ed ^eruziatU min^i 
sorgiono dalla varia mokijieasiùme della fntteehma ; 
8 oi insegna che le nostre passioni eseendg il 
prod^Uù delle diverse eenssa^iGm, segue ^ the le 
anzidette fazioni dello spirito sian pure ptate 
la macchina si è; e soggiunga ehe i eeratteri 
Twerali sono tali e nen aUrìmenti che si è la 
temperatimi e il meecanismo del nostro eorpQ^ — 
Non ò qumdi a meravigliare se nel Pagano 
aneoF più ohe nel Aomagnosi si majaiftsti quella 
propensione molto diffusa nel secolo passato a 
Goniondepo l'ordine morale eoi fisico, e se ras<^ 
soiAiglia la forza che sping^s gli uomini alla 
società colla forza di gravitai l'amor proprio e la 
imadeiìBa della propria oenserroaione colla forza 
di resistenaa e di inerzia, dicendole tutta ugual* 
n»iQte forze etmeentrive (1). 

Da una tale psicologia doveva nascere, una 
morale e una filosofia della storia corrispon^ 
dentOi Cosi, secando il Pagano, il dolore e il 
piacere sono le due uniehe molle degH aniOMU 
tutti e quindi anche dell'uomo, e il solo piacere^ 
che è il primo, Punico oggetto degli animidi iietti, 
è il THotore degli StatL In questo modo> secondo 
il Pagano, to natura determina all'Uotuo P ul- 
timo scopo e i fini estremi^ xske sodo cioè la 
proprm oenseruazione e felieità. L'uomo dunque 
malgrado la liberti» ohe il Bagano non gii nega , 
manilcsterà nel vario ooroo della sua storia quu^ 
lità eseenziaU ed invariabili* La filosofia della 
storia deve appunto studiar queste e mostrare, 
<3onie esse si trasformino secondo i diversi ac- 

(1) V, 13. 



336 I SEGUACI DEL VICO — M. PAGANO 

didenti e le diverse condizioni» nelle quali l'uòmo- 
si trovau Ma queste trasformazioni si £Bi>nno, se^ 
condo il Pa^no, con una legge invariabile ; 
perchè poste le tali circostanze^ U nazioni ha»nKy 
di necessità tali costumi e tali governi; quindi 
Egli non si perita di affermare col Vico, die 
la filosofia della storia poggia sopra stabili e eo^ 
stanti principi ed è una scienza cosi dimostra* 
bile' e Severa eome le matematiche (1). Si vede 
da questo, che il Pagano non difibrisee dal Vico 
nel modo di considerare il compito del filosofo 
storico, anch' egli voleva che si aocoppiassera 
insieme la filosofia e la storia, e che questa 
divenisse una scienza della natura, e delle {Uverse- 
modificazioni deltuomo y quella una. aioria, cioè 
la considerazione delle anzidette varie fasi dsl^ 
l'umanità ^2). 

Ma nel Vico quelle modificazioni essendo lo* 
svolgimento di una natura essenzialmente spiri- 
tuale, anche la civiltà che ne deriva ha un va- 
lore altamente morale ; mentre nel Ragano tutte 
le modificazioni dello spirito essendo dipendenti^ 
dalle alterazioni della macchdnay e da queste po- 
tendosi quindi misurare i progressi delU urna* 
nità (3), la storia di queala tà trasforma in una^ 
storia fisiologica. E mentre nel Vico il bisogno^ 
e l'utile non sDno che joccasioni ed eccitamenti» 
dèi quali la Provvidenza si serve per condurre^ 
l'uomo a celebrare la sua vera natura sociale 
e morale^ nel Pagano il bisogno è l'unico au- 
tore del progresso degli uomini: esso & nascer le 
fomigUe, stabilire le società, sorgere e miglio- 
rare ragrÌGoltura (&), esso sviluppa Tingegno,. 

(1) I. 1. 

(2) iir, 18. 

(3) V, 19. 

(4) IV, 11. 



CAPO XVI 337 

crea le sltù e le scienze, opera la coltura e Tin- 
granéimento dello spirito umano (1). 

Le medesime tenenze sensistiche si trovano 
nel Saggio sulVOrigine e Natura della Poesia, 
dove accetta ed espone le idee dei Vico sul me- 
desimo soggetto , . ma pier lo più guastandole 
eolle idee sensistidìe e con puerilità. ^ — Secondo 
il Pagano la poesia nacque dal naturale e ne- 
cessario sviluppo delle ingenite facoltà dello 
spirito umano; i primi uomini parlarono poeti- 
camente^ perchè nelle violente passioni si è na- 
turalmente poeta e cantore. Egli dice, che la 
macchina dell'uomo selvaggio si può considerare 
come un istrumento da corde» alle quali corri- 
spondono nel corpo umano le fibbre ; queste es- 
sendo molto tese doveano produrre suoni acuti 
e dar cosi origine alla musica. Accetta la teoria 
vichiana, che tutte le operazioni di quei primi 
uomini fossero poetiche e concepissero per generi 
fantastici; ma non sa né approffondirla nò svol-* 
gerla. I caratteri poetici del Vico chiama Egli 
forme ed espressioni aigebraiche, o gruppi di 
tante particolari idee , contentandosi di dire , 
per ispiegarne T orìgine, che quando la mente 
delCuomo incominciò a percepire le varie imma-- 
gini delle cose, di tutti gli oggetti, che avean 
qualche somiglianza tra loro, foroiò tistessa idea, 
ovvero rapportò le nuove oÈ antica nozione. Le 
idee cosi formate paragona il Pagano a più 
ritratti simili sovrapposti l'uno all'altro e dei 
quali il primo forma il fondo di tutti i susse- 
guenti (2). Malgrado queste meschine spiegazioni 
di concetti già trovati e pienamente svolti dal 
Vico, il Pagano non si perita di esclamare come 



(1) V, 9. 

(2) Saggio sulla Poesia, capo VK 



338 I SEGUACI DEL VICO— V. CUOCO 

soddisfatto piertameate di sé : Ecco la sorgente 
dei caratteri poetici del Vico, che' vide la verità , 
di cui noi faeciamo l'anaUsi, cwn» un bedano 
in un'oscura noUe. 

Cosi il Pagaao frmsava iafeniiaramte di aver 
perfezioMita V opera del Vico , e s'oùguraflna &À 
suoi Saggi di arer oondiDite le iMBtt ad aoooppiare 
la filosofia colia filologia, per Imrre dalla stona 
delle idee e degli affetti umani Vunimrsaie 
scienza éeU'utnaniiày la soia e vera in^ere^anie 
filosofia: nobile compito per vero e degno, die 
venisse proposto da ua^ mente cosi elevata^ da 
un cuore si puro coinè queiio dol Pagano, ma 
tale che per soddirfirvi mancavano a lui le focze 
deirifi^egno e la profondità della dottrina. Per il 
che noi non possiamo n^are^ cbe se il Pagano 
contribuì n'on poco a fpr rìfioiìre in kalia .il 
culto e lo studio per il Vico, la cui memoria 
era già quasi spenta nell'animo degli Itaiiaiii, 
tuttavia la filosofia deUa storia non sesna col 
suo^ nome alcun vero progresso sctentinca 

Taluni collocano ira ]gìi scolari del Vico anche 
Vincenzo Cuoco napolitano, per il suo Platone in 
Italia, ch'Egli pubfidieò in Milano nel 1804. — A 
questa stregua si potrebbero considerare per 
iscolari di Uno scrittore tutti qilelU ohe traggono^ 
a caso da*sQoi libri alcuni gimii£ii e alcune idee, 
senza penetrare nel loro spirito e scorgere il 
fila, che le lega» ma sob perchè cosi «taceste 
servono ^aì loro intenti e alle loro teorìe. 

11 libro di Cuoco è scritto in forma di romando 
come ì'Anacarsi dà Bartbéjjemy. Platone e Gieo- 
buio, partono da Atene e vengono a visitare 
Titalm, per istudiarne le condizioni nelle scienze ^ 
nelle arti, nei costumi e nella politica. Le cose 
vedute e udite e le osservazioni loro ci ven- 
gono riferite in forma di lettere, che amendue 



CAPO XVI 239 

vanno scrivendo. Ma il Cuoco non: conserva che 
in piccola parte il carattere storico dei perso^ 
nagi^i che pone in i^ena; egli attdbuisce loro 
le idee e i sentimenti suoi proprii intorno all'an- 
tichità italiana. Seguendo un'opinione» die do- 
minò per qualche tempo fra noi, e che io 
stesso Vico esponeva nel suo Libro meta/lsico e 
nei De Consiantia PhUologics^ crede Egli» ehe in 
Italia vi fosse stata una grande civiltà anteriore 
alla gfeoa, e che di- essa siano stati autori gli Etru* 
sohi, i quali un tetnpo, secondò il Cuoco> oecu* 
pavane tulta la pefiisola e vi oostituìvBno un 
popola solo. A questa antichissima civiltà tenne 
dietro, prima che Boma nascesse, un periodo 
barbaricoé Pare che il Cuoco consideri come 
parte di quella o almeno come strettamente con 
eflsa congiunta la filosofia pitagorica. In ogni 
modo Egli la dice molto più antica di quello, che 
si erede e n&n che vmmki dtdìa Grecia moUo an- 
teriore atta filosofia greca. «^ Ma esponendo 
questa filosofia Egli è ben lungi dair attenersi 
ad una critica storica rigoroKu Egli si affida a 
molti libri apocrifi, che ci furono tramandati 
dall'' antichità, accoglie senz'dame le cose dette 
da Aristotile sui Pitogoriei e la loro filosofia 
.e specìaltneate quanto viene ikieeso' in bocca 
da Plafone ai Pitagorici de* suoi Dialoghi (1), e 
non si perita di pigliare talvolta a guida lo stesso 
Libro Metafisico del Vico , al quale Tautore me-> 
desimo aveva colle sue dottrine' posteriori tolto 
ogni valore storico. 

Poco più sicura è la critica dei fatti da lui 
esposti^ e del tutto moderne sono le spiegazioni 
storiche che Egli ne pone* in boeeaai sctoi per<- 
sonaggi, e ch'Egli trae specialmente dalle dot- 

(1) V. le Appendici nel Ili volume. 



340 I SEGUACI DEL VICO — V. CUOCO 

trine del Vico, del Filangieri e del Pagano, i 
quali ultimi cita Egli quasi sempre insieme al 
primo. — Sono vichiane specialmente alcune cose 
relative alle origini e al corso della civiltà, alla 
storia e alla costituzione di Roma, alla que^ 
stione delle Xl( Tavole ecc. (1)« Ma Egli segue 
poi il Pagano o meglio il suo tempo nel dare una 
grande importanza alle antiche catastrofi o crisi 
della natura (3). 

Ma queste idee non formano alcun sistema^ 
nò sono sempre' collegate ad un fine comune. 
Quindi lo si vede, mentre accetta alcune idee 
importanti del Vico, rifiutarne o non saperne 
accogliere altre, che hanno con quelle una stretta 
relazione. Cosi, nìentre attenendosi alle idee del 
Vico sembra talora ammettere, che la civiltà 
ne' suoi primordii si svolgesse nei «popoli spon- 
taneamente per impulso naturale e colla guida 
di una sapienza meramente volgare, e ancfa'Egli 
ammette come sorti naturalmente e spontanea- 
mente i caratteri poetici, la religione, la mito- 
logia ; altre volte accenna invece di voler ripe- 
tere tutte le istituzioni dall'arbitrio dei legislatori 
e fondatori di città (3), e seguendo in parte le 
idee del Filangieri, non ammettere di naturale, 
che il sentimento di un Dio unico, di una forza 
infinita, e la molteplicità degli Dei attribuire agli 
artifizìi dei sacerdoti a dei poeti, insieme uniti . 
per ingannare il volgo (4). 

Del resto il Platone era un libro piuttosto ri- 
volto al trionfo di certe idee dottrinali e poli- 

(1) É strano p<irò cbe in questa questione^ nella qa«1e il 
Vico s'era reto celebre, il Cuoco non lo cita per. nulla; 

V. nr, p. 101. 

(2) IH, 232 e segg. 

(3) I, 209. 

(4) J, 86, 158; HI, 260. 



CAPO XVI 3&t 

tiche dell'autore, anziché a descrivere con verità 
storica i tempi antichi. Molti opportuni suggeri- 
menti e pungenti allusioni ai vi/ai del suo tempo 
fanno ancora per il giorno d'oggi, altri hanno 
per coi perduto ogni valore e delle allusioni 
alcune non possiamo più neanco intendere. Per 
questo il libro non gode più al presente che 
una piccola parte della fama grandissima che 
ebbe al suo tempo. 

Con una dottrina più larga e profonda e con 
uno scono più scientifico intraprendeva al prin- 
cipio del secolo presente lo studio dellantìchità 
e del VicO) Cataldo Janelli, pur di Napoli^ città 
che era allora insieme con Milano centro prin- 
cipale degli studìi in Italia. 

Il Janeili.è Tunico fra gli scolari del Vico, 
dei quali abbiamo sinora discorso, che abbia 
propriamente capita tutta l'importanza del suo 
maestro e schiettamente riconosciutala, e che 
abbia cercato di addentrarsi nel suo pensiero, 
proponendosi seriamente di svolgerlo e correg- 
gerlo. — Egli stampava nel 1817 a Napoli 
un'operetta divisa in due Sezioni e intitolata: 
Cenni di Cataldo Janelli stila natura e necessità 
della scienza delle cose e delle storie umane (i). 

Nel libro del Janelli convien considerare aue 

1)arti, le quali però sono sovente intrecciate 
'una coU'aitra : runa è la critica che Egli fa del 
Vico e delle sue idee, l' altra un' esposizione o 
meglio un disegng, un abbozzo della propria 
dottrina intorno alla filosofia e alla critica storica. 
— Riserberemo la prima parte al capitolo se- 
guente, tranne alcuni punti, strettamente colle- 
gati colla seconda, la quale viene qui trattata. 

(1) II Janelli era bibliotecario della librerìa dell' Uni- 
versità. La sua opera venne ristampata in Milano nel 1832 
da Antonio Foniana. 



3Ì2 I SEGUACI DEL VICO — C. JANELLI 

Il Janelli vide die la Scienza nuova del Vico 
ea:^ essenzialmente rivolta a rinnovale la storia 
e tutti gli stodii che vi si riferiscono. Ma per 
ottenere quest'effetto, per recare cioè la storia 
univer^le alla sua vera perfezione sono> secondo 
il Janelli, necessarie due novelle scienze . l'una 
è quella che Egli chiama sdema delle cose 
umane, la quale corrisponde nel suo oggetto e 
ne* suoi intendimenti alla stessa Scienza nuova 
del Vìeo, e al quale quindi spetta Tenore della 
scopei^ta, almeno quello di averla iniziata; 
Taltra novella scienza ò la scienza della stessa 
storia, detta dal Janelli Istorosofia e ora dai Te- 
deschi Metodologia e Enciclopedia della Storia. 
Di questa si vanta scopritore lo stesso Janelli, 
ed afferma che la sua mancanza fìi una delle 
cagioni principali, per la quale il Vico non potò 
portare a compimento la sua Scienza nuova, e 
questa non fece dopo di lui nessun grande pro- 
gresso. 

La Scienza delle cose umane viene da lui nel 
capo 2.° della 2.* Sezione contrapposta alle Scienze 
umane, perchè queste studiano secondo lui le 
cose in loro stesse, quasi indipendenti e senza 
rapporti con noi, mentre la prima o^erva le 
cose in noi, quando cioè e perchè, e come da noi 
sieno inventate , trovate, fatte e disposte ; essa 
ricerca insomma le cagioni, le origini e le con- 
dizioni di tutte le nostre idee ed azioni* Cosi 
essa ci dà una storia generale e comune , una 
storia in certo modo naturale della società e dei 
popoli, e si propone a sciorre, sin dove si può, 
< questo sublime e terribile problema: l)ata 
« questa terra, questi climi, questa razza umana, 
« determinare sino a un dato segno le cono- 
« scenze che si acquisterebbero, le istituzioni che 
« si fonderebbero, i fatti che si eseguir ebì^erom. — 



Ma in che modo può essa fonaar3i questa Psico- 
logia d/ei popoli? giacché non traviamo altra deno* 
minazione più esatta di questa» or divenujLa cele- 
bre in Germania, par determinare il concaettto di 
teneUi. Si. forma essa prima o dopo T (stero* 
sofia^ pffima o doqM) k storia dei singoli popoli 7 
Il Jaaelli non ci risponde molto nettamente. Ri* 
gtiardo alle storie particolari ci dice nel capo jx 
della Sezione 1.% esser necessaria la loro cono<* 
ficenza peor la formazione della Scienza d^lle oose 
mnorn; nel capo S.^ già citato ci dice pure che 
questa si forma, dalle particolari storie delle na^ 
zioni, dalle singoiari loro religioni, lin§ue, serih 
tare, arti^ leggi e costumi. Ma più sotto si ma* 
nifesta in lui swÌHÈiot la tendenza di dire ^opposto,, 
dichiarando £gli, óke. e$aa astrae quasi che vi 
sieìw storie, fatti umani avvenuti, astrae tulio il 
corso feóto realmente dal genere umano e quasi 

CON IKTBLLETTO PURO , COmC SÌ SUOl dire X PBIOKI, 

ircUia delle azioni umane ecc.: e il JanelU dice 
che quella scienza si potrebbe chiamare anche 
Scienza della volontà umana; Egli manifoata inr 
fiomma le stesse pretese del Vico nella seconda 
Scienza nuota, aneh Egli vuol trovare una storia 
ideale eterna senza rajuto dei fatti {>articQlaTÌ 
Queste pretese si manifestano più chiaram^ite 
ancora dove tratta dei rapporti tra q^ies^Scienza 
delle cose umane e Yhtorosoàa. 

L*Istorosofìa deve naturalmente precedere la 
formazione della storia universale e delle storie 
particolari ; essa si propone infatti di raccogliere^ 
tutti i documenti, tutti i monumenti, tutte le 
fonti che esistono intorno ai fatti passati, e ne 
deve fare una critica accurata, esaminarne Tau- 
tentrcità, il valore storico, dare le regole , per 
interpretarli rettamente e intenderli nel loro 
vero significato. — Quindi per il Janelli l'Isto- 



3&4 I SEGUACI DEL VICO — C. JANELLI 

rosofia è la scienza delle idee storiche, la scienza 
deirautorità, della fede e della testimonianza 
umana, la scienza che stabilisce i fondamenti di 
certezza ed incertezza^ di esaitezza o inesattezza, 
di completezza o incompletezza delle storie umane; 
e che deve sciogliere il problema: Dati alcuni 
fatti, istituzioni e conoscenze umane, determinare^ 
fin dove si può lo stato e condizion loro nelle 
memorie successive degli uomini (1). 

^Cosi ristorosofia sarebbe per il JaneUi il fon* 
damento della critica storica , porgerebbe a que- 
sta i materiali e le norme^ secondo le quali essa 
deve esercitarsi e ci condarebbe quindi alla vera 
conoscenza dei fatti. Ma basta essa? abbiamo 
noi sempre documenti su£Scienti per oonc^eere 
i fatti di un dato tempo 7 e quando li abbiamo 
bastano essi a farci penetrare nel loro vero carat- 
tere e nel loro spirito ? — Il Janelli risponde di 
no e ci afferma che tanto per Tuno quanto per 
Taltro ufficio è necessaria la sua Scienza delle 
cose umane. Ed ecco questa, che propriamente 
non può formarsi se non dopo la storia uni- 
versale e le storie particolari, diventare neces- 
saria per l'opera della stessa Istorosofia. --^ 
Quindi nella Sezione 2.*^ viene dimostrata in ap- 
positi capitoli la necessità tanto delia Istorosona 
Suanto della Scienza delle cose umane per con- 
urre la storia all' età sua virile (2). E in&tti 
descrivendo i passi che gU studii storici dove- 

(1) Sez. 1.% cap. IX. 

(2) II Janelli distingue tre età nello svolgimento della 
persuasione storica, corrispondenti secondo il suo paragone 
prediletto, a tre età dell'uomo, cioè un^età fonciullesca, nella 
quale crediamo a tutto ciò, cbe ci viene narrato, un'età 
giovanile nella quale si vogliono prove, noa ci lasciam pure 
dominare dalla fantasia e dalla passione, un'età virile nella 
quale cerchiamo prove fondate sovra motivi ragionevoli e 
sicuri. 



CAPO XVI 3A3 

yaoo fare per raggiungere la loro perfezione^ 
pooa prima la formazione deiriatorosofia, quindi 

2aella della Scienza dille cose vmaine y e dopo 
i esse quella della storia universale e delle sto- 
rie particolari. Solamente colla Scienza delle cose 

^ umandf dice Janelli , noi possiamo £irci rivivere 
nella mente un fatto nella sua storica realità , 
jpoiohè essa solamente ee ne dà la radice psico- 
logica, essa sola può formare esaHamente e com- 
piuiamenie le storie nell*mimo nostro^ ed essa è 
pii oecessarìa all'Istorosòfia neiresame dei fatti 
mverosimili e nello studio delle testìmonianse 
ifìcerie, oscure e manchevoli, perchè essa ci dà 
la storia eterna dell'umanità, e col chiaro e lu- 
minoso della natura illt^ira C oscuro e il dub- 
hio d'uno storico (1). 

Cosi il Janelli riduceva la sua Scienza delle 
^ose umane ad una critica psicologica ; e per ve- 
ntò quella serve indirettamente a quest'ufficio, 
come noi pure abbiamo riconosciuto e dimo* 
■strato nel capo vii. Ma il Janelli non a rese pie- 
namente consapevole del reciproco ajuto, che 
insieme si porgono la storia e la filosofia 4^11a 
storia, quantunque di fatto l'ammettesse. Egli 

> son vide che le sdente nel loro sorgere e for- 
marsi non seguono sempre strettamente un or- 
dine logico; spesso le conseguenze servono a 
schiarire e rettificare i principii e spesso le idee 
generali , che debbono sorgere dall' esame dei 
casi particolari 9 servono allalor volta, quando 

' .sian trovate o divinate, comò lo furono dal Vico 
alcune nella filosofia della, storia , a schiarire e 
rettificare i casi particolari. In questo modo la 
Scienza delle cose umane, che deve pur scaturire 
dalla storia concorre ad un tempo alla forma- 
fi) Sez. 2.% cap. VI. « 

2S 



346 I SEGLACI DEL VICO — C. JANELLI 

zione di questa. Il Janellì, per cavarsi d'impaeda, 
stabili oltre la Scienza delle umane dose e come 
distinta da essa una Filosofia o Spirito della sto- 
ria, la quale si propone quetle ricerche profonde 
ed astruse sulle cagioni produttrici dei fottio e 
dopo questa ancora una Storia della mente umana; 
le quali due nuove discipline debbono nascere 
dopo la scienza delle cose umane e anche dopo la 
formazion e della storia universale e ddle partico- 
lari (1). Ma evidentemente la sua scienza delle^ 
cose umane coniprendeva anche naturalmente 
queste due ultime discipline, e doveva essere da 
lui tenuta per la sua vera filosofia della storia, 
come lo era per il Vico la sua Scienza nuova 
dintorno alla comune natura delle nazioni; alla 
quale^ secondo la dichiarazione stessa del Ja- 
nelli, corrispondeva la sua Scienza delle cose 
umane. Che del resto con questa Egli intendesse 
formare una vera filosofia della storia, secondo 
il suo concetto, ed esporvi le cagioni dei &tti 
storici» risulta evidentemente dal Piano gene- 
rate, eh* Egli stesso ne porge nel capo viii della 
2.* sezione. 

In esso dopo aver parlato del metodo che 
vorrebbe seguire nella sua scienza e dichiarato 
che fì*a i due soliti ad usarsi nello studio delle 
scienze, cioè o di studiare le cose in sé , nei 
loro attributi essenziali, ovvero di studiarle nei 
loro nessi cogli altri esseri, Egli sceglie auesta 
secondo; conforme a questo Egli divide la sua 
scienza in quattro grandi parti, le quali tratte- 
rebbero, la prima del nesso d origine cioè il rap- 
porto delle cose umane colle cagioni loro; la 
seconda del nesso di coesistenza cioè della simul- 
tanea comune vita delle nazioni; la terza del 

(1) Sez. 2.», cap. X. 



CAPO XVI 347 

nesso dì successione cioè del corso delle cose 
umane; la quarta del nesso di comunicazione 
cioè dei rapporti e dell'influenza reciproca, delle 
nazioni fra loro. — In tutte queste diverse parti 
si mira però sempre \igualmente a studiare le 
cagioni delle cose umane. Per vedere come ciò 
si possa, secondo il Janelli, ottenere è necessario 
conoscere le distinzioni che Egli stabilisce nei fatti 
o nelle stesse cose umane e nelle loro cagioni. 
Cosi Egli distingue quelli in naturali, civili, sociali 
e particolari e le cagioni jn efficienti e determi- 
nanti. Le prime sono le forze^ le seconde i bisogni 
umani. I bisogni si distinguono in fisici , psico- 
logici, politici e scientifici, le forze in animali o 
fisiche, razionali o psicologiche, eticTie o diceo- 
logiche. Questi diversi elementi danno luogo in 
ciascuna delle quattro parti , nelle quali si di- 
vide la filosofia della storia a diversi problemi, 
cui questa deve soddisfare. Cosi nella prima 
parte si risolve la questione^ qual nesso abbiano 
i fatti colle forze e co' bisogni umani, quali biso- 
gni fisici determinino le religioni, quah forze psi- 
cologiche formino il politeismo, il panteismo ecc., 
nella seconda quali bisogni, quali forze, quali 
fatti coesistan tra loro ecc. 

In alcuni punti della sua dottrina il Janelli 
si dimostra vero scolaro e continuatore del Vico. 
Anch'egli capi che la vera opera di questo con- 
sisteva in una riforma degli studii storici, anche 
Egli voleva dare alla filosofia della storia, ossia 
alla sua Scienza delle cose umane un fonda- 
mento del tutto psicologico, trasformandola in 
una vera psicologìa sociale. Ma sgraziatamente 
Egli segui il Vico più nell^ sue ultime teorie che 
ne' suoi concetti primitivi e più veri, anch' Egli 
vagheggiò una Storia ideale eterna, e per giunta 
esagerò ancora e, contorse in alcune parti le 



348 I SEGUACI DEL VICO — C. JAXELLI 

pretese della secoDda Scienza nuova ^ ne rese 
più meschino il concetto, ne restrinse i vasti 
intendimenti. Mentre il sistematismo storico del 
Vico traccia arditamente il corso intiero della 
civiltà e lo svolgimento dei suoi diversi ele- 
menti e delle sue istituzionii e mira a risolvere 
i più elevati problemi intorno al Vero e al Certo, 
all'Idea e al Patto, alla Provvidenza e alla Storia, 
nel Janelli questi problpmi scompajono del tutto ; 
e quel problema sublime e ter,ribile cui si pro- 
pone la sua Scienza delle cose umane è del tutto 
ialso ed impossibile. Né la storia né la filosofia 
della storia possono proporsi lo scioglimento di 
tali problemi; perchè non potendosi essi risol- 
vere mai con sicurezza alcuna, essi. non condur- 
rebbero ad alcun risultato scientifico. L' errore 
capitale incorso dal Janelli e in parte anche dal 
Bomagnosi, ma sfuggito dal Vico, si è di consi- 
derare le for^e che agiscono nell' uomo come 
forze meccaniche applicate ad uno o più punti 
determinati, e quindi soggette ad un calcolo ma- 
tematico ad una misura geometrica. Lo spi- 
rito umano operando Uberamente è inesauribile 
nelle sue creazioni e nelle sue manifestazioni; 
in ogni occorrenza possono sorgere elementi 
nuovi ed inaspettati, e non si possono quindi, 
date alcune condizioni, determinare a priori 
con sicurezza i fatti reali, che da esse nascereb- 
bero. La filosofia della storia o la scienza delle cose 
umane non può dunque darci divinazioni sicure 

Ì)er il passato ignoto né previsioni certe per 
'avvenire. Suo ufficio proprio è di ricercare le 
leggi, colle Quali i fatti a noi noti si sono ve- 
nuti svolgencto. Ma nel ricercare queste leggi e 
nel proporsi e sciogliere le questioni, che vi si 
. riferiscono, non devesi seguire un Piano presta- 
bilito e modellato a pì^iori, come vorrebbe il 



CAPO XVI 349 

Janelli, che ne poi^e uno d'altra parte cosi 
compltcato e artiflzioso. Le questioni debbono 
scaturire dai fatti medesimi e quindi risolverà], 
tenendosi conto, di tutte Je loro circostanze retali. 
Certamente quanto maggiore sarà il numero 
delle questioni, che noi avremo in questo modo 
risolto , tanto maggior facilità troveremo a ri- 
solvere le altre che rimangono, pei* la cono* 
scenza maggiore che noi acquistiamo della na<r 
tura umana, la quale è pur sempre identica 
a sé nelle sue infinite variazioni e mutazioni» 
Per la medesima ragione potremo proporci il 
problema del Janelli per casi futuri, special- 
mente nella vita pratica; ma le soluzioni di 
esso non avranno che un valore meramente' 
ipotetico. 

Non debbonsi però disconoscere anche i pregi 
e i meriti del lanélli. Noi scorgiamo anche 
in lui quel profondo sentimento speculativo e 
scientifico, che anche in mezao a molte stra- 
nezze sovente lampeggia negli scrittori napo<^, 
titani; egli primo ih Italia scorse la vera indole 
e Timportànza delle dottrine del Vico , e tentò 
svolgerle, dando anch* Egli alla filosofia della 
storia la sua vera base, la psioolc^a, e ideando 
un disegno ordinato di tutta la scienza. — Ma- 
la sua gloria maggiore è di aver sentita e mo*. 
strata la necessità e l' importanza degli stiidii 
critici suUe fonti storiche. Anche il Vico ci aveva 
posto mente; an eh* Egli s'accorse che i suoi 

Srincipii doveano produrre un nuovo sistema^ 
'interpretare le fonti e le tradizioni antiche; 
ma non s'accorse che questa interpretazione do**. 
veva in parte precedere lo stabilimento de' suoi 
principii, , che era necessario, per costruire sul 
sodo la storia, fare sopra i suoi documenti 
quello studio paziente , analitico e compiuto » 



350 I SEGUACI DEL VICO — C. JANELLI 

/ 

/ 

clie voleva il Janelli. Non costituiva questo per 
verità una scienza novella^ della quale il Janelli 
potesse vantarsi I* inventore y ma nuovo era il 
posto nel quale Egli lo. collocava, e l'ufficio che 
gli attribuiva; nelle quali cose Egli venne senza 
saperlo, ad accordarsi perfèttamente colla scuola 
filologica e storica, che veniva allora sorgendo, ia 
Ijrermania. Il Janelli visse però abbastanza per 
udire un'eco delle grandi dottrine^ che sulla clas- 
sica antichità venne quella svolgendo, ma no6 vi 
tenne dietro, e gli avvenne come a Bacone, il 
quale dopo essersi studiato di trovare e inse* 
gnare il vero metodo da seguirsi nelle jicerche 
sperimentali, non seppe poi egli stesso farne al- 
cuna buona e giusta applicazione. Sono molti gli 
errori storici nei quali il Janelli incorse , e il 
Hommsen aveva troppo facile occasione di met- 
terlo in canzone, quando giovane tuttora e reca- 
tosi a Napoli per istudiarvi i monuipenti antichi 
scriveva in Germania di lui, che Egli co'stioi strani 
principii pretendeva che la lingua osca fosse di 
origine ebraica (1). Cosi se il Janelli seppe vedere 
accortamente la giustezza di alcuni pnncipii del 
Vico riguardo all'antichità e abbracciarli in tutta 
la loro profondità e scorgerne anzi alcuni errori 
ed incoerenze, Egli non seppe poi far pro- 
gredire la scienza d'un passo più in là, e cosi 
anche con lui cadeva il tentativo di fondare in 
Italia una scuola \ichiana. Ma questa per verità 
era già allora divenuta impossioile. Non si pu(&, 
dopoché la scienza ha già fatto tanti progressi, 
partir da un punto più remoto che dal presente^ 
sia pur Questo luminoso quanto si voglia. Per- 
chè il Janelli avesse potuto fondare una scuola, 

(I) Nella ZeiUchrift far die geschichtlirhf* Reeklsfiyis- 
senschaft di Savigny, Kichorn ecc. 



CAPO XVI 3S1 

ohe avesse, per cosi dire, fuso i pregi del Vico 
-con quelli della sorgente scuola teaesca, avrebbe 
dovuto essere un infuno pari o almeno di 
poco inferiore a quello del Vico stesso, ma egli 
aveva mente più acuta e ingegnosa che pro- 
fonda e creatrice, quindi fu piuttosto un sagace 
critico che non un continuatore del Vico. 

Cosi il Janelli fu il primo critico dei Vico, come 
ne fu Tultimo seguace, tra quelli anteriori al 
recente movimento filolc^ico. Egli ne^ fu per 
verità anche il più illustre, egli solo può essere 
considerato come suo vero scolaro; mentre gli 
altri si debbono meglio dire copiatori^ perchè 
•dal loro maestro non seppero ritran^ che al- 
«cune poche idee irrigidendole e immiserendole, 
non il suo spirito, non la vita del suo pensiero. 

Noi non. ricercheremo più i seguaci del Vico 
dopò il Janelli, perchè dopo questo la filosofia 
della storia e gli studj antichi prendono un 
grande svolgimento sotto impulsi cosi varj e 
molteplici , che sarebbe lavoro troppo ampio 
« talvolta impossibile il rintracciare tra mezzo 
a molte altre idee quelle del Vico. Quanto 
alla filosofia civile e storica essa prende in Italia 
Vili cosi ampio ed originale svolgimento col Ros- 
mini, col Ferrari, col Gioberti , col Balbo , col 
Mamiani ecc., che neanco per incidente sarebbe 
possibile dirne poco. E quanto agli stùdii antichi 
,già al tempo del Janelli il Wolf e il Niebuhr con 
minor ingegno del Vico, ma con maggior am- 
piezza e solidità di dottrina , e temperanza di 
critica erano venuti fondando in Germania^ la 
■scuola filolo^ca e storica. A quelli altri grandi 
.succedettero in tutti gli studj starici e filologici, e 
ia scienza ItàUana dovette collegarsi strettamente 
con essi per progredire e cosi fecero i nostri 
migliori in questo, genere di studj. Forse con 



S52 I SEGUACI DEL VICO — C. JANELLI ' , 

questo si spense affatto Tioflaenza del Vico o 
Tenne meno rorigioalità dei nostri studj? No 
certameate. Taluno de'nostri più grandi iuologi 
dovette in parte la &cilità e la profondità ec^n 

3uale seppe penetrare i concetti più reconditi 
ella filologia moderna alle luminose ed effi^ 
caci inspirazioni del Vico. Posso tra questi men- 
zionare uno de'pdù illustri, quello stesso che 
iniziò gli studj indianisti in Italia, 'voglio diro 
Gaspare Gorresio. E quanto ali* originalità ibr- 
secnè l'accomunarsi con altri la sminuisce ? Per 
buona ventura l'Italia vanta ancora' negli stodj 
antichi una buona schiera d' uomini valorosi 
i quali promuovono i progressi delle scienze» 
ovvero cercatk) coi libri o dalle cattedre dif- 
fonderne la conoscenza fra gli studiosi. Coltivano 
con grande onore gir studj linguistici il Gor- 
resio stesso e il Peyron, il Pleccfaia^ TAscoli, 3 
Lignana ed altri parecchi. Agli studj propria- 
mente storici e politici suU' antico Occiuente 
attendono lo stesso Peyron , il Vannncci , il 
Capei, il Barucchi, Matteo Ricci, lo Schiappa- 
reili ecc. Più fiorente però pel numero è l'archeo^ 
logia, e pa'^iamo rioordare fra i più insigni il 
Ronchi^ il Minervino, il Fiorelli, il Pabbretti^ ii 
Visconti, il Rosa^ il Salinas, il Conestabile,. 
il Biondelli. Né dobbiamo dimenticarci, che nel 
Boiighesà, or non ha molto rapito all'Italia, noi 
avevamo il principe degli archeologi europe» 
nelle cose di Romit, e a lui al dir dei Tedeedò 
medesimi deve di Mommsen più o almen altret- 
tanto che a' suoi maestri nazionali. 

Certamente malgrado tutto questo non sì pu6 
dire, che quegli studj abbiano una grande vita 
fra di noi; mentre in Germania tutti i cultori 
di essi sono uniti da un legame comune, o stu* 
diano con mirabilo distribuzione di lavoro unità 



CAPO XVI , 88ft 

di mente e cospirazione di forze; meoire in Geis* 
mania queigli i&omini sarebbero eircondati da nn^ 
schiara di «colari e collaboratori, qui sodEi costretta 
a lavorare isolali daseuno per sé» a vivere la loro- 
vita intellettuale più in comunicazione cogli strare 
nieri die coi proprj coonazionali e a rivolgere 
più a quelli cne a (j^uesti i proprj studi. 

E queafta ò la ragione , per la quale molti 
felici risnltanienti della nM>derna filologia, i quali 
fuori d'Italia sono noti ,iquasi umversaimeate v 
sono fra noi ancora il patrimonio di pocUi stur 
diosi. La scienza in Italia soffre di quel mede** 
Simo male olio rovina BÌirì elementi della nostra 
civiltà. Essa salirà in grande fiore- il giorno 
che i suoi cultori avranno appreso a meglio 
avvicinam ed assodam fra di loro , a legarsi 
con maggiori vincoli di redproca stima, di re^ 
ciproca toUeranza e di reciproca benevolenza* 



€ft|i# xwn. 

Vico e i suoi Espositori e Critici in Italia. 



Còme abbiamo già veduto, del Vico si jparlò poc^ 
in Italia nel seccKO passato. Il Fabronl nelle sue 
VUee iialomm doctrma exeellenlium ci pose 
anche quella del Vico, ma Io trattò come Une 
degli ingegni minori. Loda moltissimo le sue' 
poesie e la vita de) Caraflk ; ma negli altri suoi 
scritti trova che Egli cercava piuttosto le cose 
aliene dalla credenza volgare òhe le vere, e 
che nella Seiensa nuova abusò del suo ingegna 
in consectandis iimbfis et imaginibus veri. Del 



354 ESPOSITOBI E CRITICI — C. JANELU 

resto il Fabbroni non era un letterato molto 
protando in filosofia, e del Vico capi poco o 
iiuUa^ come Egli stesso dichiara ingenuaoiente : 
mihi sane , die* Egli , tenebrae sunt plura Vici 
dieta. 

Dopo che i Saggi del Pagano lo ebbero &tto co- 
noscere meglio e mostrato qaante idee nuove 
Egli avesse scoperto, si sv^liò in Napoli un 
grandissimo ardore per lui, ardore del quale il 
J anelli stesso ci la testimonianza e del quale anzi 
si lagna perchè talmente esagerato , die' Egli, 
che come prima non si parlava quaid punto 
del Vico, ora gli si voleva menar buono ogni suo 
detto. — Da Napoli il suo nome si difibndeva 
in tutta la penisola, veniva a risaonare special- 
monte in Milano, dove al principio del secolo 
si facevano due edizioni della secon4a Scieyiza 
nuova y ed era fatto celebre presso i cultori 
delle lettere da alcuni detti del Foscolo e del 
Monti, i quali però mostrano di non essersi 
molto addentrati nelle sue idee. . * 

' 11 primo a parlatile di pro(9osito e seriamente 
e fare sopra ai lui una critica sagace ed ac- 
curata fu lo stesso Janelli in quel suo libro, del 
quale abbiam già parlato nel capitolo prece- 
dente. 

Il Janelli fu il primo ad assegnare al Vico il 
vero suo posto nella stòria, del sapere umano , 
rappresentandolo come l'iniziatore della iicimza 
delle case umane. Mentre prima del Vico , dice 
il Janelli, non si sapeva trovare altra cagione 
del corso civile dell' Umanità che il casoni o il 
lato, o la Provvidenza, data come cagione im- 
mediata dei fatti storici, il Vico fu il primo a 
sporgere nel mondo delle nazioni lopera stessa 
dell' uomo e quindi a cercare in lui stesso e. 
nella natura sua le cagioni e i principj della 






cAi'o xvf! 355 

storia. — Quindi il Janelli gli fa il grande me- 
rito di aver trovati i veri principj della civiltà 
nella credenza in un Dio e nella Provvidenza» 
nei connubj stabili, e nelle sepolture; nelFaver 
scoperto la vera natura delle religioni, le origini 
delta lingua , delle scritture ecc., e nell* aver 
cosi rettamente determinato l'importanza, il ca- 
rattere e le parti del linguaggio e della sapienza 
poetica, nell'aver trovato le leggi del corso e ri- 
corso delle nazioni (1). Questi sono i meriti 
f principali del Vico nella Scienza delle cose umane. 
1 Janelli ne annovera poi altri^ che si riferiscono 
ai perfezionamento della storia universale e 
specialmente della storia antica: il Vico ha il 
merito di aver trovato la vera natura del governo 
antico e di molti antichi costumi, di aver veduto 
il giusto corso della giurisprudenza romana e 
deiterminato con grande^, profondità la patura e 
}o spirito delle leggi romane, di aver distrutti 
molti errori intorno alle antichità degli Egisy, 
dei Caldei, dei Chinesi e dei Fenicj, e alla pre- 
tesa loro antichissima sapienza^ di aver trovate • 
molte giuste ed esatte etimologie latine, ecc. 
Cosi il Janelli riconosceva molto acutamente la 
giustezza di alcune importanti dottrine vichiane, 
ma errava nel giudicarne altre come vere. Acuto 
e ingegnoso si mostra Egli pure talora ne'suoi 
appunti, ma tra questi ve u' ha pure di talsi 
ed ingiusti. 

Gli appunti, che il Janelli muove al Vico» si 
rivolgono, come le lodi, gli uni alla sua filosofia 
della storia, gli altri alle mutazioni e correzioni 
da lui fatte nella stpria in generale e special- 
mente nella stòria antica. 

Siguardo alla filosofia della storia o alla 

(1) Sez. 1,", cap. IV. 



856 ESPOSITOlìI E CRITICI — C. JANELLl 

scienza delle cose umane il Janelli rimprovera 
il Vico di confondere soverrte ne' ^uoi libri la 
Provvidenza colla persuasione di essa, del che 

^ noi già lo scolpatnmo nfel capo' vm; ed aggiunge 
esser molto manchevole la sua teoria suir ori- 
gine e sulla generazione degli Dei, e quindi 
la sua cronologia della storia poetica , e molto 
doversi correggere in quelle cose che Egli aveva 
scritto intorno agli Dei inferi, agli Elisj, al Tar- 
taro ecc. 11 Janelli non ce ne dice il come, ma 
deride l'opinione del Vico, chfe i primi .uomini 
non credessero Knfemo più profondo di un solco 
o delle sorgive delle fonti. Altri appunti si ri- 
feriscono alle cose discorse dal Vico intomo alla 
lingua divina, e in generale intorno al liur 
guaggio poetico ed al suo svolgimento. Anche la 
bella teoria vichiana sui caratteri poetici non 
vien risparmiata ; il Jarvélli trova inapossibile che 
gli uomini sotto nomi individuali mténdessero 
idee astratte e generali. Per lui il caràttere poe^ 
lieo è un nome proprio dapprima dato à un 

' spio individuo poscia applicato a più altri |per 
somiglianza di carattere, di ufBcii e di Tita» 
Per questa parte la teoria del Vico è molto 
più profonda di quella del suo scolaro, e fton 
possiamo assentire al riqiprovero, che questi g!? 
fa altrove di ridurre co* suoi caratteri peetìc? 
la storia a conversare cogli spirili e coi fbile0, 
con esseri generali ed astraiti; quantunque 
abbiamo già noi pure ammesso che il Vico esa- 
gerò troppo quella sua teoria. 

II Janelli pertanto con chiude la sua critici 

I sulla filosofia storica del Vico osservando ' an - 
Cora che « quei fulmini che atterrano i gigantr» 
« quei luoghi fissi e certi, nei quali si portano 
« tali atterrati giganti, quello sboscamento della 
• gran selva per gli Ercoli, quo' luci, quelle are 



CAPO XVII 337 

« dei forii f que* Ciclopi , quell'oro poetico , ed 
« altrettali cose moltissime son romanzetti fìlo- 
« nefici » (1). 

Né è meno severo il Janelli nella seconda 
pavte della sua critica. So nella storia uni-* 
versale , dice Egli, il Vico seppe fare alcune 

{)oche giuste emendazioni ed illustrazioni , ci 
asciò piure moltissime cose oscure e non pro- 
vate, un cumulo di congeUure, di opinioni , di 
paradossi, digiudicii precipitati e spesso contrarii 
agli stessi principii e dignità sue. Cosi il Janelli 
rimprovera il Vico, perchè s^nza ragioni HuflS- 
cienti avesse voluto negare la venuta di Enea e 
di Evandro in Italia, e la spedizione di una 
ambascieri^ romana in Grecia per la legge 
delle XII Tavole, [ perchè avesse distrutto Tesi- 
sten m di Omero è non ne avesse fatto piuttosto 
un ingegno meraviglioso sorto verso il ix o x se- 
colo A. C* « . il quale raccogliendo le rapsodie 
« cicliche fatte e c|uasi da padrone servendosene, 
« colla for^a del divino suo genio formasse Tlliade 
m e quindi l'Odissea, nelle quali traspaj*issero an- 
« Cora i primitivi pezzi della formazioa loro, ap- 
« punto come traspariscon tuttavia in Virgilio, 
« Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Milton, Vol- 
« taire i pezzi originali, dei quali essi con ogni 
« diritto, e per originai loro forza si sono ser- 
« viti? ». (2) 

(1) Sez. 2.' cap. vii. 

(2) La dottrina del Vico intorno ad Omero era già stata 
combattuta alta fine del secolo passato da Melchior Cesarotti 
nel suo Ragionamento storico-critico premesso alla sua 
celebre traduzione megUo travestimento dell'Ilìade. Il 
Cesarotti rivendica al Vico il merito di essere slato il primo 
a porre in campo la vera questione intorno all'esistenza di 
Omero, e si mostra quantunque di contraria opinione molto 
riverente verso di lui. Egli lo chiama scrittore originale se 
mai ne furono j metafisico profondo^ filologo universale. e 



358 ESPOSITORI E CRITICI — C. JANELLI 

Non si possono trovare questi appunti del 
Janelli né molto profondi né molto giusti, anzi 
essi mostrano che alcuni concetti essenziali del 
Vico gli sfuggirono. Ma il Janelli ha ragione 
* Quando, come pur noi facemmo, appunta il Vico 
' ai essersi rappresentate le nazioni antiche troppo 
disgiunte e separate tra di loro, e di essersi 
reso cosi impossibile il riconoscere le molte in- 
fluenze che esse si esercitarono tra di loro e il 
fare altre importanti correzioni nella storia uni- 
versale. 

Ricercando il Janelli le ragioni degli/ errori 
storici del Vico e perchè E^li non avesse po- 
tuto fare nella storia emendazioni più nume- 
rose ed importanti, ne trova una nella stessa in- 
fanzia ed imperfezione della Scienza delle cose 
umane da lui iniziata^ la quale, come già ve- 
demmo nel capo precedente , deve secondo il 
Janelli precedere la storia , quantunque come 
filosofia della storia la debba seguire; un altra 
cagione la scorge il Janelli nella mancanza che 
il Vico aveva dell* Istorosofia e di una profonda 
e larga erudizione. 11 Janelli rimprovera ancora 

critico di sagacissima audacia; « riassume assai bene la sua 
teoria intorno ad Omero dicendo, che i principii sui quali esso 
si fonda sono nitovi, solidi e luminosi, ma che da essi Egli 
trae poi conseguenze stranissime, precipatate e violente ; 
e tra queste pone pure l'idea di un popolo-autore, idea 
bizzarra y dice il Cesarotti, e da un capo alquanto vesu- 
viano. Da questo si vede, che, quantunque il Cesarotti fosse 
uomo di molto ingegno e di grande dottrina, tuttavia non 
seppe penetrare la verità deiridea vichiaoa , e se ne stette ^ 
intorno ad Omero air antico punto .di vista, negando ad 
esso bensì come il Vico una sapienza riposta, ma conside- 
rando lui come un individuo, che fosse realmente esistito e i 
suoi poemi come un lavoro d'arte riflessa. Il Cesarotti fu però 
il primo ad avvertire, come vedremo in seguito, la somiglianza 
delle dottrine vichiane con quelle, che venne poi svolgendo 
n Germania il Wolf. 



CAPO \VII 3St> 

il Vico con qualche ragione, quantunque egli 
poi non mostrasse di voler procedere per questa 
parte meglio, di essersi lasciato troppo trascinare 
dallamore della novità e dallo spinto di sistema, 
i quali gli fecero piegare violentamente i fatti* 
sotto le sue idee. 

. Malgrado i gravi difetti, che si trovano nelle 
dottrine del Vico i loro meriti sono pur cosi 
grandi, che anche il Janelli non può con quelli 
soli darsi ragione del poco seguito che esse 
ebbero e del poco o nessun progresso, che fece 
dopo di lui la sua filosofia storica. Quindi anche 
il Janelli si propone quello stesso problema, che 
noi cercammo risolvere nel capo xiv, e an- 
ch'Egli pone le principali- cagioni, del fatto nel 
modo stesso che il Vico venne esponendo le 
sue dottrine, e nelllndole dei tempi. — Riguardo 
al primo punto il Janelli trova nel Vico un grande 
disordine , un procedere saltuario e sconnesso , 
mancanza di nesso logic&, e un dedurre con- 
seguenze lontane dai principj senza gli anelli 
intermedj , cose tutte che il Janelli. ci spiega 
come effetto naturale dell'ingegno elevalo e su- 
blime del Vico, che assai facilmente trascurava 
le cose minute , e che creando una scienza 
nuova Pioveva più presentire e indovinare che 
dimostrar con evidenza e provar con rigore. 

Il secondo punto viene dal Janelli ben diver- 
samente svolto che da noi* Non avendo deter- 
minato il carattere del secolo passato se non 
colla stregua di un suo strano sistema^ Egli lo 
giudicò molto superficialmente. Il Janelli pre- 
tendeva dividere il corso del sapere umano in 
cinque età, corrispondenti perfettamente alle età 
deir uomo. Secondo lui la scienza del Vico do- 
veva sorgere nella quarta età, cioè in quella 
della virilità, che era quella stessa del Janelli^ 



360 ESPOSITORI E CRITICI ' — G. FERRARI 

«Qdntre il tempo del Vico apparteneva ali* età 
igiovanìle,. nella quale dovevano essere in fiore» 
come furono in effetto, gli stadi! sperimentali e 
filosofici; giacché per (questi è necessaria, se- 
^ condo il Janetlì^ una civiltà robusta e operativa, 
mentre per gli storici si richiede maturità e ri- 
flessione. — 11 Janelli credeva buonamente che 
nelle seiensie fisiche a* suoi tempi non ci fosse 
più nulla a fare e che quindi tutti si sarebbero 
rivolti alla sua scienza delle cose umane^ la quale 
insieme coO! Istorosofia avrebbe condotto la storia 
al suo più elevato grado di perfezione. 

Abbiam veduto come parlasse del Vico il Ro- 
mognosi, e non è qui necessario il ripeterlo. — 
Il nome del Vico dopo il libro del Janelli si an- 
dava sempre più rendendo celebre. Nel 1818 si 
raccoglievano e ristampavano dal De^Bosa i suoi 
opuscoli e il Michelet traduceva la Scienza nuova 
in Francia nel 18^, e come suole avvenire tra 
noi parve a molti che solo allora al Vico si 
potesse concedere il titolo d*uomo grande. Si 
rendeva quindi sempre più necessaria un'edi- 
zione accurata e compiuta delle sue opere. Questa 
edizione veniva intrapresa nel 1835 da un giovane, 
che già s' era fatto conoscere con un bel lavoro, 
da noi già menzionato con onore, sul Roma- 
gnosi : vogliam parlare di Giuseppe Ferrari. 

II Ferrari non si contentava di raccogliere 
tutte le opere fin allora edite del Vico, ma si 
procurava ancora qualche lavoro inedito, e pre- 
metteva alla Raccolta una splendida monografia 
sul Vico col titolo La mente di Vico, la quale di- 
venne molto celebre. Noi malgrado il rispetto 
grandissimo che abbiamo verso T ingegno, la 
dottrina e la fama dello scrittore, l'esamineremo 
tuttavia con quella imparzialità, e franchezza che 
-è ad un tempo diritto e dovere d'ogni scrittore. 



CAPO xvu 361 

' é 

Ma anzi tutto dobbiamo rendere al Ferrari le 
dovute lodi, più di quel che abbian fatto al- 
-cuni posteriori moi^ografi del. Vico, per Tedizione 
medesima da lui si felicemente compiuta. Si 
deve unicamente al Ferrari se il Vico potè es- 
sere cosi ampiamente diffuso, se la sua iama si 
stabili più fortemente, se noi tutti potemmo 
fare sul grande scrittore, studii accurati e com- 
pititi. Col suo lavoro paziente e laborioso Egli 
cliede al Vico già si trascurato un'edizione, pari 
alla quale hanno pochi altri dei nòstri grandi 
scrittori italiani. 

Secondo quello che dichiara Egli stesso, il 
Ferrari si proponeva nella sua Mente di deseri- 
vere r influenza dell Italia sul Vico , la storia 
della Scienza nuova, i suoi rapporti eoi sistemi 
posteriori. Convien dire però, che E^li inten- 
desse le sue parole in un senso molto più ampio ; 
perchè Egli consacra addirittura la prima parte 
•cioè un terzo e più dello scritto a descriverci 
V Italia e P Europa dopo il secolo xv, parlandoci 
non solo di scienze, ina di arti, di politica e degli 
altri elementi di civiltà; un altro buon terzo è 
pure rivolto nella terza parte, che è intitolata 
Progressi del pensiero dopo il Vico, a farci la 
«toria della seconda metà del secolo passato e del 
principio del' presente. — Al Vico non è con- 
sacrata propriamente che la seconda parte e 
4ina porzione della terza. — Malgrado tutto 
•questo, l'intendimento del Ferrari ài farci unat 
4storia psicologica del pensiero del suo autore, 
fu un* idea felicissima e nuova in Italia; dove 
il suo esempio non mancò di imitatori. — Egli 
non si ferma a narrarci gli accidenti della vita, 
né ci espone le dottrine senza il loro legame 
intrinseco, prive del loro spirito, come è l'uso 
di molti nostri storici letterarii, ma. Egli vuol 

24 



!362 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

addentrarsi nella mente del Viao; farci la genesi 
delle sue iàee, mostrarci il filo, che le «lollaga^ 
gli impulsi che le producano. Il oómpito era 
beUo, ma molto arduo. Vedremo come il Fenrarì 
lo abbia eseguito. 

Ferrari comincia col rappresentarci il Vieo 
nella solitudine di Vatolla, che cerca a auso le- 
inspirazioni dell*arte nella filosofia. Colà egli si' 
lascia affascinare da Platone, diventa ammiratore- 
di Cicerone e deUa mia eloquenza , quindi av- 
verso al metodo . geometrico < degli Stoici. Tot; 
nato in Napoli e trovatovi Cartesio regnante>. 
il Vico ne è già preventivo nemico. Non mi 
pare che lo svolgimento, che ci descrive il Fer- 
rari dellopposizione viohiana contro Cartesio sia 
esatto. Egh per i^»egarci come il Vico, mal- 
grado la sua opposizione contro Cartesio ne ac- 
cettasse molti principii ricorre a quelle astratte 
generalità e a quelle espressioni figurate^ che 
Egli è solito ad usare. Lo spirito elastico del 
Vico y dice il Ferrari , non poteva rimaner im^ 
mobile nelUurto delHopposizùme di Descartes. Non 
v'ha che l* idiotismo , che sia insensibile alla forza 
del genio; chi ben lo combatte lo segue (i). In- 
sieme a Cartesio, Vico s'era pur dato a studiare 
Leibnitz e fu queàti, secondo il Ferrari, che in 
grande parte lo condusse ad esumare e ricostruir& 
le tradizioni italiane e quindi a scrivere il De - 
antiquissima* In questo libro il Vico mentre ac- 
coglie le dottrine degli antichi Eleati e della 
Monadologia leibniziana, toglie da Spinosa o da 
Bruno uno slancio d' idealismo^ che sembra disA- 
dare il cielo cotta sua freccia acuta (2). Nella 
Psicologia poi anch' Egli esita come Cartesio e 

(1) Pag. 110. — Vico; Opere. Voi. !.• (2.' ediz.)* 

(2) Peg. 112. 



CAPO XVII 3fi3 

Leibnitz.a colins^e l'abisso, che separa Jla ma- 
teria e lo spirito aeirupjcno. 

Inaieiae colle idee filosofiche, dice il Ferrari, 
il Vico $*era disegnato nella mente la stoica 
di Roma, tracciata nella succe^ione delle sue 
Leggi. Di questi studii fu frutto il De ratione 
atuìiiprt^n. Quest orazione e il libro sxiìVAntichis* 
sima sapienza degli Italiani formano ciò, che il 
Ferrari chiama il primo periodo della mente di 
Vico, periodo nel quale Egli cercò di orientarsi 
tra Platone e il Diritto romano. A questo primo 
periodo tien dietro il secondo col Diritto uni- 
versale; e in questo, al dir del Ferrari, egli 
compi la crisi sistematica del conflitto di quei 
due principii e innalzò la Teoria storica del Di- 
ritto Romano, procedendo nel seguente modo : 
Vico continuando i suoi studii , viene abba- 
gliato da Grozio e nello stesso tempo si accorge 
delle contraddizioni , che vi sono nella storia 
antica. Come si può conciliare la pretesa sa- 
pienza filosofica di Pitagora colla legge delle XII 
Tavole, che si dicono da esse compiute? Come 
conciliare il diritto filosofico di Grozio colla storia? 
Ecco, secondo il Ferrari, il primo problema che 
si presentò al Vico. Le contraddizioni, che que- 
sti aveva scorto nella storia non si potevano 
appianare, se non colla promulgazione in mezzo 
ad esse delle idee prestabilite; perciò il Vico lan- 
ciò arditamente in mezzo alla gran lotta l'armonia 
prestabilita del Leibnitz e cercò nella vita del ge- 
nere umano la materia e lo spirito, la sensazione 
e l'idea^ la coscienza e la scienza, la fisica e la 
metafisica (1). 

Il Ferrari vide assai bene, che il pensiero 
principale di questo secondo periodo è quello 

(1) P. 116. 



364 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

dì accordare la Fisica colla Filosofia, cioè in- 
somma, come dice il Vico, e come avrebbe dovuto 
ripetere pure il Ferrari, il Certo col Vero, il Fatto 
coiridea, la Filologia colla Filosofia. La Fisica in 
Vico, dicQ il Ferrari, non ismentisce la Filosofia : 
tutti i fatti umani, le loro lotte, le loro passioni 
svegliate dalla necessità e dalla ricerca dell'u- 
tile proprio, so'no tante occasioni prestabilite dalla 
Provvidenza per la realizzazione delle idee^; le 
stesse azioni violente degli uomini gettano le prime 
basi del diritto, né esse possono uscire mai dal 
codice eterno delle leggi divine* Cosi le idee del 
giusto e dell'onesto svegliate in occasione del- 
l'utile stesso diventano norma delle azioni e ope- 
ratrici di civiltà (1). 

La prima storia, nella quale il Vico applica i 
ìsuoi principìi è quella di Roma e del diritto 
romano, ed Egli attraverso ajruno e all'altra sale 
a stabilire le origini della civiltà, dalle quali poi 
ridiscendendo rinnova tutta là storia politica e 
giuridica di Roma. — É inutile, che noi en- 
triamo in particolarità da noi già esposte e 
nelle quali non vi sai'ebbe grande differenza tra 
ciò ch^ noi già abbiamo esposto e quel che 
dovremmo dire ora; ma noto i giudizii carat- 
teristici e del tutto propri del Ferrari. Secondo 
questo, il Vico si è già in questo secondo pe- 
riodo costruito un sistema. Jl Vico ha già sta- 
bilito il suo principio, diventa quindi inevitabile 
la lotta contro quanto gli è eterogeneo. Con 
queste e simili ragioni il l'^errari spiega tutte 
le distinzioni e le innovazioni fatte dal Vico nella 
storia di Roma. Compiute queste il Vico doveva 
necessariamente procedere più innanzi; il pen- 
siero è una lotta, dice il Ferrari, perchè un 

(1) Parte seconda, cap. III. 



CAPO XVII 36$ 

comhatiimento perpetuo a lui imposto lo forza ad 
assumere una formà\ un metodo^ una logica, E 
questo metodo e questa logica richiedevano, 
che la storia di Roma in quel modo rifatta diven- , 
tasse il modello y la storia tìpica di tutte le, 
altre. La storia di Roma^ dice il Ferrari, non può . 
indicare la fisica del diritto se non a pestio di essere ' 
ripetuta nella storia di tutte le nazioni. Quindi 
tutto piega sotto «il modello di Roma> Vico può 
descrìvere il corso uniforme delle nazioni, la sua 
crisi è compiuta, la storia di Roma è diventata la 
storia universale e la storia è diveautà una, 
scienza. In questa* sua opera il Vico mcontra 
molti ostacoli ; ma Egli non si disanima; il peso 
dei problemi raddoppia le sue ' forze , il. suo 
gfnio getta lampi più vivi in mezzo alf oscurità. 
Cosi mentre Omero appare come un ostacolo 
insormontabile alle sue teorie, mentre tutto in 
esso sembra ripugnare a sottomettersi alla stregua 
della storia romana^ gli sforzi che il Vico fa per 
assoggettarvelo diventano cagione di nuove teo- 
rìe , ma ad un tempo anche di nuove e grandi 
violenze fatte alla storia; quindi il Ferrari osserva 
che il metodo del Vico univa per essere una 
tortura per forzare tutti i documenti della storia 
a deporre in favore del proprio sistema. , 

Al Diritto universale succede la prima Scienza 
nuova. Con questa abbiamo il terzo periodo 
della speculazione vichiana, periodo nel quale 
il Vico si scioglie dalle convinzioni antecedenti e 
ordina, secondo quel che dice il Ferrari, sapien- 
temente le sue idee sotto la forza di un nuovo 
principio (1). — 11 Ferrari ci rappresenta il sjio 
Diritto universale come pieno di contraddizioni, 
un libro nel quale i nuovi sviluppi violentano 

(1) p. 160. 



> 



366 ESPOSltOBI E CRITICI — G. FERRARI 

le concezioni primitive , un'opera eeeentriea pàra^ 
gt)D2tbiIe alla torìre' inclinata di Pisa. Essa dovérla 
Quindi, die' Egli , dispiacere al genio siiHmetrico 
del Vico (altrove eisso è detto elastico^ ; essa ^ si 
era invecchiata prima di venir compiuta. Nel suo 
secondo periodo il Vico aveva cercato di mo- 
dellare tutte le storie su quella di Roma^ nel 
teriso la storia di Boma si trasforma in un'idea, 
ih un sistema, essa diventa la skytia ideale etema 
comune a tutte le nazioni. Dinanzi ad essa tutte 
le storie particolari scompajono e perdono il loro 
valore. La storia ideale eterna^ scrive il Ferrari , 
quantunque non sia che il fantasma della stòria 
roinana, elide tutto nella sua generalità; asstrhhe 
tutto; essa stabilisce sé stessa come modello di 
tutte le stòrie; in essa^ il tempo e lo spàzio spà^ 
riscoho , non vi sono più che leggi eterne^ A 
trovar queste leggi sano impotenti filosofi e fi- 
lòlogi : è necessaria la scienza riuova, che le 
ricerca e studia là dove efese veramente risie- 
dono, cioè nello spirito umano. In ciò, osserva 
qui il Ferrari con ragione, il Vico sorpassa il 
secolo in tutta la sua altezza (!). . 

sta il Vico non si arresta. Egli deve trarre le 
sue teorie allei loro conseguenze estreme ; e que^^ 
sto Egli & nella seconda^ Scienza nuova, che forÈha 
il quarto ed ultimo periodo del Vico, periodo nel 
quale quésti secondo il Ferrari, è assolto nètta 
fotta febbrile del proprio pensiero, crea geome- 
tricamente tutta la storia dell'umanità e tocca gli 
ttltimi limiti della sua potenza. In questo pe« 
riodo infatti, il Vico non si contènta, secondo 
il Ferrari , di stabilire una storia ideale eterna; , 
ìhk la vuole stabilire gednietricaméhte, egli vuole 
ibi*mare quella storia colla pura meditazióne , 

(1) Parte 2.% cap. Vf. 



CAPO xvH iter 

fara^i una storia ideologha, ima G^pmétria Mmch 
-mtnnifL È stabilito;, è mtsst^^ dioe^il F<0rrari 
Tiféffemle il peasiero al ¥ico, che i^ fatH dèb^ 
-btmo essere^ ifOerpretaii gli uiiimi e stare ab^' 
'bedientis&mi • . . • efsL non- si possono accozn 
2are> insiem;»^ psrchi l'assurdo trionfix^ d* ogni 

Mento e la storia è piena di fttostri Si 

"^^uaf^di (Ètmque al Dio delle gm4i &> alt irUelli- 
ffenzU' dell'uomo, alla ragione dell* universo, e a 
>^queHa> deW umanità. — Quindi nella seocMMia* 
^Scienza nuova \^ violente l'atte alla- st4Hda » le 
ionovazioni, distruziom diventano^ seconc^a il 
Ferrari, senza-fine, e senza freno; pei^hé la si6» 
TJa bisogna prima oencepirla cogli assiomi della 
logica^ e coU'analisi del pensiero > e^ selamenle 
dopo confet^saarla colle mitologie, colle trasi eroi* 
•ohe- eoe. Cosd in quest* ultimo periodo, Omm*a 
vie«ì distratta come tanti allri persónaggiantìohi; 
^ in esso il Vioo trovar un perfetto risoofìtro Ira 
Ja: storia greca e la^ romana, modificando que-^ 
sta con quella come prima aveva falto TopposCO. 
E qui il Perrarì insiste ancor più forteMenlie 
eal fatalismo storico del Vieo. Noi abbiama-già 
veduto come il Ferrari lo fey^oia pensare sin 
<[al primo perìodo alle leggi eterne e divine, che 
.^orernano il corso degli eventi umaiiié Nel- 
l'ultimo periodo questa teoria si spiega ancor 
più', in esso sì manifesta la dottrina dei Corsi e 
Ricorsi, e si veggono, secondo il Ferrari, domi- 
nare i concetti, che c^ni grande avvenimento uma^ 
Mitario è provvidenziale e inevitabile; che gli uo- 
^ninon possono nulla; che tuttociò che è accaduto 
nelle nazioni doveva succedere .... che nessimuo- 
tno, nessun genio può turbare ^uest*armonia eterna 
'delle nazioni, comandata dal modello et&rno (I). 

(1) P. 155. 



368 ESPOSITORI E CRITICI G. FERRARI 

Cosi il Ferrari espone la genesi deUa meote- 
dì Vico ; ma Egli mostra poi, che se il secolo xix 
lo diseppellì dalia sua oscurità, esso lo sorpasso- 
pure in ogni parte. — Tutta quella storia dei pri- 
mordii, dice il Ferrari, è p^erHe e ci & serri* 
dere^ quel suo principio del fulmine si rass(h 
miglia intierammte a una sciocchezza napaletanar 
quella sua storia ideale è un sogno, il Vico vuol 
spiegare la civiltà colla civiltà, e tutto sfugge 
ai suo circolo. Nell'archeologia Egli non può reg* 
ger^i dinanzi ai lumi di Creutzer e nemmeno dr 
Bailly è Boulanger (1); e Ballanche lo supera 
tutte le volle^ che vuole; nella storia di Boma 
Vico è vinto dal Niebuhr. Il Vico loon capi il 
Medio Evo» e i] mondo -moderno. Qual è dunque- 
il giudizio finale del Ferrari sul Vico ? Eccolo r 
« Chi può attribuirsi % dice Egli « maggior gè- 
» nio ai Vico? nessuno. Chi può sperarsi più 
» innovatore, più originale di Vico? nessuno*. 
» Quale scrittore vorrebbe ora accettare gli er- 
» rori enormi di Vico ? Ecco, che cosa è un'in- 
» dividualità; una follia per i ct>ntempofaBei> 
» 'un errore per i posteri ; il genio senza popolo^ 
» non è che un' energia senza scopo, manca di 
» missione, non rappresenta nulla; senza il ri- 
» scontro dell' infallibilità popolare travia per 
» l'eccesso delle sue forze ». 

Tale è in iscorcio il Vico rappresentatoci dal 
Ferrari. Per essere più fedeli noi abbiamo so- 
vente lasciato la parola a lui medesimo ; ma or 
dobbiam pure dire il nostro avviso sulla sua critica. 

Se leggendo questo libro si pon ineocte all' .età 
allora ben giovane dello scrittore, non si può< 
non rimaner meravigliato della sua grande dot- 



(1) Da quanto si è detto precedentemente si può scorgere- 
qnanto sia ingiusto questo giudizio. 



CAPO XVII 369 

trina e del suo splendido ingegno. Tra i lavori 
sul Vico al suo fu giustamente assegnato il 
primo luogo; ma per questo non se ne deb- 
bono dissimulare le lacune e le inesattefzze che 
sono specialmente in quelle parti, dove paragona- 
il Vico coi progressi posteriori della scienza e 
in alcuni punti della sua atoria e spiegazione 
del pensiero vichiano. Per compiere la sua idea- 
felicissima, di fare la genesi di questo, si ricbie* 
deva anzitutto che il Ferrari facesse un'analisi 
accurata e minuta delle dottrine del Vico e una 
descrizione di esse nella mente con quellordine- 
di tempo, col quale il Vico le era venuto real- 
mente manifestando ne' suoi scritti. A questa 
lavoro preliminare doveva naturalmente sUc^ 
cedere laltro più iilosofico, che ricercasse l'in* 
timo legame psicologico dei pensieri del Vico,, 
che ricercb^e di essi i diversi impulsi e. le di- 
verse cause. Ora io credo, che il Ferrari abbia 
tenuto qualche volta il processo invèrso. Egli 
ideò lo svolgimento del Vico, come a lui parea 
il più verosimile e il più logico, e poscia forzò* 
la successione delle idee vichiane ad adagiarvisi. 
Perciò la genesi di queste nel Ferrari non è 
sempre conforme all'ordine storico, col quale si 
vennero nel Vico manifestando; si vede infatti», 
che Egli nella descrizione de' suoi periodi è co- 
stretto talora a spostare i concetti vicfaiani, ad 
affrettare o ritardare il tempo del loro sorgere^ 
e più sovente ancora a riferire l'origine di un 
medesimo pensiero a diversi periodi. 

Un altro punto importante, nel quale io mii 
discosto dal Ferrari, come facilmente potrà scor* 
gore chi ha letto la seconda parte di questo mio 
scritto, consiste nel tracciare che quegli £bi Te* 
voluzione del pensiero vichiano^ come se si trat- 
tasse di un sistema del tutto speculativo , nel 



/ 



370 ESPOSITORI E CRITICf -*- G. FERRARI 

anale le idee si sTolg-one indipendentemefite dal* 
1 osseryaztone^ e darUo stitdio> .dei> fatti; e^ solo 
per la lott» intrinseeS' che^ soiffe tm.' di lorcx 
Che' il Vi<M) sr sia laKitfto tra^optàw nell'ul*- 
timo periodo da uno spirito ' sietesi»/lieo> Tabbiam 
riconosciato anche noi; mar ota» (piaBo abbia 
prodotto per la piò grande parte lo-tfvolmfiàieato 
<lel pennello vMuane, ohe ad esre si debbano 
attrìboire le più' importanti scoj^tO' filologiche 
^ storiche del Vioo notlo neghiamo^ Se cfueeto 
fosse verO) ilVieo non' sisarebbie mal oeid ifle^ 
mvigliosaiMiite incontrato colia poisitiTa critica 
moderna* Bisogna d«mc(ue, come noi- abbiam 
•oercato di fare, lasciare nel Vico la sua larga 

Sarte alFintuizioRe storica e al senso della realtà, 
on è vero poi che il Vico «bbUa^^afferiaate, come 
parrebbe dal Ferraris con tanta precisione^ e co- 
itònza, anche nel suo* ultimo periodo» l'indi- 

{^eiHlensa delle sue> dotlrinei crai fatti- storid. 
"ertamente sì può dal Vico per k stte stHtne 
oonfiuioni e contraddfzioiri trarre la dettriiia 
•ohe si voglia, quando altri si tenga solo abulia 
parte dì quanto Egli dfCOi Ma conviene^ oon* 
trontare insieme ì diversi luoghi e le di<vevM 
eenteuee e temperare' e ilìustrare le une coUe 
altre» Cosi se gli ò vero che il Vico-aoceona in 
alcanì passi della seconda. Scknza nuova di 
voler coiftrnire la sua siatia ideale eler/èa del 
tutto a priori, e quasi disprezza l'ajato, ohe g4i 
potrebbe venire dalle prove ' lilologicbey altrove 
però si scusa> quasi' della libertà* , colla quale 
tratta; delle cose antichissime» dicendo che «esse 
sono res nuUitis^ perchè mancane ì documemi 
storici e tutto vi è incertissimo ; ma per questo 
non dispreaza la storia cerkiy che anzi voele 
«ohe le primiere origini da lui trovate e descritte 
siano tali, che ì fatti da quella narrati, sovr'esse 



CAPO XVII 371 

I 
reffgàntff è per esse fra loro^ convengano (1). E 

in quel capo medesimo Dei Principii, nel quale 
maggiórmente insiste sul carattere scdebtifico 
4eìh sua storia ideale, vuol osservare* anzi' tutto» 
prima d*intrapienderne la< formazione,' «in quali 
» cose hatiho eon perpetuità convenuto e tut* 
» tavia vi contengono tutti gli uomini; perchè 
» tali cose » aggiunge Egli r ne potranno dare 
» i principii universclii ed' etel*ni^ quali devon 
» eteere d'ogni scienza, sopra i quali saràet'ò e 
» tutte vi si conservano in naeioni. » Non i dun- 
que solamente calla meditazione che il Vico vuol 
troi^re la sua storia ideale; già «n dal suo 
princìpio^ Egli si appiglia anche ai fatti. E quello, 
•come molti altri passi, che io potrei arreca^re, 
provano chmramente quanto io ho già dichiarato 
nella mia seconda parto, che il Vico illuse sé 
medesimo, quando credette di poter fondare 
e dr aver fondato a priori la sua sciànza; 
mentre d'altra parte anche nel suo uhimo pe- 
rìodo procède di fatto molto divét-saménte* Gli 
ò ben lungi quindi il Vico di voler rifiutare la 
stòrta còme piena di mostri e i &1ti come etolti 
e contradditorii', come gli fa dire il Ferrari. E 
poiché questi aveva riconosciuto, che il Vico in 
quest'ultimo periodo era assorto nella fòrza feb^ 
irile del suo pensiero , non doveva vedere poi 
nelle anomalie, nelle quali queUa lo aveva fatto 
•cadere , gli ultimi limiti della sua potenza^ e 
nonché dare ad esse cosi grande importanza e, 
dopo avérle esagerate e fratte alle loro estreme 
•conscgtienze , predicarle cerne il vefro pensiero 
del Vico^ doveva aver maggior con»dèrazione 
al metodo che, contrariamente alle sue stosse 
dichiarazioni, aveva il Vico realmente seguito. 

(1) vico, Opere; V, p. 93: 



372 ESPOSITORI E CRITICI — G. FERRARI 

Nello stesso modo ci pare, che il Ferrari sia 
stato trascinato ad esagerare in alcune espres- 
sioni il fatalismo storico dei Vico e a descri- 
vercelo con colori non sempre veri. E per vé- 
riià se il Vico, come vorrebbe jl Ferrari, avesse 
costantemente professata e seguita nella seconda 
Scienza nuova l'idea dì trovare il corso dell' u- 
manità a priori^ (juesto doveva per lui diventare 
un corso inevitabile e fatale, nel quale gli in» 
dividui e Topera degli uomini più nulla potes- 
sero. Non V na dubbio che da alcune espres- 
sioni del Vico si potrebbero logicamente de- 
durre queste conseguenze; tuttavia gli è certo 
che nulla è più contritrio alla mente di Vico» 
quanto una fatalità o necessità storica intesa 
nel senso, che una forza «estrinseca alla natura, 
dell'uomo lo costringa ad operare in un dato 
modo. Essa non si potrebbe per nessun versa 
conciliare con ^ c^uelJa bellissima teoria , sulla, 
quale il Vico insistette più che sopra ogni altra 
cosa, cioè quella delia naturalezza e spontaneità, 
colla quale sorge e si viene svolgendo in ogni 
popolo la civiltà. Quando volessimo cogliere lo 
spirito delle parole del Vico e interpretarne il 
pensiero più generale potremmo dire, che la sua 
Storia ideale eterna è propriamente intesa a 
tracciare un ordine normale, cui in forza della 
loro natura , quando questa si può svolgere 
spontaneamente, o non viene modificata da con- 
dizioni straordinarie, seguono tutte le nazioni 
nel loro corso storico. E in quel capo del Hb. 5.^ 
della seconda Scienza nuova^ dove fa la Descri- 
zione del mondo moderno, ammette di fatto, che 
per cagioni particolari o straordinarie quell'or- 
dine possa venir rotto, asserendovi Egli che tse 
città antiche , per diverse cagioni non lo per- 
corsero, cioè Cartagine, Capua e Numanzia. Per 



CAPO XVI! , 37S 

il che non si può più attribuire propriamente 
al Vico il fatalismo storico. Gli è vero che Egli, 
specialmente nello Stabilimento dei principiti 
pretende di darci una storia ideale eterna ,' Idi 
quale tutte le nazioni dovettero, debbono e do- 
vranno seguire. Ma anche in mezzo a quelle ' 
sue esagerazioni, da noi rilevate nella , seconda 
parte , appare evidentemente , che secondo il 
Vico gli uomini non agiscono mai forzati da 
leggi estrinseche alla loro natura. Il Vico aveva 
scórto nelle diverse nazioni una natura comune^ 
credette quindi che anche le loro vicende fossero 
governate da leggi uniformi e costanti, e pretese 
talora tracciarle, fondandosi unicamente sullo 
studio delle modificazioni dell' animo umano , 
suW analisi dei pensieri dintorno alle umane 
necessità o utilità della vita socievole. Ecco quel 
che di più si può dire suUa^ necessità storica 
dal Vico; essa è propriamente un'uniformità an- 
ziché una necessità, e in ogni caso una necessità 
psicologica cioè derivante dalle leggi interne 
dello spirito umano, non mai metafisica, cioè 
derivante da leggi estrinseche ad esso. 

Or non v'ha dubbio che il Ferrari dimostra 
pure in molti luoghi d*aver molto bene pene- 
trato questo carattere psicologico della filosofia 
storica del Vico in generale e in particolare della 
sua necessità, anch' Egh rilevò molto profonda- 
mente il concetto della spontaneità, special- 
mente nel suo scritto della Mente di Romagnosiy 
dove si trovano giudizii sul Vico considerato 
in paragone col Romagnosi, molto veri e lu- 
minosi. Ma talvolta, specialmente nel descrivere 
l'ultimo periodo della filosofia del Vico, trascinato 
dalla foga del suo pensiero Egh accenna chia- 
ramente a voler trasformare l'uniformità storica 
necessità psicologica del Vico in una necessità 



374, ESPOSITORI E CRITICI, — G. FERRARI' 

metafisica» come dalle espressioni 4sue sopra ar* 
recate, e da altre che nel suo libro 3Ì possono 
leggere, non è difficile lo scorgere. 

Queste mende non iscemano i meriti e i pregi 
grandissimi di <|uesto libi:o del Ferrari ; ma cer- 
tamente il suo mgegno e la sua dottrina vi 
avrebbero portato un frutto molto maggiore, 
s* Egli avesse cercato di essere in questo libro 
cosi chiaro e temperante ne' suoi giudizii come 
nella Atente del Romagno$i^ e avesse voluto es- 
sere più accurato e preciso neli' analizzare o 
almeno neUesporre il pensiero del Vico. E a lui 
doveva questo esser facile, giacché non v'ha dub- 
bio che il Ferrari fece sopra quest'autore degli 
studii pazienti e accuratissimi. Ne abbiamo ia 
prova non solo nella Mente del VieOy ma anche ia 
qnelie sue Note alle Opere^ nelle quali riassume 
e dilucida spesso molto , felicemente le dottrine 
vichiane. Ma Egli distrugge talvolta da $è il frutto 
delle proprie fatiche e de* propri studii colle 
frequenti contraddizioni, con quelle sue compa- 
razioni ed a&tìtesi ricercate ed artifiziose, che 
Egli tanto ama, con queir abuso delle astrazioni 
personificate e delle frasi figurate ed immagi- 
nose; le quali cose fanno si che il suo pensiero 
si perda talora intieramente in mezzo a lampi 
troppo abbaglianti o si dilegui come un tenue 
vapore. Sovente accanto ad una proposizione di 
mirabile giustezza e profondità ne sorge un'altra 
che non si capisce più o che ci fa dubitare dua 
tratto del senso e quindi delia verità della prima. 
Per il che il lettore, pur sempre ammirando 
ringegno di chi scrive, si trova sovente* leggendo 
questo libro del Ferrari nella condizione di chi 
guardando e movendo un caleidoscopio, scorge 
ad ogni tratto scomporsi la figura del quadro 
e prodursene una nuova. 



Prima ancora ohe il Ferrari pu^Iica^se la sua 
XoDQgrafia e Tediwwe eompleta delle opera de) 
Vioo, 'oereava di risvegliare fna gli Itoliani la 
wsLB. memoria T-ereozio ^Mamlani nel suo litoo del 
Bmnovamento della fUowfia aniioa itali&na,^m' 

Sato a Parigi nel 1834. * A lui tenoero dietro il 
iosmini e il Gioberti; e cosi i tre più illustri 
filosofi della nostra eia « del noetico paese ga- 
reggiarono nel tributare la loro aramirazione al 
grame ed infelice sorittore napoletano. Nessuno 
di loro però lo feee oggetto ai un lavoro par- 
loiesolare, e tutti e tre, almeno . allora ^ non 
consid orarono priiieipalmente • che la parte meo o 
importaste delle sue dottrine, cioè la metafisica. 
Al Mamiani parve di scorgere sei Vico ilion- 
damentOy e i principii della dottrina da lui allora 
professata nei Rinnovamento. Cosi nel detto del 
Vico, che il vero fosse il fatto, egli trova il suo 
eriterio deUa verità e scrive, che « quajido il 
» sapientissimo Vico emise quel suo pronunciato, 
» che dice consistere il criterio del veco nel 
» farlo, egli non propose nulla, che escisse dai ter- 
» mini dell* Jniuizione, bensì andò riguardando 
9 in lei oltre i carattari universali • talune doti 
» più peculiari e ciò fece con Tinteinto di pro- 
9 ferire ad un tempo medesimo il criterio oeUa 
» certezza a quello della scienza; noi vogliam 
9 dire, che ei pose mente non solo al formale 
9 della cognizione, ma eziandio al materiale 
» obiettivo 9 (1). 

Così il Mamiani credeva di attenersi alle dot- 
trine del Vico e a quelle degli antichissimi 
Italiani (2) in molte cose , che egli scriveva 

{\) Rinn. p. 474. 

(3) È .cosa da notare! come tanto il ^Mamiani quanto il 
Gioberti credevano che tali fossero realmente le dottrine 
degli antichissimi italiani quali il Vico. le rappresenta, mentre 



376 ESPOS. E CRIT. — HAMIANI, ROSMINI, GIOnERTI 

intorno ^al tempo e allo spazio, intorno alla 
giurata, alla solidità, al moto» alla natura dei 
punti metafisici e all'accusare, cbe fanno tutti i 
fenomeni determinati e finiti un mondo di es- 
seri indefiniti e indivisibili ; e dichiarava di aver 
pure seguite le scòrte del Vico nel riconoscere 
una più larga realtà obiettiva nelle idee uni- 
versali e in qualunque massima astrazione {i). 

Ma il Rosmini in quel grosso volume, che 
frìsse per esaminare il libro del Mamiani, non 
volle lasciare a questo V onore d'aver il Vico 
<ialla sua* Egli difende anzitutto il Vico dalla 
taccia di sensista» nel che per verità Egli ha 
ragione, giacché per quante cose si possano 
vedere nelle confase dottrine njietafisiche del 
Vico non si potrà per questo mai trovarvi il 
sensismo. Ma secondo il Rosmini non è neanche 
propria del Vico la dottrina che il vero sia il 
fattOf ossia che Tuomo sia autore o facitore del 
vero e che criterio di questo sia il farlo; se- 
condo il Rosmini il Vico avrebbe anzi rifiutata 
quella teoria, come contraria alla teologia cri- 
stiana e l'avrebbe solo accettata modificandola, 
pigliando cioè l'espressione di /are il vero nel 
senso di conoscerlo, che è appunto per l'uomo 
un farlo, un farlo cioè con quelle forme e limi- 
tazioni che a lui sono proprie. 

Ed il Rosmini per chiarire ancor meglio, come 
die* Egli, la mente del Vico e non lasciar che 
si ripeta continuamente « che i più chiari nostri 
» filosofi striscian per terra , e che il gretto 
» sensismo sia la cara eredità dei nostri padri » 

non nacquero esse realmente che • nel cervello del Vico; né 
altro miglior fondamento storico ha qaeli' antica sapienza 
pelasgicay della quale con tanta compiacenza parla il 
Gioberti. . 

(1) Rinn. p. 4S7. 



CAPO XVII 377 

<30si riassume le dottrine del Vico: 1,° La prima 
•verità è Dio, dal vero increato deriva il vero 
'Creato ; Dio è la fonte, è la regola d'ogni vero. 
Sono i pensieri del Vico, sui auali più insiste 
il Rosmini. 2.^ Alla norma della verità divina 
devonsi rapportare tutte le verità umane. 3." Noi 
facciamo il vero in questo senso, a) che ne 
scegliamo gli elementi, b^ li disponiamo , e) li 
protraiamo per mezzo dei postulati (1). 

Non v'ha dubbio che queste dottrine nel 
Libro metafisico del Vico si trovino , ma eoa 
•quanta costanza e conseguenza noi V abbiamo 
veduto ; che poi il Vico coli' espressione fare il 
vero, volesse dire semplicemente conoscerlo, non 
mi sembra esatto ; fare il vero per il Vico non 
è un semplice conoscerlo, ma un esserne causa, 
il che è condizione necessaria per averne vera 
scienza; per questo scriveva veri criterium ac 
regutam ipsum esse fecisse. 

Ma non potevano sfuggire alla critica acuta 
e allo studio coscienzioso del Rosmini le oscu- 
rità e confusioni della Metafisica del Vico , 
quantunque anch'egli inclinasse a trovare in 
lui una dottrina più solida e conseguente nelle 
sue parti, che non fosse in realtà. Cosi quando il 
Rosmini nega, che la dottrina del Mamiani sui 
punti e sulla materia metafisica fosse conforme 
a quella del Vico, dice esser a lui bensì chiaro e 
provato che questi distingue la materia in fisica 
e metafisica, e che attribuisce a quella il moto, 
a questa il conato, comunicatole da Dio, ma 
che poi Egli trovava oscura la dottrina del Vico 
intorno alla materia metafisica e non giungeva a 
conciliare tra loro i diversi luoghi in cui (autore 
napoletano ne ragiona. Il Rosmini osserva, che 

(1) Rosmini, Rinn, p. 234. 

25 



378 ESPOS. E CRIT. — MAMIAM, LOSMIM, GIOBERTI 

il Vico ora la conisidera come qualche cosa di 
reale e di sussistente, ora la descrive come una., 
mera astrazione; quantunque a lui paresse poi 
che il Vico r accettasse più comunemente in 
questo secondo senso^ e la intendesse come la 
materia intelligibile di S. Tommaso. Oltre i di- 
versi luoghi, sui quali il Bosmini fond^ la sua^ 
opinione. Egli la conferma ancora coll'osservare, 
come il Vico fosse sempre aderente alla cristiana 
Teologia , colla quale quell' opinione più si 
conforma. Ma che il Vioo volesse mai andar 
contro a questa ninno l'asserirà, che vi andasse 
di fatto in molte sue idee in quel suo Libico 
metafisico è cosa che altri potrà difficilmente porre 
in aubbio, quando si faccia a studiarlo senza 
prevenzione e parzialità alcuna. 

Il Bosmini osserva molto acutamente ancora,, 
che il Vico confonde sovente la sostanza coir es- 
senza, che Egli si perde talora in troppe sotti- 
gliezze scolastiche e quindi si avvolge in con- 
traddizioni ed oscurità. Non v'ha dubbio quindi,^ 
che il Bosmini avrebbe portato sul Vico un 
giudizio più compiuto ed esatto, quando se 
ne fosse occupato di proposito e non per in* 
cidente, e colia sola mira di mostrarlo in op- 
posizione col Mamiani. Solamente io credo, che 
Suesti, salve le conseguenze che egli ne volle 
edurre, nel suo Rinnovamento interpretasse più 
giustamente del Bosmini l'aforisma vichiano 
il veì^o essere il fatto, e quindi non sian giusti 
gli appunti, che su questo riguardo vengon 
fatti dal Bosmini al Mamiani. 

Il Gioberti parlò con maggior entusiasmo ancora 
del Mamiani, ma con minor esattezza del Bos- 
mini della grandezza speculativa del Vico. — 
Specialmente negli Errori filosofici egli lo no- 
mina parecchie volte ponendolo msieme a 



CAPO xvji 379 

Leìbnitz, Platone ecc. e contrApponeiidolo insLe- 
me a questi al Koemini ; e cosi nella Lettera 1 1 .^ 
afferma, che chi ha misurata l' cdtezza anche 
solo di Plaionef di S» Agostino o del Leibnitc e 
del Vico non potrà mai in eterno essere rosmi- 
nimo. Neil' Introduzione poi Egli trova cbe la 
« sua dottrina sulF origine delle idee cocioorre 
•( nella sostanza con quel gran principio del 
« Vico, che in Dio il vero si conserte ad intra 
« col generatOy ad extra col fatto ». 

Ma quantunque il Gioberti avesse pur rico- 
nosciuto , che la sua maggior grandezza con- 
sisteva nella filosofia della storia, deplorando 
però che non si fosse dato principalmente agli 
studti speculativi , nei quali , sarebbe riescilo • 
sommo, tuttavia non pare, che delle idee del 
Vico sulla filosofia storica abbia tenuto molto 
conto nelle sue epere (l). Cosi in quel capo 
stesso àelVJntroduzioney nel quale tratta dell' A^- 
terazione della formola ideale e porge alcuni 
tratti della sua filosofia storica, il Vico non 
viene quasi mai citato anche nelle questioni, 
che questi trattò ampiamente come sono quelle 
della mitologia, mentre invece vi si tien mag< 
gior conto del Creuzer, del GSrres e di altri 
scrittori tedeschi e francesi. 

l\Ia non dobbiamo tacere quanto la fama del 
Vico abbia dovuto al Gioberti. Questi con quel 

(1) Il Rosmini si occupò brevemente delle idee storiche gè- 
nfirali del Vico nella sua Filosofìa della politica. Fra V altre 
cose osserva che il fatalismo storico a'nostri giorni dominante 
è un'esagerazione e un traviamento di alcuni principi! del 
Vico, rifiuta la^ sua teoria dei Ricorsi^ e dice che Egli doq 
seppe sufficientemente apprezzare il nuovo elemento intro- 
dottosi nella civiltà moderna col Cristianesimo e quindi la 
rassomigliò troppo coll'antica. II Mamiani toccò appena della 
filosofia slorica del Vico nelle sue prime opere. Vedremo 
qual giudizio più tardi ne facesse. 



380 ESPOSITORI E CUITICI — N.' TOMMASEO 

« 

cuore pieno d'entusiasmo per ogni cosa, che 
avesse, onorata la sua patria e con queira£Eétto 
vivissimo che lo animava verso i nostri Grandi, 
specialmente se infelici, seppe scrivere del Vico 
in modo cosi ardito ed elevato da infiammare 

S^li animi italiani d'incredìbile ammirazione per 
ui e pungerli di vergogna per la trascuranza 
in cui era stato da loro per tanto tempo ab- 
bandonato Colui, cui la Provvidenza aveva su- 
scitato acciò non perisse intieramente Conoide 
italiano. 

Verso il medesimo tempo, cioè nel 1843, il 
Tommaseo pubblicava in Venezia i suoi Studii 
critici^ dei quali il pnmo era consacrato al Vico. 

11 Tommaseo amava nel Vico il suo carattere 
profondamente morale e religioso; quindi nel 
suo libro Egli non lascia sfuggire alcuna occa- 
sione per mettere in luce i sentimenti e le 
idee, che a quel carattere s'informano, stac- 
candole talora dalle dottrine generali, colle quali 

connettono e in mezzo alle quajì hanno un 

gnificato non sempre identico a quello , che 
loro dà il Tommaseo. Questi si proponeva di 
fare sul Vico un lavoro analitico e minuto. 
« Sulle idee dell* uomo oramai meglio note, 
« dic'Egli » ci fermeremo noi meno : i germi di 
« verità innovatrici e coraggiose nascoste in un 
« inciso, in un epiteto trarremo con più cura 
« alla luce. » Con un tal metodo Tommaseo 
non avrebbe certamente potuto, malgrado la sua 
somma acutezza , addentrarsi molto profonda- 
mente nel pensiero e nelle dottrine del Vico; e 
s Egh stesso ci dice d'averne pur tratto in quel 
modo un forte ed ampio ordinamento di pensa- 
menti intorno ad ogni maniera di cose trattate 
dal Vico, gli è perchè alla considerazione degli 
incisi e àeg\ì epiteti accoppia lo studio e la com- 



CAPÒ XVII 581 

prensione del pensiero generale. E a questa 
miktti si debbono attribuire molte delle $ue 
belle osservazioni, mentre lu soverchia con- 
siderazione del particolare talora gli nocque. 

Brevemente espone il Tommaseo le idee del 
Vico intorno all' educazione , alla poeeda , alle 
lingue, alla filosofia metafisica e fisica, alla mo- 
rale e alla giurisprudenza , alla storia civile e 
religiosa.* Fra le idee del Vico il Tommaseo 
ammira sovratutte le seguenti « che la sa<- 
« pienz» volgare è madre della sapienza riposta , 
« — che la scienza proviene dall'arte e il bello 
« è ai popoli non meno necessario che il vero -— 
« che Tequo è più alta cosa del giusto, la co* 
« scienza più sicura norma del diritto^ la conc- 
ie suetudine più possente forza della legge, in 
« questi canoni semplici e innocui e perfetta^ 
« mente conformati all'alta legge cristiana è la 
« salute del mondo » (!)• H Tommaseo non 
ha certamente torto di ammirar tanto queste 
idee, e di avvertirne la profonda verità e la; 
capitale importanza^ che esse hanno in tutto il 
sistema del Vico; e di speciale considerazione 
era giustamente degna quella che riguarda la 
sapienza volgare e la spontanea civiltà dei 
popoli , idea che da molti scolari e critici dei 
Vico era stata del tutto o quasi trascurata o 
non compresa. 

Il Tommaseo approva poi con ragione loppo- 
sizione del Vico contro il metodo soverchiamente 
critico di Cartesio, e dopo aver lodate alcune 
sue dottrine intorno al linguaggio e ad altri 
punti di filologia osserva giustamente contro 
alcuni critici, che se il Vico fu ingegno possente 
de generali concetU e delle ardite congetture, mefi 

(1) p. 126. 



àSl ESPOSITORI E CRITICI — N. TOMMASEO 

rado ohe non app^a egli ctmservà la iua lena 
inepirùta neiX esmne dei faèti pafiieolari e con- 
giunge la poesia e la filosofia delta storia con 
la critica paziente (\). E per verità il Vico non 
avrebbe giovalo a nulla nella filosofia storica^ 
sé cosi non avefiee fatto. 

Ma non possiamo assentire ad altre lodi, ohe 
il Tommaseo dà al Vico o perchà non le troviamo 
giuste in sèi o a quello non applicabili* Cosi 
anche il Tommaseo espone come cosa originale 
B di grande valore la sua teoria sui punti me- 
tafisici, suir estensione eeo.^ e mostra anch' Egli 
di tenere in grande stima la sua metafisica, 
osservando che se essa non è compiuta, nessuna 
pure non la ò mai, ma che essa ha i suoi 
pfineipiif se non étthostroti^ ìoceàtù — Cosi il 
TcHBttìaseo non si perita di affermare , che 
nelle idee del Vico si t^o\)a abbozzata la dottrina 
del Rosmini (miU* entie) (2). Come si vede le 
autorità contrarie alle idee da me manifestate 
sulla metafisica del Vico si aòcresoono ad ogni 
passo, che facciamo n«lla nostra esposizione; 
ma sono esse colsi poco d'accordo ftsL di loro 
nello stabilire i principii stessi più oaj^tali della 
Metafisica viohiana e nel determinarne Vintole; 
anzi sono cosi opposti, che ciascuno vi tròVa le 
teorie più disparate e ci vede e riesce in uu 
modo o nell'altro a farci vedere la propria^ 
come abbiam visto aver fatto Mamiani e Gio- 
berti» qui vediamo il Tommaseo e vedremo 
anche 2*ltri in seguito. Dal che potrei senza 
lodiscreeione concluderne che quelle autorità 
di fiitto mi sono più favorevoli che eoutranei 

Gli è certo che nel ilicklo, col quale il Tom- 

<l) p. 72. 
<5) p. 30. 



CAPO XVII 383 

maseo espone le dottrine metafisiche del Vico, 
iscampajoho tutte o quasi le i«Ue contrafMizioni ; 
tua queste fkniio pur parte del pensiero di un 
autore e il metodo critico consiste, pafmi, nel 
rappresentar quésto nella sua integrità, e nel 
mostrare, come esso si venne manifestando, 
non già nelF accomodarlo in q^uel senso che 
a noi pare avesse voluto esprimere Tautore, 
giacché con tale maniera si corre sovente ri- 
schio di far dire ad uno scrittore non già ciò 
che ha voluto, ma ciò, che secondo noi, avrebbe 
dovuto dire. 

Il Tommaseo si compiace poi di mostrare 
il Vico come un avversario preventivo delle 
-dottrine del Rousseau, dell'utilitarismo di Ben- 
tham e di quel Criticismo, che Egli chiama fU- 
fnos'> dì Kant. Per quei due primi il Tommaseo 
ha piena ragione; per riguardo alF ultimo, 
vedremo invece come un Tedesco trovasse ap- 
punto nel Vico un precursore di Kant. Ih 
mezzo alle lodi il Tommaseo appunta il Vico 
in diverse parti con molta acutezza, incon- 
trandosi sovente col Janelli nelle sue esser- 
Tazioni. Cosi Egli disapprova il soverchio sim- 
bolismo dei nomi, il negare o^ni trasmissione 
di civiltà tra i popoli antichi, alcune confusioni 
ed errori rispetto alle diverso specie di lingue 
da lui distinte, il voler di fòrza apprendere 
Jaddove nulla da apprendere era, e quindi il 
, soverchio correr dietro ad ogni sorta di tradi- 
azioni ecc. Al Tommaseo non piace che il Vico 
ammetta un completo disumanamento dopo il 
-diluvio, e che in parte sconosca l'unità d'origine, 
non come filosofo per verità, mìa come critico. — 
Al Moloch della critica dubitante, dice il Tom- 
maseo, doveva ancKEgli inchinarsi il grcmd'uonio 
jper poco. Visse tra %l Bayle e il Fréret. 



x" 



V 



384 ESPosiTor.i e critici — n. Tommaseo 

Il Tommaseo esamina ampiamente qua e là 
la dottrina del Vico intorno al corso dell* uma- 
nità, la quale è il punto principale della sua 
filosofia storica. Egli lo riprende perchè troppo- 
sovente dia come storia del mondo le proprie idee,. 
ma lo loda anch'Egli come il Ferrari per aver 
trasformata la filologia e la storia iii iscienza 
e d*esser stato il primo a conoscere che la 
storia deve essere a leggi certe soggetta e d a- 
verne fermate alcune (1), tra le quali questa,. 
che gh uomini operano in modo uniforme al- 
lorché si trovano in occasioni uniformi; legge- 
che pare essere accettata dal Tommaseo, il quale 
nulla vi oppone. L'umanità è per il Vico come- 
per il Tommaseo una città governata dalla Prov- 
videnza, il Tommaseo mostra come su questo 
concetto il Vico fondasse la sua Storia ideale- 
eterna, la quale secondo le pretese della seconda. 
Scienza nuova « comprende non solo Tumanità^ 
« ma mondi infiniti ». Al che il Tommseo che 
più non può seguire il Vico soggiunge : « audace- 

< parola, perdonabile a solo quest'uomo, ar- 

« dito ingegno, ma credente, e perchè forte- 

«e mente credente, però felicemente ardito ^ 

« Dopo i libri ispirati da Dio non c'è libri, che* 
« contengano verità più varie e con più feconda» 
«e unità cospiranti del suo » (2). Bellissime pa- 
role^ ma che non ci spiegano fino a qual punto 
e come il Vico accordasse la Provvidenza col: 
libero arbitrio e l'una e l'altro colle sue leggi 
storiche, accettate dal Tommaseo. Ma questi dice 
in un luogo che la libertà umana e C onnipos- 
sente provvidenza di Dio si contemperano mi- 
steriosamente ne* concetti del Vico, siccome nelr- 



(1) p. 94. 

(2; p. 96. 



CAPO xvir 385 

l'ordine delle cose. Il che taglia per verità il 
nodo, ma non lo scioglie. 

11 Tommaseo rifiuta espressamente la teoria 
vichìana dei Ricorsi; ma Egli non la trova nel 
Vico cosi recisa, come i più , ed avverte, che 
se questi disse le nazioni cadere e risorgere, non 
intese con questo che non potessero essere sem- 
pre men ruinosi i cadimenti e i risorgimenti più , 
splendidi: se alle cose umane vide un corso e 
ricorso in orbita fissa, non disse, che l'orbita 
non si potesse più e più sempre, col volgex de* 
tempi, allargare. Le quaU supposizioni non so 
quanto siano conciliabili colle dottrine espresse 
del Vico (1). 

Del modo col quale nella mente del Vico sì 
venne svolgendo la sua filosofia storica poco si 
occupa il. Tommaseo. Egli volle, dice questi, co- 
struire la storia dell' umanità « spiegando la 
« storia favolosa dei Greci colla certa romana 
« e con amendue supplendo alla tronca degli 



(1) pag. 125. In altro modo giustificava il prof. Francesco 
BertÌDaria la teorica dei Ricorsi vichiani in una sua pregievole 
operetta SulVlndote e le Vicende della Filosofia Italiana, 
stampata a Torino nel 1846 e nella quale si trovano alcune 
brevi ma giuste osservazioni sopra la filosofia storica del Yico. 
Secondo il Bertinaria il Vico a non ebbe già in animo di diire 
tf la filosofia della storia^quaie si concepisce oggidì (da taluni 
M almenoj, cioè la teoria generale delia vita una deirumanità 
u progrediente di continuo verso un ideale, ma solamente 
« la scienza gecerale della vita delle nazioni, concepite come 
^ uiiilà ultime ,. come pianeti fra loro indipendenti «*. Non 
avendo il Vico abbracciato la filosofia deirumanità intiera do- 
veva necessaria rnen te stabilire la teoria dei Ricorsi, falsa per 
la vita una, ma aera per quella dei singoli popoli antichi 
non legati fra loro col vincolo dell'universale ineivi^ 
limenlo* — Né questo deve , secondo il Bertinaria, farci 
diminuire la nostra stima per II Vico, perchè questi compi 
la sintesi allora appena possibile a qualsivoglia ingegno 
grandissimo , cioè trovò la legge comune dei fenòmeni 
comuìiij l'ideale storico di ciascuna nazione. 



386 ESPOSITORI E CRITICI — G. ROCCO 

« Cgizii e rischiarando I* affatto oscura del- 
« r Oriente. » La storia romana ebbe certo 
|;randÌ8sima parte nella Filosofia storica del Vico, 
e il Tommaseo esclama: « Buon per lui, cfte a 
« modello E^Ii ptese la città ohe fu tanta parte 
« del mondo europeo, quella che più di tutte 
« ebbe ed ha tuttavia vincoli con tutte le 
gefiti » (1). 11 Tommaseo Sa però, che Tavef 
voluto seguire un modello fisso nella sua storia 
universale fu causa preóipua di molti errori del 
Vico. 

Tale è in breve il Vico rappresentato dal 
Tommaseo, il quale manifesta anche* in questo 
«critto la sua mente acuta e profonda e quel- 
l'elevato sentimento morale , che lo predomina 
sempre anche nelle, minute critiche d'uno scrit- 
tore. Ma talvolta, esposto in quella forma dosi 
{)roprìa e soggettiva, in quei riscontri cosi vio- 
enti, in quelle t^asi cosi nuove e peregrine, il 
{)€»n8ierò del Vico non conserva più il suo co- 
orito , la mente del Tommaseo si sostituisce 
inconsapevolmente alla sua. 

Dopo quello del Janelli non era apparso più 
per lungo tempo in Napoli alcun lavoro impor- 
tante sul Vico. Un anoo dopo la pubblicaizione 
del libro del Tommaseo usciva in Napoli un 
grosso volume di Gennaro Rocco col titolo di 
Elogio storico di G. B. Vico. L'autore si dichiara 
egli stesso giovane e pare abbia composto il libro 
in occasione di un discorso tenuto sul Vico. 

Il libro si compone di tl-e parti : nella ^nmtx 
si parla brevemente della condizione della scienza 
priDia del Vico e si danne i lineamenti gene- 
rali del suo sistema; nella seconda si fa la 
esposizione particolareggiata di ciascuna sua 

(1) p. laa 



CAPO XVII 387 

opera: nella terza si tratta del valore delle 
-dottrine viefaìane^ della inflaenaa avuta per il 

f)assìsil;o e di quella che debbono avere per 
' avvenire. 

11 lavoro è scritto oon uho spirito di animi- 
rat^ione esagerata e cieca pe^ il Vìee; quindi 
esso è di nessun valore per li parte crìtica e 
4i poco anche per la parte espositiva, perahò 
in questa affiauitella le idee le une sulle altre » 
senza curarsi di legarle insieme ^ mostraodosi 
Eg^i sempre sovra ogni altra cosa preoocupitto 
di manifestare id dgni lincea la profonda ammira- 
2Ìone« dalla quale è compreso. Le scoperte fila- 
logiche del Vico ve£gono poco considerate dal 
Bopoo, col pretèsto cbe il Vico stésso essemhm 
^lemto allù parte più eMinenie e spirituale della 
•^uà scienza^ poco ourosài di discendere alle con* 
-seffwenze e alle minute disquisizioni. *^ Per il 
Rocco il grande merito del Vico è di aver sco* 
porto leggi costanti e ìaesoralHli^ che governano 
lì mondo degli uomini, e di aver quindi eonsi- 
ilerato la storia come una vera scienza /bndaia 
eopra principii certi ed imivetsali corhe tulle le 
altre seienie* 

Egli esagera quindi assai più del Ferrari , 
da cui copia molto senza citarlo mai, il fataU- 
siho storico ,del Vico. Cosi tatti gli eventi umani 
JimnOf secondo il Vico commentato dal Becco, 
' un'esistenza necessaria, sono i rappresentanti 
dèth spirito della Itrro età, la parola del loro 
secolo, e un ordine imfHuiabile e fisso regola 
le immutaUU loro regolarità* Per quésto la sto* 
ria ideate del Vico è in&Uibiie> la storia reale 
deiTumaniià la dovrà sempre seguire^ e lo spi-^ 
rito di ^ ico ajutato da quella potrà assegnare 
leggi al mondo futuro, anlipedere il nascimento 
e lo scader degli Stati, i quali son destinati a 



888 ESPOSITORI E CKITJCl — G. ROCCO 

descrivere un cerchio eterno (1). — Ma il più 
straiìo si è, che il Rocco non trova per nulla 
inconciliabile con queste idee l'esisteDza del liberò 
arbitrio, anzi Egli na fatto la curiosa scoperta di 
un libero arbitrio che si goyerna con leggi ne- 
cessarie. Quindi Egli afferma ingenuamente che 
« in Vico si vede il genere umano dìrigerisi con 
« leggi proprie ed inflessibili, quelle cioè del 
« lib'^ro arbitrio dell'uomo, del suo pensiero e 
« della sapienza ingenita delle moltitudini ». 
Altrove a queste fijrze produttrici e regola- 
taci della civiltà aggiunge la Provvidenza, e 
dice che questa, il ^ibero arbitrio dell* uomo e 
la sapienza ingenita delFuman gemere codtitui* 
scòno la triplice base, sulla quale il Vico fondft 
la sua Scienza nuòva. Quelle tre potenze rego- 
lano il tutto, sicché nulla avni più di castiale e 
fortunevole in questo mondo; il Vico slancian- 
dosi sino air essere ^ supremo ha penetrato e ma- 
nifestato il suo disegno sublime (2). 

Non è difficile lo scorgere con quanta poca, 
intelligenza il fiocco discorra di queste cose e 
con quanta semplicità sorvoli su tutte le difS- 
coltà, che si presentano nei concetti del Vico, sulle 
contraddizioni delle proprie idee e il non- senso 
df molte sue parole. 

Stranissime sono alcune lodi che il Rocco dà 
al Vico ed esposte sempre con singolare in- 
temperanza. 

il Vico nasce, come tutti gli uomini grandi, 
secondo il Rocco, nel suo tempo giusto, pre- 
parato dalla Provvidènza; ma questa prepara- 
zione doveva essere r opera combinaia di molti 
secoli. Altrove non è più la Provvidenza, ma 



(1) p. 7, 10, 83, 188 ecc. 

(2) p. 310, 189, 81 ecc. 



CAPO XVII S8d 

la Natura che fa sorgere il Vico e allora il 
fiocco ci dice che quella per generarlo dovette 
fare un grande sforzo^ perchè la sua scienza è 
il posto più eminente, cui sia ascesa 1* umana 
ragione e perciò tutte le scienze e tutte le 
età dovevano gareggiare per presentare al Vico 
quegli strumenti e quei grandi materiali, coi 
quali Egli elevar doveva il suo edifizio. La Na- 
tura si era già ben provata di produrre il Vico 
in Platone e in Tacito, ma « essa non ebbe » 
« scrive il Rocco » valentia di crearlo in una 
« sola età e formare di quei due saggi un 
« solo ». Convien dire, elle taluno scrivendo 
pel pubblico si creda obbligato di rinunciare al 
senso comune. Il Rocco già scòrge il Vico « eie- 
« varsi al governo universale delle menti, ar- 
« bitro assidersi e dominatore degli spiriti ' 
« intimar silenzio ai dotti, dar loro la legge ed 
« i popoli sommessi seguirne gli oracoli e fin 
« divinarne i pensieri ». Anche il Vico, per 
grand' uomo che fosse , fu però talora preso 
dair ira, « da quella passione cioè, che spinse 
« Alessandro a trucidare il suo amico e la 
« filosofante regina di Svezia il suo amante ». 
Ma il buon Vico non ammazzò mai alcuno , 
e s'Egli vivesse farebbe assai volentieri senza 
tali panegiristi (1). 

Ricercando quindi il Rocco gli effetti, che 
il Vico eserciterà sull'umanità futura. Egli ne 
trova di meravigliosi: Tutte le scienze morali 
raggiungeranno sotto la sua influenza la loro 
massima perfezione , la metafisica non farà 

fiù sintesi orgogliose, non più si negherà la 
rovvidenza, non vi saranno più , sètte in fi- 
losofia, i politici, conoscendo per mezzo del 

(l) p. 21, 28, 65, 85, 88. 



'i90 ESPOSITORI E CRITIC4 '— G. ROCCO 

YicQ le leggi delle cose umane, sopranno sem* 
pre dar leggi buone ; le arti e la relipo^e slessa 
piglieranno in grazia del. Vico un grande in- 
cremento; e qui il Rocco per poco nen para- 
gona lui con Cristo e gli effetti della sua Scienza 
nu<wa con quelli della religione cristiana. Egli 
vede neir avvenire sorgere una grande civiltà 
cogli ajuti scambievoli dell'una e dell' altra. 
« Questa civiltà » scrive il Rocco « penetrerà 
4 in tutte le regioni del globo, e quindi sen-^^ 
« tirassi a pronunciare con laude e iriconosci- 
« mento il nome del Vico, di gran parte di 
« questi beni principali datore ». 

li Vico non è dunque solo per il Rocco Vuoma 
più grande, che sia apparso sulla terra ; Egli è 
quasi un nuovo Dio ; Egli ha irradiato il monda 
Colt opera sìmi e la sua tomba corrisponde co' cieli* 
Quindi il Rocco termina il suo libro con que- 
ste entusiastiche parole : « Ruineranno le tombe» 
« trascorreranno le età^ passeranno i secoli, il 
« suo nome resterà. La gloria lo ha scolpito in 
« fronte a Partenope : essa si appella la patria 
« di Vico ». 

Bisogna certamente in questo libro perdonar 
molto all'entusiasmo giovanile e airamor pro- 
prio nazionale. Dopo lesposizione fatta e i passi 
citati ciascuno vede di per sé , essere inutile 
ogni commento per mostrare, c?me questo libro 
manchi di critica, e qualche volta anche di 
buon senso; e come tutto sia ripieno da uno 
spirito rettorico e declamatore, del quale non 
v'ha cosa più atta a farci traviare nei nostii 
giudizii, cadere nel Jalso e scrivere senza frutto 
alcuno. E ci fa meraviglia infatti come il Rocco 
malgrado tanti encomii mostri bene spesso 
d aver cosi male capito i pensieri del Vico. Non 
vuoisi però tacere come il Rocco là dove pa- 



CAPO XVII à9! 

ra^ona il Vico cogli altri filosofi dellat scoria 
e specialmonte col Bossuet^ noanifesta idee giu- 
ste e non volgari e una critica ingegnosa. Il 
che ci fa credere , che Egli , ove avesse loe- 
ditato con maggior serietà il suo lavoro e raf- 
frenato la foga panegiristica avrebbe potuto 
darci sul Vico un libro molto migliore. 

Dopo quello del Rocco non apparvero più 
per qualche tempo lavori di lunga lepa sul 
Vico ; ma nel 18S7 stampava ppifanio Fa- 
gnani in Alessandria un' opera di due volumi 
molto benemerita degli studii vichiani. Conside- 
rando E^li come molti si tengano lontani dalla 
lettura del Vico per il suo stile incolto, e il lin- 
guaggio astruso, pieno di oscurità e confusioni 
pensò di rifare la Scienza nuova, riproducendo 
con esattezza le sue dottrine, ondando loro una 
forma più appropriata all'intelligenza comune 
e un ordine più chiaro e facile a seguirsi. Il 
libro del Fagnani è intitolato: Della necessità e 
dell uso della divinazione testificati dalla Scienza 
niiova di G, B, Vico. Esso è preceduto da una 
lunga introduzione, nella quale l'Autore espone 
la sua dottrina e porge la spiegazione di quel 
titolo singolare. 

Il Fagnani è pur del numero di quei filosofi, 
che vogliono trovare nel Vico le proprie teorie, 
teorie eh' Egli in quel libro manifesta, u a che si 
trovano già pure ampiamente esposte in un altro, 
che Egli publicava in Mortara sin dal 1833 col 
titolo : Storia naturale della potenza umana. Non 
e qui il luogo di esporre i pensamenti di questo 
scrittore, a cui altri non potrà negare una 
singolare originalità e potenza di mente, anche 
quando non si accordi con lui. Accennerò solo 
quei punti principali , che mostrino la sua 
attinenza col Vico. — La mente del Fagnani 



392 ESPOSITORI E'CRITICI — E. FAGNÀM 

« 

è specialmente dominata da questi due pen- 
sièri , Tuno che la filosofia deve fondarsi sui 
fatti y in questo senso , che d' ogni idea si 
debba cercare il fatto umano, che vi cor- 
risponde , e che quando si vuole trovare il 
senso e la spiegazione di un idea si debba 
sempre consiaerare come e in quali fatti si 
manifesti negli individui e nei popoli. L'altro 
si è che non sarebbe possibile la vita umana 
in nessun modo senza la divinazione, la quale 
al di sotto della materia e dei fatti sensibili ci 
fa ravvisare la causa o forza immanente , che 
vi sta sotto e li produce. In questo modo essa 
ci fa conoscere le leggi, della natura e quindi 
<À dà notìzia del futuro, perchè d' ogni fatto 
nostro e della natura ci insegna quel che ne 
seguirà. 

Questa divinazione si fonda, come è facile lo 
scorgere, sulla coscienza che ha l'uomo dell'or- 
dine e della costanza delle leggi della natura; 
quindi essa pòrge alla vita ragionevole del- 
l'uomo quella sicurezza che l'animale bruto trova 
nell'istinto. Il Fagnani vede in quel fatto della 
divinazione l'origine della stessa intelligenza del- 
l'uomo, l'origine della parola, del libero arbitrio, 
della religione, della società e dei suoi legami. 
La stessa Provvidenza infinita, dice il Fagnani, 
non è altro in sostanza che Vultima astrazione 
o V essenza stessa della divinazione universale 
ed eterna (1). 

La divin^^zione porge alla volontà il modo e 
i motivi di esercitarsi ; e quindi essa , non la 
mente, forma coU'ajuto di quella i giudizii e con 
questi' trova i generi intelligibili, come li chiama 
il Vico, ossia « i fatti generali, dai quali sono 

(1) I, p. 52. — 2.' edizione, presso Poraba; 1861 — Torino. 



CAPO XVII 393 

« a dir cosi, generati i fatti particolari ,che ne 
<« dipendono. » Questi generi intelligibili erano 
le forze personificate dagli uomini antichissimi, 
secondo la dottrina del Vico, e alle quali i mo- 
derni filosofi vollero sostituire, come dice il 
Fagnani, delle idee cioò delle vane astrazioni ; 
mentre la vera filosofia ci deve mostrare secondo 
lui, come sotto la materia percepita stanno 
sempre le forze, che noi concepiamo coli* ana- 
logia di una forza che abbiamo in .noi stessi , 
^ioè della volontà. L'unico errore degli uomini 
primitivi era, secondp il Fagnani, di concepire 
tutte le forze della natura come volontà, e non 
come specie diverse di un medesimo genere. 

Quindi, secondo il Fagnani, il gran merito, 
il merito capitale del Vico, non prima notato 
da altri si è « di avere indagato e scoperto 
4f che il punto centrale della naturale e vol- 
« gare classificazione di tutte le cose e delle 
« idee, che ne dipendono, è il carattere della 
« vita e dove non c'è vita, della forza od at- 
« tivitày che crea e fa essere ed attua tuttociò 
4c che in alcuna maniera è capace di fare al- 
« cuna impressione sui nostri sensi esteriori o 
« sull'intimo nostro sentimento » (1). 

Non sarà difficile lo scorgere nelle- idee del 
«Fagnani, che noi abbiamo esposte, quelle ana- 
logie dalle quali Egh dovette ei^sere indotto a 
credere, che la propria dottrina non fosse che 
uno svolgimento e un compimento di quella 
•del Vico; giacché Égli si dicniara apertamente 
scolaro di questo, e lo dice colui, dal quale 
ebbe la vita informata agli studii. Ma quelle 
idee sono per verità ben sovente tutte proprie 
del Fagnani anziché del Vico, col quale hanno 
raramente una grande attinenza. 

(1) I, p. 94. 26 



394 ESPOSITORI E CfilTlCl "— A. CONTI 

Ohre (quelli da noi sin aui trattati non ap* 
parvero m Italia sul Vico altri lavori speciali ,. 
tranne qualche scrìtto di poca importanza e che 
non potetti avere nelle mani (1); e sarebbe fatica 
dì dubbio vantaggio e d'effetto quaa impossibile- 
il voler scrìvere di tutti coloro, che in questi ul- 
timi anni fecero nei loro Irbrì qualche cemio sol 
Vico. I più naturalmente si rannodano chi coU'uoo 
chi coir altro dei critici da noi finora esami* 
nati. Ma non ci parrebbe giusto però di terminar» 
questo capo, senza fare almeno un cenno delle 
idee testé manifestate sul .Vico dal Conti nelle- 
sue Lezioni di Filosofia stampate in Firenie 
liei 1864, e dal Mamiani a proposito della sua 
Teorica del Progresso nelle Confessioni dun 
Metafisico^ stampate pure a Firensse or fan due 
anni. 

Il Conti tratta del Vico nella sua ventesima^ 
lezione colla sua solita perspicuità, temperanza 
e giustezza di giudizio. 

A me è caro essermi pienamente accordata 
con lui nel dar tanta importanza a quelle idee 
e a quei Eentimenti, che mossero il Vico ad 
opporsi si fortemente al metodo, più che non 
ai principi! metafii^iei, del Cartesio. Anch*Egli 
insiste sulla stima che faceva grandi^ima il 
Vico del senso comune, del senno pratico, del 
metodo comprensivo eh' Egli voleva, dell* avver- 
sione alle soverchie acutezze e sottigliezze della 
mente. Ma nota assai bme il Conti, come dal 
Cartesio Egli pigliasse la parte buona, cioè il 

(1) Ve n'ha uno del Duea Della Valle di Ventignano,, 
uscito a Napoli poco prima di avello del Rocco e intito- 
lato: Saggi sulla Scienza dei fu Storia, ossia Sunto 
della Scienza nuova di G. B. Vico, \* ha pure un Saggio 
di considerazioni sulla scienza nucfva (Nsipoli 1821) di 
Golangelo. 



CAPO XVII 395 

metodo (f osservazione interna, E il Conti os* 
serva ancora assai giustamente , che nelle ap« 
plicazioni e nelluso ohe Egli fece di questa per la 
spiegazione dei fatti storici sta il merito e la 
novità principale del Vico « La Scienza nuova 
« è per Vico » dice assai bene il Conti « un 
« disegno eterno della Provvidenza nei secoli 
« della storia. Anche Y Alighieri e il Bossuet 
« accennarono a tal disegno ; ma mentre essi 
« riguardano i fatti esteriori come ordinati alla 
« chiesa, il Vico ne cerca le leggi nel no^ro 
« spirito». E questo s'accorda perfettamente 
con quanto io Lo detto nella seconda parte. 

Non ugualmente conformi alle mie vedute 
sono quelle del Conti, che riguardano la filo* 
sofia metafisica del Vico; tuttavia anche in questa 
parte mi conforto di non trovarmi cosi distante 
da lui come da altri egregi prima esaminati. --^ 
Il Conti vuol provare contro la sentenza di 
taluni, che il Vico co' suoi principii non con- 
fuse, come il Cartesio le scienze di osservazione, 
de' fatti colle scienze a priori di deduzione 
o delle idee, cioè la psicologia e la fisica colie 
matematiche pure , e che quindi non poteva 
né aderire né condurre co' suoi principii al 
i>anteisino di Spinoza o di Hegel e neppur al- 
l'idealismo di Fichte. Sea)ndo il Conti ^ i\ Vico 
resistette ami a quella confusione con tre prin- 
cipii: Vere scire est per causas, scire: il vero 
si converte col fatto ; Dio come il principio del" 
tessere cosi lo é anche del conoscere. 

Noi non neghiamo , ohe si possa da questi 
principii del Vico come da altre sue proposizioni 
trarre quella dottrina che il Conti gli attribuisoe; 
ma per darcela cosi omogenea e conseguente, 
come Egli fa, doveva appunto scegliere del Vico 
solo quelle parti, che insieme s'accordavano, la- 



396 ESPOSITORI B CBITtCI — A. CONTI 

sciando le altre che loro sono contràrie. Ed il Conti 
si accorge per verità di questa difficoltà e la con- 
fessa francamente scrivendo : « Ed è da notare, o 
M signori, che discorrendo il Vico di tali dottrine, 
« ha frasi cosi al suo solito ardite, involute, meta- 
< foriche, da non interpretarsi una per una, (che 

« PARREBBERO DI PANTEISMO), ma nel tUttO 6 COU, 

« la dichiarazione, che il Vico aggiunse alle 
« sue Risposte, e co' principii fondamentali già 
« spiegati e che escludono affatto V identità tra 
« Dio e l'universo, tra Dio e la ragione umana ». 
Al che noi osserviamo, che se il Conti vuol dire, 
che era lontanissimo dal pensiero del Vico di 
voler fondare una dottrina idealistica fìchtiana 
o in qualunque modo panteistica, noi siamo per- 
fettamer.te d'accordo con lui; ma non lo sa- 
remmo più, ov*Egli negasse, che a quelle dot- 
trine molte proposizioni del Vico chiaramente 
conducano. E appunto per questo di non averle 
saputo evitare e di non essersi accorto delle 
loro conseguenze, noi abbiam dovuto franca- 
mente confessare , parerci molto esagerata la 
lama di grande metafisico fin qui goduta dal 
Vico. 

Della filosofia della ^storia il Conti tratta bre- 
vemente in fine e qua e là per incidenza. Ab- 
biaùi visto dove Egli ne ponga ottimamente il 
fondamento. Esposti alcuni principii e canoni prin- 
cipali della sua Scienza nuova. Egli scusa in 
parte il Vico di parecchi errori, dei quali que- 
sti venne soverchiamente aggravato, notando 
con giustezza, che la dottrina dei Ricorsi non 
appare che nella seconda Scienza nuova; dei 
che noi demmo ampia spiegazione. 

U Conti conchiude quindi la sua lezione con 
queste beile parola che noi riportiamo» percbò 
^i assentiamo pienamente : 



CAPO XVII t9T 

«< Ad ogni modo, che mai resta del Vico quanto 
alia filosofia civile ? il metodo, eh* Egli de-^ 
scrisse primo ; e poi la grande verità, che 
la scienza dell'yomo intero npn si compie 
nell'interna riflessione, ma col riscontro di 
tutti i fatn umani, delle lingue, delle tradi- 
zioni, de' proverbi, de'panti popolari, dell'arti^ 
delle leggi e d'ogni istitiita; perchè la co- 
scienza delluomo si ripete in ogni coscienza 
e da ogni coscienza escono segni conmni, come 
da un capo all'altro della teiera gli occhi di 
tutti gli uomini per un pensiero stesso si 
levano a' cieli ». 
Il libro delle Confessioni di un Metafisico 'e 
specialmente le pagine sulla Teorica del Pro^ 
gresso, oltre quei grandi e conosciuti pr^gi del^ 
l'ingegno, della dottrina e dello stile, manifestano 
nello scrittore un amore cosi vivo e ardente 
per la v€rità, una tale onestà di intendimianto 
e gentilezza d'animo, che leggendole altri s'in- 
duce a malincuore a criticarne le idee, quando 
queste non si accordino colle proprie. Ma sarebbe 
cosa poco saggia il voler trattare per incidente 
le teorie filosofiche del Mamiani sul progresso. 
Noi ne accenneremo solo alcuni punti per farci 
intendere la sua Critica sul Vico. 

Il Mamiani, il grande teorista' del progresso, 
doveva naturalmente rifiutare la dottrina del 
Vico sui Ricorsi e la rifiuta recisamente, mo- 
strado anzi di non sapersi dar paoe, che il Vico 
l'abbia sostenuta. A quella teorica il Mamiani con- 
trappone la sua del progre^o mondiale indefiQÌto> 
cui Egli cerca provare con argomenti a priori 
apodittici. Gli è vero che la nostra specie non 
parteciperà sempre «ul nostro pianeta a questo 
progresso indefinito, perchè pur progredendo 
mcessantemente verrà un' età , 1' età estrema 



398 ESPOSITORI E CRITICI — T. MÀMIANI 

apocaliitiea , nella quale dopo essersi svolta^ la 
nostra &coltà intiera di peHesionamento e 
accomunata con tutta la specie, questa muterà 
di soggiorna per dar luogo quaggiù ad un'al- 
tra più perfetta. Anche questo progresso limi- 
tata, ma sicuro e continuo delT Umanità, lo 
trova il Mamiani richiesto da' suoi principii on- 
tologici e cosmoloffid; e senza tali prove a priori^ 
mal crederdoibe Egli di poterlo fondare con ar- 
gomenti storici sperimentali. Questi sono^ se- 
condo il Mamiani, mcerti, e solo ci darebbero 
della cosa una qualche probabilità. 

Come si vede, noi siamo già ben lontani dajla 
mente d^l Vico. Mentre questi voleva unica- 
mente fondare la filosofia della storia sulle leggi 
- dello spirito, suU' analisi d^ pensieri e dei bi- 
so^i aell'uomo, il Mamiani vuol fondarla sui 

Erincipii generali delle cose. Non è più la Psico- 
)gia^ che ci deve spiegare i massimi problaoii 
storici, ma la Metafisdca e la Teologia ragionale. 
Non già, che il Mamiani non lasci più a quella 
alcun posto nella filosofia della storia; ma essa 
vi deve rappresentare, come in tutto il resto 
della filosofia, una parte subordinata. G^i ri- 
conosee. però, che sodamente col punto di vista 
psicologico abbracòiato dal Vico rispetts) alla fi- 
losofia della storia ebbe Questa il suo vero 
principiò « La filosofia della storia nacque » 
die* Egli « parlandosi con rigore, quol giorno 
« che dal Vico si dichiarava es&ere il mofido 
« delle nazioni £sktto per intero da^li uomini e 
« la nolàzia delle leg^i dello spirito umano 
tf porgere ila sola bussola atta a condurre l' in- 
« gegno speculativo nel mar tempestoso delle 
m vicende dei popoli » (1). 

(1) Ckmfeànoni lì, p. 863. 



CAPO xTii . 899 

Ma il Mamiani rifiuta poi moHi principii vi* 
«hjani, e specialmente quello, che la civiltà si 
Tenga sempre svolgen(k) in ogni popolo per 
propria spontanea forza o dalla prima selvati- 
-chezza o dall' estrema corruzione. II Mamiani 
sostiene invece» che « nessuna congregazione 
« d'uomini ffiunse ad una altezza più che 
« mediocre di civiltà e vi si mantenne per 
f soltanto Topera propria » e che quando una 
nasione cada m una profonda depravazione mo- 
rate, essa non può solo per forza propria rial- 
:zarsi(l). Ma quello, che al dir del Mamiani fu 
forse la cagion principale di tutti gli errori del 
Vico ed isterilì la miglior parte de'suoi profondi 
trovati in filosofia, si è l'aver mecUlato una sola 
firmsi di origine delle congreffazioni soeiali umane; 
perche avendo il Vico fatto rampollare la ci- 
viltà dalle facoltà umane, non considerò che se 
queste in sostanza non variano da una stirpe 
aU'ahra, possono tuttavia quante sono nei singoli 
nomini, manifestarsi altrettante diversità di na« 
^ure e caratteri nei singoli popoli (2). 



Capo \wm. 

La fama del Vico in Germania e in Francia. 



Dopo i pochi cenni contemporanei fatti sul 
Tico dalle Neuere Nachrichlen e dagli Acta Erudi- 
4orum, il primo, che a mia notizia facesse in 
Germania menzione del Vico fu il Goethe, ia 
^uel modo che noi già riferimmo. 



(1) II, p. 781, 810. 
.(2) II, p. 878, 784. 



400 LA FAMA DEL VICO IN GERMANIA 

Quelle poche parole non andarono perdute , 
e verso lo stesso tempo V Herder volle in una 
pagina delle sue Lettere per il promovimenta- 
delUUmanità rinnovare la memoria del Vico, di 
un uomo, die* EgK , che fondò una scuola di 
scienza umana nello schietto sensa della parola^ 
che cercò il principio della civiltà nei popoli e 
gli elementi comuni di questa (1). Ma dalle pa- 
role deir Herder trassero poco frutto i Tedeschi,, 
e il Vico continuò per qualche tempo ad essere- 
da loro del tutto ignorato nelle università e* 
nei libri. 

Ma il Vico aveva percorso solo non l'Herder 
per la filosofia della storia , ma eziandio altri 
suoi connazionali, che vennero dopo di lai, in 
altre dottrine. Il suo nome doveva quindi ve- 
nire di tanto in tanto a risuonare nello loro- 
orecchie come un ricordo, che non siamo poi 
degni di tutto quel disprezzo, che alcuni di loro^ 
sono soliti a mostrare verso di noi neir ordine- 
scientifico. 

Anche in alcuni concetti del Vico il Jacobi (2) 
potè scorgere, e non a torto per vero, un lon- 
tano accenno alla filosofia del Kant, inquantochè- » 
anch' Egli come questi avev» stabilito che ia 
senso stretto non si conoscono con verità se non 
le cose che noi stessi tacciamo, ossia le figure 
e i numeri, e che quindi Tunica vera scienza, 
è la matematica ; alla quale il Kant aggiungeva 



(1) Herder, Sawm. Werkelì, p. 334. — L'Herder chiama 
il povero Vico fondatore di quella cattedra che poi fu oc- 
cupata dal GenoveA e dal Galanti. — L' Herder intende 
certo parlare della cattedra d'economìa polìtica, fondata ve- 
ramente dal Genovesi nell'Università di Napoli, e che Ixt^ 
prima in Europa. 

(2; Nel suo scritto Von der gdttlkhen Bingen und threr- 
Offènbarung (Sàmm. Werke; Ili. BJ. — Leipzig 1816). 



CAPO XVIII AOl 

per verità quella delle forme sté&se del pensiero 
ossia la Logica. 

Più frequentemente che non dai filosofi tro- 
peremo però menzionato il Vico in Germania 
dai filologi e filosM)fi storici; e ne dovevano 
presto sorgere le occasioni nei successivi pro- 
gressi della «scienza tedesca. 

Nel 1795 uscivano i famosi Prolegemem ad 
Omero di F. A. Wolf. Il Cesarotti, che come 
già vedemmo, aveva ampiamente trattato la que^ 
stione d'Omero, e che era in relazione col Wolf, 
appena ricevuto il suo librq vi scorse le grandi 
analogie, che v'erano tra le sue idee e quelle' 
già manifestate dal Vico, e ne scriveva al Wolf 
spedendogli il Vico e dicondogli come le sue 
idèe si trovavano già quasi in sogno presagite 
dal Vico. Il Wolf era già allora salito in grande 
' rinomanza in Germania e viveva in Berlino, 
tronfio della sua gloria, dirigendo una rivista 
filologica, il Museum der AUerthumumsenschafL 
Presa conoscenza del libro del Vico Egli pub- 
blicò un articolo intorno a Lui in un fascicolo 
della sua Rivista del f807. 

Il Wolf tratta il Vico con grande sussiego 
(r Creili dice mit vornehmen Tone), come un 
maestro che trova una'qualche buona idea in 
un tema di un suo scolaro. Egli non si piglia 
la cura di riassumere il pensiero intiero del 
Vice e di dilucidarlo; per dare un'idea della 
sua nuova^ sapienza, come quasi per ischerzo 
la chiama il Wolf, dà tradotti o meglio raffa- 
zonati e raccorciati alla carlona alcuni prin- 
cipi! filologici del Vico sulla Discoverta del vero 
Omero , dimenticando del tutto quelli , che il 
Vico chiama filosofici e che hanno pure , come 
vedemmo , una grande importanza storica e 
compiono gli argomenti filologici. Procedendo ia 



iOi LA FAXA DEL VICO IN GERMANIA 

questo modo il Wolf può con molta Facilità m,o- 
strarci il Vico come un Ragionatore saltellante 
{ein lehAafì umher springiender Ragimaiore} che 
tratta a fascio e senz' ordine d'ogoi. cosa» e Qon 
mostra quasi in alksun luogo di aver manco 
avuto idea di rigore storieo ; al dir del Wolf 
tutto ha nel Vico l'aspetto di visione, e il suo 
libro è uno de'più strani, che siano usciti dalla 
testa d'un Italiano di molta lettura e di ingegno 
acuto e cavilloso. Il Wolf dubita se par il suo 
tempo vi feasero ancora vedute u^ili o non vi fos- 
sero che sogni, né vuole occuparsi della maggiore 
o minore somiglianza delle sue colle proprie idee, 
ma confessa che se il Vico invece che italiano 
foèase stato* inglese sarebbe giunto a grande ce- 
lebrità, e ohe le sue Visioni hanno maggior va- 
lore, che non una fede cieca e senza fondamento, 
come la ai era seguita universalmente »ino ad 
un certo tempo negli scrìtti dei dotti e dei 
letterati del proprio paese. 

C'era in queste parole più il desiderio di fe- 
rire certi suoi avversari! , che di rendere un 
dovuto omaggio al Vico, del quale mostra aper- 
tamente di tenersi tanto superiore; ma per ciò 
non sono quelle lodi meno vere. 

Nel 18l!2 il Niebubr stampava la sua Storia 
romana e grande fu Tattensiono e il rivolgi- 
mento che essa produsse negli spiriti dotti della 
Germania; però nfuno pensava quante delle 
nuove verità da lui annunziate si contenessero 
già nel libfo di queir oscuro mliHlante ragio- 
natore menzionato dal Wolf. Ma nella Svizzera 
tedesca viveva un insigne filologo, Gaspare Orelli, 
probabilmente italiano d'origine, e che aveva forse 
recato dalla madre patria i volumi del Vico e 
il culto per )ui. Questi ad onorare giustamente 
la sua memoria scriveva nel Museo Svizzero, 



CAPO xviu htìZ 

che usciva in Aarau, V anno 1816 , an articolo 
intitolato Vico e KUhuhr^ nel (juale poneva a 
confronto i concetti di amandue intorno alla sto* 
ria romana e ne enumerava le molte 9emi- 
^Uanze e insieme le differenze. L'OreUi però non 
crede che il Niebahr conoscesse il Vico» giacehò 
altrimenti» Egli dice» quegli ne avrebbe parlato, 
come aveva fatto di Beaufort» Lóvesque ed altri. 

L*Orelli è verso il Vico molto più ffiusto che 
non il Wolf» anzi riprende onesto di alcuni suoi 
ingiusti e sconvenienti giuaizii. Egli lo chiama 
uno dei più profondi pensatori d'Italia « né creda 
* alcuno » Egli dice « a cui un felice caso taccia 
« capitieure il suo' meraviglioso libro nelle mani 
« di aver a fare solo con un saltellante ra- 
« gionatore, come asseriva il Wol£ Le sue ve- 
<« dute intorno alla storia romana sono più prò- 
« fonde ancora che non i suoi gsniali sogni 
« sopra Omero. » 

L'Urelli col suo articolo e co*suoi colloqui spinse 
(juglielmo Ernesto Weber a tradurre la Scienza 
nuova del Vico» la quale fu appunto» da lui pub- 
blicata in tedesco a Lipsia nel 189SL 

La traduzione del Weber non ò per nulla atta 
a &r conoscere il vero pensiero del Vico» e meno 
ancora a farne amare la lettura. Effji, pur 
cadendo in molti errori» cercò tradurlo lette- 
talmente o quasi> mentre e per il modo stesso» 
che il Vico teneva nello scrivere e per il genio 
diverso delle due lingue , doveva farne una 
compiuta trasformazione. Egli inoltre premette 
aUa sua traduzione una prefazione » la quale 
sembra piuttosto rivolta a screditare il libro» 
che a tarlo rettamente apprezzare. Egli si 
mostra pieno di profonda venerazi(»ne per il 
Wolf e il Niebuhr» e niente gli sta più a 
cuore che di mostrare, che essi non debbono 



404 " LA FAMA DEL VICO IN GERMAmA 

nulla al Vico , e che d' altra parte gli sono dì 
molto superiori, avendo essi congiunto il genio 
coir erudizione e colla critica. Nessuno , dice 
il Weber , dopo essi potrà fondare i suoi 
studii critici sopra T ardito disegno del Vico. 
Egli non nega però a questo * un ingegna 
grande é divinatore, uno studio inikticabile di 
comparare le diverse cose per conoscere la ve- 
rità, un profondo sentimento religioso, e il con- 
cetto, nobilissimo di mostrare la mente della 
Provvidenza attraverso a tutti i fatti storici. M^ 
il suo debole stava, secondo il Weber, neireni- 
dizione e nel modo, col quale ne usava. Non già, 
dice questi , che il Vico mancasse d'erudizione, 
ma Egli Taveva imperfetta e molte volte falsa. 
Il Vico era àtato, dice il Weber, educato dai 
Gesuiti e in un paese ancor immerso nella 
scolastica,; molte cose dovette imparare da sé. 
Di qui la grande confusione nella sua dottrina. 
Il suo spirito non aveva pace, non lasciava^ ri- 
posare e maturare le idee ; aveva sfiorato ogni 
maniera di# scienze, e appena gli si presentava 
un'idea le correva dietro , é vedeva ogni cosa 
attraverso di essa; nessuna critica egh faceva 
sopra di sé, né sognava pur anco, che le cosfr 
da lui immaginate potessero esserci state diver- 
samente da quello, che Egli aveva immaginato. 
Non è maravigliare, conchiude quindi* il Weber, 
che H Vico non riescisse a dare uaa forma alla 
sua Scienza nuova, che vi si trovino moltissimi di- 
fetti e persino grandi assurdità. 

Non c'è dubbio, che parte delle cose dette ani 
sono vere, ma solo una parte ; il resto è molto 
superficiale, ed è a meravigliarsi, che dopo eàser 
vissuto cosi lungo tempo nel pensiero del Vico 
per tradurlo non sapesse il Weber darne un 
giudizio più profondo e più compiuto. 



CAPO XVIH 40?} 

Non si creda, che per la traduzione fatta dal 
Weber, il nome del Vico si diffondesse molto 
ìa Germania; quasi lutti i più celebri non si de^ 
gnarono di occuparsi di lui, e i minori andarono 
loro dietro. Ma in mezzo al .turbinio continuo di 
idee e di studii, cJbe si fa nei libri e nelle univer- 
sità di Germania non v ha soggetto, a cui non 
venga il turno d'essere trattato da qualcuno e 
talora assai bene. Cosi anche il Vico trovò un 
insigne scienziato, il Gdschel , il quale ne* suoi 
Fogli sparsi (Zerstreute BlàUerJ del 1837 (1), 
seppe scrivere di lui con concetti giusti e con 
parole .generose e degne del nostro grande 
concittadino. 

Al nome di Vico, scrive il Góschel, si com- 
giuuge una grande filosofia, la quale con ;*ifles- 
sione acuta; e profonda imprende a derivare il 
Diritto dalla sua propria storia, e sa accordare 
colla storia il pensiero. Quindi Egli dopo aver 
toccato con affetto della sua vita, cosi entra a 
parlare nobilmente delle sue dottrine : « D' ogni 
cosa toccò Vico il fondo e mentre nei nostri 

Siorni si cerca di risolvere la storia in miti, e di 
edurre questi da idee soggettivamente imperso* 
nali, oggettivamente non reali perchè universali 
(accenna all'Hegel), rocchio del Vico fu abbastanza 
esperto per riconoscere anche nei miti un fonda- 
mento storico, senza sciogUerli panteisticamente 
in idee non reali. Da questo procedimento sano e 
verace si svolsero i suoi studii sulla poesìa e sulle 
lingue » . Il Góschel non isprezza> come fa il pedante 
filologo Weber, la figura premessa dal Vico alla 
sua Scienza nuava^ né la chiama ridicola e inu- 
tile in un lavoro tedesco^ ma ne dà la spiega- 

(1) Erano una Rivista giuridico-filosofiea, chd Egli stam- 
pati a Sehleussingen. 



h06 LÀ FAMA DIL VICO IN GERMANIA 

zione e là connètte cosi con un'^esposizione sue- 
cinta de' principii fondamentali della sua filosofia 
storica, riconoscendo in questa assai bene accop- 
piato il ragionamento colle severe indagini dei 
tatti. « 11 suo libro, soggiunge quindi il G5schel^ 
è ad un tempo filosofia del diritto e filosofia della 
storia ; sotto ^uest' ultimo rispetto esso ò anzi uno 
dei fenomeni più notevoli aello spirito v^manr. 
il Vico vede nella storia, che sì compie ^otto la 
condotta della Prv>vvidenza, nei fatti particolari 
i momenti, per i quali si svolge il concetto del 
Diritto e dello Stato ; (quindi per il Vico la storia 
è la miglior scienza giuridica e politica. Per lui 
la storia non è solo la scuola del mondo, la 
guida di Dio, ma essa è anche il tribunale 
del mondo, il giudizio di Dio. Anche il Vico in- 
segna che tuttociò che avviene, avviene per 
giudizio di Dio ; ma la grande parola che la 
storia del mondo è il tribunale del mondo non 
lo conduce a confondere il giusto e l'ingiusto. 
Ci6 che è oggettivamente giusto e serve allo 
svolgimento del Diritto e dello stato può tuttavia 
essere ingiusto riguardo al soggetto, da cui 
parte, e cosi rimanere .malgrado le buone 
conseguenze , che ne derivano ». — Si vede 
nel Gòschel una tendenza aperta a contrapporre 
il Vico all'Hegel, per mostrare come si possa 
fare una filosofia della storia senza distruggere 
la morale e giustificare tuttociò che a\'viene, 
' perchè avviene,' o perchè serve di strumento 
alla Ragione assoluta. 

I giudizii, come si vede, sono però molto fa- 
vorevoli al Vico , e > a parte quel linguaggio 
particolare dei filosofi tedeschi > col quale bi- 
sogna addomesticarsi per intenderli^ sono anche 
generalmente giusti. 

Dopo l'articolo del Gòschel Vko acquiitò una 



CAPjo XVIII 407 

celebrità alquanto mag'gìore iti Germania. Cesi 
in un suo articolo scampato -nel Museo tedesco 
del 18S7 il Cauer si mostrava ugualmente eiu^o 
estimatore di lui. Egli seppe abbraeciare il pen« 
siero vichiano in tutti i suoi lati , e toccando 
deUe grandi molteplici attinenze ohe Egli ha 
colla scienza presente della Germaniisi indicare 
come io diverso modo Egli prevenisse il Wolf» 
il Niebuhr^ il Savìgny, il Miilier, THerder. Egli lo 
riconoscerebbe- come' padre della filosofia della 
storia se non trovasse nel suo libro da una parte 
più dell'altra meno. Lo dice però infelicissimo 
nelle sue etimologie e molto manchevole nell eru* 
dizione. Ma se il Vico non ebbe quella ^aude 
fama che si meritava, il Cauer lo attribuisce 
aUa universalità del suo genio , che avendo 
toccati diversissimi punti non potò esservi sie* 
guito da nessuno. Il Cauer lo loda ancora per 
aver Egli saputo accoppiare nel suo spirito la 
fede e il dubbio scientinco; Vico, die Egli, Ut einer 
der ersten und wiirdigstèn Verireter Jener àchten 
Wissenschafìlichkeity die des Glaubens und des 
Zweifeb gleich sehr bedarf. 

Mosso da questa fama maggiore che andava 
acquistando il Vico in Germania e dal deside- 
rio di accrescerla ancor più> intraprendeva la 
traduzione de' suoi scritti minori C. E. Miiller 
nel 1854 (1). Io credo però che finora non ne 
sia apparso che il 1." volume contenente il De 
uno universi juris etc. 

La traduzione è fatta con molta cura. Il Miiller 
vi & una prefazione, nella quale sono con suf- 
fidente esattezza esposti i tratti più essenziali 
del sistema del Vico, verso del quale egli pro- 
fessa una maggiore stima che non il Weoer. 

(1) G. B,'ViM/s KMm Sehriflen. Neobraodeburg , 18S4. 



\ 



408 LA FAMA DEL VICO IN FJIANCIA 

— Egli enumera con compiacenza quei Tedeschi 
che lo lodarono, e lo difende vivamente dagli 
attacchi, che un ignoto scrittore gli aveva mosso 
neir Indicatore di Gottinga del 1819. Costui 
aveva rappresentato il Vico come uno scrittore 
mediocrissimo e pieno di presunzione. Nel suo 
libro Egli non vede che confusioni e stranezze, 
nessuna novità, nessun ordine scientifico, nes- 
suna critica storica; e se ne parla lo fa solo 
all'occasione di una nuova edizione, che allora 
s'era fatto della Scienza nuova in Italia, per 
mostrare come in questo paese ^ anche dopo 
Filangieri, la filosona della legislazione pareva 
seguir sempre un corso segregato dalla rima- 
nente scienza europea. 

Il Miiller gli osserva giustamente che ^si suoi 
stranissimi giudizi appare non aver lui pur letto 
l'opera del Vico. 

• Si troverà diflBcilmente qualch' altro scritto in 
Germania nel quale sìa fatto cenno del Vico; 
nessuno ne trattò finora di proposito. Sola- 
mente chi vuol ora esser giusto verso l' Italia 
confessa anche colà che il Vico e uno dei più 
grandi pensatori di cui possa gloriarsi una na- 
zione, il Savigny. lo menzionava con grande 
onore nel suo Elogio di Niebuhr, e il Gans nella 
sua prefazione alla filosofia della storia dell' Hegel 
annovera il Vico come uno dei \quattro autori 
di una vera filosofia della storia, e come il 
proprio iniziatore di questa scienza. 

Il primo a far conoscere il Vico in Francia 
fa il Salfi in parecchi articoli bibliografici sul- 
l'Italia^ che E^li stampava nella Revue encyclo- 
pédique di Parigi negh anni 1819, 1820. Ma l^li 
ne parlò molto brevemente, e per incidente, 
discorrendo dei lavori, che allora uscivano in 
Italia sul Vico o della ristampa delle Sue opere. 



CAPO XVIII 409 

Egli si rallegrava allora cogli Italiani, perchè 
riparavano la dimenticanza, in cui avevano la- 
sciato per lun^o tempo un Pensatore di si 
grande originalità e profondità; e manifestava 
il desiderio , che si facesse delle sue dottrine 
un'esposizione più netta e precisa, per diffon- 
derne meglio la conoscenza ira gli stranieri. 

A quest'ufficio volle adempiere lo stesso Giulio 
Michelet, che nel 1827 pubblicava in Francia 
una traduzione della Scienza nuova del Vico, 
dandole però una forma più adatta all' intelli- 
genza e al gusto de' Francesi, riordinandola e 
accorciandola in molte parti. 

Il Michelet non è, come il traduttore tedesco, 
un critico pedante del suo autore; Egli ne è 
uno dei più caldi e sinceri ammiratori ; e com- 
pose sopra di lui, sul suo sistema e sulla sica 
vita un discorso succoso e pieno d'affetto. Il Mi- 
chelet vuol mostrare come l'Italia fosse il paese 
più adatto per le sue condizioni e le sue tra- 
dizioni a far sorgere un Vico. Questi reagisce 
nel suo paese contro il disprezzo deUanticbità, 
delle tradizioni e della storia che era stato di- 
vulgato per tutta l'Europa dal Cartesianismo, e 
svela e difende la sapienza che si conserva nella 
lingua, negli istituti, nei costumi, nelle arti, e 
nelle diverse manifestazioni storiche dello spirito 
umano. Ma il Vico non è esclusivo, dice il Mi- 
chelet: Egli combatte con gran senno il metodo 
cartesiano dove lo trova difettoso ; ma riconosce 
pure i suoi pregi. Il Vico non ripudia l'autorità 
ma la vuol congiungere colla ragione ; Egli 
vuol riunire in un solo vasto sistema tutte le 
conoscenze, che riguardano l'uomo , accordare 
la filosofia colla storia, la scienza colla religione. 

Mentre il Michelet attendeva alla traduzione 
del Vico, un altro insigne scrittore francese, il 

J7 



410 LA FAMA DEL VICO IN FRANCIA 

Ballanche, lo faceva oggetto di amorosi studii, 
e a lui s'inspirava in molti punti de' suoi Prole- 
gomeni alla Palingenesia sociale e dell'Or/feo, pub- 
blicatisi pochi mesi dopo il lavoro del Michelet (t). 
Grande è la stima che il Ballanche mostra 
del Vico. Egli deplora , che la sua filosofia 
non avesse avuto una larga diffusione nel 
suo secolo. Essa, avrebbe, dice Egli, frenata la 
foga distruggitrice , avrebbe dato alla scienza 
un andamento più profondo e più religioso, 
avrebbe salvato il Rousseau, il Voltaire e gli 
altri grandi scrittori della rivoluzione di grandi 
errori; avrebbe perfino salvato il mondo dalle 
violente catastrofi dell* 89 e dalle loro perniciose 
conseguenze (2). « Singolare destino di questo 
« uomo » esclama il Ballanche « Egli esce ora 
« dalla tomba. Egli che tante cose aveva intuito 
« e preveduto, ora che più nulla Egli' può pre- 
« dirci ». Malgrado ciò il Ballanche esorta i Fran- 
cesi a leggere e studiare il Vico, e studiarlo, 
potendo, nell' originale. Vi troveranno, dic'Egli, 
una rozzezza qualche volta selvaggia, ma sovente 
piena di poesia, ardite incoerenze, ma dalle quali 
sorge di tanto in tanto una luce viva e che 
scuotono con maggior efficacia la mente , che 
non una forma troppo didattica e troppo prudente. 
11 Ballanche, essendo alquanto mistico, ammira 
grandemente lo spirito religioso del Vico, e lo 
encomia assai, perchè nella sua filosofia si era 
tenuto nei limiti dellortodossia, ma trova poi, che 
dalla logica del suo sistema Égli fu condotto a 
far violenza a quella, a dare alla civiltà una spon- 

(1) BalIaDcbe^ Oeuvres. — Paris 1880, 4 volumi — v. il 3.® 
e il 4** • 

(2) Idee simili manifestava il Mailer nella sua Sloria 
delle dottrine morali e politiche negli uUimi ire secoli. 
Parigi, 1836. 



CAPO XVIII 411 

taneìtà assoluta, a supporre un completo disu- 
manamento dopo la corruzione, a costruire in- 
somma una civiltà al di fuori della tradizione, una 
spontaneità indipendente dalla rivelazione (1), 
Salvo questo punto capitale, il Ballanche ac« 
cetta ed espone in quella sua prosa armoniosa 
e tutta ripiena delle grazie antiche molte idee 
del Vico intorno al corso della civiltà, ai ca- 
ratteri poetici, ai costumi primitivi, alla poesia, 
alla mitologia e a! modo d* interpretarla , e 
specialmente "intorno allo svolgimento del di- 
ritto civile e politico nella storia di Ruma. E 
cosi egli semina d'idee vichiane la sua Pa- 
lingenesia e il suo Orfeo ; quantunque esse vi 
siano, date, come le proprie, senza prove e senza 
alcun ordinamento e svolgimento scientificoi 
Egli dà grande importanza come il Vico alla 
Provvidenza nella storia; ma le civiltà, anche la 
greca, sono per lui trasmesse e tradizionali. 
Ammette degli errori nella filologia del Vico, 
ma dice che è vera C ispirazione alla quale Egli 
in essa obbedisce. Ninno fu, dice il Ballanche, 
dotato come il Vico di quel sonnambulismo del 
genio, che penetia nel midollo delle cose. 

1 lavori del Ballanche e la traduzione del Mi- 
chelet, diffusero largamente e stabilirono in Fran- 
cia la rinomanza dei Vico, nell'estimazione del 
quale i Francesi si mostrarono generalmente più 
giusti dei Tedeschi, e ci fecero conoscere che essi 
non sono poi cosi sempre invidi delle nostre glorie 
come noi ce li immaginiamo. E per verità il Vico 
riscosse in Francia l'ammirazione di molti frasuoi 
più insigni filosofi e storici. Noi lo vediamo in- 
fatti subito dopo la pubblicazione del Michelet 
menzionato con grande onore dal Cousin e dal 

(1) IH, 334 e segg. 



412 LÀ FAMA DEL VICO IN FRANCIA 

Lerminier. 11 primo (1) afferma che la Scienza 
nuova fu il modello, forse la fonte dell' Esprit des 
lois, e riconosee che essa ha indicato alla critica 
moderna qualcuno de' suoi più grandi punti di 
veduta. 11 Cousin lo appunta però di aver am- 
messo nella storia dei popoli una soverchia uni- 
formità, di aver stabilito i ricorsi, di aver data 
soverchia importanza all'elemento politico , di- 
menticando l'arte e la filosofia; ma osserva 
giustamente, che al Vico si debbé riconoscere 
il grandissimo merito di aver introdotto per il 
primo il punto di vista umano nella storia, e 
mostrato come ogni elemento di civihà, la re- 
ligione stessa, fa parte delF umanità e in essa 
è contenuta. 

Non meno caldo di ammirazione per il Vico 
è il Lerminier (2). Questi lo dice precursore di 
Wolf, di Niebuhr e di Hegel. Il Vico, ebbe dic'Egli, 
il sentimento di Roma primitiva più di qualunque 
altro moderno , E^^li stabili chiaramente, come 
l'Hegel, l'identità della natura umana e della storia; 
Egli è il fondatore dell' ecletticismo moderno, 
avendo riconosciuto l'autorità del senso comune 
in opposizione all'astrazione filosofica. — « E 
quando si vede quest'uomo, dice il Lerminier, 
in mezzo agli spregi di una filosofia superba e 
ostile, in mezzo alla indifferenza e alle derisioni 
di tutti, resistere impavido al torrente del secolo 
XVII e XVIII per prep:irare il xrx> pieno di fiducia 
in sé e nella propria immortalità, noi possiamo 
con sicurezza assegnargli il titolo di Genio 
originale. » 

Mentre il Cousin rendeva al Vico nelle sue 



(1) Introduction à l'Histoire de la Philosophie, lèc 11 ''. 

(2) Introduction general à V Hisloire du Droii. Pa- 
ris, 1829. 



CAPO xvdi 413 

lezioni queir omaggio, che noi abbiamo riferito, 
uno de* suoi più illustri scolari^ il Jouffroy stam-* 
pava sul Globe un articolo, nel quale parago- 
nava il Vico con Bossuet e con Herder (!)• 
Secondo il Jouffroy il Bossuet iu II primo a 
cercare le leggi delio svolgimento dell* Umanità, 
Vico il secondo; ma quegli le cerca nella Bib- 
bia, Vico nella Storia ; questi fu quindi il primo 
a trattarle in modo filosofico. Il Vico non in- 
dagava come il Montesquieu il carattere delle 
istituzioni, ma voleva, dice il Jouflfroy, trovar 
la legge di esse e di tutte le altre cose, nelle 
quali si manifesta il pensiero umano, per poi 
lormar la legge di questo medesimo, nel quale 
ogni cosa umana si riassume. Se il Vico, dice 
il Jouffroy , avesse saputo colla scòrta della 
storia trovar questa legge , Egli avrebbe col 
suo libro innalzato il più grande monumento 
filosofico. Ma per far questo era necessario 
conoscere tutta la storia del passato ; e il Vico 
non la conosceva, e non la poteva conoscere 
che imperfettamente. Ciononostante Egli fu, 
secondo il giudizio del Jouffroy, il vero inizia* 
tore della filosofia della storia, perchè per il 
primo vide che lo svolgimento dell Umanità è 
soggetto a una legge propria. Ma Egh non po- 
tendo scoprire questa legge nei fatti, dove pur 
voleva trovarla, cercò d'indovinare, formò un si- 
stema, cercando ad un tempo di appoggiarlo sopra 
qualche fatto. Come il Vico aveva riferito tutto lo 
svolgimento dell'umanità alle leggi generali dello 
spirito umano, facendo questo quasi del tutto 
indipendente dalla natura esteriore, 1* Herder 
vuole invece spiegar tutto da questa, e cosi essi 
rappresentano nella storia, osserva il Jouffroy, 

(1) Vedilo nei Mélanges philosophiques, 



414 LA FAMA D6L VICO IN FRANCIA 

i do» opposti sistemi melafisici drillo spiritpalismo 
ei del materialismo. 

U Joufffoy nota come carattercr comune a, 
tufti e tre i filosofi da lui esaminati il di- 
sprezzo della storia^ ed osserva che solo in 
Suesto modo essi poterono creare un sistema, 
'uesto giudizio rispetto al Vico non saprebbe 
del tutto esatto ; ma lo corregge Egli stesso^ 
soggiungendo, che di tutti e tre i lavori il più 
Sftorii^o è quello del Vico, ma che appunto per 

Jjuesto è il più mal fatto. Era facile, dice il 
uufiffoy, essere eloquente al Bossuet, che con* 
vinto dei disegni, che Egli attribuisce alla Prov- 
videnza, costruisce dall'alto ia storia, come se 
r avesse fatta tutta Egli stesso. Scrive certa- 
mente sempre con maggior facilità e copia chi 
si abbandona alla corrente delle proprie idee, 
senza mai dubitare di esse, senza ass()gget- 
tarle ad una continua critica, od esporle al con- 
fironto dei fatti. 

Un lavoro speciale sul Vico non comparve 
però più in Francia dopo quello del Michelet; 
e noi, dopo aver menzionati i più illustri che 
ne parlarono, passeremo gli altri sotto silenzio. 
Per mostrare però come la fama del Vico si sia 
mantenuta salda in Francia sino a questi ultimi 
giorni, voglio ricordare i due belli articoli, che 
scriveva T illustre Ad. Franck nel Journal des 
Savants dello scorso anno sul De uno del Vico, 
pigliandone occasione dalla traduzione itaUana 
del Sarchi. 

Il Fianck dopo aver dato del libro del Vico un 
intelligente ed esatto riassunto, toccandone tutte 
le idee più profonde e più importanti, e mo- 
strandone il carattere e le relazioni con quelle 
dominanti al suo tempo, conchiude asserendo, 
che se molte cose nelle sue dottrine si debbono 



CAPO XVIII 4! 8 

rigettare, tuttavia i fondamenti e il mètodo, sui 
quali esse poggiano, sono incontestabili. '(I suo 
metodo, Egli dice, è superiore a quello del 
Bo-^suet e dell'Herder, perchè Egli s'innalza sopra 
il fatalismo storico, senza disconoscere le leggi 
costanti dei fatti , e non fa , còme l'Herder , 
l'anima umana schiava della natura. Che se, os- 
serva acutamente il Franck, il Vico non potè 
esercitare nella scienza del diritto e della le- 
gislazione quell'efficacia, che ebbe il Montesquieu, 
"questo si deve attribuire a due scogli principali, 
nei quali il Vico urtò; giacché quando Egli 
vuole appoggiarsi ai principii assoluti della ra- 
gione, ninna cosa l'arresta nelle sue astrazioni 
e finisce per confondere la giurisprudenza colla 
metafisica, quando invece vuole appoggiarsi sui 
fatti umani, Egli non sa vedere quasi altra storia 
che quella di Roma. 

Siamo finalmente giunti al termine del nostro 
lavoro. — Abbiam voluto coronarlo col recare 
i giudizii più importanti, che sopra del Vico si 
sono recati nei due paesi stranieri che prù si 
occuparono di lui, per mostrare col loro esempio, 
che quando sorgono fra di noi degli spiriti ve- 
ramente grandi, anche gli stranieri giungono 
tosto tardi a riconoscere il loro valore e a cele- 
brarli. E l'Italia ebbe certamente questi rara 
fortuna, che anche nei tempi della più profonda 
decadenzja. seppe produrre grandi individui, i 
quali sostennero il nostro onore nei lavori e nelle 
lotte del pensiero. Ma oggi per esercitare una 
gracjde elìjcacia e per occupare un posto onore- 
vole fra le nazioni letterate di Europa, non bastano 
individui isolati; convien presentare una falange 
serrata di pochi grandi con molti minori i 
quali svolgano e compiano lopera di quei primi. 
oe i nostri migliori incontreranno sempre la 



ite LÀ FAMA PEL VICO IN FRANCIA 

sorte del Vico, cioè se non avranno scuola, noi 
non dìterremo mai molto influenti nella scienza. 
Non si può certo pretendere , che la scien;^ 
ablna a diventar del tutto popolare, ma che essa 
nel fiostro paese debba e possa diffondersi assai 
più, che il nostro paese debba e possa nelle 
scienze produrre assai più, assai più contribuire 
^i progressi generali della scienza europea, nes- 
suno lo deve negare. Il riconoscer questo fatto è 
anzi 4ina delle prime condizioni^ perchè noi 
giungiamo ad uguagliare nella coltura scienti* 
Hca le altre nazioni letterate d'Eupopa. 

E dove a noi resta specialmente moltissimo 
a fare gli è nella storia e non solo nella storia 
universale, ma nella nostra mede^sima^ nella storia 
d^Ue nostre vicende politiche e sociali e in 
quella non mono importante e forse più del 
nostro pensiero. Noi dobbiamo arrossire al ve- 
dere ogni anno apparire nei paesi stranieri 
monografie importanti sopra cose nostre, pri- 
machè su queste medesime se ne siano fatte 
presso di noi. La nuova generazione faoda 
cessare questa vergogna, or che le condizioni 
politiche ci lasciano l'agio a serii e forti studii. 
— Una nazione, che non conosce, che non si 
fa la propria storia, non ha piena coscienza di 
so, manca di un mezzo elHcacissimo per com- 
piere e consolidare la sua unità e grandezza 
morale. 



FINR. 



K 



[